di Andrea Cortellessa

 

«Il nostro linguaggio può essere considerato come una vecchia città: un dedalo di stradine e piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con strade diritte e regolari, e case uniformi». È una delle immagini più folgoranti di un filosofo, Ludwig Wittgenstein, che certo non ne lesina. E la si può considerare il rovescio strutturale di quella altrettanto celebre, e più o meno coeva, del concittadino Freud. Il quale sempre a una città paragonava la mente umana, che allo psicoanalista tocca indagare cogli strumenti dell’archeologo: ipotizzando «che Roma non sia un abitato umano, ma un’entità psichica dal passato similmente lungo e ricco, un’entità, dunque, in cui nulla di ciò che un tempo ha acquistato esistenza è scomparso, in cui accanto alla più recente fase di sviluppo continuano a sussistere tutte le fasi precedenti». Nel primo caso è l’estensione longitudinale a interessare soprattutto, l’ampiezza dello sguardo; nel secondo la profondità verticale, la stratigrafia; nel primo caso asse privilegiato è quello dello spazio, nel secondo il tempo. Se la città di Freud è ordinata simbolicamente, quella di Wittgenstein lo è metonimicamente.

Non poteva che essere Roma – la città-stratigramma per antonomasia, che tanto attraeva e spaventava Freud – la rete metonimica adottata da Franco Cordelli per fare un vero libro (Tao 48, La nave di Teseo, 2022), di un ricco quanto occasionale giacimento di narrazioni brevi (in tutto una settantina quelle da lui conservate, spesso originate da dimenticabili committenze giornalistiche; più di rado – come la più lunga, Corviale, nei confronti di Un inchino a terra del 1999 – primi embrioni, o viceversa testardi spin-off, di quelle narrazioni lunghe che, a dispetto delle proprie stesse teorie al riguardo, si ostina a definire «romanzi»), accumulatosi in ormai quasi mezzo secolo di scrittura. Di questo libro tanto monumentale quanto sfuggente (due connotati associabili solo per Cordelli, direi, fra i nostri scrittori di oggi) ogni porzione non è più dunque il «racconto» di partenza, bensì la «tessera» di un «mosaico»: che un lavoro di sei anni (ha raccontato in un incontro pubblico a Pavia, a colloquio con Clelia Martignoni) ha provveduto a stoicamente uniformare tanto in superficie (nel tono, più che nello stile, in origine com’è ovvio discontinuo) che in profondità (con la foresta di corrispondenze, fra i personaggi, segnalata da una capziosa, allusiva onomastica di matrice in gran parte shakespeariana: «il carcere dei nomi», lo definisce lui stesso).

E forse non tanto perché a Roma Cordelli è nato (dalle parti della risorgimentale Porta Pia, ormai quasi ottant’anni or sono, in piena guerra mondiale) e sempre vi è vissuto, finendo per possederne la «toponomastica» meglio di un «tassinaro» (tranne, aggiunge con la ben nota idiosincrasia, «quattro o cinque quartieri che odia»). Non è la città “reale”, con le sue ambientazioni novecentiste di scontata origine moraviana o pasoliniana, quella davvero scritta da Cordelli; bensì una città “seconda”, di poco ma crucialmente sfalsata dalla prima (quanto lo sono dalla cronistoria effettiva certi casi di cronaca nera – i femminicidi di Marta Russo, in uno dei pezzi più straordinari, e poi di Giovanna Reggiani e della chissà perché ribattezzata Simonetta Cesaroni – oggetto di «anti-gialli» nei quali la quête non riguarda l’assassino bensì la vittima). Non ho fatto l’esercizio di collegare in un tracciato, sulla mappa, i luoghi della città cui sono intitolate – senza successione geografica intelligibile – tutte le «tessere» (tranne l’ultima); ma scommetto che se ne trarrebbero scoperte curiose. E questo appunto perché, con la sua struttura profonda, questa città è una e bina: tanto simbolico-freudiana che metonimico-wittgensteiniana. (Solo che le sue periferie non sono «dritte e regolari»: sono bensì per Cordelli «non-civiltà, che in questo caso coincide con zozzeria, rottami – scatole, pneumatici, gatti»: «scuoranti», le definiva il maestro Landolfi.)

Ho parlato di simboli, ma sono piuttosto allegorie – nel senso novecentesco del termine, certo – quelle incarnate da questi luoghi. Prendiamo la successione fra la Pantanella e Corviale (due edifici-simbolo, appunto, fra loro collegati secondo quelle che nella poesia provenzale si chiamavano coblas capfinidas: è questo, appunto metonimico, il principio “architettonico” seguito lungo tutto il libro), dove torna in grande stile la materia “politica” della pseudo-trilogia composta da Un inchino a terra, appunto, dal Duca di Mantova (2004) e dalla Marea umana (2010), che meglio di chiunque ha raccontato, se così si può dire, rispettivamente l’Italia di Tangentopoli, del Berlusconismo e della Globalizzazione. Come con questo libro, confessa in nota, l’autore ha voluto «costruire una figura» (così dando «forma all’informe», come predicava l’altro maestro Debenedetti), cioè comporre un’architettura, così quei volumi plumbeamente novecenteschi – quei «relitti» – sono l’epitome architettonica di una modernità incompiuta, o meglio tradita. (Manca solo, a completare l’allegoria della fine del secolo, l’«inchino»: qui surrogato dal passaggio in auto a due autoctoni giovani e per ciò, si presume, innocenti.)

Si diceva che alla planimetria fa eccezione l’ultima «tessera». Da Roma, infatti, inopinatamente veniamo trasportati sulla superficie del pianeta Marte (una «via Marte» in effetti esiste, ma si trova a Fregene), dov’è ambientato un dialogo più degli altri metafisico: tra il «robottino» Pathfinder, che quel pianeta in effetti ha visitato nel ’97 (e si presenta quale avatar di «Franco Cordelli»), e un altro visitatore terrestre, «Ennio Flaiano» (il quale appunto a Fregene trovò rifugio, a un certo punto: ivi coltivando La solitudine del satiro e contemplando le evoluzioni dello Sputnik). Si rovescia così la situazione del testo più noto di Flaiano, Un marziano a Roma: ed è il suo autore a scoprirsi «marziano», alieno difforme estraneo al mondo come un alloghenes gnostico (in un altro brano questo segno d’elezione e maledizione è desunto da un vecchio film di Joseph Losey, Il ragazzo dai capelli verdi). In questo «esilio» (la parola è pronunciata alla terza riga del libro) si riconosce, è ovvio, anche chi scrive ora: seguendo il predecessore sulla coda del suo poemetto estremo, La spirale tentatively (uscito una prima volta nel volume postumo L’autobiografia del blu di Prussia, ma risalente agli ultimi mesi di vita di Flaiano), che una volta in sede saggistica Cordelli ha definito la più bella poesia italiana del Novecento. Provocazioni a parte è in effetti da questi non-versi, allora, che gli viene l’idea di un tempo numerologico (ispirato alla «spirale logaritmica» che seguono i «nostri errori, i quali procedono con lo stesso ritmo»), piegato su sé stesso e avvitato su certi luoghi «per lo più privi di significato», ma eletti come decisivi da una superstizione sottile (come la «via Montecristo» che in altri versi di Flaiano, alla maniera di Eraclito o di Kubrick, vede un bambino rispecchiarsi in un vecchio «che era il Futuro»).

Dare forma all’informe. Cioè dare corpo alla «sostanza sottile», all’anima cui era dedicato sei anni fa l’ultimo capitolo di un’opera, nel suo complesso, del pari sfuggente e monumentale: Una sostanza sottile, appunto, che resta il capolavoro del suo autore. Di qui le non frequenti ma icastiche scene di sesso che, rispetto agli iper-concettuali cordelleschi esordi, perdono in ritualità quanto acquistano in coinvolgimento: l’abbraccio in copertina è un manifesto. Eppure quest’addizione di sostanza non contraddice in alcun modo – questa la magia che, davvero, al solo Cordelli appartiene – la sottrazione allusiva che resta la cifra del suo stile. Già il libro del 2016 era imperniato sulla coincidenza fra il testo sapienziale cinese e l’acronimo di una struttura ospedaliera “davvero” esistente; qui il numero 48 allude al numero dei “pezzi” inizialmente radunati – a gareggiare in sottrazione con Hemingway, come Zanzotto con Virgilio in IX Ecloghe –, ma anche al capitolo del Tao in cui più esplicita se ne enuncia la strategia (forse meglio che la filosofia): contro la via d’Occidente, che «impara una cosa nuova ogni giorno», sua è quella che «disimpara» sino alla perfezione della «non-azione».

Cordelli non allude così solo ai «vuoti», alle reticenze – biografiche prima che geografiche – che portano il totale a soli 32 addendi (sempre numerologicamente ordinati, ci mancherebbe), ma anche a quello che resta il suo credo – appreso, racconta, da Elémire Zolla americanista sui generis – esemplato su un racconto di Faulkner, L’orso: non che il tempo «non esista», come proclama altrove, bensì si traspone nello spazio – come succede nelle arti visive più spesso che in letteratura. È quella che Cordelli chiama «via Obliqua». Sullo stradario di Roma non c’è ma è la sua, questa via. E, per quel che vale, anche la mia.

 

Una versione più breve di questo articolo è uscita il 24 luglio sulla «Lettura» del «Corriere della Sera»

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