di Mimmo Cangiano

 

[È da oggi in libreria il volume di Mimmo Cangiano, Cultura di destra e società di massa, Europa 1870-1939 (Nottetempo, 2022). Ne pubblichiamo l’introduzione e ringraziamo l’editore per averci concesso questa anteprima].

 

Introduzione

 

Purtroppo c’è sempre un caso che qualcuno, rimasto fino alla fine zitto zitto

 in un angolo, poi si alzi e citi Joseph de Maistre.

Furio Jesi

Cultura di destra e società di massa è un volume dedicato alla produzione culturale dell’intellighenzia europea di destra attiva fra gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi anni ’40. Il testo analizza quello spazio compreso fra letteratura, storia e filosofia nel quale gli intellettuali dell’estrema destra (in particolare tedeschi, francesi e italiani) hanno sviluppato un approccio culturale alla politica e, spesso, un approccio politico alla cultura, un approccio ricco di connessioni quanto di divergenze con i partiti e poi con i governi fascisti. Spero che il volume possa rappresentare una dettagliata mappatura di similarità, differenze, scambi tematici all’interno di una nutrita pattuglia inter-generazionale di intellettuali, fornendo un’ampia ricognizione sul trattamento di alcune delle principali tematiche culturali (tecnica, nichilismo, denaro, materialismo, élites ecc.) e socio-politiche (guerra, lavoro, razzismo, nazionalismo, corporazioni ecc.) come emerse, a destra, nel dibattito del tempo.

 

Oltre che dell’approccio comparativo il volume vive di una metodologia empirica tesa a evidenziare tanto i temi principali del dibattito quanto le divergenze, temporali e geografiche, per ciò che concerne il trattamento degli stessi, con la consapevolezza che in tutti i paesi presi a campione le teorie di destra si dividono in numerosissimi rivoli e ricombinano le medesime tematiche in modi sempre differenti. Individuato il tema della comunità, in relazione allo sviluppo atomizzante della società di massa, quale elemento centrale del dibattito, il volume si sofferma poi su una serie di nodi concettuali e tematici, mostrando come elementi semantici similari ricevano un trattamento differente a seconda tanto del momento storico (e qui la principale linea di demarcazione è il primo conflitto mondiale), quanto seguendo le vicende dei differenti paesi; in tal senso, il principale discrimine è identificato nei diversi modi (e velocità) dello sviluppo tecnico-industriale. In ogni caso, il disuguale sviluppo storico delle culture sotto analisi non significa certo che manchino i topoi ricorrenti: su numerosi snodi concettuali (il più significativo è probabilmente il concetto di Kultur) le similarità (convergenze spesso anche esplicitate) superano di gran lunga le differenze.

 

L’approccio per temi non implica poi che gli autori in questione vengano analizzati e ridotti nel cono d’ombra proiettato dal topos. Evitando lunghe quanto inutili liste di nomi, ho cercato di seguire le differenti interpretazioni su date tematiche, sottolineando non l’uniformità (un’uniformità che non esiste su nessun tema trattato) ma le linee di egemonia e di subalternità riguardo al topos stesso, sempre cercando di mostrare le connessioni di quest’ultimo con le idee di comunità (e di Kultur) che sono al centro del volume. Si è trattato dunque, su alcuni temi che sono emersi come principali nuclei di riflessione, di far emergere le tendenze generali insieme con le divaricazioni ideologico-culturali. Per la stessa ragione, in rapporto ad alcuni temi specifici si è data preminenza a un singolo intellettuale o a una singola nazione, e ciò a causa della specifica copiosità o importanza delle riflessioni sul tema in questione.

 

Mentre al centro di ogni capitolo è stata posta l’analisi di alcuni intellettuali ricorrenti, si è anche cercato di far girare, attorno alle analisi principali, le riflessioni (magari di minor spessore) di altri intellettuali sui medesimi temi. E allo stesso modo si è cercato di evidenziare come le prese di posizione si modifichino spesso nel tempo seguendo i cambiamenti socio-culturali in atto. Si è comunque voluto mantenere un certo equilibrio quantitativo fra le tre principali nazioni al centro dell’analisi (Francia, Germania, Italia), favorendo la presa del proscenio da parte di una nazione o dell’altra a seconda dell’importanza, all’interno del dibattito nazionale, del particolare tema trattato.

Su alcuni temi, pur fondamentali ma sui quali già esiste un’amplissima bibliografia (per esempio il nazionalismo), ci siamo limitati a ribadire gli aspetti principali che emergono dal dibattito intellettuale. Lo stesso abbiamo fatto per particolari questioni che riguardano specifici intellettuali (per esempio il ruolo della tecnica per i futuristi) su cui pure moltissimo è stato già scritto. Speriamo che il proposito ricognitivo e comparativo (una comparazione finora mai tentata se non per via teorica) possa sia dare un quadro adeguato dell’azione culturale della destra del tempo, sia essere utile – in quanto archeologia di un fenomeno – a coloro che studiano gli sviluppi contemporanei della cultura di destra.

 

 

Il primo capitolo del volume (Kultur, Forma, Comunità), quello meno gravato da specifiche considerazioni storiche (si muove infatti lungo l’intero arco temporale sotto analisi), si apre analizzando, mediante il lavoro di Hugo von Hofmannsthal, quella che sarà una delle principali linee di azione di quasi tutti gli intellettuali trattati in seguito: la possibile sovrapposizione fra artistico e politico. Tale ouverture serve non solo a specificare le connessioni fra la produzione culturale e le trasformazioni, da fine Ottocento, del tradizionale ruolo intellettuale (il caso Dreyfus sarà del resto determinante tanto per la formazione dell’intellettuale novecentesco quanto per lo sviluppo del pensiero della destra francese), ma serve anche a ribadire quello che per me è un presupposto anzitutto metodologico: la necessità di comprendere la produzione letteraria e culturale in stretta connessione tanto con gli sviluppi storici quanto con altre discipline e sistemi d’indagine. Nel volume, del resto, la produzione di tipo più direttamente letterario (Hugo von Hofmannsthal, Ernst Jünger, Gottfried Benn, Knut Hamsun, Maurice Barrès, Charles Péguy, Pierre Drieu La Rochelle, Robert Brasillach, Ardengo Soffici, Giovanni Boine, Margherita Sarfatti, Curzio Malaparte e altri) viene posta in connessione con le coeve riflessioni, altrettanto importanti, di filosofi (Werner Sombart, Oswald Spengler, Carl Schmitt, Max Scheler, Réné Guénon, Thierry Maulnier, Giovanni Gentile, Julius Evola e altri), antropologi, politologi, economisti (Julius Langbehn, Ernst Niekisch, Arthur Moeller van den Bruck, Othmar Spann, Charles Maurras, Georges Sorel, Georges Valois, Alfredo Oriani, Enrico Corradini, Vilfredo Pareto, Ramiro Ledesma Ramos ecc.).

 

Dopo il preludio il capitolo continua analizzando il trattamento del concetto di comunità nei diversi paesi, evidenziandone la stretta connessione con il concetto di Kultur come emerso in particolare dal lavoro di Sombart, di Spengler e del giovane Thomas Mann. Si è nello specifico chiarito come tale concetto (l’idea di un’univocità socio-culturale caratterizzante interi paesi o specifici settori al loro interno) sia strettamente collegato, non solo in Germania, all’idea di comunità proposta; e poi come tale concetto sia anche alla base dell’idea di forma, intesa tanto come aspetto della comunità quanto come stile della produzione artistica. Si è infatti evidenziato come gli intellettuali di destra tendano a vedere le caratteristiche del prodotto artistico quali speculari alle caratteristiche della comunità (nazionale, sociale o etnica) scelta a riferimento. In tal senso, per molti di loro, lavorare per un determinato tipo di comunità vuole anche dire lavorare per la possibilità di un certo tipo di arte e viceversa. Ho poi evidenziato i punti di contatto fra il concetto di Kultur e quello di mito, soffermandomi sia sulle analisi che pongono tali concetti in contrapposizione alle forme assunte dalla società borghese-capitalista (Kultur vs Zivilisation), sia sul progressivo scendere a patti di tali concetti – ciò che Furio Jesi chiama la loro “tecnicizzazione” – con la stessa egemonia della cultura borghese-industriale. In ultimo ho chiarito, partendo dalle analisi di questi autori su Riforma, Illuminismo e Rivoluzione francese, come tale tradizione non possa in blocco essere assegnata a una visione antimoderna (e di estrazione romantico-herderiana, come vorrebbe Zeev Sternhell), ma a un modo particolare di intendere la modernità.

 

Il secondo capitolo (L’intellighenzia fra le masse e la nazione) si concentra soprattutto sulla cultura di destra antecedente la Prima Guerra Mondiale. Si analizza in primo luogo il nucleo anti-materialista delle posizioni sotto analisi, chiarendo come il rifiuto dell’approccio materialista (inteso tanto in senso marxista quanto in senso liberal-capitalista) sia uno dei motivi ricorrenti delle analisi in questione. Si continua poi esaminando lo sviluppo del pensiero nazionalista facendo notare come, progressivamente, esso tenda a far spazio, nelle proprie analisi, alle masse emergenti. La cultura di destra si muove cioè, fra la fine dell’Ottocento e il primo conflitto mondiale, verso un graduale allargamento dell’idea di comunità. I due paragrafi conclusivi del capitolo esaminano poi due specifiche questioni di taglio socio-politico: l’emergere del sindacalismo come uno degli alvei privilegiati per l’azione politica di alcuni degli intellettuali in questione; il rapporto fra la concezione delle élites (come sviluppata in particolare da Pareto, Michels e Sorel) e l’idea di corporazione. Su quest’ultima si analizzano anche similarità e differenze col corporativismo fascista: si pongono cioè in connessione, è un tratto ricorrente del volume, le idee dell’intellighenzia con il più generale sviluppo socio-ideologico dei fascismi.

 

L’ultimo capitolo (L’operaio, la città e la tecnica), più spostato sull’analisi della cultura fra le due guerre, esamina la contrapposizione, in seno alla destra europea, fra modernismo e antimodernismo, in particolare riguardo ai risvolti culturali di snodi sociali come la produzione industriale, la trasformazione del paesaggio rurale, il significato della metropoli. Si prendono in considerazione anzitutto le prospettive più modernizzanti, a partire da quelle (Moeller, Niekisch, Corradini, Maurras, Brasillach ecc.) direttamente interessate a trovare un posto, all’interno del milieu ideologico di riferimento, tanto al progresso industriale quanto allo sviluppo tecnologico, e si esaminano poi (attraverso autori quali per esempio Drieu e Soffici) le resistenze arcaicizzanti e antimoderniste. In ultimo si analizzano più direttamente le riflessioni della cultura di destra sulla capitale questione della tecnica, qui finalmente anche intesa, mediante intellettuali come Schmitt e Heidegger, quale imposizione di un nuovo tipo di razionalità: quella strumentale.

 

I tre capitoli sono seguiti da tre intermezzi dedicati ad autori (Péguy, Malaparte, Jünger) che hanno analizzato in modo particolarmente attento e originale uno o più argomenti al centro del capitolo che precede la sezione a loro dedicata. In particolare, con Péguy ci siamo soffermati sulla sua analisi del rapporto fra Kultur, comunità, denaro e valore d’uso, con Malaparte sul rapporto fra Kultur, antimodernità e nuovo ruolo delle masse, con Jünger sugli effetti della tecnica riguardo lo stesso concetto di Kultur.

In conclusione il volume, chiamando in causa la maggior parte degli intellettuali di punta della cultura di destra del tempo, vuole offrire al lettore una visione d’insieme della riflessione di questi autori sui principali nodi concettuali che presiedono alla loro idea di una società in gestazione, così come sulla cultura (e l’arte) che deve supportare la creazione di tale società.

 

[Immagine: Ernst Jünger].

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