di Daniele Giglioli

 

[Esce in questi giorni per il Saggiatore una nuova edizione dei due interventi più importanti di Émile Zola nell’affaire Dreyfus: J’Accuse…! e la Dichiarazione alla Corte. Il volume, curato e tradotto da Pierluigi Pellini, comprende due saggi: uno di Pellini, che precisa la specificità storica del gesto di Zola nella longue durée (da Voltaire a oggi) dei rapporti fra uomini di cultura e potere; e uno di Daniele Giglioli, che prende spunto da un romanzo di Philip Roth, La macchia umana, per impostare una genealogia e una critica dell’accusa nella nostra contemporaneità. Per gentile concessione dell’autore e dell’editore, pubblichiamo le prime pagine (alleggerite delle note) del saggio di Giglioli].

 

Cent’anni dopo J’Accuse… o giù di lì, Hans Magnus Enzensberger scriveva, mentre nella ex Jugoslavia infuriava la carneficina: «Ogni vagone della metropolitana è ormai una Bosnia in miniatura». Non era vero, naturalmente, almeno non dal punto di vista empirico. Gli intellettuali esagerano sempre. Glielo concediamo perché è costume e poi perché non contano più nulla. O magari, da una prospettiva giusto un po’ meno filistea, perché nel loro estremismo ci fanno intravedere il cristallo, la struttura atomica di un fenomeno colto alla sua radice ma raramente, grazie a dio, reperibile nella sua effettualità concreta per le strade.

 

Guerre civili, dal 1945, le liberal-democrazie in cui inscriviamo pur con qualche punta di disagio il nostro titubante «noi», non ne hanno fatte più. Il che non esclude brontolii, malesseri, intolleranze, qualche incidente, qualche tafferuglio, magari anche dei morti, ma niente di peggio. Nello studio che fa da spina dorsale a questo volume, Pierluigi Pellini ha mostrato come fossero tutt’altro che infondati i timori di una guerra civile nella Francia dell’affaire Dreyfus. C’era ben più che un mero tintinnare di sciabole. I veleni distillati a quel tempo hanno dato un contributo non secondario alle due guerre mondiali con cui l’Europa si è autodistrutta, cedendo, definitivamente e forse, chissà, nemmeno controvoglia, lo scettro ad altri centri di potere. Non ci pronunceremo qui, per manifesta incompetenza, su quanto il concetto di «guerra civile mondiale», sostenuto da autori di orientamento diversissimo come Carl Schmitt e Hannah Arendt, possa reggere sotto il suo stesso peso. Ma che cittadini di tante nazioni si siano ferocemente trucidati tra di loro è storia nota. Combatteremo fratelli contro fratelli, recitava il Bando Graziani, con una schiettezza da «grido del cuore» che colpì la genialità aforistica di Umberto Saba.

 

Dopo di che, non è necessario ripercorrere l’intera storia dal ’45 a oggi per asserire che la situazione è radicalmente mutata. Anche la tesi che vede nelle varie lotte armate post ’68, europee e americane, almeno l’incunabulo di una guerra civile, non regge a un’analisi accurata. La guerra civile non è più all’ordine del giorno. E non solo in Europa ma tutto sommato nemmeno negli Stati Uniti, come dimostra quanto folkloristico sia stato il tentativo di invadere Capitol Hill da parte dei seguaci di Donald Trump. Ne rimangono strascichi, questo sì, di due diverse specie. Uno è la trivializzazione che ne fa il linguaggio mediatico, dove si parla spesso di scene di «vera e propria» guerra civile e dove però la coppia di aggettivi sclerotizzati è il miglior indice del fatto che non si sta dicendo sul serio. L’altra è la congettura, da parte di molti studiosi e intellettuali, che si tratti di un fenomeno non ancora abbastanza messo a fuoco e che, per quanto non visibile, perdura. Una corrente tellurica? Una febbre mal curata? Un timore che forse nasconde un desiderio, ovviamente censurato, e ci mancherebbe altro?

 

Ora: si è fatto sicuramente prendere la mano Michel Foucault nel suo corso al Collège de France del 1972-73, La società punitiva, quando si è spinto a dire che la guerra civile «è la condizione permanente a partire dalla quale si possono e si debbono comprendere un certo numero di tattiche di lotta, tra cui la penalità è appunto un esempio privilegiato. La guerra civile è la matrice di tutte le lotte di potere, di tutte le strategie di potere, e, di conseguenza, an- che la matrice di tutte le lotte intorno e contro il potere». Per non parlare dell’ancora più avventurosa tesi enunciata nel corso del 1976, Bisogna difendere la società, quando, in odio al concetto di sovranità elaborato dal razionalismo politico moderno, Hobbes in primis, ha potuto scrivere che, a lume di una più penetrante contro-storia, «la guerra che travaglia la nostra società e la divide in modo binario è in fondo la guerra delle razze». E lo stesso si può sostenere, spiace dirlo oggi che tutti lo trattano come un rimbambito invece che come l’autore che ha offerto forse il più importante contributo alla filosofia italiana degli ultimi trent’anni, anche del Giorgio Agamben di Stasis (dal greco antico «separazione in parti», conflitto esistenziale rivolto all’interno e non all’esterno della polis, assurto secondo Agamben a paradigma della gestione non di ultima ma di prima istanza dell’energia politica – di sempre? della modernità? contemporanea? È noto quanto poco Agamben abbia in favore la pratica della distinzione).

 

Fin qui il buon senso, o il senso comune, o quanto meno la constatazione che in «Occidente» le condizioni necessarie perché si possa parlare legittimamente di guerra civile – ovvero l’inimicizia che si fa assoluta, l’emergere del vuoto di ordine insito in ogni ordine costituito e da cui scaturisce come un’eruzione il potere costituente, come nell’Italia tra l’8 settembre 1943 e l’avvio dei lavori della Consulta – non si siano più mostrate in tutta la loro tremenda violenza distruttiva e rinnovatrice. Non ogni violenza è costituente, e lo diventa o non lo diventa solo grazie all’avallo concesso o negato da quelle che Marx chiamava le «dure repliche della storia». Per esserlo deve riuscire. Dopo di che i morti restano tali e gli odi possono essere acuminati quanto vogliono, ma la guerra civile è un’altra cosa. Per una controprova, rivolgersi a coloro che stanno fuori dal cerchio di quella che gli studiosi di geopolitica della rivista Limes chiamano con smagato realismo, e forse una punta di cinismo macho, Ordolandia. In Caoslandia – Terzo Mondo, periferie del pianeta, stati falliti o comunque li si voglia chiamare – guerre civili ce n’è per tutti i gusti. Ci riguardano, si affacciano sempre di più alle nostre porte, sono embricate con la grande politica che ne fa delle proxy wars attraverso cui possono scornarsi indirettamente potenze mondiali e regionali. Ma non sin verificano «qui», e le vediamo soltanto attraverso filtri e incorniciature mediatiche dettate da un’agenda che di so- lito non permette elaborazioni intellettuali più complesse di «che peccato», «che crudeltà», «e i bambini?» (ma an- che: «non scapperanno mica da noi?»).

 

Tutto giusto, tutto ragionevole. E tuttavia, quando lamentano che la guerra civile è uno spettro che ancora aduggia e infesta la coscienza collettiva, Foucault e Agamben, David Armitage e Alessandro Colombo e molti altri hanno ragione da vendere. Non solo perché – basta per questo un minimo di conoscenza della storia – il concetto stesso di stato moderno è nato come tentativo di neutralizzare le guerre civili di religione che hanno fatto seguito alla riforma protestante, e non c’è comunque compagine statuale che non sia scaturita da un’eruzione di potere costituente, di solito una rivoluzione. Ma perché questa spettralizzazione – di cui sono sintomi i dubbi di filosofi e studiosi, la crescente disaffezione che i corpi politici delle società contemporanee nutrono nei confronti dei loro vincoli di appartenenza, per tacere dei cosiddetti e mal denominati sovranismi e populismi e del rinascere del nazionalismo dopo il tramonto della breve e ingannevole stagione in cui imperava l’ideologia della globalizzazione – è il risvolto mal simbolizzato del fatto che legame e dis-legame, se ci si perdona il brutto neologismo, sono un’endiadi necessaria in stato di perenne latenza, una possibilità sempre in sospeso. Metà euforica: la «comunità che viene» di Agamben o di Jean-Luc Nancy. Metà angosciata: le inquietudini di comunitaristi per bene come Charles Taylor, che non si appagano della mera legittimazione secondo procedura, copyright Max Weber, e di razionalisti giuridici come Rawls e Habermas. Una possibilità che non trovando modo di passare all’atto nella realtà spadroneggia attraverso sfoghi opportunistici, non solo immaginari, anche se in sostanza è sempre in effigie e mai nell’effettualità con verosimiglianza di riuscita che si esercitano.

 

Ne sono spia, alla rinfusa e senza alcuna pretesa di completezza:

 

– le tragicomiche «guerre culturali», gli scontri di civiltà, i politicamente corretti (ce n’è sempre più d’uno, guai a dimenticarlo), da ultimo la cosiddetta cancel culture e l’ideologia woke, curiosamente più desiderati e quasi invocati che realmente temuti da una destra europea dedita a un frenetico cherry picking di episodi in cui si manifestano i malesseri statunitensi. In un contesto, cioè, nel quale se le soluzioni possono apparirci farsesche, i problemi non sono per questo meno seri. Con una netta opzione per la copertura scandalistica degli aneddoti più freak, a surrogato, si direbbe, della frustrazione di non vedersi sfilare sotto casa i propri nemici belli prosperi e aggressivi. Il comunismo, riconosciamogli almeno questo, come spauracchio era tutta un’altra cosa. Profilassi, nel migliore dei casi: sai mai che vengano a chiederci conto dei nostri privilegi, il che è pur sempre una preoccupazione razionale, per quanto meschina. Coagulo opportunistico di apprensione fidelizzante offerto a un ceto medio moderato che di moderato e di medio ha sempre meno. Desiderio represso, nell’interpretazione più sinistra;

 

– il riduzionismo di cui danno prova certi versanti delle sinistre più legate alla tradizione marxista: falsi problemi, diversivi per non vedere l’unica cosa che davvero conta e che difatti quasi nessuno più si azzarda a nominare, il conflitto di classe;

 

– il pasticciato «intersezionalismo» con cui si tenta di dimostrare che classe, razza, sesso, genere, Madreterra e dio sa cos’altro possono benissimo marciare uniti, senza che ci venga mai mostrato come;

 

– l’inquietudine genealogica, tutt’altro che infondata, circa il fatto che il secolarismo moderno non è stato in ultima istanza che una violenza uguale e contraria al confessionalismo. Prega come ti dice il principe, e in prospettiva, se porti un po’ pazienza, come ti pare, ma non azzardarti mai più a tirarti dietro questa roba quando fai politica, che ha già i suoi problemi. Violenza vittoriosa solo perché dimostratasi più utile a restare in vita – pena lo «stato di natura», finzione euristica con cui Hobbes non intendeva designare selvaggi che si spaccano la testa a bastonate, ma fazioni religiose che organizzano massacri su vasta scala – e priva dunque di alcun blasone valoriale da esibire che non sia l’efficacia della sua razionalità strumentale.

 

Non è questo il luogo per avanzare prognosi storiche, ed è sempre saggio sospendere il giudizio sul ruolo di Tyche, un termine con cui gli antichi designavano la fortuna capricciosa, e non lo svolgimento di una connessione logica nelle vicende umane. Chissà in che modo disporrà di noi il caso a venire. Ma nel linguaggio niente accade per caso. Spettralizzata come un trapassato ingombrante, la guerra civile si è trasformata in paradigma non benché ma proprio perché non ha più adito ai territori della verità effettuale. Anche il vederla come un disforico cambio della guardia del concetto di rivoluzione – di cui ogni modernità che si rispetti non può che riconoscersi figlia e orfana, e che però è ormai appannaggio soltanto di pubblicitari e spin doctors, o di qualche pulpito universitario – è altamente riduttivo. Ciò che il sintagma dice non è più ciò che diceva. Cionondimeno, poiché insiste, dietro di esso non può che trovarsi un voler dire, il bisogno di dar forma e voce a qualcosa che non riesce ad appagarsi tramite espressioni di minore intensità emotiva. Da sempre, ciò che non si può dire si esprime per traslato, figura retorica o trasposizione storica, se a dispetto della censura o grazie invece ai suoi buoni uffici è questione a tutt’oggi dibattuta. I classici latini più in voga al tempo delle guerre civili di religione furono il Sallustio della Congiura di Catilina e il Lucano di Farsaglia. Che non mettevano affatto in scena ciò che andava succedendo, eppure davano alimento tematico e linguistico alle opere, per esempio, della grande drammaturgia elisabettiana, dal Massacro di Parigi di Marlowe, passando per lo Shakespeare romano, fino al fortunatissimo Catilina di Ben Jonson, per non parlare del giovane Hobbes traduttore di Tucidide. L’analogia penalizza sempre il diverso per il simile. Ma quando è ben riuscita, conferisce anima e corpo a ciò che è attuale quasi sempre meglio della rappresentazione diretta.

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