di Jacopo Nicola Bergamo

 

 

Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di Emanuele Leonardi

 

[E’ uscito in questi giorni per ombre corte Marxismo ed Ecologia. Origine e sviluppo di un dibattito globale, di Jacopo Nicola Bergamo, di cui presentiamo un breve estratto dal quinto capitolo, dedicato al lavoro di Andreas Malm, di cui si è parlato su Lplc qui e qui. Autore prolifico, Malm è conosciuto tanto per la sua teoria del capitale fossile quanto per gli interventi molto politici e polemici sul degrado ecologico, i movimenti sociali e il riscaldamento climatico. È conosciuto nell’ecomarxismo per la sua opera Fossil Capital, un cospicuo volume di quasi cinquecento pagine in cui Malm ripercorre il nesso fra la società capitalistica e l’utilizzo di combustibili fossili. Al momento sta integrando questo piano di ricerca con un futuro lavoro dedicato alla relazione tra imperialismo ed uso dei combustibili fossili. È inoltre intervenuto su questioni riguardanti il contesto politico mediorientale e in maniera critica su concetti chiave per l’attualità dell’ecosocialismo, come l’Antropocene, le strategie del movimento contro i cambiamenti climatici, la pandemia e la geoingegneria]

 

 

 

Onde di accumulazione, innovazione tecnologica ed energetica

 

L’indagine storica di Malm evidenzia come il capitalismo delle origini fosse sostanzialmente vincolato a fonti energetiche rinnovabili quali legna, acqua, vento e forza lavoro umana e come il passaggio a fonti non rinnovabili, sia stato frutto della necessità di mantenere il comando sulla forza lavoro, così da garantire la riproduzione dei rapporti di produzione capitalistici. Questo particolare trascorso ascrivibile al periodo 1825-1830 viene da lui analizzato all’interno di una cornice più vasta di passaggi epocali nel capitalismo per mezzo della teoria delle onde di Kondratieff. Si tratta di un’ipotesi di onde lunghe di accumulazione capitalistica sviluppata da Nikolaj Kondratieff negli anni 20 del ‘900, per la quale nel capitalismo esistono cicli di accumulazione che descrivono regolarità sinusoidali che si ripetono ogni circa 40-60 anni con fasi ascendenti di rapida crescita e discendenti con stagnazione economica e crisi. Questi cicli si organizzano attorno a costellazioni tecnologiche e branche centrali della produzione che trainano e danno nuovo impulso al processo di crescita economica nel suo complesso[1].

Di queste regolarità cicliche dell’accumulazione capitalistica vi sono evidenze empiriche, ma le dinamiche di questi processi sono oggetto di discussione tanto nell’ambito dell’economia accademica che, in misura minore, fra autori marxisti[2]. In ogni caso vengono comunemente riconosciute ad oggi cinque onde, ognuna con determinate tecnologie e branche industriali chiave[3]. Malm riprende Mandel, il quale fa sintesi nella contrapposizione tra Kondratieff e Trotsky, per cui “le onde lunghe sono sì epoche legate da lotte politiche (Trotsky), ma sono anche i prodotti di tendenze endogene nell’accumulazione del capitale (Kondratieff)”. Infatti per Mandel esisterebbero “variabili parzialmente indipendenti” dal movimento oggettivo del capitale, per cui i momenti di passaggio fra epoche capitalistiche sarebbero determinati dall’incontro di fattori soggettivi ed oggettivi[4]. Ma una volta che il cambiamento avviene e che variano le forme tecnologiche ed energetiche del motore primario, conseguentemente si trasforma anche tutto il sistema macchinico cui è connesso, oltre che l’intero sistema economico, inclusa la comunicazione ed i sistemi di trasporto[5]. Come abbiamo già visto, momenti di conflittualità operaia vengono proprio superati attraverso questo passaggio tecnologico in cui quello energetico è per Malm centrale, una dinamica che sfugge agli neoschumpeteriani, le cui brillanti analisi cedono al determinismo tecnologico[6]. È possibile dunque per il capitalismo superare la crisi attuale e compiere il passaggio alle energie rinnovabili? Malm non può escludere del tutto la capacità del capitalismo di rinnovarsi, ma lo vede poco probabile. La ragione è che nelle fasi precedenti le reti di infrastrutture su cui poggiava la produzione, salvo qualche “distruzione creativa” delle fasi di transizione in cui parte della massa tecnologica viene persa o sostituita, vi è stata una stratificazione di nuove tecnologie e merci.

Il passaggio alle energie rinnovabili è qualitativamente diverso dai precedenti perché non sono tecnologie che si sommano ed integrano su un complesso infrastrutturale dato, ma lo cambiano qualitativamente[7]. Non solo, anche reti di potere e cordate capitalistiche si consolidano attorno a certe produzioni e senza una spinta soggettiva del conflitto sociale, non si rende possibile una transizione anche all’interno di epoche capitalistiche. Dunque anche le posizioni di “keynesismo ecologico” mancano di un fattore soggettivo nella loro equazione, ovvero una crescita del conflitto di classe[8].

 

Socializzare i mezzi di produzione della rimozione dell’anidride carbonica

 

Malm, pur evidenziando i limiti soggettivi del processo rivoluzionario allo stato di cose presenti, cerca a un tempo di rilevare i rapporti di forza in campo e di fornire stimoli al rinnovamento del suo immaginario. La minaccia collettiva e su scala planetaria data dal capitalismo fossile lega implicitamente le resistenze che si danno in diversi settori e a latitudini differenti pur senza tradurre queste in un’immediata coscienza politica comune[9]. Fondamentale è dunque un dibattito franco sui limiti politico-organizzativi del movimento ecologista, che spesso ha assunto il pacifismo strategico come solo orizzonte d’azione fattibile, e riconoscere che conflitti radicali sono necessari ed è fattibile conciliarli con un movimento di massa come nel caso Black Lives Matter[10]. Malm, pur prendendo atto della gravità della situazione, ci ricorda che “i marxisti rivoluzionari si sono sempre preparati ad ereditare le catastrofi del capitalismo”, come fecero effettivamente i Bolscevichi “nella Russia devastata dalla guerra, brancolando verso la pianificazione mentre il paese andava in fiamme intorno a loro, senza alcun manuale da seguire” e senza “nessuna garanzia che qualsiasi cosa facessero avrebbe funzionato”[11].

Proprio perché il manuale d’uso continua a non essere disponibile, si rende necessario un dibattito attorno alla geoingegneria che rifugga tanto le esaltazioni ingenue dei prodigi della tecnica, quanto le condanne a prescindere dall’analisi concreta delle diverse tecnologie sviluppate[12]. Dato che le concentrazioni della CO2, il principale gas serra, hanno valicato la soglia critica delle 350 ppm (parti per milione) fino a superare ora le 410 ppm, con una crescita costante di 2-3 ppm ogni anno[13], si rende necessario attuare strategie non solo per una rapida uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili e dal modo di produzione che alimenta il riscaldamento globale, ma anche un abbassamento del livello delle concentrazioni di CO2 atmosferiche o di gestione del clima terrestre.

Malm passa in rassegna le tre proposte geoingegneristiche oggi in discussione per affrontare la questione del riscaldamento climatico: 1) Solar Radiation Management (srm), che prevede l’iniezione nella stratosfera di aerosol che provocano un effetto albedo, ovvero parziale riflessione dei raggi solari nello spazio prima che scaldino la superficie terrestre[14]. 2) Bioenergy with carbon capture and storage (beccs), una strategia di sequestro del carbonio che prevede l’uso di vasti appezzamenti di terra dediti alla coltivazione di eucalipto, canna da zucchero o altre piante a crescita rapida per assorbire anidride carbonica dall’atmosfera tramite il processo della fotosintesi. Il raccolto viene dunque bruciato come combustibile mentre dei filtri recuperano l’anidride carbonica dalle ciminiere per poi essere stoccata in cavità sotterranee[15]. 3) Direct Air Capture (dac), un meccanismo che prevede la cattura di CO2 atmosferica senza fotosintesi ma tramite sorbenti rigenerabili. Una tecnologia già impiegata per la purificazione dell’aria in sottomarini e astronavi[16].

Lo studio dell’utilizzo di queste tecnologie è tuttora in corso e la loro applicabilità e desiderabilità è oggetto di discussione[17]. Secondo Malm il caso del srm sarebbe fantascienza o comunque un “azzardo morale”, le cui ipotesi sugli effetti negativi sarebbero molteplici e devastanti per gli equilibri ecosistemici e la cui utilità consisterebbe solo nel guadagnare tempo[18]. La beccs seppure sia stata individuata come strategia di mitigazione dei cambiamenti climatici dagli accordi di Parigi del 2015, rimane inattuabile per varie ragioni tra le quali l’enorme richiesta di suolo, acqua per l’irrigazione e problemi di stoccaggio[19]. Discorso diverso per quanto riguarda la dac che affronteremo in seguito. In ogni caso, seppure secondo Malm queste tecnologie siano pensate per perseguire il business as usual e quindi per non affrontare il taglio radicale delle emissioni in atmosfera e una trasformazione del modo di produzione, l’enormità di investimenti necessari e la complessità tecnico-scientifica dei loro impieghi comportano esattamente ciò di cui il sistema produttivo vorrebbe liberarsi, ovvero la necessità di un’economia pianificata[20].

La dac è senza dubbio la tecnologia che sta suscitando maggiori interessi, incluso nel campo ecosocialista[21]. Una tecnologia migliaia di volte più efficace degli alberi nella cattura CO2 tramite strisce di plastica rivestite da resina a scambio anionico. La CO2 viene quindi lavata via con acqua e successivamente immagazzinata come gas puro[22]. L’immagazzinamento mostra le stesse problematiche della beccs, poiché stoccare CO2 in cavità sotterranee non assicura che essa non ritorni in atmosfera in forma graduale o repentina, e per questa ragione sono stati pensati usi alternativi dagli autodefinitisi air miners per la commercializzazione di prodotti[23]. Questa logica di mercato si giustifica attraverso l’idea di generare un’economia circolare della CO2, la cui doxa dei suoi businessman è che la gestione del carbonio sia diversa dalla sua eliminazione[24]. Tuttavia, nel 2016 in Islanda, un esperimento in cui si mischiava anidride carbonica e idrogeno solforato per essere poi pompato in formazioni rocciose sotterranee di basalto (una roccia molto comune sulla crosta terrestre) ha dato come risultato che, in soli due anni e contro le aspettative dei geologi, la CO2 nella miscela è precipitata formando una roccia carbonatica simile al calcare. Ciò consente dunque di intrappolare in via definitiva la CO2 atmosferica e fortunatamente il processo funziona anche con acqua salata[25].

Malm segnala che nell’idea del suo stesso inventore, Klaus Lackner, questa tecnologia dovrebbe gestire l’atmosfera con la stessa logica con cui vengono trattate le acque reflue contaminate, collocando il dac come tecnologia nel mercato dei “servizi ecosistemici”[26]. La concezione ideologica di questa tecnologia è dunque quella di consentire la continua combustione di energia fossile. Esistono poi altre problematiche legata al funzionamento in scala di questa tecnologia, poiché secondo Parenti, per rimuovere l’attuale produzione annua di 4 miliardi di tonnellate di carbonio in atmosfera, ai costi attuali si necessiterebbe di una spesa di 24.000 miliardi di dollari, pari al 133% del Pil statunitense, al massimo ridotto alla metà quando il processo sarà a regime[27]. Nonostante questo, Malm ritiene che non vada scartata l’ipotesi di socializzare questa tecnologia per adoperarla all’interno di un piano di transizione a fonti energetiche rinnovabili allo scopo di rientrare nella soglia delle 350 ppm di CO2 in atmosfera. Una parte della sinistra ecologista allergica all’impiego delle geoingegnerie obietta che ogni tecnologia non è innocente ed è inscindibilmente legata agli scopi per cui è stata concepita, e pertanto il dac sarebbe inseparabile dalle proprie radici capitalistiche. Secondo Malm e Carton questa obiezione sarebbe priva di senso, poiché allora la stessa considerazione varrebbe anche per l’uso di energie rinnovabili, concepite come un’integrazione del capitalismo fossile e non come una loro sostituzione[28]. La questione centrale rimane dunque quella di osare, sperimentare e non scartare nessuna opzione, poiché tale atteggiamento rischierebbe di essere “un lusso estetico” che non possiamo permetterci. Tecnologie come il dac sono strumenti il cui uso deve essere discusso all’interno di un piano complessivo che voglia trasformare i rapporti di produzione e superare l’economia fossile.

 

 

[1]                 Malm, Long Waves of Fossil Development, Periodizing Energy and Capital,

in B. R. Bellamy, J. Diamanti (a cura di), Materialism and the Critique of Energy, MCM’ Publishing, Chicago 2018, pp.161.196.

[2]      In particolar modo Malm prende in considerazione tanto il dibattito marxista fra Kondratieff, Trotsky e Mandel, quanto le interpretazioni neoschumpeteriane di Carlota Perez. Per approfondire: Richard B. Day, The Theory of the Long Cycle: Kondratiev, Trotsky, Mandel, in “New Left Review”, xcix, 1, 1976, pp. 67-82. Carlota Perez, Technological Revolutions and Financial Capital: The Dynamics of Bubbles and Golden Ages, Edward Elgar, Cheltenham 2002.

[3]      Malm, Long Waves of Fossil Development, cit., pp. 162-163.

[4]      Ivi, p. 168.

[5]                 Per Malm fa eccezione la quinta onda, con il passaggio ai computer, che non sono motori primari, dove tuttavia le emissioni sono comunque esplose proprio perché i computer consentono la dislocazione globale della produzione per combattere le resistenze nel cuore dei paesi capitalisti. L’aver utilizzato la Cina come fabbrica del mondo ha portato anche a un’esplosione delle concentrazioni d’anidride carbonica in atmosfera. Ivi, pp. 179-181. Andreas Malm, Fossil Capital, The Rise of Steam Power and the Roots of Global Warming, Verso, London-New York, 2016, pp. 327-366.

[6]      Malm, Long Waves of Fossil Development, cit., pp. 171-176.

[7]      Ivi, p. 182.

[8]      Ivi, pp. 185-186.

[9]           Malm, L’anthropocène contre l’histoire. Le réchauffement climatique à l’ère du capital, trad. fr. di E. Dobenesque, La fabrique, Paris, 2017, pp. 204-207.

[10]     Cfr. Andreas Malm, How to blow up a Pipeline: Learning to Fight in a World on Fire, Verso, London-New York 2021.

[11]     Andreas Malm, Planning the Planet: Geoengineering Our Way Out of and Back in to a Planned Economy, in J. P. Sapinski, Holly J. Buck, Andreas Malm (a cura di), Has it Come to This? The Promises and Perils of Geoengineering on the Brink, Rutgers University Press, New Brunswick 2021, pp. 143-62, p. 158.

[12]     Burkett a tal proposito discute del possibile equilibrio tra rivoluzione e principio di precauzione. Paul Burkett, On Eco-Revolutionary Prudence: Capitalism, Communism, and the Precautionary Principle, in “Socialism and Democracy”, xxx, 2, 2016, pp. 73-96.

[13]     Malm, Planning the Planet, cit., p. 130.

[14]     Ivi, pp. 148-152.

[15]           Andreas Malm, Wim Carton, Seize the Means of Carbon Removal: The Political Economy of Direct Air Capture, in “Historical Materialism”, 29, 1, 2021, pp. 5-6.

[16]     Ivi, p. 4.

[17]     Per un approfondimento da una prospettiva critica dalla quale Malm contribuisce e attinge a piene mani si veda J. P. Sapinski, Holly J. Buck, Andreas Malm (a cura di), Has it Come to This? The Promises and Perils of Geoengineering on the Brink, Rutgers University Press, New Brunswick 2021. Holly Jean Buck, After Geoengineering: Climate tragedy, Rapair, and Restoration, Verso, London-New York 2019.

[18]     Malm, Planning the Planet, cit., pp.148-152.

[19]     Ivi, pp. 152-155.

[20]           Ivi, p. 155. In un certo senso qui possiamo vedere una vicinanza con le supposizioni di O’Connor sulla teoria della seconda contraddizione, per la quale le crisi ecologiche per essere superate portano a ristrutturazioni dell’apparato produttivo in forme più socializzate. Cfr. James O’Connor, La seconda contraddizione del capitalismo, trad. it. di G. Roggero, Prefazione di Jacopo Nicola Bergamo ed Emanuele Leonardi, ombre corte, Verona 2021.

[21]     Christian Parenti, A Left Defense of Carbon Dioxide Removal: The State Must Be Forced to Deploy Civilization-Saving Technology, in Sapinski, Buck, Malm (a cura di), Has it Come to This?, cit., pp. 130-142.

[22]     Ivi, p. 132.

[23]     Gli Air Miners, sono startup, ricercatori e inventori che stanno sviluppando la commercializzazione di merci contenenti o a partire CO2. Ad oggi sono molteplici i prodotti elaborati, tra queste materassi, carni, combustibili per jet e materiali da costruzione. Malm, Carton, Seize the means of Carbon Removal, cit., p. 17 e 20.

[24]     Logica che attrae interessi e investimenti anche da parte di aziende direttamente coinvolte nel capitalismo fossile. Ivi, p. 22 e ss.. Per una lettura critica del concetto di economia circolare si veda Andrea Genovese, Mario Pansera, The Circular Economy at a Crossroads: Technocratic Eco-Modernism or Convivial Technology for Social Revolution?, in “Capitalism Nature Socialism”, xxxii, 2, 2021, pp. 95-113.

[25]     Parenti, A Left Defense of Carbon Dioxide Removal, cit., p. 132. Per maggiori informazioni si veda anche il sito dell’impresa che gestisce l’impianto Orca in Islanda di cui si è parlato. https://climeworks.com/ (ultimo accesso 25.8.2021).

[26]     Malm e Carton, Seize the means of Carbon Removal, cit., p. 26.

[27]     Parenti, A Left Defense of Carbon Dioxide Removal, cit., p. 134.

[28]     Malm e Carton, Seize the means of Carbon Removal, cit., p. 34.

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