Di Laura Piccina

 

«Ogni microcosmo ha il suo santo e ha pure il suo pittore. Sbaglio. Aveva. […] Oggi c’è la fabbrichetta velenosa, la puzzolente discarica, l’orribile intasamento del traffico per strade sempre più insufficienti e pericolose causa i continui treni di long vehicle e per l’assatanata velocità di tutti. Io, tardo biciclettaro non mi sento più sicuro in nessun posto. Ma esistono tuttavia i meravigliosi colori delle piante anche infestanti […]. Esistono per chi li cerca sparsi a gruppi o folle in luoghi remoti (ma quanto dureranno?)».[1]

Andrea Zanzotto commentava così la decadenza del paesaggio urbano, all’interno del saggio Tra passato prossimo e presente remoto (1999). La crisi del territorio riflette la «reale devastazione» del mondo contemporaneo, che non è solo distruzione dei luoghi, evidente a tutti, ma anche della lingua, della memoria e del tempo: «proliferazione-metastasi di sopravvivenze distorte, di sincronie e acronie, di rovesciamenti di senso pur rimanendo identico il segno».[2]

La voce di Zanzotto, che ha contribuito a formare la sensibilità per il paesaggio di numerosi autori (in primis Fabio Pusterla), risuona anche in Habitat di Federico Italiano (2020, Elliot Edizioni). I temi e i motivi toccati dal poeta veneto non rientrano tuttavia nella raccolta del novarese per influenza diretta, e nemmeno con l’obiettivo di una polemica ecologica. Zanzotto ha saputo cogliere lo spirito del tempo con grande acutezza; Italiano, più di vent’anni dopo, ha rielaborato questo (aggiornato) Zeitgeist all’interno di una poesia basata sull’esperienza concreta del soggetto.

L’io poetico di Habitat si muove in periferie punteggiate da risaie, discariche e autostrade; abita le case abbandonate dei ricordi, i territori dell’immaginazione e quelli realmente percorsi tra Austria e Germania. Se Zanzotto, che serba ancora il ricordo di un mondo differente, traccia una netta demarcazione tra i cosmi meritevoli di “santi e pittori” e i luoghi della “devastazione”, Italiano, classe 1976, costruisce un universo poetico puntellato sulle macerie dello spazio (privato, urbano, naturale) e dell’io. La poesia di Habitat si distingue per una profonda interazione tra soggetto, oggetto in rovina, contesto degradato e rappresentazione pittorica. Lo si nota già nel componimento che apre raccolta.

 

Le case degli altri

 

Non avevo paura delle case degli altri.

La porta semiaperta

di un bagno, la penombra

 

di un tinello, gli odori imprevedibili

di cucine in stand-by pomeridiano,

gli strapiombi di luce,

 

i tranelli dei vestiti dismessi,

o le sagome ambigue delle piante –

tutto si disponeva

 

cartograficamente nel presagio

di avventure future, tutto entrava

nella mappa dei tesori sepolti.

 

Non avevo paura delle case degli altri

da bambino, ma adesso

sono i loro fantasmi a farmi visita:

 

le ciabattine rosa,

che guadavano attente

le sconnesse distrazioni del gioco,

 

la curva parabolica

di una pista Polistil, nera

regolatrice di affetti e tensione

 

o il buio di un armadio,

nel fondo d’indumenti sconosciuti.

 

La poesia, quasi tutta all’imperfetto, è ambientata nel territorio del ricordo, maceria per antonomasia. C’è solo una rapida incursione nell’oggi, costituito da oggetti che Francesco Orlando definirebbe “desueti”: resti di ciò che è stato, cose «inutili o invecchiate o insolite» disposte nella forma dell’elenco.[3] Invece di produrre una chiara partizione tra il passato e il presente, i piani temporali s’intersecano e creano un tempo “altro” in cui l’oggetto non è più inservibile perché dimenticato, decaduto, ma si rifunzionalizza. Il soggetto interagisce con queste macerie a fasi alterne di attrazione («Non avevo paura delle case degli altri / da bambino») e repulsione («ma adesso, / sono i loro fantasmi a farmi visita»), avvicinamento («tutto entrava / nella mappa dei tesori sepolti») e distacco («le sconnesse distrazioni del gioco»); fasi riassumibili nell’opposizione tra estraneo e familiare. Attraverso tale dinamica, se Tzvetan Todorov ha ragione e «la memoria è, sempre e necessariamente, un’interazione»[4] di oblio e conservazione, il soggetto attribuisce agli oggetti-maceria una funzione memoriale, non slegata da una funzione estetica ed esperienziale: «le ciabattine rosa», «la curva della pista Polistil, nera», «il buio di un armadio», «gli strapiombi di luce» e «le sagome ambigue delle piante» nelle case del passato non sono solo ricordi che si presentano all’io poetico adulto, testimonianza del proprio vissuto, ma anche oggetti percepiti per la loro materialità.

Come indicano i titoli delle poesie di Habitat, sovente legati al visuale (Una fotografia di Félix ThiollierUn cappotto verdeIl cardigan color zafferano), l’oggetto in rovina si fa rappresentazione pittorica perché osservato dal soggetto nei suoi attributi di luce, forma e colore, all’interno di un paesaggio in profondo dialogo con l’arte figurativa. Il carrello del supermercato dimenticato sulle rive dell’Isar, «relitto / di una civiltà scomparsa […] scoria di una guerra tra bene e male, / dentro una primavera /rigogliosa e inumana» è «pervaso dal bagliore /del primo giorno», in un gioco di chiaroscuri che rimanda alla fotografia straniante di Briscoe Park. In L’estensione del riso, in uno scenario apocalittico di devastazione, il soggetto viene interrogato da un animale sopravvissuto durante la sua assenza. È simbolo di speranza, redenzione; si tratta della garzetta bianca, con quel collo tanto sinuoso da ricordare al lettore i corpi a S dei Cristi dipinti dal Manierismo: «Le garzette bianche dal becco nero / ripongono la solita, inevasa / domanda a chi le guarda dal treno, / a chi è stato assente una settimana, […] con il collo che forma/ una Z, […]/ : tu, dove stai andando, / ora che brucia pure l’ultima / robinia, ora che tutto si consuma?».

Quest’ultimo componimento introduce un ulteriore elemento di riflessione. È ciò che resta a fare da tramite tra il soggetto e il paesaggio, a mettere in discussione il posto dell’io poetico nel reale. La funzione che si attribuisce alla maceria è profondamente radicata nel contesto e nell’esperienza del soggetto; il resto è innanzitutto strumento con cui il soggetto comprende il mondo, spesso senza successo. L’io, che «confonde / ciò che sorge con ciò che plana» (L’estensione del riso), vive una crisi generalizzata dell’intelligibile, simbolizzata dallo “sviamento” del ponte della Saalach.

 

L’intero traffico transfrontaliero

dirottato nel retro del paesaggio,

 

tra i depositi del polo industriale,

su antichi asfalti, corrotti

 

dalla gramigna, zigzagando

tra rimesse, pancali e cassonetti.

 

Sul ponte della Saalach, verso l’Austria,

si procedeva deviando

 

e con l’autobus

deviava tutto un continente.

 

In questi versi si percepisce tutta la differenza con la percezione primozanzottiana del reale: non cerchiamo più, enigmaticamente, ciò che è nascosto “dietro al paesaggio” da preservare; lo sviamento, che non può non ricordarci il perdersi dantesco, ci conduce ora nel «retro» di un concreto scenario industriale. È in questo contesto di macerie che l’io testa la propria conoscenza del mondo sensibile, attraverso la perlustrazione del territorio.

I riferimenti all’esplorazione sono numerosissimi in Habitat, nutriti dai classici della letteratura per l’infanzia (Conrad soprattutto). I ricordi de Le case degli altri diventano «tesori sepolti»; le case di Galliate in Giardino di frontiera nascondono «teche segrete / in cui un vecchio dottore /conservava insetti e altri mirabilia». Le scorribande dei ragazzi «al di qua del Ticino» conducono a un «regno oscuro di appezzamenti ignoti». Questa discesa nel buio si fa una vera e propria sommersione alla ricerca di un mondo alternativo dove l’io possa comprendere il paesaggio e la propria esperienza in esso. Il soggetto costruisce allora una realtà multidimensionale, trasfigurata, costituita dall’intersecarsi dei piani del visibile, dell’invisibile e dell’immaginazione, del micro e del macro, della forma e del colore, della memoria e del futuro, del fenomeno e del noumeno: sopra, sotto, margine. L’apice dell’esplorazione lo si raggiunge in Frammenti di una guerra:

 

Con zaini pieni di congegni

per mantenerci in equilibrio,

 

con mappe rotte, lacere,

meno precise di uno scarabocchio,

 

pianificammo

l’invasione della città.

 

È necessariamente con mappe «rotte, lacere» che l’io esplora. Questo gli è stato dato. Attraverso strumenti di guerra inutilizzabili (macerie rifunzionalizzate), il soggetto sembra mettere in atto il postulato hegeliano per cui «ogni conoscenza è aggressiva, ogni proposizione è un’incursione sul mondo».[5] La rielaborazione Heideggeriana del postulato vuole che la comprensione avvenga soltanto quando si assiste al passaggio da Erkenntins a Dasein, dal conoscere all’esser(ci). Paul Ricoeur lo spiega bene: «Comprendere allora non è più un modo di conoscere, ma un modo di essere; il modo di essere di ciò che esiste conoscendo».[6] Non sorprende dunque osservare che in Habitat l’esplorazione del territorio si fa ontologia.

 

Alla fine dell’inverno, prendemmo

la strada sterrata che porta

al buio, di là dai campi

– ma sempre al di qua

del Ticino, lontano dalle luci

temperate di Lombardia –,

al regno oscuro di appezzamenti

ignoti anche al catasto,

trapunti di brina e stoppie

di mais. Ci riparammo

dietro la chiesetta del cimitero,

tra cicche, lattine e preservativi,

in verticale, schiena al muro,

come fanno i vivi.

 

La dimensione ontologica è del tutto definita dallo stato del paesaggio di rifiuti. In Habitat, del resto, sono continui i confronti tra paesaggio in macerie o contesto ed essere umano: in La felce la forma della pianta, resto di una civiltà primordiale, ricorda la piega dell’inguine; in Kamčatka, un relitto viene paragonato all’uomo tramite l’analogia delle piaghe da decubito. In Nome e segnatura lo si dichiara apertamente: «Ora siamo ricordo, siamo archivio, / organizzato […] sul tavolo verdemare […] sul barattolo / dei biscotti, sul tè / […] sul sofà, sui ritratti».

Termino sottolineando come queste definizioni ontologiche, sebbene al plurale, non vogliano lanciare messaggi sullo stato dell’esistenza umana, ma siano sempre da riportare al piano dell’esperienza concreta del soggetto: l’io, in perenne esplorazione, cerca di ridefinire sé stesso e ciò che lo coinvolge direttamente. Habitat, che è un libro pieno di ironia e di sincerità, non si fa portavoce di proclami pubblici o denunce. Nella sua intimità, si limita a lasciare una testimonianza di convivenza tra paesaggi, oggetti e soggetti in macerie.

 

[Immagine: Felix Thiollier, A Forez Idylle]

 

[1] Andrea Zanzotto, Tra passato prossimo e presente remoto, in Id, Prospezioni e consuntivi, ora in Le poesie e le prose scelte, Milano, Mondadori «I meridiani», pp. 1375-1376.

[2] Ibidem, p. 1367.

[3] Francesco Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, Torino, Einaudi, 1993. p. 4.

[4] Tzvetan Todorov, Gli abusi della memoria, Napoli, Ipermedium, 2001, p. 33.

[5] George Steiner, Dopo Babele. Il linguaggio e la traduzione, traduzione di Ruggero Bianchi, Firenze, Sansoni, 1984, pp. p. 288-289.

[6] Paul Ricoeur, Existence et herméneutique, in «Dialogue», IV, 1, 1965, p. 7: «Comprendre n’est plus alors un mode de connaissance, mais un mode d’être, le mode de cet être qui existe en comprenant». Trad. mia.

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