di Francesco Brancati

 

[E’ uscito qualche giorno fa, per la collana «novecento/duemila» curata da Diego Bertelli e Raoul Bruni per Le Lettere, L’assedio della gioia, esordio in versi di Francesco Brancati. Ne pubblichiamo alcuni testi, seguiti da un estratto della Prefazione di Massimo Gezzi].

 

Da Da una finestra:

 

L’assedio non inizia prima della tregua,

non trattiene i resti della festa,

la solitudine sorpresa intorno

ai corpi, gialla, sopra le lenzuola.

 

Il risveglio nella stanza dei malati

sembrava una luce differente,

emozionata dalle flebo,

le buste per l’urina.

 

L’assedio non finisce dopo la sconfitta,

i morti dentro i sacchi, gli abbracci

nel cortile.

 

Spaventa solo a tratti,

un grido nel respiro

appena un po’ più acuto

del suo viso intravisto

e poi riperso lungo il sogno.

 

Da Paesaggio con passaggio:

 

I Wanna Be Adored

 

Sull’autobus che dall’aeroporto si dirigeva in centro ebbero per la prima volta il presentimento che qual- cosa di grande o di importante stava per accadere. Manchester, i palazzi e le strade, le storie che aveva- no immaginato dal fondo di una qualsiasi periferia si aprivano davanti ai loro occhi mentre, muovendo- si verso Rusholme, il vetro dei grattacieli lasciava il passo ai negozi dei pakistani, alle insegne luminose. Sui marciapiedi gli uomini indossavano vesti lunghe, giubbotti bombati, le donne avevano i tacchi e le gambe lunghissime. Nulla sarebbe stato come avevano immaginato mentre tutto appariva come avevano immaginato. Adesso riscopre la tensione, un movimento nervoso delle dita sullo schermo, la torsione dei nervi del collo e pensa alla vita come a una sequenza di oggetti e di azioni dimostrabili, si raffigura le altre persone impegnate a scalare una piramide sulla cui sommità hanno collocato il raggiungimento di una qualunque idea di felicità, di benessere. Ad alcuni la gioia appare sotto forma di un post, per altri è una promozione lavorativa, il riconoscimento sociale oppure i primi successi di un figlio, l’idea di una continuità, ripiegare verso il nucleo originario degli affetti, i parenti, i pochi amici e il fidanzato. Altri devono preoccuparsi per il loro sostentamento, altri ancora no. Tutti muoiono e lui è terrorizzato dai versi dove il poeta dice che i morti parleranno. Li sogna la notte ma si vergogna a dirlo a lei, si vergogna a parlare della morte e a dirle che quello che lo terrorizza è il sospetto che anche i suoi morti, un giorno, potrebbero parlare. Pensa che, come tutti, è sovrastato da un’idea banale e che per questo deve sforzarsi di trattenere, pensa pure che è stupido sognare dei versi e per di più restarne impauriti. Ma sognare dei versi che spaventano è pur sempre meglio di sognare delle persone che spaventano, come, per esempio, i teschi che fanno capolino, sporgendosi dalla terra bagnata di Srebrenica. Il profilo dei suoi fianchi nella penombra della stanza, la consistenza della sua figura appena sbalzata rispetto al muro, la luce che attraverso le persiane glorifica la polvere ritagliando piccole isole di giallo sulle lenzuola. Questo momento rappresenta nel ricordo o nel sogno il suo prototipo di felicità, una questione minuscola e inconfessabile, non trattenibile e che proprio per questo ora lo terrorizza, poiché ne riconosce l’inconsistenza, la sostituibilità con un altro frammento e con un’altra immagine, sua o di qualsiasi altro individuo, in qualunque spazio o momento, sempre. Pensa, quindi, che il terrore non è il vuoto bensì la sua innocente riproducibilità, immaginare di pedalare su una bicicletta al massimo delle forze per frantumare la corteccia contro la scogliera, cancellando in questo modo ogni ipotesi di ricostruzione o la discografia degli Smiths, riparare, con ciò, a uno sbaglio qualsiasi.

 

Da Giorni di vacanza:

 

Giorni di vacanza

 

Rimani pensierosa e io non so

come evitare che tutto il silenzio

dei cerri custodi della casa diventi

cumulo di ore perse sul tuo viso.

Afferro le mie mani, che conosco

appena,

                   … quei clamori

esplosi nelle caverne del sangue…,

 

insieme alla terra, coloro le rughe

sopra le vene che deponendosi

ci proteggono.

 

Ieri leggevamo le iscrizioni

dipinte sulle mura della cripta

sotto il duomo di Certaldo.

A bassa voce ci siamo detti

non era poi chissà quale grande

mistero da disvelare, mentre

la guida lì vicino ripeteva:

«non barare con i morti,

non schernirli con gli affetti».

 

Il vino continuava, le carte di credito.

La passione negli zaini,

tutta solamente immaginata,

cresceva smisurata infettando i boschi.

Come un ospedale.

 

Da La grammatica della gioia:

 

Il corpo

 

Il corpo ha freddo il corpo ha fame il corpo ha bisogno di fare sesso il corpo si ammala il corpo ha paura il corpo caga il corpo è flaccido il corpo ha caldo il corpo è duro il corpo ha dolore il corpo sente il corpo si dilata il corpo percepisce il corpo muore il corpo si trasforma il corpo invecchia il corpo si muove il corpo occupa uno spazio il corpo piscia il corpo si ritrae il corpo sta fermo il corpo trema il corpo genera metastasi il corpo viene squarciato il corpo piange il corpo gode il corpo subisce i colpi il corpo esige il corpo cresce il corpo è piccolo il corpo ha i peli il corpo crea il corpo spasma il corpo affoga il corpo viene violentato il corpo gioisce il corpo è grande il corpo colpisce il corpo brucia il corpo implora il corpo pensa il corpo induce il corpo abbandona il corpo arriva dove la mente non arriva il corpo suda il corpo sperimenta il corpo genera altri corpi il corpo ingoia il corpo va nello spazio il corpo mastica il corpo è cacciato il corpo cade dalle impalcature il corpo prega il corpo putrefà il corpo sogna il corpo vede il corpo è sepolto il corpo si allena il corpo nasce il corpo spera il corpo costruisce il corpo uccide altri corpi il corpo esplora il corpo si impicca il corpo scrive il corpo sta insieme ad altri corpi il corpo mastica il corpo caccia il corpo immagina il corpo si nasconde il corpo è venduto il corpo viaggia il corpo protegge il corpo viene mangiato il corpo è fluido il corpo è magro il corpo è composto principalmente d’acqua il corpo è raggrinzito il corpo è perso il corpo è mobile il corpo è tonico il corpo perdona il corpo ricorda il corpo perde sangue il corpo recupera le energie il corpo è denso il corpo è sano il corpo è esposto il corpo ha sete il corpo è imbalsamato il corpo è ritrovato nel bosco il corpo è riscaldato il corpo illanguidisce il corpo è strappato a morsi il corpo è salvato il corpo è iniettato il corpo è tenero il corpo è obeso il corpo è rinchiuso il corpo ascolta il corpo sparisce

 

Da Il terzo motivo:

 

Altri occhi violeranno nuvole altre

e non i cieli offesi da questo turchese

singhiozzare. Per due anni intorno al chiostro

era la strage dolce dei rami sfarinati tra le dita.

Quelli in cima più distanti con le foglie già screziate

ti sei illuso sanguinassero qualche tisica bestemmia

per il sole trattenuto con l’inganno nella valle.

Ma insieme ai decenni dirupò la biblioteca dei monaci,

ogni inverno le strade allagavano nei notiziari

quando i codici divelti erano il vanto

per le loro (noi, invece, la vendemmia)

rughe quasi sante svolazzanti.

E l’invito fu di carta.

 

Però insisti sulla carta, più forte

indica il massacro, costruisci lastre

per il panico, oltre l’idillio nascosto

nella tua cronologia, vedi.

 

Uomini, laghi e bestie, piattaforme,

conifere, ossidi e silicati, container,

gommoni, confini, garze sporche,

plusvalenze, provette, indici di mercato,

circuiti ostinati a bisbigliare il vento,

un affanno grande nella bocca,

vetri e schegge contro le epidermidi,

acari protesi alla nostra ingratitudine,

la sua piana cecità.

 

La terra si ingrossa accogliendo i morti,

i cadaveri, se non li bruci, sono montagne giornaliere.

 

Da Gioia dell’asfalto:

 

Il buio riconosce la sua materia

nella consistenza della luce gli oggetti

e le persone si depositano, sembrano

conservare profili delle loro sofferenze.

 

Provare con la poesia, quando le mani

sono ancora soltanto le mie mani,

ad afferrare la sostanza del dolore,

le dita ustionate appena prima del fumo,

l’odore di bruciato, stremati dalla corsa

per tramortire il ricordo incagliato

dietro l’argine estremo del fiume,

il luogo incantato dell’incubo, dove

una notte (ma erano i fanali l’uomo

che abbiamo visto correre incontro

al nostro spavento) è stata il principio

della gioia, incurante l’assedio.

*

Prefazione

di Massimo Gezzi

 

[L’assedio della gioia] è un libro complesso e rigoroso, che sfida e interroga i lettori e le lettrici a partire dalla soglia del titolo, apparentemente limpida e persino ingenua e invece per nulla trasparente: è un genitivo soggettivo o oggettivo, L’assedio della gioia? È la gioia che assedia uno o più soggetti – ed è la poesia che reagisce a questa evenienza – oppure è la scrittura che tenta un assedio alla gioia? E, in entrambi casi, di quale gioia si tratta, e che rapporto c’è tra questo titolo e il contenuto del libro, che come cercherò di dire risulta stratificato e spesso di problematica decifrazione?

 

Brancati è uno studioso di poesia contemporanea, come molti suoi coetanei e molte sue coetanee che pubblicano versi oggi. È naturale quindi che alla base di questa scrittura si avvertano gli influssi e il magistero di alcuni dei poeti sui quali la sua attenzione critica si è appuntata più a lungo e più a fondo. Non credo di sbagliare se faccio subito il nome di Amelia Rosselli, dalla quale Brancati avrà ereditato, tra le altre cose, il bisogno di ordine e la claustrofilia che per esempio lo portano, per radiografare subito la struttura, a comporre un canzoniere esattissimo di sei sezioni da otto poesie l’una incorniciate da due testi singoli (per il totale, rotondo, di cinquanta componimenti), al cui centro si espande la poesia più lunga e direi fecondamente disordinata, ovvero un rifacimento di The Love Song of J. Alfred Prufrock di T.S. Eliot – ovviamente con lo stesso numero di versi dell’originale e in chiave “negativa”, a partire dall’incipit («Non andiamo più, tu e io»). […]

 

Eppure L’assedio della gioia non è un libro che si arrende al caos, ma vuole invece provare a fronteggiare il buco nero del presente: ogni sezione ruota attorno a un nucleo tematico riconoscibile (malattia, cronaca e politica, amore, passato e memoria, scrittura e poetica, materia e rarefazione) e lo scava dal di dentro, sul filo dello «sguardo [che] annota» promesso dall’ultimo verso del testo incipitario e vero principio guida del libro: senza mai essere moralistico, Brancati ci mette sotto gli occhi i riflessi freddi e deformati del mondo contemporaneo e della sofferenza di individui malati, annegati nel Mediterraneo o stipati nei centri di accoglienza; oppure ci porta su un treno in cui un soggetto occidentale colto avverte il terrore della «sua innocente riproducibilità», o in una piazza dove «i turisti giapponesi fotografano / ogni cosa» mentre un gruppo di giovani guarda un video di maiali malati di peste suina e agonizzanti in una fossa comune. La quotidianità si squaderna nella sua oscenità che resiste a qualsiasi pacificazione dialettica: non ricaviamo un senso unitario, dalla lettura di questo libro, ma una sfilata di motivi (Il terzo motivo è il titolo della penultima sezione) che si compenetrano, impattano l’uno nell’altro, così come gli «sconosciuti nelle piazze», in un testo della prima sezione battezzato I nomi, invadono momentaneamente l’area di esistenza di un altro, degli altri: tutti hanno un nome, un motivo, una direzione (tutti aspirano naturalmente «a un’incolpevole e sicura / rivendicazione di individualità») […].

 

Se è la gioia che assedia, coagulandosi in qualche testo in isole di luce che si stampano su una superficie, la poesia può essere un modo per accoglierla o al contrario per respingere l’ingiunzione capitalistica al suo perenne possesso, tanto sul piano della biografia personale (quella di chi ha scritto il libro, quella di chiunque), quanto su quello di una storia collettiva (se questo aggettivo ha ancora un senso).

Se invece siamo noi a cercare di conquistarla, come invasori di una città inespugnabile, questo primo libro di Brancati ci ricorda che tra un desiderio e il suo compimento resiste il diaframma della realtà, e che essa è infinitamente complessa, se in fondo ognuno spera di essere nient’altro che «una piccola paura / nella nebulosa di terrore del mondo».

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