di Torquato Tasso

Introduzione e cura di Claudio Gigante. Commento e introduzioni ai canti di Tancredi Artico

 

E’ uscita nei giorni scorsi per Mondadori una nuova edizione della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, curata da Claudio Gigante e Tancredi Artico. Proponiamo qui un estratto dell’Introduzione di Gigante per gentile concessione dell’Editore.

 

Claudio Gigante

Le «arme pietose» e i «folli amori»

 

 

La Gerusalemme liberata, ha scritto qualche anno fa Luigi Poma, lo studioso a cui si devono le ricerche filologiche più importanti sul poema, è una «grande incompiuta»: travolto dagli eventi che a partire dall’autunno del 1576 sconvolsero la sua vita di cortigiano trasformandolo di lì a poco in un “folle” per molto tempo privato di libertà (1579-1586), Torquato Tasso non riuscì a portarne a termine la revisione, e le edizioni che videro la luce a partire dal 1580, se gli diedero subito fama in Italia e in Europa, furono curate da persone interessate a dare un aspetto il più possibile definito a un’opera lasciata in sospeso dal suo autore. Eppure, il poema che per oltre quattro secoli ha appassionato generazioni di epoche e paesi diversi si presenta al lettore come un meccanismo perfetto – non diversamente dall’Odissea, dalla Commedia o da Guerra e pace – che non lascia desiderare modifiche né sembra migliorabile.

 

[…]

 

Le armi e gli amori, i cavalieri e le donne, le cortesie, le audaci imprese. Non c’è poema eroico nel Cinquecento in cui questa formula non sia applicata. Da cosa nasce allora la cifra particolare della Liberata? Da una geniale operazione di riconversione di un repertorio ormai logoro in una macchina narrativa costruita su fondamenta nuove.

Un elemento caratterizzante del poema di Tasso è costituito dal ritorno al realismo: nella letteratura italiana, dopo Dante, Tasso è il primo grande scrittore che si serve della mitologia cristiana per conciliare l’àmbito del “meraviglioso” con la Storia. È un’opzione che non nasce per una forma di devozione, ma come applicazione coerente dell’idea di epica tratteggiata nei Discorsi. Anche se sul piano delle fonti Tasso spesso adatta al proprio contesto momenti della poesia omerica e virgiliana, il conflitto tra Cielo e Inferno pone problemi specifici e suggerisce una visione dinamica, non puramente gerarchica, del rapporto tra il dio vincitore e il grande ribelle. In teoria non dovrebbe essere in discussione la vittoria del primo, prefigurata sin dall’annunzio dell’arcangelo Gabriele a Goffredo («Dio messagger mi manda: io ti rivelo / la sua mente in suo nome. Oh, quanta spene / aver d’alta vittoria! Oh quanto zelo / de l’oste a te commessa or ti conviene!»; I 17, 1-4), eppure le potenze diaboliche si muovono come se non fossero sconfitte in partenza: la sfida che Plutone lancia a Dio è legata a un’idea non banale di una partita ancora aperta. Questa idea è debitrice della visione della Storia concepita da Agostino nel De civitate Dei: le vicende umane sono scandite dalla dialettica fra le due “città”, l’una fondata da Caino, l’altra da Abele; l’una volta al solo soddisfacimento degli istinti materiali, l’altra che ripone in Dio ogni desiderio. La civitas diaboli e la civitas Dei sono in perenne contrapposizione e lo saranno sino alla fine: come ha scritto uno dei più esperti conoscitori di Tasso, Guido Baldassarri, la guerra per Gerusalemme diviene un «momento altamente significativo» della «lotta tra Dio e Satana», ed su questo sfondo – tutt’altro che una mera cornice – che Tasso inscrive il racconto della prima crociata.

 

Il trionfo dei Crociati ha infatti una consistenza dichiaratamente provvisoria: nella dedica ad Alfonso II, il poeta si augura che, «emulo di Goffredo», il duca «al fero Trace / cerchi ritor la grande ingiusta preda» (I 5, vv. 7, 3-4), provi cioè a tornare in possesso di Gerusalemme. Nel momento stesso in cui dà il via all’epopea della “liberazione” della città santa, Tasso denunzia il carattere fragile ed effimero della vittoria: sulla sponda musulmana, con una prospettiva analoga, benché opposta sul piano dei significati, è più tardi (X 22-23) il mago Ismeno a profetizzare a Solimano la riconquista della Palestina da parte degli Arabi, pochi decenni dopo la loro sconfitta. L’accenno, nelle prime ottave del poema, all’Oriente di nuovo dominato dagli infedeli e al mito semprevivo della crociata inscrive idealmente l’universo cavalleresco della Gerusalemme nella stessa Storia dei lettori. Non vi è per Tasso, a differenza di Ariosto, un doppio mondo, il favoloso e il reale: se nel cielo di Marte della Commedia dantesca convivono – all’insegna di un racconto “unitario” delle lotte tra fedeli e infedeli – i condottieri biblici e quelli cristiani, da Giosuè a Carlo Magno a Roberto il Guiscardo, nella Liberata uno stesso ciclo di eventi unisce idealmente il tempo di Goffredo di Buglione con quello di Alfonso II. Non a caso, nella protasi, Tasso non parla di Rinaldo, l’immaginoso antenato degli Este, a differenza di Ariosto che subito, in principio dell’Orlando furioso (I 4, 5), pare trascinare Ippolito d’Este nel suo mondo favoloso, invocando Ruggiero quale «ceppo vecchio» del cardinale e dei suoi. Nel Furioso la Storia affiora prevalentemente grazie al collaudato meccanismo della profezia, utilizzato sia a fini encomiastici (per predire, ad esempio, i fasti  di Carlo V o per esaltare gli Este quali presunti discendenti di Ruggiero e Bradamante) sia per proporre incursioni nella tragedia delle guerre in Italia passate e presenti (come nell’episodio della galleria di affreschi della rocca di Tristano; Fur., XXXIII 1-57); nella Liberata la Storia non ha una funzione di digressione, di proiezione verso il mondo reale tenuto fuori dall’atmosfera favolosa delle avventure di Orlando, Ruggiero o Astolfo: per Tasso alla fictio poetica spetta il compito non di costruire un universo deliberatamente fantastico ma di ricreare un mondo parallelo sostanziato della stessa materia del reale. Un mondo – per tornare al binomio decisivo “verisimile”-“meraviglioso” – in cui anche la tradizionale presenza di prodigi sia “storicizzata”, cioè regolata […] attraverso il ricorso alla sola mitologia culturalmente “credibile”, quella cristiana.

 

Come nella Commedia, nella Gerusalemme il conflitto fra Cielo e Inferno non si esaurisce in una vertigine metafisica e non ha nulla delle scaramucce degli dèi dell’epica classica: i due grandi motori della Storia sono il peccato e l’amore per Dio. L’azione diabolica alimenta nei Crociati le più tipiche passioni terrene: la lussuria (i cavalieri irretiti da Armida), l’ambizione (Gernando accecato dalla gelosia al solo pensiero di non essere scelto come capo degli avventurieri), la ribellione contro la legge (Rinaldo che diserta, sottraendosi al giudizio di Goffredo), i conflitti interni (Argillano che tesse un ammutinamento contro il capitano), la disunione.

 

[…]

 

Tra le figure più fascinose del poema figurano i vinti. In primo luogo Plutone che, nell’arringa ai demoni suoi consorti – come ha osservato anni fa Sergio Zatti –, rivendica con orgoglio il proprio valore, malgrado la sconfitta patita contro un dio che, nelle sue parole, appare più forte, forse, ma non più giusto; quindi Solimano e Argante. Il primo, il sultano spodestato di Nicea, combatte sino alla fine rendendosi protagonista di azioni portentose, come il tentativo di tenere testa da solo alle torri mobili dei Crociati, mentre gli piove addosso «di pietre un nembo» (XVIII 91, 6). Orgoglioso, intrepido, sprezzante, Solimano è grande anche per la sua umanità: si commuove davanti alla morte del paggio Lesbino (IX 86), vendicandolo con una ferocia che ricorda (forse anche nei sentimenti) quella di Achille o di Enea in situazioni analoghe (Patroclo, Pallante); avverte sulla carne viva il peso della sconfitta («roso gli è il petto e lacerato il core / da gli interni avoltoi:  Sdegno e Dolore»; X 6, 7-8); e molto tempo dopo, di fronte alla forza sovrumana di Rinaldo, «nel cor si turba e impallidisce in faccia» (XX 104, 4). L’inconsueto turbamento sconfina in un «terror» mai provato prima (XX 106, 6), che ricorda la paura provata da Ettore per la furia di Achille (Il. XXII 136) e lo smarrimento di Turno, fuori di sé, davanti a Enea (Aen. XII 742): ma pure in questo caso l’imitazione di Tasso non è una resa passiva di un modello antico. Se Solimano condivide con l’eroe troiano e con l’italico la percezione che il suo avversario sia animato da una forza che eccede le umane possibilità, la sua morte è fiera e dignitosa («non fugge i colpi e gemito non spande / né atto fa se non altero e grande»; XX 107, 7-8), conforme all’idea del decoro cara a Tasso e tanti altri spiriti del suo tempo.

 

[…] Se allo sguardo desolato di Solimano, nell’ultimo canto, si dispiega «l’aspra tragedia de lo stato umano» con «i vari assalti e ’l fero orror di morte / e i gran giochi del caso e de la sorte» (XX 73, 6-8), ad Argante Tasso attribuisce, prima del mortale duello con Tancredi, un’amara riflessione (che Galileo definì «mirabile, nobile e generosissima») sulla rovina incombente di Gerusalemme inutilmente difesa (XIX 10, 1-6):

 

«Penso», risponde, «a la città del regno

di Giudea antichissima regina,

che vinta or cade: e indarno esser sostegno

io procurai de la fatal ruina;

e ch’è poca vendetta al mio disdegno

il capo tuo che ’l Cielo or mi destina». (XII 66, 1-4)

 

Poco più avanti Tasso si sofferma sullo «spettacolo atroce e miserando» (XIX 29, 8) della città invasa dai Crociati. Un capolavoro di equilibrio tra l’ideologia del poema, che giustifica la strage degli infedeli («O giustizia del Ciel, quanto men presta / tanto più grave sovra il popol rio!»; XIX 38, 3-4), e l’indugiare, nel contempo, della voce narrante sui morti, sulle scene di violenza, sui Crociati divenuti predoni senza riguardo per nessuno:

 

Ogni cosa di strage era già pieno,

vedeansi in mucchi e in monti i corpi avolti:

là i feriti su i morti e qui giacieno

sotto morti insepolti egri sepolti.

Fuggian premendo i pargoletti al seno

le meste madri co’ capegli sciolti

e ’l predator, di spoglie e di rapine

carco, stringea le vergini nel crine. (XIX 30)

 

La Gerusalemme liberata è davvero, come il giovane Tasso aveva immaginato nei Discorsi dell’arte poetica, un «picciolo mondo»: fedeli e infedeli si fronteggiano con le loro virtù e con le loro imperfezioni; né la magnanimità, né l’attaccamento alla causa, né la crudeltà sono patrimonio esclusivo di uno dei due schieramenti, anche se gli eroi cristiani sono più inclini alle distrazioni e quelli musulmani generalmente estranei alla “cortesia” cavalleresca. Finanche il diavolo, del resto, ha una sua inafferrabile, fascinosa dignità di fiero decaduto. La superiorità dei Cristiani è di natura aprioristica, iscritta in una morale predefinita che non è posta (né poteva esserlo) in discussione: scegliendo di raccontare un’impresa militare rivestita di sacralità, Tasso consapevolmente si atteneva, quali che fossero le sue personali inquietudini, a un’ideologia religiosa che nel poema trova la sua più evidente espressione nel cenno risolutivo di Dio (XIII 73), nel trionfo militare e nella dirittura di Goffredo, nel candore dimesso, autentico, dei sentimenti religiosi suoi e dei suoi paladini. Ma allo stesso tempo, Tasso s’interrogava sulle ragioni e sulle passioni dei vinti proponendo una visione aperta, conflittuale, sostanzialmente relativistica della Storia. È una delle ragioni, certo non l’unica, della grandezza della sua poesia.

[Immagine: Guercino, Erminia e Tancredi (particolare)].

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