di Roberto Falconi

 

Anziché definire (addirittura in copertina!) Vitaliano Trevisan come “uno dei piú grandi autori della sua generazione”, la casa editrice Einaudi farebbe (farà?) cosa migliore a ripubblicare i suoi libri ormai introvabili, a cominciare dai capolavori I quindicimila passi (2002) e Un mondo meraviglioso (2003), i primi due tasselli del trittico chiuso da Il ponte (2007) e dedicato a Thomas, una delle figure più coerenti e riuscite che la letteratura italiana abbia offerto negli ultimi decenni. Trevisan non è stato “uno dei piú grandi autori della sua generazione”, ma uno scrittore immenso, nel senso che non può essere misurato attraverso il confronto con nessun altro.

 

Questo ultimo (aggettivo qui quanto mai doloroso) Black Tulips, consegnato appena in tempo all’editore, è il resoconto del soggiorno in Nigeria di un personaggio (lo stesso Trevisan, ma con la necessaria cautela nel sovrapporre autore e narratore) che lì si reca per mettere in piedi un traffico con l’Italia “di parti di ricambio (usate) per auto (ancora più usate)”. Ad attenderlo ci sono Adesuwa (Ade), una delle prostitute che l’io narrante frequentava a Vicenza e poi rimpatriata come clandestina, Amen (presunto cugino di Ade) e Fidelis (detto Mudia, il meccanico con cui eventualmente avviare il commercio). Alle pagine africane si alternano quelle venete dedicate al periodo in cui Trevisan ha conosciuto Ade e altre prostitute nigeriane.

 

L’annuncio del libro va rintracciato nel breve pezzo Murtala Mohammed. Un impatto ambientale (Trevisan vi racconta l’arrivo all’aeroporto di Lagos, cioè quello che sarà, con identico titolo, l’attacco narrativo di Black Tulips), raccolto da Andrea Cortellessa in Con gli occhi aperti (Exòrma, 2016). Un’antologia in larga parte composta da materiali di lavoro e da parti di opere future, e che, sin dal titolo, si poneva in programmatica opposizione tanto allo scandaglio degli spazi della psiche suggerito dal romanzo tozziano, quanto al tabù postmoderno della possibilità di vedere i luoghi non solo come stratificazione di citazioni e di riferimenti culturali. Nel denso saggio introduttivo (il cui titolo, You must see with your own eyes, è costituito proprio dalla frase con cui Ade convincerà Trevisan a partire) Cortellessa definiva il viaggio contemporaneo (e quindi il racconto che se ne fa) come uno spazio intermittente in cui si confrontano, fin quasi a confondersi, identità e alterità. A me sembra che anche Black Tulips sia precipuamente costruito sugli interstizi nei quali entrano in contatto forze e forme diverse, quando non opposte. Dinamiche che incidono tanto la superficie del testo quanto le sue strutture più profonde, e che, pertanto, per il personaggio Vitaliano si palesano anzitutto come crisi della conoscenza, con la constatazione della sostanziale inutilità delle griglie di lettura apprese a Vicenza (Italia, Europa) ora che si trova in una megalopoli africana di sedici milioni di abitanti (ma forse sono diciassette o diciotto). “Io, che non passeggio mai, cammino e basta”, stava scritto in Grotteschi e arabeschi. Ma camminare per Cavazzale non è proprio come farlo a Lagos (“Altro grave smacco rendersi conto di non essere in grado di leggere la strada”). È lo iato che, in ogni viaggio verso l’Altrove, separa con conseguenze più o meno destabilizzanti (“Mi chiedo perché cazzo sono venuto fino qui”) il già letto e il già visto dall’esperienza. Anche il motivo dell’isolamento appare diversamente declinato: dalla solitudine che porta a vagare per le statali venete o la stazione di Vicenza in cerca di compagnia (sono pagine molto belle) allo spaesamento dato dalla presa di coscienza di essere uno dei pochi uomini bianchi, un oyibo, in mezzo a tanti neri.

 

Si tratta di tensioni che in Black Tulips investono tuttavia anche il tempo e la forma. Anzitutto perché il libro si pone costantemente come spazio di dialogo tra le opere precedenti e le (ormai impossibili) opere future dello scrittore. È infatti frequente il ritorno delle ossessioni di Trevisan, seppur smorzate nell’urgenza (il rapporto problematico con la madre e la sorella; la devastazione subita dal paesaggio del Nordest; fino all’abitudine di censire le carcasse degli animali sulla carreggiata), così come di alcune delle caratteristiche formali di Tristissimi giardini (2010) e di Works (2016), esplicitamente citato ed essenziale prima di tutto per la collocazione temporale dell’esperienza nigeriana: il viaggio è infatti possibile perché l’autore prende due mesi di ferie dal lavoro di portiere notturno in un hotel. Ma numerose sono pure le allusioni a possibili opere (“Chissà, magari un giorno ne farò un libro”; “In realtà credo che ne saprei molto, ma sarebbe un altro libro”; “O magari un altro piccolo saggio”). Non mi pare una questione irrilevante, specie per uno scrittore dichiaratamente incapace di ricordare le date e quindi di disporre su una linea del tempo gli eventi (la riflessione sulla “impossibilità di una qualsivoglia visione prospettica” andrà approfondita alla luce di alcune pagine affini in Tristissimi giardini). Quasi a suggerire che l’unica temporalità possibile possa essere tutta interna alla letteratura, posizione tuttavia almeno in parte rimessa in discussione (si sa, Trevisan è scrittore stabilmente destabilizzante) dal ricordo del primo incontro con la Nigeria, la statuetta portata in dono da uno zio che lì lavorava. Vi è poi la questione della distanza tra tempo dell’esperienza africana e tempo della scrittura, che apre al problema qui cruciale della memoria (“E non avevo portato con me la macchina fotografica; né niente da leggere; né da scrivere, niente, nemmeno l’a casa inseparabile taccuino che non si sa mai. E l’avevo fatto apposta, del tutto scientemente”) e quindi al rapporto, oggetto di costante riflessione, tra verità e menzogna (“Tenendo sempre presente che a uno scrittore non bisogna mai credere. Che stracazzo ne so di cosa pensavo quel giorno camminando da solo per le vie di Ikeja?”; e ancora: “È proprio mentendo sempre e di continuo che mi guadagno da vivere”). E forse non sarà del tutto superfluo ricordare lo scarto rispetto all’immediatezza del resoconto scritto della camminata vicentina su cui si chiude Un mondo meraviglioso: “Non ricordo con esattezza che cosa successe dopo, scrive Thomas, so che mi ritrovai a casa, seduto davanti al computer, con una sola idea in testa: tutto quello che mi è successo io lo devo scrivere”.

 

Black Tulips si regge anche sulla convivenza dialettica tra saggio e narrazione, secondo una prassi già avviata in Tristissimi giardini e in Works; ma anche, e forse soprattutto, sulla relazione tra testo e note a piè di pagina (definite “scorci”) capaci di illuminarlo obliquamente. Sono aspetti che confermano l’incessante tendenza di Trevisan alla riflessione metatestuale, qui demandata in particolare (ma non solo) alle Avvertenze, in cui sono affrontate questioni sulle quali occorrerà tornare con maggiore distensione: l’impossibilità di uno sguardo prospettico; la distinzione, sulla scorta di Stephen Spender, tra memoria cosciente e memoria nascosta. Infine, per venire alla questione più cogente, Black Tulips appare come il superamento della forma continuativa del trittico dedicato al personaggio Thomas, e che qui caratterizza solo le pagine finali di un’opera costruita su discorsi franti in brevi capitoli spesso distanziati tra loro. È il caso delle Avvertenze, che nella volontà dell’autore – ben cosciente del fatto che l’editore vi si sarebbe opposto per ragioni economiche – avrebbero dovuto essere stampate “su un apposito foglio illustrativo a parte, sapientemente ripiegato (bugiardino)” e “inserite casualmente nel libro”, e che in realtà sono frammentate e disposte senza uno schema preordinato. Secondo una forma che rispecchia quindi, in una sorta di mise en abyme, la struttura complessiva dell’opera, composta “di frantumi e di frammenti, frantumi se ritrovati nel passato, frammenti (particolari) quando più vicini al presente”.

 

La relazione tra continuità e frammentazione si manifesta anche a livello sintattico, con i periodi avvolgenti delle prime opere che qui tornano appunto solo nelle ultime pagine, sostituiti nel complesso da strutture più brevi, financo sincopate:

 

Finalmente si va a fare un giro! Era tempo perdio!

Tipico di nuovo: per uno regolato sul tempo dei rolex è sempre troppo tardi.

Anyway: si va:

Era mattina, circa… No!, ora non rilevante.

And from now on, fuck the rolex’s 2.

È mattina. Sole splende feroce in cielo senza nubi ma consueta foschia idrocarburica. Sticky atmosphere.

E in terrazza ad aspettare, come sempre. (p. 148)

 

Il capitolo finale è infatti di ambientazione vicentina e racconta del primo incontro con un’altra prostituta, Isegwe, che significativamente avviene al parco, quando lo scrittore è seduto sulla sua “panchina preferita”, così importante anche nelle prime pagine di Un mondo meraviglioso. È la chiusura del cerchio: a una “panchina preferita” si torna nella conclusione provvisoriamente definitiva di Black Tulips, e bisogna tornarci con la lingua magmatica di quell’opera di vent’anni fa.

 

Ho aperto con un auspicio, chiudo con un auspicio. Ossia che qualcuno dei nostri maggiori studiosi di cose contemporanee dedichi a Vitaliano Trevisan le pagine che possono nascere solo dai tempi lunghi e pazienti della critica seria, e che una recensione può solo limitarsi a caldeggiare.

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