di Andrea Sartori

 

Chi non ha sognato, a un certo punto della propria vita, di poter stare al mondo senza dover dimostrare nulla, né a sé, né agli altri? Chi non ha sognato di sbarazzarsi della necessità di affinare costantemente le proprie qualità migliori – intelligenza, umorismo, prestanza fisica etc. – per non doverle più mettere in mostra, ed esporle alla percezione altrui, allo scopo d’ottenere un vago e indefinito successo? Chi, ancora, non s’è stancato di celare quelle caratteristiche personali che, a torto o a ragione, sono ritenute impresentabili, quasi fossero una business card stampata male, un biglietto da visita dalla linea grafica improbabile?

 

L’America è il luogo in cui convivono il marketing del sogno e l’orrore dei mass shootings, ovvero la mistica del fresh start capace di dare nuovo slancio ed empowerment all’esistenza, e il Reale che viceversa resiste a ogni tentativo di trovare un senso. Questo è anche il luogo dell’occidente in cui è massima la frenesia associata alla performance del sé, al bisogno di mettere in vetrina il profilo migliore di chiunque (e di qualunque cosa), ma in cui chiunque non è legittimato all’esistenza per il solo fatto di essere appunto chiunque, ovvero uguale a tutti gli altri. Questo è il luogo, in altre parole, in cui la linea che separa l’esperienza educativa – ovvero il divenire sé – da un talent show, o da un TED talk (Technology Entertainment Design), s’è ormai fatta sottilissima, e anzi ha quasi perso ragion d’essere.

 

È piuttosto chiaro come tale frenesia e tale bisogno siano il risultato d’un condizionamento sociale che s’è trasformato in un Super-Io insopportabile, in una ragione di profondo disagio interiore, in un malessere che non si è più disposti ad accettare, in tutto simile a quello di cui a un certo punto scrive Robert Musil ne L’uomo senza qualità (1930-1942): il malessere di chi non si trova bene nella propria pelle, di chi non riesce più a stare dentro di sé, ovvero di chi, banalmente, non è più in pace con se stesso, e di conseguenza con gli altri (ovvero fuori di sé).

 

Sullo sfondo di questo darwinismo sociale, di questo “realismo capitalista” – come lo ha definito Mark Fisher (Realismo capitalista, Neo, Roma, 2018) – al quale pare non esserci alternativa, quel che scriveva Giorgio Agamben in apertura de La comunità che viene (Bollati Boringhieri, Torino, 1990), non può che apparire liberatorio:

 

L’essere che viene è l’essere qualunque. Nell’enumerazione scolastica dei trascendentali (quodlibet ens est unum, verum, bonum seu perfectum, qualsivoglia ente è uno, vero, buono o perfetto), il termine che, restando impensato in ciascuno, condiziona il significato di tutti gli altri, è l’aggettivo quodlibet. La traduzione corrente nel senso di ‘non importa quale, indifferentemente’ è certamente corretta, ma, quanto a forma, dice esattamente il contrario del latino: quodlibet ens non è ‘l’essere, non importa quale,’ ma ‘l’essere tale che comunque importa’”.

 

Sostenere che ciascuno – nella famiglia e nella community d’un quartiere, nella scuola e sul lavoro, nella società in generale – prima e poi sarà “unico”, “vero”, “buono” e addirittura “perfetto”; ecco, sostenere questo rivolgendo il pensiero allo stile di vita di cui oggi viene fatto l’elogio a ogni piè sospinto, è qualcosa – letteralmente – di inaudito. Che qualcuno dica agli studenti americani che essi sono tali che comunque importano, indipendentemente dalla attualizzazione in competenze e skills del loro potenziale, deve avere l’effetto d’una rassicurazione che comunica direttamente con la loro anima, al netto dell’indebitamento famigliare e personale per essere ammessi al campus.

 

Essere garantiti all’esistenza in quanto quodlibet ens, infatti, significa poter vivere come l’uomo senza qualità di Musil, il quale non si riconosce nelle innumerevoli etichette che gli stanno appiccicate addosso, come se egli non fosse altro che la somma aritmetica – o l’astratta intersezione – delle sue molteplici Eigenschaften esposte allo sguardo e alle percezioni di chi gli sta intorno: l’altezza, il peso, il colore degli occhi, ma anche l’appartenenza nazionale e di classe, il sesso e l’identità di genere, la localizzazione geografica, l’etnicità e così via.

Riconoscersi una e uno qualunque, in altri termini, equivale ormai a un’utopia, a un sogno d’inattingibile felicità, ovvero al pensiero che si possa essere parte d’una società, ed esserne addirittura amati, solo per quel che si è e non per altro. Infatti, quasi non respiriamo e non usciamo di casa, se prima non siamo parametrati e quantificati, così che ogni nostra performance sociale e ogni nostra appartenenza identitaria siano valutate da chi di dovere, frammentate in un mosaico disperso di qualità, delle quali occorre poi industriarsi a trovare una ricomposizione armonica. Spesso fallendo.

 

La “comunità che viene” di Agamben promette, in maniera forse illusoria – come è proprio dell’utopia – che gli individui non debbano più lottare per poter stare al mondo, e che la loro umanità sia sufficiente a giustificarne l’essere. La speranza in una comunità che deve ancora venire, inoltre, fa pensare che quella che lo psichiatra e antropologo Enrico Morselli chiamava in maniera preveggente “concorrenza per la vita”, (“Carlo Darwin”, Rivista di filosofia scientifica, 1, 6, 1882, pp. 613-668), non sia una legge del cosmo, come invece ci suggerisce il nostro contesto neoliberale d’esistenza.

2 thoughts on “Perché in America amano Agamben

  1. Il contesto neoliberale ha più volte tentato di passare per naturale, come il darwinismo, ciò che invece è culturale.
    Legittimare l’esistenza in relazione alla performance ne è il movimento conseguente.
    Il riferimento al capolavoro di Musil è francamente azzardato, una (legittima) interpretazione personale.

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