di Raoul Schrott

 

[E’ da poco uscito per La Grande Illusion di Pavia Il deserto di Lop. Novella, traduzione dal tedesco e postfazione di Giulia A. Disanto, progetto grafico di Maurizio Minoggio. Ne pubblichiamo i primi dieci capitoli].

 

I

 

In un campo di grano vicino alla città di Nima, in Giappone, si erge una piramide di vetro. Al suo interno è custodita la più grande clessidra del mondo.

Ogni capodanno, a mezzanotte, i notabili della città si riuniscono sul posto per capovolgerla; ci vuole un anno esatto perché il vaso di vetro superiore si svuoti e quello inferiore si riempia.

 

II

 

La casa giace su una collina. Lui ha preso in fitto il piano superiore, a cui si accede da una scala laterale.

In una delle due stanze ci sono un tavolo di rovere e una cassapanca; nella nicchia della finestra una pigna, un gris-gris e una pietra.

È tutto quel che resta a ricordargli le tre donne a cui è stato legato in passato.

La padrona di casa fa salire sua figlia a portargli il pasto; lei glielo versa in una scodella sul tavolo.

Lui si chiama Raoul Louper, ha 43 anni, è mezzo ebreo, nato sull’isola di Porquerolles nel golfo di Tolone.

Il villaggio non è lontano da Alessandria.

La costa precipita uniforme verso il mare.

 

III

 

La ragazza racconta a sua madre che quel Louper l’oltrepassa sempre con lo sguardo, non come se non la vedesse, più che altro come se stesse guardando qualcuno dietro di lei.

Ha sopracciglia nere, folte e due rughe marcate nella fronte. Per essere un uomo è piuttosto basso, le arriva a malapena al mento; questo è almeno, quel che vede lei.

Raoul la sorprese un giorno, mentre apriva la cassapanca. Vi erano custodite tre dozzine di recipienti di vetro e bottigliette, colme di sabbia, bianca, nera,

in tutte le tonalità del rosso.

Lui non proferì parola.

Di rado lascia la casa di giorno.

Di sera siede con gli uomini al caffè. Le donne attraversano la strada per scomparire nelle abitazioni. Sotto il hijab non si distinguono i loro volti.

 

IV

 

All’oasi di Siwa, più lontano a sud, Raoul è stato finora solo due volte. La strada scorre dritta e asfaltata attraverso la pianura, finché il bacino di Siwa si apre inaspettato allo sguardo. In inverno si riempie d’acqua e le montagne sullo sfondo vi si specchiano fino all’orizzonte.

A nord, ci si può mettere in cammino solo seguendo la strada. A destra e a sinistra della nuova carreggiata a due corsie c’è filo spinato.

I cartelli mettono in guardia dalle mine.

Quando si costruisce una casa, un camion viene a versare sul suolo calcinacci estratti da cave di pietra. La casa in cui abita Raoul si era riusciti a costruirla solo dopo aver condotto un gregge di asini fin sulla collina.

 

V

 

La donna che amerà un giorno ha gli occhi verdi e i capelli rossi. Tra le cosce è più chiaro, ma folto fin sul ventre, come la nuca di una volpe.

 

VI

 

Una volta a settimana Raoul prende il bus che lo porta al Cairo. Dal museo s’imbocca la strada in salita, poi la seconda via a sinistra, attraverso un giardino e un cancello in ferro battuto.

Odorico da Pordenone era giunto attraverso una valle che giaceva non lontano dal fiume delle Delizie. Molti cadaveri aveva trovato lì il monaco francescano e aveva anche udito il suono inquietante delle nacchere, tanto che era stato assalito dal terrore. Dunque: questa valle era lunga sette o otto miglia. Ed egli era stato avvisato; se a calpestarla è un miscredente, è inevitabile che soccomba.

Ma egli non tentennò, afferma Török interrompendo la sua lettura ad alta voce. Il professore ungherese tiene le pagine dell’Itinerario per il bordo, tra le dita e il pollice.

Su uno dei fianchi della valle era impresso nella roccia il volto di un grande uomo spaventoso, così spaventoso che l’anima quasi gli morì nel petto. E si fece il segno della croce…

Egli salì su una montagna di sabbia, sempre guardandosi intorno; ma non vi era anima viva, udiva soltanto quel forte, eppure meraviglioso tamburellare di nacchere. In alto riluceva la cresta montuosa; dappertutto giaceva sparso l’argento, come schegge d’ardesia. Afferrò un po’ di quel tesoro e lo nascose sotto la veste. Ma poi ebbe paura che in quel modo si sarebbe precluso il ritorno e allora gettò l’argento via da sé.

È il mese del ramadan; l’autobus sarebbe passato soltanto dopo il tramonto, verso mezzanotte, oppure non sarebbe passato affatto.

 

VII

 

Nei pressi di Grosseto, sul mar Tirreno, c’è una piccola insenatura chiamata Cala Violina.

Raoul ne aveva scoperto il nome per caso; anni prima, anni che conta sulle dita di due mani. Lì aveva conosciuto anche la prima donna della sua vita.

Anzi, lei lui.

A sera, quando i bagnanti già riponevano via teli e ombrelloni, lui percorreva la spiaggia su e giù. Sebbene non guardasse né verso destra, né verso sinistra, ciò non impediva che qualcuno vedesse lui.

Lei aveva un corpo robusto da contadina. Nuotando s’immergeva, e prima di immergersi sollevava un po’ in alto il fondoschiena. Riemergendo con la testa dalle onde, spruzzava  fragorosa.

Raoul s’ingannava di continuo con i corpi.

Quando giaceva dentro di lei, era morbido e semplice trovarla; ma per quanto lei tendesse il suo corpo, lui non trovava un punto fermo. Fu comunque facile abituarsi. Abitò da lei per l’intera estate, vendeva pezzi di cocco e lattine di Coca-Cola da un portaghiaccio, sulla spiaggia.

Così tirava avanti,

si manteneva a galla.

Poi arrivò una lettera di un certo Signor Shigeo che parlava di un’insenatura marina, nelle sue immediate vicinanze, chiamata Kotohiki; Koto vuol dire «arpa».

Rimase anche per l’inverno, si alzava presto al mattino, dava una mano al panettiere, e in primavera aveva risparmiato abbastanza per potersi recare in Giappone.

 

VIII

 

Non è passato molto tempo da quando il professore ungherese e io siamo andati a prendere Raoul e ci siamo recati tutti e tre a Siwa.

E lì, al convegno, a cui erano stati invitati anche americani, italiani e giapponesi, si parlava di un canto a bocca chiusa, di un urlo, di un gemito,

e di come quel suono si amplificasse e diminuisse.

E si parlò anche di un misterioso rimbombo del mare, dei mistpouffers lungo le coste del Belgio e dei cannoni di Barisal.

Si descrisse una sirena da nebbia, il tuono.

Un camion fece tremare l’edificio.

I fili del telegrafo cantavano, anche senza vento.

Quali suoni esistono dal principio del mondo e quali ancora risuonano uguali ad allora? Chiese qualcuno in una pausa tra le molte conferenze.

Di sera, nonostante fosse già scuro, ci portarono a vedere, illuminate da una lampada tascabile, le rovine del Palazzo sulla sommità; in basso si trovava un pozzo artesiano. L’acqua era verdastra, così verde come le piante e le alghe di cui era colma; nel cono di luce si vedevano risalire sul parapetto le bolle e le esalazioni di vapore. Quando si è stanchi e si vuole tornare vigili, la cosa migliore è lavarsi i piedi, disse Raoul.

A farci da guida era stato il prefetto di polizia di Siwa. Alessandro Magno, ci aveva spiegato, era giunto fin qui per interrogare l’oracolo. A Delfi, seppe continuare, si facevano profezie con la terra, a Delo con l’acqua, a Pisa col fuoco e in Dordogna con l’aria.

Intende Dodona, dissi piano rivolgendomi a Török.

A Siwa si fanno profezie con ogni elemento, si ostinò il prefetto.

 

IX

 

Per poter far ritorno dal Giappone, Raoul Louper si era imbarcato come aiuto cuoco su una nave container. Avevano attraccato a Port Moresby, Singapore, Aden, Porto Said, Alessandria e finalmente Venezia; la traversata era durata due mesi.

Al porto lo attendeva Francesca. In treno, verso Grosseto, c’erano troppe persone nello scompartimento per poter parlare apertamente. Passarono accanto a un acquedotto, il sole calava latteo oltre il finestrino; Raoul lo ricorda come fosse ieri.

Per andare dalla stazione a casa, per prima cosa, lui aveva voluto deviare a ogni costo verso la baia.

Lì, dove il sentiero piega giù verso lo strapiombo, cresceva un pino. E soltanto lì lei riuscì a trovare le parole.

Una pigna passava da una mano all’altra.

Lei aveva sempre avuto più amanti allo stesso tempo: non riusciva a decidersi.

Ma a lui era stata fedele, più a lungo che con qualsiasi altro.

Per un periodo, lui rimase ancora in casa di lei. La sopraggiunta indifferenza reciproca era per lui più facile da sopportare che il non sapere dove andare. Ma il piccolo bagno, al mattino, lo usavano ancora insieme.

Le efelidi sulla nuca di lei, Raoul le vede ancora come fosse oggi.

 

X

 

Qualche fine-settimana fa, con la Peugeot ammaccata del professore, hanno fatto una gita al Sinai. Più volte sono stati fermati dalla polizia. Delle navi da carico nel Canale di Suez si scorgevano solo le soprastrutture e i pali portanti che facevano capolino oltre il prominente pendio.

Più lontano a sud, a pochi chilometri dalla costa, nell’entroterra, si trova il gèbel Nakus; lungo il suo fianco si è ammassata una duna. Il caratteristico fruscio che è a volte possibile percepire in quei dintorni aveva fatto pensare, ai viaggiatori tedeschi dell’anno 1810, dapprima a un’arpa eolia.

Il nome «Nakus», però, deriva dai dischi di legno che si trovavano all’ingresso delle cappelle erette dai padri del deserto, in Egitto, e che venivano percossi per chiamare i monaci a messa. Il suono di questi gong ricordava agli arabi quello delle nacchere, conchiglie gigantesche, che essi usavano per simili scopi. Dopo che il credo cristiano fu bandito, nacque la leggenda che vicino alla montagna giacesse un monastero, sepolto sotto una duna di sabbia.

Se si sale oggi fin su al passo, si può osservare come, con l’erosione delle rocce, la sabbia si accumuli ancora di continuo. Comincia con un tenue frusciare, poi si ode un mormorio e, infine, tutto diventa fragoroso, fragoroso come una cannonata persistente.

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