di Marco Deriu

 

Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di Emanuele Leonardi

 

[È da poco uscito per Castelvecchi Rigenerazione. Per una democrazia capace di futuro di Marco Deriu. Proponiamo qui un estratto del primo capitolo dedicato a come la questione ambientale interroghi nei suoi fondamenti il pensiero politico democratico]

 

[…] In molti testi recenti sulla democrazia le stesse parole “ambiente”, “ecologia”, “sostenibili­tà”, “cambiamento climatico” non compaiono neppure, e tantomeno compaiono tentativi di analisi delle sfide che tali questioni portano alle comunità, alle istituzioni e alle prassi politiche. Questa marginalità della teoria politica di fronte a problemi radicali, come il riscaldamento globa­le, la sesta estinzione delle specie, che sfidano la tenuta e l’esistenza stesse delle comunità politiche, è un fatto preoccupante che fa pensare. Po­trebbe nascondere un vulnus della teoria politica, o delle resistenze che devono essere analizzate e interpretate. Come hanno sottolineato Geoff Mann e Joel Wainwright: «Possiamo sviluppare un concetto stabile del politico soltanto in un ambiente globale relativamente stabile; quando il mondo è in subbuglio, lo è anche la definizione e il contenuto di quel settore della vita umana che chiamiamo “politico”» [1].

 

 

L’unione invisibile tra politica e ambiente

 

La questione di fondo riguarda l’“unione invisibile” tra politica e na­tura, ovvero tra la politica intesa come capacità di governo delle comu­nità umane nel contesto di un ambiente e della gestione delle sue risorse e interdipendenze. Il fatto che la questione della conservazione, della cura, della rigenerazione e trasmissione di un ambiente non sia stata consapevolmente messa al centro della riflessione politica per divenire oggetto di speculazione, di rispecchiamento e di simbolizzazione, non significa che il rapporto con l’ambiente in cui – o per meglio dire, grazie a cui –, viviamo non sia il presupposto sottaciuto di qualsiasi regime politico. La terra, il sole, l’acqua, i frutti della terra, la legna, gli animali sono la precondizione di qualsiasi comunità umana e qualsiasi regime politico ha come primo compito quello di garantire l’accesso, la conser­vazione, la riproduzione e distribuzione di questi beni e dei loro derivati alla propria comunità. Non appena vanno in crisi i meccanismi o le condizioni di accesso a qualcuno di questi beni fondamentali – come è avvenuto per esempio più volte con la crisi dei beni alimentari nel Nord Africa – i risultati sono contestazioni e rivolte sociali. Per esempio, tra il 2007 e il 2008 l’aumento del costo di riso, latticini, carne, zucchero e ce­reali è stato alla base di una forte ondata di proteste in Paesi come Haiti, Messico, Nicaragua, Guatemala, Thailandia, Indonesia, Filippine, In­dia, Bangladesh, Egitto, Yemen, Pakistan, Uzbekistan, Costa d’Avorio, Etiopia e gran parte dell’Africa sub-sahariana. Nel 2011 la crescita dei costi dei beni primari, in particolare alimentari, a fronte di un reddito piuttosto basso è stata alla base delle rivolte in Algeria, Tunisia, Egitto, Yemen, Bahrein, Siria, Libia, Marocco, Arabia Saudita, Oman, Iraq, Sudan, Mauritania, Uganda.

 

Quella che con una certa ambiguità identifichiamo con “natura” in realtà è sempre stato il terreno e il presupposto della vita sociale e politica.

 

Da questo punto di vista ha ragione Bruno Latour quando ricorda che:

 

Non esistono, da un lato, la politica e, dall’altro, la natura. Da quan­do il termine è stato inventato, ogni politica si è definita in rappor­to alla natura, e ogni tratto di quest’ultima, ogni sua prerogativa e funzione dipendono dalla volontà polemica di limitare, riformare, fondare, semplificare, illuminare la vita pubblica. Ne consegue che la scelta non si pone tra fare o non fare ecologia politica, ma se farla surrettiziamente, distinguendo tra questioni che attengono alla natu­ra e altre alla politica, oppure esplicitamente, considerandole un’u­nica questione che si pone a tutti i collettivi [2].

 

 

Latour vede in questa distinzione una suddivisione o spartizione di po­tere, come se della natura oggettivizzata e “naturalizzata” si dovessero occupare gli scienziati, mentre delle questioni pubbliche e collettive si dovessero occupare i professionisti della politica e assieme un dispositivo di potere poiché l’intera organizzazione funziona sul controllo di ciò che può passare dalla dimensione “naturale” a quella “politica”. La realtà è che qualsiasi comunità sociale e politica istituisce e incorpora consape­volmente o inconsapevolmente un modo di relazionarsi – collaborativo/ oppositivo, costruttivo/distruttivo – con il proprio ambiente; non vi è dunque una reale cesura tra politica e natura ma solamente diverse for­me di adattamento. Anche quando una comunità o un regime politico pensano di costituirsi in contrapposizione o in forma di dominio rispetto al “mondo naturale”, stanno semplicemente cercando di denegare il rap­porto simbiotico che mantengono con il proprio ambiente.

 

Da questo punto di vista, i moderni regimi politici, le nostre demo­crazie opulente, non solo non fanno dunque eccezione ma anzi sono più di qualsiasi altro regime storico impegnate in un continuo confronto e approvvigionamento di materie prime in un regime di economia glo­balizzato che estende le proprie maglie oramai attraverso gran parte del globo. Ciò che li caratterizza, dunque, è che in base alla posizione di potere politico, economico e militare nel mercato globale, costrui­ta attraverso una storia anche di guerre, conquiste e colonialismi, essi possono dare parzialmente per scontato il controllo del flusso di questi beni cosicché, a fronte di un distanziamento spaziale e materiale dalle fonti di approvvigionamento, quello che si registra a livello di mentalità sociale è banalmente una rimozione psicologica e cognitiva di questa fondamentale dipendenza. Questa rimozione sociale è la precondizione e anche il frutto di una strategia di occultamento da parte delle stesse autorità politiche. Tuttavia, quando un avvenimento politico, econo­mico o militare minaccia o interrompe l’approvvigionamento di questi beni le “pacifiche” e “liberali” democrazie occidentali non si attardano a investirsi in guerre e imprese militari, come è successo per esempio per il petrolio e il gas in Iraq, in Libia e in Siria.

 

Le questioni ecologiche in tutte le loro dimensioni – risorse, biodi­versità, clima, tensioni – sono problemi che governanti, diplomatici e analisti conoscono bene ma che invece ancora stentano a trovare un po­sto riconosciuto all’interno della teoria politica ufficiale, quasi che fosse­ro dettagli marginali rispetto alla comprensione e alla definizione delle dimensioni di libertà, uguaglianza, equità, partecipazione, espressione e autodeterminazione su cui si fonda qualsivoglia idea di democrazia. Ep­pure, se pensiamo ai movimenti politici più ampi e radicati che si sono sviluppati negli ultimi anni, molti riguardano lotte per il ripensamento, la difesa, la salvaguardia, la condivisione di beni “naturali” fondamen­tali: i movimenti contadini e quello “Sem Terra” (Senza Terra, MST); il movimento per l’acqua pubblica e quelli contro le dighe; il movimento per il diritto al cibo e quelli per la sovranità alimentare; i movimenti contro l’abbattimento degli alberi e per la difesa delle foreste; i movi­menti vegetariani, vegani e per i diritti degli animali; i movimenti per la rilocalizzazione e il km zero; i movimenti per la difesa del suolo e contro la cementificazione; i movimenti contro il traffico, quelli contro l’inqui­namento e quelli contro il cambiamento climatico.

 

L’obiettivo di una democrazia ecologica non è dunque affatto quel­lo di conservare una natura oggettivata e passivizzata, ma al contrario di rifondare in senso più ecologico la propria esistenza e la propria libertà politica, ovvero di sviluppare una saggezza politica in grado di risignificare le molteplici relazioni tra umani e non umani, tra processi sociali e processi ecologici. In questo modo sia i “prodotti” realizzati dagli umani, sia i “prodotti” dell’ambiente non umano vengono ad essere interrogati da un punto di vista ecologico e politico. Senza con­tare che gran parte di ciò che appare naturale è di fatto co-prodotto da numerose specie viventi…

Aria, acqua, terra, animali, piante, cibo, salute: ovunque nel mondo l’intero ambiente considerato “naturale” viene sempre più riconosciuto come un affare “pubblico”. Il rapporto con l’ambiente, la gestione del­le risorse vanno riconosciuti come questioni eminentemente politiche. Molti dei nostri atti quotidiani quali bere, mangiare, lavarsi, spostarsi, consumare non sono più né sicuri, né innocenti, né scontati. La realtà è che oggi nelle democrazie storiche occidentali ci ritroviamo a dover difenderci dal potere del mercato e a dover lottare con le unghie e con i denti per difendere non beni di lusso ma il cibo, l’acqua, la terra fertile, l’aria che respiriamo, perché la tendenza del sistema politico ed econo­mico capitalista è quella di privatizzare tutto e rioffrire ogni cosa sotto forma di merce. Possiamo vedere l’evoluzione delle democrazie storiche nella cornice di una parabola che dalla rimozione o negazione del pro­prio fondamento biologico ci ha costretto infine a tornare a interrogarci sulla democrazia della terra, dell’energia, del cibo, dell’acqua, del clima.

 

Certamente si può dire che questo è in primo luogo il risultato dell’inclinazione distruttiva dello sviluppo capitalistico, ma ammetten­dolo dobbiamo contemporaneamente inchiodare la democrazia alle sue responsabilità. Poiché la teoria democratica non ha mai pienamen­te riconosciuto le fondamenta ecologiche sottostanti a qualsiasi comu­nità politica, ci si è sottratti in questo modo alla necessità di pensare le possibili caratteristiche e condizioni democratiche di un governo sostenibile del territorio capace di tener conto di tutte le sue compo­nenti viventi e vitali.

 

[…]

 

Rigenerazione del pianeta e rigenerazione della democrazia

 

Come si pone la teoria e la prassi democratica di fronte alle emer­genze ambientali e al cambiamento climatico?

Il meno che si possa dire, da questo punto di vista, è che siamo di fronte a questioni che sono state finora completamente a margine della tradizione e della riflessione democratica. Come ha affermato lo studioso canadese Richard Swift:

 

La dimensione ambientale è qualcosa di relativamente nuovo da affrontare per i pensatori democratici. La teoria democratica clas­sica ha semplicemente presunto una natura generosa dove c’erano beni a uso senza fine per il piacere dell’uomo. Andavano semplice­mente trasformati in proprietà privata o erano “apporti” spontanei della natura. Ma nel mondo di oggi, con gli ecosistemi che collassa­no, le risorse che si riducono e la dispersione generale di sostanze tossiche, la situazione è molto diversa [3].

 

Analogamente anche Robert Costanza, Joshua Farley e Ida Kubiszewski, evidenziano lo stato di cose da cui partiamo: «Le istituzioni e il mondo come li conosciamo oggi presero forma all’inizio della Rivoluzione in­dustriale, quando gli esseri umani e le loro infrastrutture erano ancora relativamente pochi» [4]. In quel contesto le risorse naturali erano abbon­danti, gli insediamenti umani erano relativamente scarsi e gli apparati tecnologici e produttivi non costituivano ancora una minaccia per gli ecosistemi. Ora ci troviamo di fronte a un mondo “pieno”, sviluppato, industrializzato, urbanizzato. Con tecnologie, macchine e infrastrutture sempre più complesse, con risorse sempre più limitate e minacciate, con un rendimento decrescente di ogni investimento in complessità che ha reso le nostre società ma anche i nostri sistemi politici più esposti al collasso.

 

Come hanno notato Luc Semal e Bruno Villalba: «L’ambiente è indissolubilmente legato a una costruzione del sistema democratico, che è stato sviluppato con l’idea che la natura fosse solo una questione subordinata. Contava solamente la possibilità della politica di plasma­re il mondo sociale, al di sopra del mondo naturale» [5].

Le istituzioni politiche democratiche sono state concepite per massi­mizzare il consumo di risorse ed energia a fronte di un ambiente conce­pito come riserva esterna e non come contesto della politica.

 

Oggi la questione dell’impatto delle nostre tecnologie, dei nostri processi produttivi, delle nostre emissioni inquinanti e climalteranti, dei nostri standard di consumo, delle trasformazioni demografiche, e quin­di la valutazione dei rischi, il tema dell’autolimitazione e dell’assunzione responsabile di doveri intergenerazionali e interspecie si pongono come aspetti cruciali del ripensamento politico democratico.

Le istituzioni democratiche e le loro logiche sono il frutto di un pen­siero politico per il quale la natura e le sue risorse erano viste in termi­ni di sovranità territoriale, ovvero come un territorio entro dei confini specifici in termini di giurisdizione e un ambiente esterno in termini di comunità.

 

Da questo punto di vista non è esagerato dire, come fa Edgar Morin, che di fronte a tutto questo:

 

Il pensiero politico è al suo grado zero. Ignora i lavori sul divenire delle società e sul divenire del mondo. “La marcia del mondo ha smesso di essere pensata dalla classe politica”, afferma l’economi­sta Jean-Luc Gréau. La classe politica si accontenta dei rapporti di esperti, delle statistiche e dei sondaggi. Non ha più pensiero. Non ha più cultura. Non sa che Shakespeare la riguarda. Ignora le scienze umane. Ignora i metodi che sarebbero adatti a concepire e a trattare la complessità del mondo, a legare il locale al globale, il particolare al genere. Priva di pensiero, si è messa al rimorchio dell’economia [6].

 

Da questo punto di vista dobbiamo ripensare e sviluppare l’immagina­zione democratica all’interno di una visione e di una dinamica tempora­le più ampia. La realtà materiale e simbolica, in cui sono state concepite e messe a punto le istituzioni democratiche, si è andata radicalmente trasformando. Pensiamo per cominciare al fatto che nel corso del 2007 [7] per la prima volta nella storia dell’umanità la popolazione insediata nel­le città ha superato quella che vive nelle campagne. Questo fatto ha chiuso un ciclo iniziato circa 10.000 anni fa con la rivoluzione neolitica, la nascita dei primi villaggi e successivamente delle prime città.

 

La storia della politica, e tanto più della democrazia, nel senso in cui la intendiamo oggi è nata nelle città greche, nella “polis” appunto e accom­pagna lo sviluppo urbano. Quella storia, come ha notato Michel Serres, racconta la potenza della «“minoranza infima” che abitava nelle città» [8]. Per millenni lo spazio della polis è rimasto un’isola, un insediamento in un ambiente non antropizzato straordinariamente più vasto. Ma oggi, sottolinea il filosofo francese, tutto il mondo, o almeno gran parte di esso, è cittadino. Lo spazio “esterno” alla polis, il predominio della natura ma anche dei saperi rurali, di coloro che vivono a più stretto contatto con la terra si è straordinariamente ristretto. Come abbiamo già accennato, que­sto non ha significato una diminuzione della dipendenza dalla natura, una diminuzione del flusso di trasfusione dalle vene del pianeta. Proprio al contrario il saccheggio, la pressione sul pianeta è aumentata fino a rimet­tere in discussione gli equilibri dinamici che governavano gli ecosistemi e alterare le stesse condizioni di vita degli esseri umani sul pianeta.

 

Abbiamo cercato di governare, sfruttare e manipolare il più possibile il mondo naturale, ma a questo punto è il mondo naturale – che Serres chiama «Biogea» – che si rivolta e finisce con l’infierire su noi stessi [9].

 

Dunque, mentre contempliamo l’impatto che l’essere umano sta avendo sul pianeta in quest’era – che è stata chiamata appunto «An­tropocene» da Eugene F. Stoermer e Paul Crutzen, «Capitalocene» da Jason Moore, o «Chthulucene» da Donna Haraway, per citare so­lamente le proposte di denominazione più note –, siamo costretti a riconoscere che i contraccolpi generati da questa trasformazione del pianeta stanno trasformando radicalmente la condizione della nostra esistenza e con essa il senso stesso della politica.

La responsabilità dell’essere umano sulle sorti della comunità po­litica e quella sulle sorti del pianeta si vanno sovrapponendo sempre di più. Del resto, come riconosceva Hannah Arendt: «Poiché l’uomo non è autarchico ma dipende nella sua esistenza dagli altri, deve es­servi una cura dell’esistenza, che riguarda tutti, e senza la quale non sarebbe possibile convivere. Compito e fine della politica è tutelare la vita nel senso più ampio del termine» [10].

 

In sintesi, dunque si può dire che quello che era considerato implici­to, secondario, o marginale nella politica moderna – il legame tra comu­nità umane e ambiente – oggi torna a occupare il centro della vita poli­tica: l’occasione della rigenerazione della vita e del pianeta si sovrappone all’occasione della rigenerazione della democrazia ed entrambe insieme interpellano in profondità il senso della nostra umanità all’interno di un lungo processo di ominizzazione.

In sostanza la questione ambientale, pur non essendo mai stata vera­mente assente dalla politica, si ripresenta oggi come qualcosa di nuovo per la teoria democratica e per le istituzioni democratiche.

 

Dunque, non si tratta solo di affrontare qualcosa che è stato trala­sciato o considerato secondario, si tratta invece di illuminare una ferita, un vulnus strutturale della teoria e al contempo della prassi democra­tica. Da questo punto di vista, come ha notato Ulrich Beck: «Il cam­biamento climatico è l’incarnazione degli errori di un’intera epoca di industrializzazione galoppante, e i rischi climatici ci chiedono di rico­noscere e correggere quegli errori a fronte della violenza presente nella possibilità di annientamento. Sono una forma collettiva di ritorno del rimosso, in cui la presunzione del capitale industriale, organizzato nella forma politica dello Stato-nazione si trova a fare i conti sotto forma di minaccia oggettivata alla propria stessa esistenza» [11].

 

Riconoscere questo peccato nella coscienza politica delle demo­crazie occidentali non significa chiudere i conti con la democrazia. Significa piuttosto sfidare il pensiero democratico a un necessario rio­rientamento complessivo. Assumere questa sfida significa pensare che il regime di democrazia del futuro sarà qualcosa di differente da tutto ciò che abbiamo già conosciuto.

Da questo punto di vista si può notare che se la logica della demo­crazia rappresentativa tradizionale era quella di soddisfare le esigenze e le preferenze più immediate della popolazione (o quantomeno della sua maggioranza) senza vincoli di sorta, la logica di una democrazia ecolo­gica dovrebbe essere quella di garantire le condizioni di riproducibilità della vita e contemporaneamente le condizioni di riproduzione della cittadinanza e della libertà democratica. In altre parole, una democrazia realmente capace di futuro, capace di garantire e rigenerare le condi­zioni di vita sulla terra, non può essere che una democrazia che accetta anzitutto di rigenerare se stessa.

 

Una democrazia ecologica, dunque è una democrazia che incorpo­ra nella propria auto-istituzione come comunità politica – quindi nella propria costituzione, nelle leggi fondamentali, nel funzionamento stes­so delle proprie istituzioni e nell’educazione dei propri cittadini – il senso di interdipendenza e di responsabilità nella conservazione e nella rigenerazione delle proprie fondamenta ecologiche e politiche, non po­tendosi dare le une senza le altre.

In altre parole, dobbiamo condividere con altri popoli e Paesi e con le generazioni future la possibilità di godere di un ambiente ecologico e sociale sufficientemente integro e vivibile analogo a quello di cui abbia­mo goduto noi. La posta in gioco rispetto a questioni come la biodiver­sità, l’energia, il clima, la terra fertile, il cibo, l’acqua è contemporane­amente quella di garantire una reale sovranità democratica e al tempo stesso le condizioni di riproduzione della vita comune. L’integrità ecolo­gica è da questo punto di vista la precondizione della democrazia.

 

È chiaro, d’altra parte, che l’urgenza e la drammaticità delle in­combenti sfide ecologiche, mette a rischio la tenuta del progetto de­mocratico anche da altri punti di vista. Come ho già sottolineato in­fatti, in mancanza di una rifondazione della democrazia, le tensioni ecologiche possono diventare la giustificazione di politiche tecnocra­tiche, burocratiche e autoritarie. La questione ecologica rappresenta probabilmente la più grande sfida e contemporaneamente la più gran­de scommessa per il progetto democratico.

Per citare ancora Michel Serres: «Il potere, oggi, si sta per distac­care dalla vecchia triade dei sacerdoti, dei soldati e dei produttori di ricchezze? E in questo caso, chi rimpiazzerà i tre corpi di aristocratici che hanno amministrato di volta in volta, e talora in combutta, l’area indoeuropea a partire dal neolitico?» [12]. Rispondere a questa domanda significa ripensare contemporaneamente i principi (i valori e le regole che definiscono la cornice simbolica di integrazione), i soggetti (colo­ro che sono riconosciuti parte del demos, detenendo diritti, doveri o responsabilità), le forme (le istituzioni e le prassi) della democrazia.

 

Note:

 

  1. Geoff Mann, Joel Wainwright, Il nuovo Leviatano. Una filosofia politica del cambiamento climatico, Treccani, 2019, p. XIII.
  2. Bruno Latour, Politiche della natura. Per una democrazia delle scienze, Raffaello Cortina Editore, 2000, p. XI.
  3. Richard Swift, La democrazia, Carocci, 2004, p. 105.
  4. Robert Costanza, Joshua Farley e Ida Kubiszewski, Adattare le istituzioni per vive­re in un mondo “pieno”, in Worldwatch Institute (a cura di), State of the world 2010. Trasformare la cultura del consumo, Edizioni Ambiente, 2010, p. 171.
  5. Luc Semal, Bruno Villalba, Obsolescence de la durée. La Politique peut-elle con­tinuer à disqualifier le délai?, in Franck-Dominique Vivien, Jacques Lepart, Pascal Marty (a cura di), L’Evalutation de la durabilité, Éditions Quae, 2013, p. 97.
  6. Edgar Morin, La via. Per l’avvenire dell’umanità, Raffaello Cortina Editore, 2012, p. 30.
  7. Secondo le Università della North Carolina State e dell’Università della Georgia che studiano la crescita della popolazione terrestre, la data esatta in cui si è realizzato que­sto epocale sorpasso è stato il 23 maggio 2007: 3.303.992.253 abitanti cittadini, contro i 3.303.866.404 rurali. Nel 2030 circa il 60% della popolazione mondiale vivrà in spazi urbani. Cfr. North Carolina State University, Mayday 23: World Population Becomes More Urban Than Rural, in «ScienceDaily», 25 maggio 2007.
  8. Michel Serres, Tempo di crisi, Bollati Boringhieri, 2010, p. 15.
  9. Ivi, p. 58.
  10. Hannah Arendt, Che cos’è la politica?, Edizioni di Comunità, 1995, p. 28.
  11. Ulrich Beck, La metamorfosi del mondo, Laterza, 2017, p. 39.
  12. Michel Serres, Tempo di crisi, cit., p. 62.

[Immagine: Pejac, Phiedra, Madrid, 2013 – particolare]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.