di Pasquale Palmieri

 

[Pubblichiamo un passo del volume di Pasquale Palmieri L’eroe criminale. Giustizia, politica e comunicazione nel XVIII secolo (Bologna, Il Mulino, 2022), in libreria da qualche giorno. Ringraziamo l’editore per averci concesso questa anteprima].

 

Nella primavera del 1757 il frate agostiniano Leopoldo di San Pasquale fu condannato a Napoli da un tribunale eccelsiastico per eresia, frode e scandali sessuali. Dopo sei anni di prigionia, tornò in libertà e raccontò di essere stato sottoposto a torture dai suoi stessi superiori, crudeli fino al punto di seppellirlo «vivo» in una «fossa» con i metodi del temuto tribunale del Sant’Uffizio. Leopoldo fu difeso da intraprendenti avvocati che riuscirono a sollevare un grande interesse pubblico intorno alle sue disavventure, stimolando la produzione di resoconti manoscritti e a stampa, ritratti, caricature, componimenti satirici, ballate, monologhi teatrali. Il processo divenne uno degli intrattenimenti preferiti dal popolo napoletano, una storia raccontata “a più voci” che ebbe una fortuna duratura, rimanendo all’ordine del giorno per lungo tempo, anche durante eventi traumatici come la carestia del 1764. Da criminale quale era stato, Leopoldo fu trasformato in un eroe picaresco, capace di suscitare risate, lacrime, indignazione e commozione in persone di diversi strati sociali.

 

Lo scenario di questo grande spettacolo giudiziario fu la città capitale, ma la vicenda finì per coinvolgere il governo dell’intero Regno e le sue relazioni con altri Stati, primo fra tutti quello della Chiesa. L’autorità papale manteneva infatti un alto livello di guardia nei confronti degli sviluppi politici di quel territorio, a difesa dei privilegi del clero, continuando a far leva sull’Inquisizione come strumento di controllo delle coscienze. Nel corso dell’età moderna, il Mezzogiorno aveva coperto il ruolo di «avamposto politico-religioso» del continente europeo nel cuore del Mediterraneo, conservando una posizione strategica negli equilibri di un’area molto vasta, che andava dalla Spagna all’Anatolia, passando per l’Africa settentrionale[1]. Era rimasto a lungo sotto il controllo della corona spagnola e, dopo una breve parentesi di dominio austriaco, aveva guadagnato la sua autonomia dinastica nel 1734 sotto Carlo di Borbone […].

 

L’affare giudiziario del frate agostiniano segnò un momento di svolta, coinvolgendo su diversi piani strategie politico-istituzionali, interessi economici e scelte culturali. I rapporti fra autorità secolari ed ecclesiastiche arrivarono a un punto di non ritorno: le competenze sui crimini del clero erano state tradizionalmente un terreno di contesa, ma a partire dalla fine degli anni Sessanta gli equilibri si ruppero a favore dello Stato. Questo cambiamento di prospettiva fu reso possibile anche dal clamore sollevato dal caso. Le élites presero coscienza di dover fare i conti con le maree emotive che attraversavano il corpo sociale, spinte da una dimestichezza sempre più intensa delle persone comuni con diverse forme di comunicazione, dalla scrittura alla voce, dalle immagini ai gesti. Stando ai termini usati dalle parti in causa, Leopoldo divenne oggetto di un’«ossessione» collettiva. I giuristi, i cronisti e i funzionari governativi erano di certo interessati a promuovere i loro scritti mettendoli al centro del dibattito, ma non abbiamo solide ragioni per pensare che le loro fossero solo esagerazioni: gli atti comunicativi prodotti intorno al processo non furono solo consistenti sul piano numerico, ma favorirono anche la costruzione di un efficace sistema di valori simbolici. Grazie al frate agostiniano la tortura e gli abusi giudiziari smisero di essere concetti astratti, talvolta totalmente incomprensibili alle persone comuni, ma diventarono visibili e concreti agli occhi dei napoletani, favorendo l’avanzata di nuove priorità e di un inedito bisogno di riforma.

 

Pur non rientrando più negli schemi propagandistici disegnati dai poteri costituiti, le notizie sul processo finirono per ridisegnare la fisionomia dello spazio pubblico. Nel corso dell’antico regime, i racconti dei grandi casi giudiziari erano in prevalenza finalizzati a celebrare l’efficienza dei sistemi repressivi. Attraverso la teatralizzazione delle condanne, i poteri costituiti cercavano di far arrivare i loro messaggi edificanti al pubblico: le punizioni inflitte ai criminali segnavano il trionfo della giustizia e il ripristino dell’ordine[2]. Nei decenni centrali del Settecento, questo meccanismo si incrinò, in virtù del mutamento dei contesti socio-culturali. Non era più solo la sentenza finale a essere oggetto di messa in scena, ma l’intero iter legale, con le sue controversie e i suoi dubbi, con tesi contrapposte che dividevano il pubblico in due o più fazioni, con diatribe fra innocentisti e colpevolisti, con personaggi che diventavano veri e propri eroi, talvolta incarnando diverse visioni del mondo. Lo stesso operato dello Stato intorno al crimine cominciò a essere messo in discussione, sospeso sul confine labile che separava la colpa dall’innocenza. La giustizia fu proiettata in un’inedita dimensione partecipativa, che stimolò la diffusione di una pletora di «oggetti narrativi non identificati» sospesi fra la cronaca e la finzione, nascosti dietro l’anonimato, difficilmente collocabili all’interno di generi letterari formalizzati, talvolta ispirati dalla ricerca di profitto di editori e autori[3]. Quel che conta è la capacità di questi testi di raggiungere diverse fasce sociali, oltrepassando le barriere del censo e dell’analfabetismo, e creando una piattaforma di interazione sulla quale fondare nuove idee condivise e nuovi modelli comportamentali[4].

 

Proprio sul rapporto fra la realtà sociale e le sue rappresentazioni vale la pena di soffermarsi. Il problema risulta ancora più rilevante quando si analizzano le costruzioni mediatiche dei personaggi criminali: le loro gesta potevano ispirare resoconti e romanzi, ma potevano essere anche ispirate sempre da resoconti e romanzi, in un flusso ininterrotto di idee e modelli. Le figure dei delinquenti si alimentavano negli immaginari esistenti o contribuivano a trasformarli[5]. Rispondevano di volta in volta agli impulsi delle imprese culturali, dei poteri costituiti, di interessi particolaristici o delle preferenze del pubblico. In virtù di questi meccanismi, i criminali assumevano spesso sembianze eroiche: lo vediamo, del resto, anche oggi nel cinema, nelle serie televisive, nei servizi giornalistici, nei libri, nei fumetti, nei videogiochi, nei giochi di ruolo, nello sconfinato universo delle arti visive e performative[6]. Le grandi narrazioni popolate da eroi criminali sono ormai consuete. Basti pensare a fenomeni di fama globale come Lost, Gomorra, Dexter, Breaking Bad, o al più recente La casa di carta, che sollevano interrogativi morali di difficile soluzione, essendo spesso additati come catalizzatori di paradigmi celebrativi intorno alla delinquenza. Il criminale continua a essere – come in passato – un foglio bianco sul quale si imprimono sentimenti, paure, aspirazioni e conflitti che attraversano il corpo sociale.

 

Non sorprende dunque il fatto che i malviventi di antico regime abbiano tratti simili ai protagonisti dei poemi epico-cavallereschi o dei romanzi picareschi[7]. Talvolta le cronache abbandonavano anche i più comuni criteri di verisimiglianza, proponendo personaggi imbevuti di stereotipi, impavidi nell’affrontare i pericoli e predisposti all’avventura. Il pubblico li accoglieva con simpatia, considerandoli come esseri marginali in cerca di riscatto sociale, impegnati a sovvertire – talvolta solo momentaneamente – le gerarchie sociali e i rapporti di potere, se non addirittura a riparare abusi perpetrati dalle autorità e a ristabilire una giustizia negata[8]. Se guardiamo a un genere letterario come quello delle biografie criminali, ci rendiamo conto che i fuorilegge erano presentati anche come abili mediatori fra diversi gruppi sociali, capaci di aggirare le barriere linguistiche, religiose, economiche e cetuali. Le loro personalità quindi non erano circondate da sentimenti univoci: la paura e la contrizione lasciavano spesso spazio all’invidia e al desiderio di imitazione.

 

Il libro è articolato in quattro capitoli, profondamente connessi l’uno all’altro. Nel primo si mettono in luce i nodi fondamentali del processo contro Leopoldo di San Pasquale: il caso consentì a persone di diversa estrazione sociale di familiarizzare con argomenti tradizionalmente monopolizzati da teologi e giuristi, come le relazioni fra Stato e Chiesa, la disobbedienza alla dottrina degli ordini regolari, le procedure giudiziarie del Sant’Uffizio. Il secondo capitolo allarga lo sguardo a problemi più ampi, spiegando come i racconti di cause celebri divennero fenomeni culturali di larga portata nel pieno Settecento, influenzando anche la pratica forense. Sfruttando un mercato editoriale in espansione, questi testi mostrarono una notevole capacità metamorfica, stabilendo un rapporto di mutua influenza con le opere di finzione, offrendo al pubblico occasioni di interazione per condividere idee e visioni del mondo. Il terzo capitolo torna a focalizzare l’attenzione sul caso del frate «seppellito vivo» che, di fatto, ruppe gli equilibri che caratterizzavano il rapporto fra poteri costituiti, imprese culturali e pubblico in antico regime: individui e gruppi non subirono passivamente la circolazione di notizie, ma cominciarono a giocare un ruolo attivo nella produzione di una storia a più voci, polifonica – la definiremmo oggi partecipata e «transmediale» – aggiungendo alla trama principale nuovi segmenti narrativi che riuscirono a espandere l’universo mitico del processo[9]. Nel quarto e ultimo capitolo, l’analisi si sposta nuovamente su un piano più ampio, mostrando come il grande racconto collettivo del processo incrociò i flussi mediatici generati da altri eventi traumatici del tempo, come la carestia e l’epidemia del 1764.

 

Nel loro insieme, questi quattro capitoli mirano a chiarire i rapporti fra giustizia, politica e comunicazione nel corso del Settecento. Da un lato, il caso di Leopoldo funzionò come un’antenna capace di captare le trasformazioni in corso e di sfruttare la crescente fame di condivisione che attraversava la società a diversi livelli. Dall’altro lato, lo stesso caso contribuì a cambiare i meccanismi di interazione, gli orientamenti culturali, le scelte politiche e le attitudini religiose del popolo napoletano. Si trattò, in altre parole, di un processo che ebbe un impatto rilevante sull’evoluzione storica del Regno. Ci fu un “prima” e un “dopo” Leopoldo per la giustizia ecclesiastica, per quella secolare, ma soprattutto per le persone comuni che – sentendosi coinvolte nelle avventure del frate – ebbero modo di rivedere le loro convinzioni sui comportamenti umani e sul potere.

 

Indice

Introduzione

 

I. «Seppellito vivo»: l’ombra dell’Inquisizione (1757-1764)

Prigioniero in una «fossa».

Trasformazioni sociali e dibattiti sulla giustizia.

La «fossa» e l’Inquisizione romana.

La Santa Sede e il processo contro Leopoldo.

Alla ricerca di un nuovo modello di giustizia.

 

II. Giustizia, letteratura e spazio pubblico

Prove processuali e costruzioni narrative.

Giustizia, ordine pubblico e mercato editoriale.

Raccontare la giustizia al pubblico.

Le cause celebri fra storicità e finzione.

Il successo del romanzo e la trasformazione del mercato del libro: un nuovo pubblico?

Le storie criminali e i comportamenti delle folle.

Raccontare un «romanzo» in tribunale.

 

III. Una storia a più voci: parole, immagini, oggetti e gesti

L’intrattenimento della città.

Leopoldo e Boccaccio.

Immaginari eroici e immaginari criminali.

Crimine, teatro e censura: il caso di Pietro Trinchera.

Fra scena e realtà sociale: il controllo dell’impostura religiosa.

Crimini, virtù e arti performative.

Uno scandalo raccontato da tante voci: la storia di Isabella.

Partecipazione e transmedialità, mito e celebrità.

 

IV. Comunicare per costruire una cultura politica

«Ora ognuno del popolo è illuminato»: carestia, epidemia e crisi politica.

Un fiume di versi e il futuro dello Stato.

Leopoldo e un esercito di ritornanti: le due storie di una città.

I processi contro i gesuiti: campagne mediatiche e scelte politiche.

Governare l’ecosistema comunicativo: alto, basso, condiviso.

 

Conclusione: un’identità nascosta nel «Teatro del Mondo»+

 

Note

 

[1] A.M. Rao, Conclusion: Why Naples’s History Matters, in T. Astarita (a cura di), A Companion to Early Modern Naples, 2013, p. 477.

[2] Si vedano M. Bellabarba, La giustizia nell’Italia moderna, Roma-Bari, Laterza, 2011; D. Lemmings (a cura di), Crime, Courtrooms and the Public Sphere in Britain, 1700-1850, London-New York, Routledge, 2012; L. Roscioni, La badessa di Castro. Storia di uno scandalo, Bologna, Il Mulino, 2017; D. Lemmings, Allison May (a cura di), Criminal Justice during the Long Eighteenth Century […], London-New York, Routledge, 2018.

[3] Wu Ming 1, New Italian Epic: We Are Going to Have to Be Parents, 2008 (4/2/2021), www.wumingfoundation.com.

[4] G. Fragnito, Proibito capire. La Chiesa e il volgare nella prima età moderna, Bologna, Il Mulino, 2005; Ead., La censura ecclesiastica romana e la cultura dei « semplici», in «Histoire et civilisation du livre», IX, 2014, pp. 85-100; M. Roggero, Le carte piene di sogni. Testi e lettori in età moderna, Bologna, Il Mulino, 2006.

[5] F. Benigno, La mala setta. Alle origini di mafia e camorra (1859-1878), Torino, Einaudi, 2015; Id., La questione delle origini: mafia, camorra e storia d’Italia, in «Meridiana», 87/2016, pp. 125-148; Id., Ancora la mafia e la Spagna. Realtà e finzione nella costruzione sociale del male, in «Between», 9-18/2019, pp. 2-19; J. Caro Baroja, Realidad y fantasia en el mundo criminal, Madrid, C.S.I.C., 1986. Sulla costruzione sociale del male, si veda J.C. Alexander, The Meanings of Social Life: A Cultural Sociology, Oxford, Oxford UP, 2003.

[6] Sull’eroe nella cultura italiana, S. Jossa, Un paese senza eroi. L’Italia da Jacopo Ortis a Montalbano, Roma-Bari, Laterza, 2013.

[7] Si vedano G. Levi, Microhistory and Picaresque, in B. de Haan, K. Mierau (a cura di), Microhistory and the Picaresque Novel […], Newcastle upon Tyne, Cambridge Scholars Publishing, 2014, pp. 19-28; K. Mierau, Capturing the Pícaro in Words […] in Early Modern Madrid, London-New York, Routledge, 2018.

[8] Si veda M. Harris, L’omicidio e la stampa: rappresentazioni del crimine e della legge (1660-1760), in R. De Romanis, R. Loretelli (a cura di), Il delitto narrato al popolo […] in età moderna, Palermo, Sellerio, 1999, pp. 19-35.

[9] Si vedano H. Jenkins, Convergence Culture. Where Old and New Media Collide, New York, New York UP, 2006; M. Freeman, R. Rampazzo Gambarato, The Routledge Companion to Transmedia Studies, New York-London, Routledge, 2019; P. Bertetti, Che cos’è la transmedialità, Roma, Carocci, 2021.

 

[Immagine: Francisco Goya, Scena da una Inquisizione].

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