di Renato Nicassio

 

All’incirca un anno fa, la bolla social dei letterati – una bolla piccola ma assai rumorosa – fu sconvolta da una notizia improvvisa e potenzialmente incendiaria. A quanto pareva, stavano cancellando la vita di Philip Roth. Non la vita vera, ovviamente, Roth era già morto nel 2018, ma la sua vita raccontata. Philip Roth. The Biography, la poderosa biografia del grande scrittore americano, sembrava infatti destinata a essere ritirata dal commercio a pochi giorni dalla sua uscita. Blake Bailey, il suo autore, era stato accusato di molestie sessuali e l’editore pareva intenzionato a bloccare l’operazione e mandare al macero le copie già stampate. La reazione della bolla social dei letterati fu la stessa di ogni altra bolla social: si litigò. C’era chi tuonava contro la cancel culture (censurano un libro per questioni morali prima che penali), chi controbatteva che era inevitabile (nessuna casa editrice vuole essere associata a un potenziale crimine), chi faceva distinzioni su base territoriale (lo ritireranno in America, non in Europa), chi si dilungava sulla superba ironia del tutto (la biografia di uno scrittore che ha passato la vita a essere accusato di odiare le donne che viene ritirata perché il suo autore è accusato di molestare le donne). E, naturalmente, c’era poi chi correva a comprare il libro prima che fosse ormai troppo tardi.

Oggi, all’incirca un anno dopo, di quella notizia improvvisa e potenzialmente incendiaria non è rimasto quasi nulla. Philip Roth. The Biography è acquistabile senza alcuna difficoltà su tutti i canali più famosi e, ciò considerato, è probabile che prima o poi farà la sua comparsa anche la traduzione italiana per Einaudi. Ora che il pericolo è passato – anzi, ora che il pericolo di discutere sul pericolo è passato – è dunque possibile cercare di rispondere a una semplice domanda. Che cosa ci dice di Philip Roth questa grande, ufficiale, definitiva biografia di Philip Roth?

Nella quarta di copertina, Nicole Krauss, scrittrice, ammiratrice e da un certo punto in poi anche amica di Roth, ci dà subito una risposta. “Tutto quello che avete sempre voluto sapere su Philip Roth lo potete scoprire nei suoi romanzi. Tutto quello che avete sempre voluto sapere su come si diventa uno dei più grandi scrittori americani del nostro tempo, lo troverete nella straordinaria biografia di Blake Bailey.”

È una risposta accattivante, come dovrebbe essere qualsiasi cosa scritta in una quarta di copertina, ma non è del tutto corretta, come del resto non lo è qualsiasi cosa scritta in una quarta di copertina. I romanzi di Philip Roth non ci dicono tutto quello che vogliamo sapere su di lui e la biografia di Blake Bailey ci dice molto che ignoravamo pur avendoli letti.  Eppure, allo stesso tempo, ciò che dice Nicole Krauss ha perfettamente senso. La vita di Philip Roth, benché non povera di eventi, è stata una vita consacrata alla scrittura. Una battaglia con la scrittura, come disse lui stesso quando annunciò il ritiro. E leggendo la sua biografia si assiste proprio anche, se non soprattutto, a questa battaglia. Per alcuni sarà la cosa più noiosa del libro. Troveranno forse più interessante seguire le molte vicissitudini erotiche e sentimentali di Roth, i viaggi, i litigi, i tradimenti, i lutti. Per altri, e probabilmente non saranno pochi, sarà invece la cosa più importante: dopo tutto, perché leggere la biografia di uno scrittore se non si è interessati a come scrive? Di conseguenza bisognerebbe forse modificare un po’ la domanda di partenza e invece di chiedersi che cosa ci dice di Philip Roth la sua biografia, chiedersi che cosa ci dice della sua scrittura. Il che, a ben pensarci, non è altro che un modo gentile per sapere quello che Nicole Krauss pensa che vorremmo davvero sapere: com’è che si diventa uno dei più grandi scrittori americani del nostro tempo. E, a voler sintetizzare novecento pagine, si potrebbe rispondere: in dieci modi.

 

 

Primo, trovando la propria voce.

Quando Roth è giovane e sogna di diventare uno scrittore, sogna di diventare uno dei grandi scrittori che legge e ammira: serio come Conrad, oscuro come Faulkner, profondo come Dostoevskij. Ma qualcosa non funziona. I suoi amici notano una bella differenza tra il Roth che racconta storie e il Roth che scrive storie, e preferiscono il primo. Durante un pranzo, un amico lo ascolta raccontare delle sue avventure in provincia con un’affascinante ragazza figlia di un ricco commerciante di piatti. “Scrivi questo, per l’amor del cielo!” gli suggerisce mentre tornano all’università. Roth, all’inizio, è scettico – lui voleva scrivere letteratura mica questo – ma alla fine segue il consiglio e scrive Goodbye, Columbus. Con Goodbye, Columbus, a ventisei anni, Roth vince il National Book Award ma soprattutto scopre quello che definirà la potenza della voce: non scrivere e basta ma scrivere in modo che, leggendo, si “senta” qualcosa. E si senta, tra le altre cose, che quello che sta scritto l’hai scritto tu e non qualcun altro.

 

Secondo, sapendo digerire.

Roth è, come appena visto, un talento precoce e anche alquanto prolifico. Ha successo sin da giovane e nella sua carriera scriverà più di trenta libri. Ma non è uno scrittore veloce né per andatura né, soprattutto, per ispirazione. Tra un fatto, un evento, un argomento e la sua per così dire trasformazione letteraria, Roth lascia passare anni, anche decenni.  Lo fa perché quel tempo gli serve per lavorare la materia ma soprattutto per lasciare che la materia stessa si riveli in tutte le sue implicazioni. Un esempio su tutti. Nel 1944 Roth ha undici anni e un migliore amico di nome Marty. Un giorno, Marty torna a casa da scuola e scopre che suo fratello è stato abbattuto in volo mentre combatteva nel Pacifico. La famiglia ne è distrutta: la madre resta a letto per mesi e il padre, da quel momento in poi, si chiude in un mutismo quasi assoluto. Passano cinquant’anni e Roth scrive Il teatro di Sabbath, forse il suo libro più bello, il cui sfondo è costituito proprio dalla tragedia di Marty. Roth lo consultò durante la stesura e Marty, nonostante i decenni trascorsi, non riuscì a parlarne senza piangere. “Quel pianto”, disse Roth, “fu una lezione. Scommisi sul dolore di Sabbath. Era quello che muoveva la sua filosofia: tutto ciò che ami scompare.” Affinché però questa lezione potesse essere impartita, appresa, e trasformata in romanzo, bisognava, per l’appunto, aspettare e digerire.

 

 

Terzo, accettando (anche) il repellente.

Molti libri di Roth sono considerati sconci, ripugnanti e Roth stesso è stato conseguentemente accusato di essere misogino, antisemita, malato di sesso. Ma per Roth la letteratura non doveva essere un “concorso di bellezza morale”. Anzi. Roth, spesso e volentieri, si descriveva nei suoi romanzi peggio di come fosse in realtà proprio perché nella scrittura entravano in gioco regole e obiettivi diversi. “Il bello della letteratura”, disse nel 1999 in una lezione in risposta alle polemiche degli studenti che avevano letto i suoi libri, “è che non importa se vi piace o non vi piace Emma Bovary. Solo una cosa importa: è interessante?” E per Roth scrivere qualcosa di interessante equivaleva spesso a scrivere qualcosa, anche, di repellente. Del resto – come gli confessò una volta una sua ex-studentessa che aveva cercato di trasformarlo in un personaggio di un romanzo per ringraziarlo dell’aiuto che le aveva dato – è molto, molto, difficile rendere la gentilezza interessante.

 

 

Quarto, prendendo sempre appunti.

Quando suo padre si ammala e imbocca il declino che lo porterà alla morte, Roth lo accudisce. Mentre lo accudisce prende appunti. Prende appunti quando scopre la diagnosi, quando è sul letto a soffrire, quando se la fa addosso sporcando di merda tutto il bagno, spazzolino da denti compreso. “Che razza di persone siamo”, gli disse allora il suo amico e scrittore David Plante. “Non smettiamo di prendere appunti nemmeno a un funerale”. Ed era letteralmente vero. Qualche anno prima, al funerale di sua madre, Roth è incapace di leggere quello che ha scritto in sua memoria ma è in grado di prendere appunti su quello che vede. “Pensavo”, spiegò in seguito, “che prima o poi mi sarebbe tornato utile sapere com’è guardare morire qualcuno che ami”. Roth, insomma, prende sempre appunti e lo fa proprio perché sa bene che gli serviranno per scrivere. Quando smette di farlo è quando smette di fare lo scrittore. Dopo il ritiro, Roth disse che era un sollievo non dover prendere più appunti dopo ogni conversazione vagamente interessante. “Adesso”, disse, “mi limito ad ascoltare ed è bello.  Vado a casa e dormo.”

 

Quinto, leggendo o, meglio, studiando

I romanzi di Roth sono il frutto di diversi studi e approfondimenti, a volte anche commissionati ad hoc a esperti del settore. Roth, di fatto, legge tanto, tantissimo, e non solo letteratura in senso stretto: legge critica, storia, politica. La sua immaginazione e il suo talento narrativo si posavano cioè su un robusto scheletro di conoscenze acquisite e da acquisire. Non era solo una questione strumentale alla scrittura in sé. Era un’abitudine, una forma mentis. Quando muore Malamud, Roth si offre di scrivere un articolo commemorativo e per farlo si rilegge cinque dei suoi libri in una settimana. Quando la sera deve andare a teatro a vedere Shakespeare, nel pomeriggio si rilegge l’opera rappresentata per arrivarci preparato.

 

 

Sesto, facendosi aiutare.

A dispetto dell’immagine dello scrittore che lavora solitario in una casa immersa nei boschi, Roth faceva sempre leggere ciò che scriveva a diverse, parecchie, persone. A volte, glielo leggeva lui direttamente. Al suo editor di allora, lesse parola per parola, per quasi nove ore di seguito, la quarta stesura de La controvita. Quello che desiderava avere attraverso le letture altrui non era tanto il loro parere quanto la loro descrizione. Voleva cioè ascoltare come gli altri gli descrivevano il testo che aveva scritto per scoprire l’effetto che faceva a qualcuno che non era lui. E se l’effetto era negativo, agiva di conseguenza. In fondo, diceva, a nessuno dispiace ingoiare una medicina se è prescritta da un vero dottore.

 

 

Settimo, non distraendosi.

Roth, nel complesso, vive una vita piena di eventi e compagnie. Ma quando scriveva, scriveva e basta. Si ritirava nel suo studio e per le ore – tante – che vi restava chiuso esisteva soltanto il suo lavoro. Qualsiasi distrazione era evitata e da evitare. “Sono come un dottore”, disse una volta per descrivere ciò che faceva, “e questo è un pronto soccorso. L’emergenza sono io.” Nei primi anni duemila, per distrarlo dalla solitudine in cui s’era cacciato dopo il fallimento del suo secondo matrimonio e delle successive relazioni, la sua donna delle pulizie lo convinse a prendersi dei gattini. Roth ne scelse due e passò il weekend a vederli giocare. Il lunedì le chiese di restituirli. Erano troppo incantevoli.

 

Ottavo, avendo un buon agente.

Per sua stessa ammissione Roth non leggeva le clausole dei contratti che firmava ed era decisamente più interessato a frequentare gli editor che le case editrici gli mettevano a disposizione che non i loro uffici legali. Ma non si diventa grandi scrittori se non si riesce a pubblicare, e pubblicare bene, i libri che si scrivono. Soprattutto se i libri che si scrivono, a parte qualche eccezione, non sono precisamente dei best-seller. Roth, nella sua carriera, cambiò diverse case editrici e vari agenti, non di rado litigando. Sul finire degli anni Ottanta, tuttavia, conobbe Andrew Wylie che lo convinse a entrare nella sua scuderia garantendogli contratti e occasioni assai diverse da prima.  E dalla fine degli anni Ottanta in poi, Roth pubblicò la maggior parte dei suoi libri più famosi e vinse quasi tutto quello che c’era da vincere.

 

Nono, riscrivendo.
Nel 2009, a settantasei anni e ormai riconosciuto come uno dei più importanti autori viventi, Roth sta scrivendo quello che sarà il suo ultimo libro, Nemesis. Ne scrive dieci versioni e consegna l’ultima all’editore. Poi la rilegge e scrive al suo editor di bloccare tutto: ci sono parti che non lo convincono. Qualche mese dopo consegna la versione numero dodici ammettendo che non ne è del tutto soddisfatto ma che non sa come migliorarla ulteriormente. Per tutta la sua carriera da scrittore Roth ha riscritto quello che scriveva. Riscriveva in base alle suggestioni e suggerimenti altrui, alle risposte editoriali, ai suoi gusti personali. Riscriveva finché il testo non era, per lui, più riscrivibile. Non è forse un caso che smette di scrivere proprio quando si accorge di non aver più la forza di riscrivere come vorrebbe.

 

Decimo, non dimenticandosi mai di cosa è fatta la letteratura

Da bambino, all’asilo, Roth rimase affascinato dalla tavola dell’alfabeto posta sopra la lavagna. La tavola mostrava le lettere nelle loro varianti: la «A» maiuscola e la «a» minuscola, la «B» maiuscola e la «b» minuscola, e così via sino alla zeta. Da scrittore, Roth ne tenne sempre una copia nel suo studio per non dimenticarsi mai che i libri, dopo tutto e nonostante tutto, sono fatti soltanto di quello: di parole composte da lettere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.