di Massimo Fusillo

[Presentiamo alcune pagine del nuovo libro di Massimo Fusillo, Feticci, appena uscito dal Mulino. Si tratta di un’opera che presenta almeno tre motivi di grande interesse.

In primo luogo il libro costituisce un originale studio monografico sul rapporto tra feticismo e creatività artistica: attraversando in lungo e in largo il sistema delle arti occidentali, da Apollonio Rodio a Jeff Koons, l’autore prende in esame numerosi esempi di oggetti caricati di  specifici valori simbolici, allegorici o emotivi, ed esplora il significato e la forma di questo investimento. La trasformazione in feticcio di un oggetto materiale – non importa se povero o prezioso, ordinario o stravagante – viene sottratta al campo della perversione individuale o all’esperienza sociale dell’inautentico e ricondotta a un processo creativo che ha molto in comune con quello dell’arte in genere – abituata, come il feticismo stesso, a condensare in porzioni discrete di realtà una ricca stratificazione di sensi e soprasensi; cioè a lavorare sul dettaglio, a stipare l’infinito in un frammento, a rendere privato l’assoluto.

Non solo. Se da sempre le opere d’arte coltivano l’ambizione di racchiudere l’universale nel particolare, in epoca moderna e postmoderna la faccenda si complica per almeno due ragioni. Da un lato la rivoluzione industriale, la produzione seriale di merci, il contagio consumistico contribuiscono a rendere il feticismo una patologia emergente – al tempo stesso una perversione alla moda e una materia di studio dai rivolti sociologici e filosofici significativi (al cui fascino non potranno sottrarsi né Marx né Freud); dall’altro l’arte contemporanea smette di limitarsi a rappresentare oggetti concreti, ma comincia a usarli direttamente, nella loro bruta materialità, musealizzandoli e intensificandoli. Feticci tiene in gran conto il divenire storico del feticismo nell’arte, organizzando il proprio materiale all’interno di capitoli che se restano legati a un taglio tematico – l’oggetto di seduzione, l’oggetto memoriale, l’oggetto magico, eccetera – sono di fatto disposti secondo un ordine in gran parte cronologico.

Tuttavia Feticci non è solo un esempio brillante e aggiornato di critica tematica contemporanea; il libro coltiva l’ambizione più grande di proporsi come esempio di una nuova saggistica, a metà tra filologia e studi culturali, rigorosa certo ma ‘fluida’ e transmediale – agilissima nel muoversi dalla letteratura al cinema, dalla pittura tradizionale alle installazioni contemporanee, non senza qualche rapida puntata nel mondo della musica e del teatro musicale. Ideologicamente questo tipo di critica punta alla costruzione di un sapere non solo enciclopedico, ma anche antigerarchico (e antimetafisico); metodologicamente afferma la ricerca di una campionatura non solo accurata, ma anche vivace e seducente. Mentre la stilcritica e lo strutturalismo indugiavano sul particolare per raffigurare un intero, qui prevale il gusto della galleria e del catalogo, e il dettaglio prezioso vale quanto o più dell’insieme – in piena omologia con l’enfasi collezionistica e accumulatoria tipica della creatività feticista. Più che a Mimesis – peraltro citato – Feticci somiglia in questo a Lezioni americane, di cui condivide la rapidità, la leggibilità a volte glamour e il gusto postmoderno per “uno storicismo onnivoro e libidico” (Ceserani).

Infine un terzo aspetto del saggio, il meno in luce e insieme il più intrigante, perché il più ricco di Spirito del Tempo. «Studiare feticci può avere un valore catartico: lo ha avuto per chi scrive, mi auguro che possa averlo anche per chi legge», scrive l’autore nella Premessa a Feticci. Questo suo libro sulla messa in forma di una perversione vuole anche e forse soprattutto a dimostrare che le perversioni non esistono più. Il feticismo, afferma l’autore, è in tutti noi; non solo non è un nemico da combattere, come ritenevano i vecchi maestri del sospetto, ma anzi può diventare una compensazione terapeutica («quella stessa affidata da sempre alla letteratura»), un modo di relazione, una molla conoscitiva. La storia della creatività feticista oscilla tra una tendenza, spiritualistica e arcaica, ad animare l’inanimato, e una, di segno opposto e più contemporanea, a ‘cosificare’ ciò che è umano: il saggio non solo le descrive entrambe, ma ci induce surrettiziamente a preferire la seconda, e a non farne un dramma. Dagli studi culturali, dalle teorie femministe, dalle ricerche sulla visualità e dalla critica queer Fusillo importa soprattutto la temperie antitragica e antiapocalittica, il rispetto per il consumo, lo scetticismo verso l’umanesimo. Dall’estetica feticista stessa, e soprattutto dai suoi aspetti più teatrali e rituali, l’autore deduce l’ipotesi di una ‘reificazione buona’, postmoderna e senza angoscia, opposta alla cattiva infinità del modernismo: una drammaturgia trasfigurata dall’arte e filtrata dal gioco e dal buon senso, che ci liberi dalla vecchia pretesa umanistica di accedere a una qualche forma di pienezza, e che ci lasci finalmente in pace con noi stessi.

La teoria letteraria e forse la letteratura stessa, nei loro principali sviluppi otto-novecenteschi,  si sono comportate da nevrotiche: prendendosi sul serio, colpevolizzando il lettore, imponendogli e imponendosi rinunce, selezioni, sfide ardue. Questa nuovo saggismo polimorfico impara dalla perversione feticistica a porsi come ‘negativo’ della nevrosi: a decantare le proprie ossessioni, a usarle come gioco, a non farcisi male. (gs)]

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Un portasigari, un paio di guanti neri, un bicchiere con incise le iniziali del padrone, una sputacchiera d’argento, una gomma friabile, un astrolabio, un ventaglio, un paio di orecchini (anzi due), un manichino per appendere gli abiti, una vecchia pistola, una palla da baseball, una palla con le giunture d’oro… Saranno questi i protagonisti di questo saggio, elencati per ora in modo volutamente caotico e incompleto: piccole cose, oggetti quotidiani, che nella tradizione letteraria sono sempre stati relegati sullo sfondo, e che oggi, in un’epoca in cui la loro pervasività nel quotidiano aumenta vertiginosamente, sono diventati argomento di filosofia e antropologia. Forse per reazione ai grandi sistemi che hanno dominato nel Novecento, o forse per la ricerca di un nuovo sapere, ibrido e antigerarchico.

Non ci occuperemo però di tutti i tipi di oggetto, indiscriminatamente. Ma solo di quelli che vengono investiti di valori simbolici, affettivi, emotivi: di quelli che diventano insomma feticci. Bisogna chiarire innanzitutto che questo termine non verrà mai usato nel nostro percorso con quelle connotazioni negative ancora abbastanza diffuse, tanto nella teoria quanto nel linguaggio quotidiano. Anzi, è interessante partire da qualche considerazione sul perché si sia giunti a una simile accezione. Il feticismo è un concetto chiave della modernità: scaturito dall’esperienza colonialista in Africa, viene utilizzato all’inizio per descrivere pratiche religiose incomprensibili, come l’adorazione di oggetti in pietra e in legno, e per bollare come selvaggi usi che appaiono politeistici e pagani. Ben presto però il termine si sposta in Occidente, all’inizio restando ancora in ambito religioso (cos’altro sono le reliquie dei santi, se non autentici feticci?); poi, in mano a due grande maestri della modernità come Marx e Freud, diventa una chiave per leggere lo straniero che è in noi: il feticismo della merce si configura  così come uno dei meccanismi chiave dell’economia capitalistica, mentre nella psicanalisi la perversione feticista assume un ruolo sempre più centrale. In comune fra questi approcci (antropologico, marxista, psicanalitico) vi è l’idea dell’inautentico: il feticcio sarebbe qualcosa che si adora ma non si dovrebbe, il sostituto simbolico di una pienezza originaria perduta per sempre, il residuo di credenze arcaiche superate; allo stesso modo il feticismo sarebbe l’attrazione eccessiva per la materia inanimata. Molte di queste connotazioni – inautenticità, artificiosità, contraffazione – sono presenti ancor oggi, come si diceva, nel linguaggio comune, e in alcuni pensatori apocalittici: per Pasolini, ad esempio, bisogna amare le cose, non i feticci.

Per fortuna negli ultimi tempi alcune esperienze hanno contribuito a superare questa prospettiva così limitante. Gli studi culturali, le teorie femministe, le ricerche sulla visualità (in particolare cinema, fotografia, moda), la critica queer hanno mostrato come il feticismo sia un fenomeno pervasivo nella nostra cultura, non una perversione individuale maschile o una semplice ossessione consumistica (d’altronde la teoria recente non vede più nel consumo il male assoluto, ma una pratica sociale che può essere gestita in mille modi). Alla fine del suo lungo itinerario teorico, che dialoga con innumerevoli pensatori (Stekel, Warburg, Latour), ma non disdegna fenomeni politici come lo stalinismo e sottoculture significative come il drag o il bdsm, il filosofo tedesco Hartmut Böhme (2006) giunge alla conclusione che il feticismo non è più un nemico da esorcizzare, ingabbiandolo in definizioni che ne colgano l’essenza; è qualcosa che è in noi tutti e che ci sfida a ardue analisi culturali.

Questo libro si pone nella scia appena delineata, ma senza occuparsi, se non tangenzialmente, di questioni culturali; ci occuperemo invece di letteratura e altre arti, innanzitutto perché è un ambito abbastanza trascurato dagli studi recenti sul feticismo. In secondo luogo perché il confronto fra i vari linguaggi artistici è oggi uno dei campi più fecondi per la comparatistica, e per una critica letteraria che non si voglia arroccare in una sterile difesa della tradizione umanistica, e si voglia invece aprire alla contaminazione con l’immaginario contemporaneo, sempre più polimorfico. Ma il motivo più importante di questa scelta si è profilato gradualmente nel corso della ricerca: è il legame profondo che sussiste tra feticismo e creatività artistica. È un concetto già abbastanza implicito nella posizione di Freud, che riteneva il feticismo frutto di una negazione ambivalente della realtà (“so che le cose stanno così, eppure….”: Mannoni 1969), controbilanciata da una sostituzione simbolica: quindi da quella creazione di mondi alternativi che è da sempre una delle funzioni precipue dell’arte. Non a caso incontreremo moltissime storie in cui fantasie, sogni, visioni, ossessioni tendono a fagocitare la realtà, inventando universi paralleli: dalle Affinità elettive a Madame Bovary, da Oggetti solidi di Virginia Woolf a Il museo dell’innocenza di Pamuk. Inoltre Freud considerava il feticista sicuramente più appagato del nevrotico, perché capace di decantare le proprie ossessioni: ed anche questa è chiaramente un caratteristica creativa. Ma ancor prima di Freud, e con più nettezza, una figura chiave del positivismo, Auguste Comte, aveva celebrato il feticismo come una fase fondamentale della storia umana, e nello stesso tempo come una componente importante anche del presente, corrispondente più o meno all’immaginazione. Comte arrivò perciò, alla fine della sua carriera, a proporre un neo-feticismo, che si proiettava infatti su un’epoca particolarmente ricca di oggetti-feticcio, come l’estetismo e il passaggio fra Ottocento e Novecento, e che potrebbe suonare interessante anche oggi nella nostra contemporaneità.

Il feticismo lavora sempre sul dettaglio: lo valorizza, lo infinitizza, fa entrare nel suo microcosmo un intero macrocosmo di passioni e narrazioni; tutti procedimenti che hanno molto in comune con la scrittura letteraria e con la creatività artistica. Nell’ambito del nostro percorso questo meccanismo di base si concretizza in due spinte contrastanti: da un lato gli scrittori e gli artisti di cui ci occuperemo utilizzano oggetti-feticcio per proiettarvi sopra valori simbolici ed emotivi, e quindi per animare il mondo inanimato delle cose: una tendenza che ha caratterizzato da sempre l’universo del fantastico, e che corrisponde a uno strato arcaico ed infantile della psiche, quello che Freud fa rientrare nella categoria del perturbante. Dall’altra parte gli oggetti-feticcio sono ripresi nella letteratura e nell’arte per un’attrazione spiccata verso la materia bruta, inanimata, inorganica, che ha anch’essa radici antropologiche molto forti (ne ha parlato Marc Augé), ma che trova l’espressione più netta nel pieno Novecento. Sarebbe facile vedere in queste due spinte contrastanti una polarità primaria fra una pulsione di vita e una pulsione di morte: tra la trasfigurazione fiabesca e l’ossessione funebre; ed in effetti in parte è così. Ma le due componenti si intrecciano continuamente fra di loro, rendendo sempre ambigue e pregnanti le opere sull’oggetto-feticcio. Anche nelle varie storie che raccontano clausure, rifiuto del mondo esterno e della vita sociale, collezionismo patologico (ne incontreremo più d’una), e che hanno dunque una forte componente autodistruttiva, si percepisce sempre un forte slancio creativo. Lo sguardo feticista sa trasfigurare la malinconia in euforia, come avviene nelle installazioni più riuscite di Christian Boltanski.

Il dettaglio, lo sguardo, l’immaginazione: finora abbiamo usato molte espressioni di natura visiva. Il feticismo è infatti un fenomeno strettamente legato alla visualità, e che praticamente impone il confronto con le altre arti. Forse il difetto maggiore del grande capolavoro di critica tematica di Francesco Orlando (1993) sugli oggetti desueti (un tema speculare rispetto al nostro) è proprio l’aver escluso totalmente l’arte contemporanea, in cui l’antifunzionalismo è invece una presenza ossessiva. Non abbiamo mirato certo a un quadro sistematico dell’oggetto-feticcio in tutte le arti, anche perché esse hanno ritmi e configurazioni differenti. Si è cercato invece di trovare parallelismi e punti di contatto per ogni tipologia affrontata, in particolare nel cinema, linguaggio feticista per eccellenza, dato che procede per tagli e dettagli, e nell’arte contemporanea, che radicalizza molti tratti della rappresentazione letteraria dell’oggetto. In fondo buona parte del Novecento scaturisce dal gesto geniale di Marcel Duchamp, che esponendo il celebre orinatoio ha messo a nudo il procedimento di base dell’arte, che può trasformare in prodotto artistico qualsiasi oggetto prescelto, feticizzandolo nell’esposizione museale. Da allora in poi, l’arte contemporanea non ha più rappresentato oggetti, ma li ha direttamente usati, presentandoli nella loro nuda materialità, e superando spesso la logica dadaista di Duchamp in favore di soluzioni esteticamente complesse (Vovelle – Assenmaker – Soutif 1999); ed è da questo immenso repertorio che abbiamo cercato di attingere, un repertorio in piena fioritura, anche se dal movimento concettuale in poi, e soprattutto con le tendenze relazionali, l’arte contemporanea sta prendendo una direzione sempre più immateriale.

Immesso in un ambiente totalizzante, erede dell’utopia wagneriana di sintesi fra le arti, lo spettatore delle istallazioni di arte contemporanea acquisisce un rapporto più intenso e rituale con gli oggetti; lo stesso rapporto a cui oggi tende il design, un’arte “minore” che ha sempre avuto un legame stretto con la quotidianità, e che tende sempre più a staccarsi dal funzionalismo modernista in favore di una dimensione magica e opaca (La Rocca 2010; De Marino 2011). Se si visita il bel Museo delle cose di Berlino (Museum der Dinge), che pure nasce da un progetto funzionalista secondo cui gli oggetti dovrebbero essere puri servitori delle persone, si ha subito un’impressione opposta: grazie alla seduzione dell’allestimento una dimensione feticistica e animistica si insinua nel visitatore, e incrina le differenze fra buon gusto e cattivo gusto, su cui si basa l’itinerario, come accade sistematicamente nell’estetica camp. Molti dei testi letterari di cui ci occuperemo tendono ad evocare, attraverso descrizioni ed enumerazioni più o meno caotiche, spazi simili, in cui l’oggetto non è più un semplice sfondo, ma un interlocutore privilegiato del corpo e dell’emozione.

Forse per una benefica contaminazione con l’oggetto di studio, i percorsi in cui si articola questo saggio non vogliono essere né esaustivi né sistematici; dietro c’è ovviamente una scelta metodologica a favore di modelli fluidi. Teoria e storia vi si intrecciano di continuo: seguono certo un andamento cronologico, che dopo una messa a fuoco teorica parte da un paio di archetipi antichi e medievali per concentrarsi poi essenzialmente sulla piena modernità, sull’epoca in cui il concetto di feticismo è stato codificato ed è diventato, grazie alla rivoluzione industriale, un fenomeno chiave, e poi sulla svolta fondamentale rappresentata da Flaubert, e su alcuni movimenti significativi come estetismo, modernismo, postmodernismo. Ma ognuno dei percorsi trascende la sua collocazione storica, per proiettarsi verso altre epoche e verso la contemporaneità: si trasforma infatti in una tipologia di oggetto-feticcio, in cui il lettore potrà aggiungere innumerevoli altri esempi dalla propria esperienza, e che si incrocia spesso con le altre tipologie parallele.

Il nesso tra feticismo e scrittura letteraria vale in generale, ma vale soprattutto per un certo tipo di letteratura. Senza voler delineare un manifesto programmatico, possiamo dire che la letteratura sugli oggetti-feticcio è legata a un sapere antigerarchico, che privilegia contaminazione, eterogeneità, casualità, e che si incontra spesso felicemente con la teoria femminista del dettaglio o con il pensiero della traccia di Glissant. Superare una concezione negativa e riduttiva del feticismo può significare liberarsi da quella metafisica dell’originario che ha per secoli caratterizzato la cultura occidentale, ed è spesso degenerata in un atteggiamento apocalittico, capace solo di lamentare l’inferiorità dei tempi presenti (una posizione vecchia quanto Esiodo), inibendosene ogni comprensione. Secondo questa metafisica tutti i prodotti secondari (romanzo, riscritture, parodie) sono sempre un decadimento, una degradazione (un feticcio!) di un’origine troppo mitizzata.

La cultura postmoderna e l’estetica camp hanno da tempo  incrinato l’opposizione fra originale e copia, alto e basso, autentico e inautentico: lo studio sul feticismo può dare un contributo in questa direzione, svelando il carattere performativo di ogni atto estetico e culturale, e smontando ogni dogma di fedeltà alla tradizione e di assolutezza identitaria. Sì, studiare feticci può avere un valore catartico: lo ha avuto per chi scrive, mi auguro che possa averlo, anche in minima parte, per chi legge.

[Immagine: Christian Boltanski, Personnes (2010)].

7 thoughts on “Feticci

  1. Lo comprerò senz’altro.
    Fusillo non soltanto possiede una straordinaria cultura, ma è anche dotato d’un grande agilità mentale, che gli consente di padroneggiare le proprie conoscenze in maniera impeccabile.

    ps: sono curioso di vedere se nel libro compare Underworld di DeLillo, che ha innalzato il concetto di materia e feticcio a livelli addirittura metafisici.

  2. Mah! Perversioni e feticci potrebbero avere un “valore catartico” solo se inseriti in un orizzonte utopico, alla Fourier, dove il momento del gioco riscatterebbe la loro pura specularità rispetto a una realtà noiosissima come quella odierna.
    Domanda a Gigi e a Massimo: rivaluterete, strada facendo, anche il nazismo, che in fatto di feticci e perversioni andava fortissimo?

  3. @rino genovese

    Non mi sembra, da quanto leggo, che si affronti il tema in termini “valutativi”, ossia se il feticcio sia bene o male ma piuttosto come strumento interpretativo del presente “in cui l’oggetto non è più un semplice sfondo, ma un interlocutore privilegiato del corpo e dell’emozione”. Quindi l’esempio del nazismo non mi sembra molto calzante

  4. @Rino Genovese

    A me pare che il libro di Fusillo costituisca non tanto una rivalutazione quanto piuttosto un ripensamento e un allargamento del concetto di feticismo (nelle arti e non solo). L’immaginario e l’estetica nazista – che pure non si consideravano perversi, anzi pensavano che i perversi fossero gli altri – si prestano in effetti a promettenti letture feticistiche, e non vedo perché escluderle – ma il libro non ne parla, e neppure la mia breve nota (comunque niente più che la schematica interpretazione di un saggio serio, che merita una lettura meditata).

    La mia posizione personale in materia – se mi si chiede di esplicitarla – non coincide con quella di Fusillo. In primo luogo perché mi sento ancora abbastanza legato alla metafisica e alle gerarchie (almeno a quelle personali e soggettive); poi perché il dettaglio non riesco a pensarlo del tutto separato da un intero. Infine, e soprattutto, perché ci tengo molto alle perversioni in quanto perversioni – nella loro irriducibilità e nella loro ambivalenza. Nel mio caso fonte di appagamenti provvisori e durature alienazioni, grandi problemi e piccole soddisfazioni.

  5. Bisognerebbe restringere il campo. Per esempio, l’immagine di apertura vorrebbe suggerire l’idea che si tratti di oggetti-feticci – ma non è così. Ho visto l’ “opera” di Boltanski: era piuttosto un’immagine dell’ecatombe e della catastrofe. Al contrario, nel vecchio caro surrealismo c’erano feticci e perversioni a volontà: qui però il momento del gioco utopico li poneva in una luce del tutto contraria alla realtà esistente. Difficile pensare oggi al “bondage” messo in scena in un garage come a una pratica surrealista, perché forse è una replica della noia circostante.

  6. @Rino Genovese

    Il fatto è che come dicevo il libro di Fusillo allarga il campo, non lo restringe; per questo può permettersi di interpretare Boltanski a suo modo. Politicamente poi il saggio va in direzione diversa rispetto al surrealismo (o almeno alla sua ideologia esplicita: su quella implicita ci sarebbe da discutere), perché non propone né contestazione né opposizione, ma integrazione democratica alla realtà esistente. Rimane il gioco, certo; ma al servizio del momento creativo e performativo (sentito come progressista), non dell’utopia.

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