di Matteo Santarelli

 

La storia della musica talvolta somiglia alla storia naturale.

Nel corso delle vicende terrestri molti animali hanno fatto la loro comparsa sul palco della natura, si sono esibite nel loro show, per poi infine accomiatarsi e sedersi nell’ampio camerino delle specie estinte. Analogamente, alcuni stilemi, tecniche, vezzi sembrano essere scomparsi dalla storia musicale, dopo un lungo periodo di fiorente sviluppo.

Una delle vittime più illustri di tale spietata selezione naturale musicale è l’acuto. Un tempo apice e gioiello sulle più sfacciate corone pop e rock, oggi l’acuto è bandito dalla musica cosiddetta pop e rock, sia essa mainstream o indie. In questo senso, va notata una chiara asimmetria di sesso/genere, che ci spinge a un focus specifico sulla crisi dell’acuto maschile. Se l’acuto femminile è ancora tollerato o anche incoraggiato – soprattutto nel variegato filone black music, che da Withney Houston e Mariah Carey conduce sino alla regina Beyoncé – in ambito “maschile” il bando sembra totale. Troppo sfacciato, troppo pacchiano, troppo esuberante. E pensare che in un tempo neanche troppo lontano, l’acuto era tanto egemonico da insinuarsi anche nella musica alternativa e introspettiva. Un nome su tutti: Jeff Buckley, l’ultimo grande intimista del sovracuto.

 

Un’irripetibile sintesi anni ’90 tra arrangiamenti minimal e note sparate in alto: Grace, un disco generazionale.

 

Ma se i fautori del minimalismo e del cattivo umore musicale brindano alla morte del Mi acuto lanciato a folle velocità contro il senso del decoro, una minoranza silenziosa di ascoltatori soffre in silenzio. Nel buio delle camerette, al riparo nelle autovetture, nel segreto garantito dagli auricolari, qualcuno continua a gioire del piacere represso provocato da un immediato e feroce sbalzo vocale. In difesa dei diritti di questa piccola setta fuori dalla storia e dal decoro, e in esplicita critica verso il conformismo musicale dilagante e il suo presunto “buon gusto”, pare necessario un piccolo riepilogo sugli acuti nella musica rock/pop/metal, sulla loro varietà, sui loro splendori e le loro miserie.

 

Due tipi di acuto: 1 – la maratona

 

In primo luogo, è necessaria una distinzione. Gli acuti possono manifestarsi in due modi all’interno di un brano rock.

Nel primo caso assistiamo a una maratona dell’acuto. Il cantante esordisce con una nota improponibile, nel corso dell’intera canzone rimane in quella zona, e se ne distanzia solo per azzardare note ancora più impervie. Con ogni probabilità, l’esempio di cavalcata sovracuta più noto e apprezzato dai cultori è Painkiller (1990) dei Judas Priest.

La trama del brano è nota. Dopo un terremotante intro di doppia cassa a cura dell’appena ingaggiato Scott Travis, il riff di chitarra introduce il tour de force di Rob Halford. Uno dei principali acutisti della storia del metal, il quasi quarantenne Halford in “Painkiller” lancia il suo guanto di sfida ai più giovani competitors. Il risultato è una pazza successione di note impossibili, un assalto al cielo, un disegno criminale messo bene in chiaro sin dall’improbabile nota iniziale.

 

 https://www.youtube.com/watch?v=7USwNiJZxy4

La cantante e insegnante di canto lirico Elizabeth Zharoff commenta tra il divertito e lo sbigottito la performance di Halford.

 

Ancora più audace è l’idea di intraprendere una maratona dell’acuto non in un brano veloce e belligerante, ma in una ballata. Sparare acuti senza pietà in un brano rilassato, lento, dedito ai buoni sentimenti, è impresa per pochi. Il caso più eclatante in tal senso è con ogni probabilità la cover degli scozzesi Nazareth di “Love hurts”, grande successo del 1960 degli Everly Brothers. Se i fratelli Don e Phil nella versione originale offrono le loro solite soffici e minimali armonie vocali, quindici anni dopo i Nazareth scelgono un’altra strada: quella del continuo, massacrante tour de force dell’acuto. Sulla carta, un’idea discutibile. Nei fatti, una sintesi stranamente convincente tra pathos e le note improponibili di Dan McCafferty.

 

Zurich assicurazioni ha scelto la maratona degli acuti dei Nazareth per sponsorizzare i propri prodotti e l’amore autentico.

 

La maratona degli acuti lascia spesso ammirati, o sbigottiti, o entrambe le cose allo stesso tempo. È una prova di forza, di intensità, una sfida all’immaginazione e al polmone. Ne esistono inoltre diverse varianti. Esistono dei maratoneti che hanno scritto la storia della musica pop-rock, pur viaggiando a frequenze più basse rispetto a quelle parossistiche di Halford – basti pensare ad alcuni brani dei Creedence o dei Queen. In alternativa, troviamo dei prodigiosi esponenti della mezza maratona – strofa cantata in tonalità umana, per poi prendere velocità nel ritornello. Un gigante della mezza maratona degli acuti è un nostro connazionale: Albano Carrisi da Cellino San Marco. A 53 anni – un’età in cui come vedremo molti acutisti si sono già ritirati da tempo – Albano mette a repentaglio la tenuta strutturale del teatro Ariston con uno dei ritornelli più violenti dell’acuto italiano moderno: È la mia vita.

 

Una recente performance di Albano in Polonia. Mezzo tono sotto all’originale, ma quasi vent’anni dopo: niente male.

 

Due tipi di acuto: 2 – il lampo.

 

La maratona suscita da sempre ammirazione e rispetto. Tuttavia la maggior parte degli acutofili perde letteralmente la testa per un altro tipo di acuto: il lampo.

Le caratteristiche principali dell’acuto lampo sono due. Prima caratteristica: l’altezza estrema, tendenzialmente dal Mi sovracuto in su. Seconda caratteristica: il vuoto che precede l’acuto, la quiete prima della tempesta. L’acuto lampo è inaspettato, o perché è preceduto da una lunga pausa, o perché le note che lo precedono sono decisamente più basse. L’acutista lampo sorprende l’ascoltare con una botta sovracuta improvvisa, se possibile insensata a livello di testo o di trama musicale, il più delle volte con la vocale: “a” sparata contro il microfono.

 

Qual è l’acuto lampo più emblematico della storia? Qui gli esperti si dividono. I tifosi del mainstream votano schierati e compatti “Child in Time” dei Deep Purple. In realtà, un mix tra acuto lampo e mezza maratona, perché Gillan spara prima una serie di Mi sovracuti, e poi assalta il cielo con un notevolissimo La – anche dal vivo, anzi forse meglio dal vivo strillato e un po’ roco in Made in Japan che nel falsetto leggero e un po’ ridicolo usato in studio.

 

Un altro classicone ibrido: un ritornello colmo di acuti semi-lampo per un Robert Plant al suo apice.

 

Tanto di cappello. Ma i puristi dell’acuto lampo solitamente ne preferiscono un altro, anzi altri due, entrambi ospitati in quel manuale dell’acuto che risponde al nome di Jesus Christ Superstar. Come noto ai più, il ruolo di Jesus nel musical fu interpretato anche da Gillian. Eppure, i puristi preferiscono la versione del film, ad opera di Ted Neeley. I motivi sono due: primo, l’espressione vitrea dello sguardo di Neeley sottolinea bene l’insensatezza dell’acuto; secondo, il timbro e il vibrato più stretto del Jesus cinematografico rendono meglio l’idea del lampo, e il fatto che un acuto autentico se possibile deve essere fatto con un timbro non credibile – non solo falsetto, ma anche falso.

 

Il primo lampo che fa battere il cuore dei puristi è il lampo discorsivo presente in “The Last Supper”. In breve, un litigio di acuti tra Jesus e Judas, impersonificato da uno straordinario maratoneta quale Carl Anderson. Il Fa# di Jesus che chiude il litigio cacciando Giuda (“get out”) è un emblema immortale di come si dovrebbe fare un acuto nel corso di un litigio. È insensato come estensione rispetto al litigio precedente, ma è a suo modo giustificato, in quanto mosso dalla rabbia. Dovremmo fare più spesso delle note sovracute quando litighiamo con qualcuno, in pubblico come in privato. Il mondo sarebbe un posto migliore.

 

Al minuto 5.30 accade l’irreparabile: un gratuito Fa# di Jesus in risposta alle accuse tenorili di Judas.

 

Il secondo lampo invece è il cosiddetto lampo nel deserto, ossia un acuto circondato da un laconico silenzio e da una lunga pausa. Lo avevano già fatto Gillian e Plant, lo farà Rob Halford, ma nessuno è insensato, falsetto, falso, sottile come una lama come il Jesus cinematografico in “Gethsemani”. Anche la location aiuta: Jesus che si arrampica tra i montarozzi, circondato dagli ulivi, col vento nei capelli, e informa Nostro Signore della sua decisione di accettare il proprio destino. Lo fa modo suo: con due Sol sovracuti sparati a qualche decina di secondi di distanza. Il primo – sottolineato dall’immediata ed egualmente insensata apertura delle braccia – è forse concettualmente superiore al secondo, pure notevole e sostenuto gestualmente da un esausto inginocchiamento.

Ogni volta che un fan degli acuti intravede un uliveto, la tentazione di sparare un Sol è incontrollabile.

 

Il lampo nel deserto è con ogni probabilità il tipo di acuto che è stato gettato con più violenza e con più rabbia fuori dalla storia. La sua rarità, il suo essere fuori moda, la sua insensatezza lo rendono il fiore più raro nella nostalgica collezione dei fan. Ognuno ha il suo lampo nel deserto preferito. Per insensatezza, per altezza della nota, per il fatto che è anticipato da una pausa breve e quindi ancora più accattivante, per il fatto che è seguito da una serie isterica di strilli incontrollabili, io non posso che votare per il gratuitissimo La sovracuto di Glenn Hughes in “Burn” dei Deep Purple.

 

Una montagna di acuti nonsense in questa recente rendition tra vecchie guardie di “Burn”, in onore dello scomparso John Lord. A fianco del sempreverde acustista Hughes, il sempreverde maratoneta Bruce Dickinson.

 

L’acutista: un lavoro usurante

 

Ad aggiungere drammaticità al gesto dell’acuto, sopravviene il dramma che spesso segue dal punto di vista del suo interprete.

Non nascondiamolo: il più delle volte l’acutista ha vita breve. Gli acuti graffiati di Robert Plant durano fino a Led Zeppelin IV, per poi lasciare spazio a una voce non meno charmant, non meno iconica, ma diversa. Le intemperie vocali dei primi anni 70 risultano inarrivabili dieci anni dopo per Ian Gillan nella reunion anni 80 dei Deep Purple. Persino sua maestà Freddie Mercury tendenzialmente rinuncia alle note più paradossali registrate in studio, anche nelle prestazioni live più convincenti.

 

Talvolta, l’effetto della decadenza vocale rischia di sortire un effetto comico. Uno dei segni di decadenza più amari è la lenta e inesorabile trasformazione degli acuti negli “a/ecuti”. L’a/ecuto è un acuto decadente in cui il cantante risulta incapace di pronunciare le differenti vocali, trasformandole tutte in uno strano mix di “a” ed “e”. Il dramma è progressivo: si comincia con qualche “a” che scivola nella “e”, si finisce in una massa indistinta di “a/e”. Il caso più noto di “a/ecutite” è quello di James Labrie, cantante dei Dream Theater.

 

In giovane età, Labrie era un convincente e poliedrico produttore di acuti: ottimo maratoneta ma anche convincente sparatore di sovracuti gratuiti sia in studio, che dal vivo – si veda Live at the Marquee in tal senso. Poi il lento declino. In principio, un pizzico di fatica. Successivamente, un’intossicazione alimentare, i lunghissimi set in lunghi tour, la testardaggine di lasciare le tonalità dei brani inalterati. Risultato: i testi totalmente ricoperti da una spessa coltre di “e” lanciate a voce spiegata, e potenziate da una sempre più innaturale apertura delle fauci. E infine, il dramma di una voce costretta a essere caricatura live delle pregevoli registrazioni in studio.

 

Una testimonianza di quanto ricostruito nel paragrafo precedente.

 

Tranne qualche fortunata eccezione, la vita matura degli acutisti non è facile. Costretti a cantare brani incisi nel fiore dell’età, rinchiusi in un genere che richiede lo strillo come condizione necessaria, impossibilitati a costruire una nuova carriera da cantante intimista: i cantanti da acuto sono ingabbiati nell’amore tossico dei fan, che preferiscono una versione terrificante di un vecchio cavallo di battaglia allo sviluppo spirituale, mentale, artistico dei loro beniamini. Le voci di questi vecchi fenomeni dell’acuto ricordano le vicende della Sibilla Cumana: colei che ottenne l’immortalità, ma si dimenticò di chiedere l’eterna giovinezza, condannandosi a vivere all’infinito con un corpo sempre più decrepito.

 

Una vita senza acuti è una vita grigia

 

L’acuto nella musica rock e pop è discutibile. È spesso improprio, talvolta imbarazzante, raramente sensato. Ascoltando una canzone priva di acuti, nessuno dirà mai: “ecco, qui ci sarebbe stato bene un bell’acuto”. La mente suggerisce che il divieto di acuti imperante nella musica degli ultimi decenni possa essere catalogato come “progresso musicale”.

Ma il cuore dice che gli acuti hanno numerosi pregi. Possono strappare un sorriso, salvare un brano mediocre, creare fomento dal nulla. Nessun acuto è necessario in senso puramente estetico, ma i grandi acuti rimangono irresistibili. Li andiamo a riascoltare, li assaporiamo, nonostante i nostri gusti musicali siano andati altrove nel frattempo. Se la radio becca un brano dotato di un acuto significativo, nell’omertà della nostra vettura o della doccia noi comunque ci riproviamo, ritentiamo la fortuna, proviamo a fare nostro quell’evitabile prodigio della natura. Fallendo, come spesso falliscono i nostri eroi dopo la breve ed effimera stagione dell’acuto.

 

Qualcuno invece non fallisce mai. Pensiamo a Nick Luciani, vocalist dei Cugini di Campagna, attualmente concorrente de “L’isola dei famosi”. Nel video sottostante, Nick Luciani fomentato da Paolo Bonolis porta a casa una gara di acuti con un preoccupante Re (per capirsi: più di un’ottava sopra al celebre do di petto dei tenori).

 

Accettare un ritorno in grande stile dell’acuto, a ogni modo, significa necessariamente aprirsi alla possibilità del kitsch, del nonsense, dell’improbabile. Perché l’acuto è rischio e pericolo, sia per chi canta – si veda paragrafo precedente – che per chi ascolta. A conferma di tutto ciò, chiudiamo con un omaggio a un esponente di primo rilievo dell’acuto anni ’90.

 

1994: il recentemente scomparso André Matos è il leader vocale e spirituale degli Angra, gruppo metal brasiliano di discreta fama. Forse la discreta fame, forse la propensione al sovracuto del cantante, forse entrambe in una sorta di cocktail letale: in breve, gli Angra decidono che è una buona idea approfittare dell’estensione stile Nick Luciani del loro frontman per proporre una loro versione di “Wuthering Heights” di Kate Bush, una matriarca dell’acuto femminile.  Il risultato è sbagliato moralmente, esteticamente, forse anche vocalmente.

 

Però ce lo riguardiamo. Perché così funziona con gli acuti.

 

2 thoughts on “In difesa degli acuti

  1. Un notevole acuto, grazie.

    Io non sottovaluterei un’ipotesi: l’hard rock e il metal stanno all’opera lirica come il punk sta al dadaismo. Ora, è noto che per cantare l’opera lirica devi avere la voce e la tecnica, per chiamare “Fontana” un orinatoio no. Ma visto che la voce e la tecnica appartengono alla cultura borghese – ne consegue che Ian Gillian è l’ultimo erede di Thomas Mann – oggi che ha vinto l’approccio punk (saper cantare non conta poi troppo per fare musica, nemmeno saper suonare: il progresso sta nella rottura della tradizione), i cantanti l’acuto non è che pudicamente se lo vietino, presumibilmente non sanno proprio farlo.

    (Ian Gillian che si ostina a cantare a 70 anni suonati, sfiatatissimo, è Dirk Bogarde in Morte a Venezia, con il cerone sciolto)

    ((Errata corrige: “ha vinto l’approccio punk” > naturalmente: “ha vinto l’approccio trap”))

  2. Articolo molto spassoso, divertente ed “acuto”. Sì, sono passati di moda, ma vergognosamente li riascoltiamo, o addirittura tentiamo di riprodurli, protetti dal rumore della doccia o dall’anonimato delle cuffiette perchè sono eccitanti e anche perchè così diversi ed “esotici” dal gusto attuale.
    Gustosissima la carrellata degli artisti “acutari” nostrani ed internazionali e alcune frasi da morire dal ridere, una su tutte anche perchè io amo la acuteria di Ted Neeley “Ogni volta che un fan degli acuti intravede un uliveto, la tentazione di sparare un Sol è incontrollabile”
    Bravo Daniele!

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