di Sergio Benvenuto

 

Mi resi conto finalmente non di essere diventato vecchio – il certificato di nascita è implacabile – ma di essere percepito come vecchio, alcuni anni fa, camminando per una strada dell’Alta Sabina. Là mi si accostò un’auto. Dentro un uomo giovane mi sorrideva, salutandomi come se mi conoscesse bene. Io non lo conoscevo, ma gli anziani sono tormentati dal fatto di non ricordare i volti, nemmeno quelli conosciuti il giorno prima. Quante volte incontro persone che mi sorridono e mi salutano, e parlano anche a lungo con me, convinte che io le abbia riconosciute, e invece… Per lo più faccio finta di ricordarmi di loro, talvolta poi mentre parlano finisco col riconoscerli, “Ma certo, è ….!” Per cui cercai di capire chi diavolo potesse essere quel giovane in auto. Alla fine buttai uno: “Ma lei è il figlio di Ripani?” (Dopo mi resi conto che non avevo mai incontrato il figlio di Ripani.) Il tipo assentì giulivo. Poi si mise lungamente a parlare di sé, di una sua mostra a cui mi avrebbe certamente invitato, ecc. E così parlando mi fece dono di una busta di plastica con dentro vari orologi; suppongo che fossero orologi cinesi da quattro soldi. Dopo che mi sentì amichevole, mi chiese se non potessi prestargli 150 euro perché aveva finito la benzina… Anche se con biasimevole ritardo, capii con chi avevo a che fare, gli restituii gli orologi cinesi, e me ne andai.

 

Mi è capitato qualche altra volta lo stesso abbordaggio da un’auto, solo che ora rispondo al saluto del guidatore con “Adesso fotografo la sua targa e la porto subito al commissariato di polizia più vicino.”

Altri amici, tutti anziani, sono passati per questo attentato. Gli anziani sono vittime preferite di ogni tipo di truffa e di furto, per ragioni che non ho certo bisogno di precisare. Avere un basso livello culturale, vivere in provincia o in campagna, essere vecchietti, è una combinazione micidiale: si diventa bersaglio facile di truffatori, millantatori, venditori di cianfrusaglie, birboni, ladri, imbonitori, sedicenti agenti immobiliari… Questa fragilità ha spinto persino il presidente Mattarella a parlarne, anni fa. A quando un Ministero per la Tutela dei Seniores?

 

Anni fa era comune rubare la borsa ad anziani appena usciti dalle Poste dove avevano preso la pensione. A differenza dei più giovani, che si fanno mandare lo stipendio sul conto in banca, gli anziani erano – e molti sono ancora – restii ad andare in banca, per loro mausoleo immeritato e ostile, e preferiscono il più familiare ufficio postale (per questa ragione le PT, per lo più, ormai fanno solo finta di spedire lettere e pacchi, che arrivano dal destinatario dopo mesi o mai, e funzionano ormai da centri bancari soprattutto per anziani). Ancora preferiscono essere pagati in banconote, trovano che il contante sia danaro più reale.

 

La truffa che chiamerei dell’Amico Dimenticato è particolarmente interessante perché essa fa uso di alcune “leggi” su cui gli psicologi sociali scrivono da anni. Non credo che quegli imbroglioni leggano libri di psicologia, ma hanno un sapere pratico, empirico, di come funzionano le menti umane. Per buggerare un povero vecchio per strada fanno uso di alcune regole fondamentali nei rapporti umani. La prima è:

 

Se vuoi qualcosa da qualcuno, mostragli affetto e appari felice”

 

E’ la ragione per cui bisogna sorridere a chiunque si conosca, se lo si incontra per strada. Ed è la ragione per cui gente dello spettacolo e della politica hanno sempre stampato un sorriso in faccia. Il sorriso certo connota una persona felice, aperta agli altri, mentre evitiamo persone accigliate, chiuse, meste. Ma c’è una ragione in più: una parte direi infantile, arcaica, di noi, quando vede qualcuno che sorride da uno schermo televisivo, è convinta che questo qualcuno sorrida proprio a lui o a lei. Se non ci fosse quest’illusione, molti effetti cinematografici o televisivi si perderebbero. Bisogna sapere quanti secondi bisogna sorridere a una persona che si è conosciuta in un ristorante per convincerla che la simpatia è sincera e non fittizia. La convivialità è una tecnica complessa e difficile – tranne quando è del tutto sincera.

Quando il truffatore dell’Alta Sabina si comportava amichevolmente e affettuosamente con me, sapeva quel che stava facendo.

 

Se vuoi qualcosa da qualcuno, ricorri alla reciprocità”

 

L’impostore della Sabina mi dette un regalo che sembrava cospicuo, perché conosceva un istinto molto radicato in noi, quello della reciprocità.

La setta degli Hare Krishna vive mendicando. Per molti anni l’accattonaggio non dava grandi risultati, finché però, a un certo punto, si notò che gli Hare Krishna avevano accumulato una fortuna, compravano palazzi. Che era successo? Psicologi sociali li studiarono, e notarono che gli Hare Krishna avevano cambiato il modo di mendicare. Ora uno di loro – di solito una bella ragazza – si avvicinava a qualcuno per strada e gli regalava una rosa, magari infilandola direttamente nell’asola della giacca. Dopo di che chiedeva un’elemosina per la setta. Quando ricevi un dono, anche se non richiesto e anche se minuscolo come una rosa, scatta un istinto di reciprocità: allora anche tu devi rispondere con un dono. Lo chiamerei un debito simbolico. Finì così che quasi tutti davano un po’ di soldi agli Hare Krishna.

 

Di solito chi prendeva le rose poi le buttava in un cestino. Qui gli Hare Krishna andavano a ripescarle per offrirle ad altri.
Questo principio della reciprocità regge il sistema di potere in molte società primitive, su cui Marcel Mauss scrisse un testo famoso,
Saggio sul dono. In molte società dette primitive non si accumula potere facendo tanti soldi come da noi, ma donando il più possibile. Se io A dono qualcosa di cospicuo e caro a B e costui non è in grado di reciprocare, di fatto B è in potere di A, perché ha un debito che gli sarà difficile estinguere.

 

Perciò era fondamentale, nella strategia del truffatore motorizzato, il fatto che mi regalasse una busta piena di orologi (magari dopo avrei scoperto che erano tutti rotti).

L’appello al debito simbolico è fondamentale in politica. Un mio amico austriaco, vecchio agricoltore della Carinzia, una volta per caso incontrò in una birreria Jörg Haider, capo del Partito Austriaco della Libertà, di estrema destra e xenofobo; in quel momento Haider era candidato alle elezioni di governatore della Carinzia. Dopo due minuti di conversazione, Haider all’improvviso si sfilò l’orologio e lo dette, senza colpo ferire, al mio amico. Un dono. Il mio amico era socialdemocratico, quindi di idee opposte a quelle di Haider, eppure ne parlava con ammirazione, e disse pure “pensai persino di votarlo!” Regalare un orologio, o qualsiasi altra cosa, fa appello al debito simbolico: il beneficiato si sentirà in dovere di reciprocare col voto.

 

Il meccanismo detto del voto di scambio si basa su questo: se un politico mi ha dato qualcosa, anche minima, mi sento in dovere di votarlo. La politica è per buona parte circonvenzione d’incapaci.

Una persona è diventata famosa nel mondo proprio per aver praticato in modo sontuoso il ricatto del debito simbolico: Evita Perón. E’ conosciuta non tanto per essere stata la moglie del dittatore Juan Perón, quanto per la sua mania di avere sempre qualche oggetto da dare a qualsiasi argentino che lei incontrasse. Anche se si trattava di una piccola cosa, ognuno doveva avere il suo regalino. Evita quasi si rovinò nell’industria della beneficenza universale. La reciproca era: ama Perón! E in gran parte ci riuscì, perché il peronismo è vivo ancor oggi. Evita è eroina nazionale per gli argentini, assieme a Carlos Gardel e a Jorge Luis Borges.

 

Se vuoi che qualcuno ti presti qualcosa, devi apparire ricco”

 

E’ il contrario del principio dell’accattonaggio, dove il mendicante deve apparire il più possibile miserabile e fare pena. E’ l’applicazione del proverbio “si presta sempre al ricco”. I truffatori dell’Amico Dimenticato di solito guidano belle auto, pulite, che sembrano nuove. Devono apparire persone benestanti, a cui è successo solo un guaio spiacevole, essere rimasti senza benzina. Loro non chiedono soldi, chiedono un prestito sulla base della reciprocità.

 

Anni fa un mio giovane amico di Napoli viveva in questo modo: la sera si vestiva in modo molto elegante, con giacca e cravatta, ben rasato, “un bravo giovane borghese”, spalleggiato da un amico con una bella auto. Si avvicinava ad automobilisti in sosta, e inventava la storia che era rimasto senza contanti per la benzina, per cui chiedeva un piccolo prestito che avrebbe sicuramente restituito. Di solito la cosa funzionava. Inutile dire che non rimborsava nulla.

 

E’ vero che non sono solo gli anziani a essere vittime di miraggi fasulli. Chi è povero di cultura e di relazioni con i ceti superiori è più facilmente turlupinabile di chi ha cultura e relazioni, o vive nelle metropoli, finendo così ancora più povero. E’ l’infernale loop della povertà: se sei povero (soprattutto di conoscenze altolocate) tendi a fare per lo più scelte sbagliate, e così permani nella povertà. Penso alla ridda di “masters” e corsi di specializzazione di pochi mesi, a pagamento, che rilasciano alla fine fantomatici diplomi che sono solo carta straccia. Molti giovani socialmente poveri accumulano questi diplomi fasulli credendo così di “farsi una professionalità”, in realtà hanno solo regalato soldi ad altri. In Alta Sabina conosco una ragazza, peraltro intelligente ma figlia di contadini, che anziché perseguire la laurea in farmacia, facoltà a cui si era iscritta, ha perso mesi a procacciarsi un diploma di Buona Comunicazione Sociale…

 

I truffatori applicano bene qualcosa che gli psicologi sociali hanno descritto in modo “accademico”. Ma il punto è che le loro tecniche di persuasione e seduzione sono quelle che, più o meno, usiamo tutti, o che tutti dovremmo usare. E che uomini e donne di successo – gli influencers – sanno applicare benissimo. Nella nostra vita sociale non dobbiamo estorcere soldi come i tanti impostori, in ogni caso ci preme essere stimati e persino amati dagli altri, teniamo ad avere una buona reputazione. Quelle che chiamiamo le buone maniere della vita quotidiana sono spesso atti alquanto ipocriti, con cui cerchiamo di sedurre gli altri e dare una buona immagine di noi stessi.

 

Sorridere inteneriti di fronte alla foto di un bambino piccolo mostrataci dal padre, dalla madre o da altro parente; scrivere toccanti condoglianze a qualche conoscente che ha perso un parente che non abbiamo mai conosciuto; congratularci con attore o attrice dopo lo spettacolo, anche se l’interpretazione è stata esecrabile; elogiare il cibo che ci è stato dato da chi ci ospita a cena, anche se quei piatti erano immangiabili; se un nostro conoscente si accompagna a un bambino, a un certo punto dire “ma che bel bambino! Ma che bella bambina!” Se dobbiamo mandare una email a centinaia di persone, mettere solo un indirizzo visibile e tutti gli altri in Bcc.

 

Gran parte della nostra vita sociale bagna nell’adulazione e nella lusinga degli altri. Lo facciamo senza nemmeno pensarci su. Il truffatore si serve delle nostre fragilità non per accumulare prestigio e affetto, ma per fare soldi.

Tutti siamo truffati dalla vita sociale. Anche se non su una strada della Sabina.

2 thoughts on “La truffa dell’Amico Dimenticato

  1. Qualcosa come trent’anni fa un truffatore riuscì per un po’ a convincermi che era stato un mio studente, ma non gli detti il “prestito” per disobbligarmi per il capotto che mi “regalò per la mia signora”. Circa 15 o 20 anni più tardi la stessa persona (come capii alla fine) cercò di truffarmi, chiamandomi dalla macchina. Poiché ero in ritardo per andare a prendere i nipoti a scuola, mi feci accompagnare in macchina da lui. Si mostrò offeso perché non volli accettare non mi ricordo che regalo per mia moglie, ma feci un “come se avessi accettato” e lo ringraziai per il passaggio. Ma una donna che conosco che stava al bancomat si fece convincere che un signore aveva un credito di 500 mille lire con suo figlio e glie e liquidò il “debito”.
    Buon lavoro, Sergio!

  2. Gentilissimo,
    Concordo in linea di principio su quanto scritto nel gradevole articolo. L’ho letto sorridendo e pensando a episodi passati, in cui soggetti abili e meno abili avevano tentato di carpire la mia fiducia.
    Tuttavia, al netto dei tentativi di truffa, non riesco ad avere una visione totalmente negativa di questa strategia dell’adulazione. Indubbiamene è sempre un atto con una buona dose d’ipocrisia. Ma dal lato opposto c’è la strategia “della verità”: ti racconto tutto ciò che penso di te, della situazione, della pietanza che hai cucinato.
    Siamo certi che le conseguenze della “verità” porterebbero a un miglioramento dei rapporti sociali? E poi, quale verità? La mia, la nostra, la tua, la vostra?
    Insomma i rapporti umani sono quanto mai complessi e riuscire a mantenere un equilibrio tra l’ipocrisia che ci salva dai conflitti e la necessità a volte del conflitto (cioè il confronto in tutte le sue possibile forme) non è facile.
    Un cordiale saluto
    Saul

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