di Maria Teresa Carbone

 

 

[Il dialogo con Gianluigi Simonetti, che proponiamo oggi alla vigilia del lancio di Snaporaz, la nuova rivista online diretta da FIlippo D’Angelo e codiretta dallo stesso Simonetti, apre un ciclo di conversazioni dedicate al giornalismo culturale oggi: cosa è, chi lo fa, a chi si rivolge – e soprattutto, esiste ancora? Buona lettura!]

 

Oltre a insegnare letteratura italiana contemporanea all’università, tu scrivi per vari supplementi culturali, nel settembre 2011 hai fondato con Massimo Gezzi e Guido Mazzoni Le parole e le cose (che poi tu e Mazzoni avete coordinato fino al 2019) e adesso lanci un nuovo sito-rivista, Snaporaz. Insomma, hai una notevole esperienza in quello che comunemente si definisce “giornalismo culturale”, ma al tempo stesso non sei un “giornalista culturale”, almeno non mi pare. Dov’è la contraddizione? In altri termini, e fuori dal caso personale, qual è (se c’è) il punto di equilibrio fra il lavoro giornalistico, che esclude lo specialismo, e il lavoro culturale che in buona misura lo impone?

 

Credo che la volontà di cercare un nuovo punto di equilibrio nel mio caso nasca dalla percezione di un vuoto – o se si vuole da una doppia insofferenza. Da una parte, insofferenza verso il giornalismo culturale come di solito si fa in Italia (soprattutto sul cartaceo, nei confronti del quale tradizionalmente si nutrono aspettative più alte; e invece può essere la fonte delle più aspre delusioni): troppa superficialità, troppa pigrizia, troppa stupidità. Dall’altra, insofferenza verso lo specialismo accademico, spesso autoreferenziale, cervellotico, murato in luoghi angusti e inaccessibili – e tra l’altro non meno conformista, nel suo seguire le mode del momento, del giornalismo più pop.

 Da questa duplice delusione viene la spinta a immaginare un metodo di lavoro, e uno spazio, in cui la precisione, l’approfondimento e la cura che si associano allo specialismo possano incontrare la vivacità, la tensione e l’energia che associamo, o associavamo, al giornalismo culturale. Snaporaz rappresenta il tentativo di creare con le nostre mani e in piena libertà questo metodo e questo spazio.

 

Riguardo a LPLC, cosa vi ha spinto a fondarlo? Come avete organizzato il lavoro? nei sette anni in cui ve ne siete occupati, hai notato cambiamenti nei modi in cui viene proposta l’informazione culturale in generale, quella online in particolare? quali sono (se ci sono) le specificità di uno spazio culturale online rispetto ai giornali tradizionali? Quali sono gli aspetti di cui ti ritieni soddisfatto e di quali fai un bilancio negativo?

 

Nel momento in cui abbiamo deciso di lasciare il sito che avevamo fondato, io e Guido abbiamo tracciato un piccolo bilancio della nostra esperienza. Si può leggere qui.

Sono passati quattro anni, non mi pare che da allora le cose siano radicalmente cambiate. Mi pare giustamente e definitivamente caduta l’idea che la rete costituisca per definizione uno spazio ‘ribelle’ e antisistema. Ma si è forse aggravata l’illusione, incoraggiata dalla rete stessa, che l’arte e la cultura siano democratiche, e che la presa di parola generalizzata sia positiva di per sé. In realtà mi sembra ancora vero che, come scrivevamo, far sentire la propria voce quando questa voce non ha un contenuto specifico o una qualità distintiva significhi chiacchierare e basta. E che se la democratizzazione della cultura è una conquista immensa, la cultura in sé non è democratica, ed è l’opposto della chiacchiera.

 

In questi giorni lanci un sito, Snaporaz, che sarà a pagamento e che promette di retribuire i collaboratori: una scelta diffusa per i giornali generalisti, ma pressoché unica in Italia nel campo dell’informazione culturale. A chi vi rivolgete? In cosa consiste il progetto nel complesso? Quali tratti distinguono Snaporaz rispetto alle riviste culturali online già esistenti? Cosa ti fa pensare che qualcuno pagherà per leggerlo in un contesto dove prevale l’idea che la cultura vale poco o niente?

 

Con Snaporaz, che nasce da un’idea di Filippo D’Angelo, siamo convinti di poter coinvolgere collaboratori di alto livello, retribuirli il giusto e offrire a dosi ragionevoli (quindi non bulimiche) contenuti culturali di spessore: divertenti, approfonditi, energici e spiazzanti. Ma non siamo affatto sicuri che qualcuno, anche tra i lettori più esigenti, sia disposto a pagare per leggerli – abbiamo creato questa rivista anche per verificarlo. Detto altrimenti, non sappiamo bene a chi ci rivolgiamo: per questo Snaporaz (una formula che da noi non ha precedenti) rappresenta una scommessa e un rischio. E per certi versi una follia.

 

Più in generale, Snaporaz serve a stanare e a stanarci – serve a liberarci tutti da troppi e vecchi alibi. Quello per cui in Italia non c’è un vero pubblico per la cultura e gli scrittori sono tutti scarsi; quello per cui con l’arte non si mangia e gli intellettuali sono dei pezzenti; quello per cui le riviste e i giornali sono destinati a morire; quello per cui in ogni caso non vale la pena. Più che alibi, ormai sono pregiudizi, talmente ossificati da diventare luoghi comuni. Ci pare arrivato il momento di collaudarli. Forse ci andrà male, e avremo avuto torto; ma intanto proviamo, avremo una cosa in meno da rimproverarci.

 

Per i supplementi culturali tu perlopiù recensisci libri. Avendo in mente quello che scrivi e che leggi, pensi che la forma-recensione sia cambiata negli ultimi dieci-quindici anni (diciamo: dall’avvento dei social)? Se è così, in che modo? Quali sono per te le caratteristiche di una buona recensione? Come mai le recensioni negative sono relativamente rare? Sei d’accordo con chi dice che di un libro brutto è meglio non parlare? Esiste, può esistere, un codice della “buona stroncatura”?

 

La forma-recensione mi pare in via di estinzione: per disinteresse, per noia, per una grave crisi di credibilità di chi la pratica. La sostituiscono ora lapidarie schede informative (poco più che un riassunto della trama con qualche parola canonica d’incoraggiamento) ora, corredate magari da immagini di grande formato, lunghe e verbose ‘esperienze di lettura’, in cui qualcuno non particolarmente avvezzo alla critica letteraria – di solito un altro scrittore, o un giornalista tuttologo,  o una qualche celebrità il più lontana possibile dalla letteratura – racconta il proprio personalissimo rapporto con il libro in questione, nel modo più impressionistico, idiosincratico ed entusiastico possibile. Raro ma non impossibile imbattersi in una stroncatura, preferibilmente enfatica, personalistica e superficiale quanto le numerose acclamazioni. E naturalmente altrettanto inutile. Penso, come Claudio Giunta, che stroncare sia un esercizio volgare (e spesso narcisistico); ma che invece sia utilissimo e perfino doveroso prendersi la briga di occuparsi con la massima attenzione critica e il giusto rispetto di libri mediocri e brutti, se la loro mediocrità o bruttezza serve a capire cosa sta succedendo intorno a noi.

 

Non credo ai codici; credo all’onestà intellettuale, al coraggio e alla finezza di analisi di chi questo lavoro lo sa fare. Perché è un lavoro, niente di meno e niente di più, e richiede una precisa professionalità. Quanto ai lettori, credo che basti loro, come basta a me, qualche informazione affidabile, un corretto inquadramento, una disamina comprensibile e sincera – non aggressiva per partito preso, ma neanche ruffiana o amichevole in linea di principio. Nella migliore delle ipotesi una lettura non superficiale cioè non tautologica dell’opera di cui ci si occupa (Lo sforzo maggiore, per me, è quello di trovare e tirar fuori, nel libro recensito, quel che l’autore stesso non sa di averci messo. Se mi chiedessero qual è a mio avviso un buon traguardo per la critica, direi questo).

 

Prima ho evocato i social. Pensi possano essere spazio di giornalismo culturale? Puoi citare qualche esempio? Oggi alcuni o molti pensano che sia utile “parlare di libri” purchessia, perché – dicono – si guadagnano lettori soprattutto tra i giovani. Secondo te è vero? Inserisco qui, perché mi sembra un tema contiguo, una domanda sull’Italia come il paese con la più alta densità di festival culturali. Siamo, mi pare, nel campo della tua “letteratura circostante”, ma quello che mi chiedo, e chiedo a te, è in che misura questa mole di iniziative ha avuto un impatto sul modo in cui “si parla di cultura”.

 

Molto adatti alla comunicazione e allo spettacolo (soprattutto allo spettacolo di sé), i social non mi sembrano uno spazio praticabile per la vera cultura; il problema è che abbiamo imparato a confondere la cultura con lo spettacolo e con la comunicazione. Ciascuno a suo modo, i social presentano limiti gravi, anche tecnici, per la riflessione: difficile ragionare seriamente dentro a un video di pochi secondi, o in uno spazio di 140 o 280 caratteri. Ma in generale, i problemi dei social sono, amplificati dall’esibizionismo, i problemi della rete – una realtà orizzontale, segmentata e tendenzialmente gregaria, come osservavamo anni fa con Guido Mazzoni. Orizzontale perché qualunque forma di autorevolezza deve rilegittimarsi di continuo davanti a un pubblico di inesperti che però rivendicano un diritto di parola. Segmentata, perché è fatta di bolle immerse nel flusso dell’opinione mainstream, come la società di cui sono specchio. Conformista perché la presenza degli altri è sempre tangibile, rumorosa e opprimente.

 

Orizzontalità, doxa, rumore e presenza continua degli altri sono l’opposto dell’ambiente psichico che la letteratura e la cultura tradizionali consideravano adeguato a se stesse. Ne deduciamo che la cultura può andare in rete solo se va contro la logica della rete.

(Anche i numerosi festival sono principalmente un luogo di comunicazione e di spettacolo, in felice interazione con il mondo virtuale e con la promozione permanente; a volte però può succedervi qualcosa di davvero potente e interessante, come sempre può succedere quando le persone si incontrano in carne e ossa e si guardano negli occhi. Molto quindi dipende da chi li organizza e da chi vi partecipa. Ma che scocchi una scintilla mi pare più l’eccezione che la regola).

 

Al nuovo ministro della cultura, Gennaro Sangiuliano, è stato affidato da Giorgia Meloni il compito di ribaltare l’egemonia culturale della sinistra. Nella tua esperienza oggi questa egemonia esiste ancora? Ammesso sia così, cosa possiamo immaginare si farà per smantellarla? Cosa si può fare per contrastare questo tentativo?

 

L’egemonia culturale della sinistra c’è effettivamente stata, ha prodotto cose buone e altre discutibili; ai miei occhi non esiste più (senza peraltro che un’egemonia culturale di destra l’abbia soppiantata). Al suo posto vedo un cratere fumante, uno spazio vuoto di senso e di energia. Quello che oggi chiamiamo convenzionalmente ‘cultura di sinistra’ forma un sistema di discorsi predicatori di una fragilità culturale spaventosa, e di un conformismo micidiale, oltre che di una sconcertante banalità. Bisogna dismettere l’imperativo a dire e pensare ’qualcosa di sinistra’ (o di destra, ma questo va da sé): bisogna liberarsi del nostro modo convenzionale di conoscere la vita e il mondo, abbandonare i luoghi comuni che giustificano i nostri errori e le nostre ipocrisie (che sono spesso ipocrisie ‘di sinistra’). Bisogna leggere e studiare e confrontarsi civilmente, osservare le cose per quello che sono e non per come vorremmo che fossero; riappropriarsi delle categorie ancora utili e forgiarsene di nuove; non illudersi che i neoliberali, i patriarcali, i fascisti insomma gli oppressori siano sempre gli altri…

5 thoughts on “Il lavoro culturale /1: dialogo con Gianluigi Simonetti

  1. molto interessante la sua idea che la critica dovrebbe estrarre dai libri ciò che nemmeno l’autore/l’autrice vi sospetta. forse un malinteso da parte mia (blogger berlinese cresciuta in italia), ma non sono sicura che io come lettrice non professionale ne possa trarre vantaggio, c’è dentro un aspetto di decostruzione, di disfacimento della creazione letteraria in un modo non anticipato dall’autore/ l’autrice, un mettere a nudo di intenzioni bene o meno bene nascoste. se va male e il critico mi analizza tutto non mi rimane nessun ruolo come lettrice, nessuna modo di lettura individuale, nessuna sorpresa. l’aspetto di onniscienza analitica nella critica, che ne traspare, mi sembra un’aspetto da considerare come pericolo da evitare, che appartiene di più al mondo accademico.
    la critica oltre alla critica potrebbe avere un ruolo di informazione con testi analitici, intelligenti, ma non esaustivi, divertenti e opinionati in modo trasparente, per lasciar posto alla curiosità dei compratori natalizi – ah, ecco, no, non è un progetto promozionale, ma comunque avrà un aspetto informativo per lettori e lettrici. un libro ha bisogno dei lettori per essere completo, e se va bene, riesce a diventare un’ entità propria in ognuno di loro. buon lancio, son curiosa!

  2. “ Lunedì 15 giugno 2015 – « Chi è nato nella seconda metà degli anni Sessanta conserva una memoria infantile e adolescenziale di strutture etiche, politiche e psicologiche che oggi vacillano o che non esistono più. Conserva il ricordo della grande politica e dei conflitti di classe novecenteschi, fondati sullo scontro fra due modelli di società e di persona che si contendevano il dominio sul mondo. Con-serva memoria o beneficia ancora delle tutele socialdemocratiche o cristiano-sociali che il movimento operaio e sindacale aveva conquistato attraverso una lotta lunga e sanguinosa. Conserva il ricordo di un modo di vivere, popolare o borghese, fondato sul sacrificio, sulla disciplina e sul dovere: famiglie che rimanevano unite nonostante tutto, coppie di genitori che si reprimevano perché bisognava restare insieme per sempre, una certa diffidenza atmosferica verso il consumo, l’eccesso, l’esibizione di sé. È cresciuto in un’epoca nella quale la società dello spettacolo si trovava a uno stadio che retrospettivamente ci sembra elementare, innocuo e buono come la televisione in bianco e nero a due canali; uno stadio in cui il “ terziario onirico “ (la formula è di Walter Siti) non aveva ancora imposto la propria egemonia sulla sfera pubblica, né aveva preso direttamente il potere, come in Italia è accaduto nel 1994. » (Guido Mazzoni, presentazione de I destini generali, in Le parole e le cose) “.

  3. Gentile FrauCasino@, se ho visto bene lei scrive un blog-diario, per così dire. Lo leggerei volentieri, ma purtroppo di tedesco conosco solo una dozzina di parole. Come fare?

  4. “Bisogna leggere e studiare e confrontarsi civilmente, osservare le cose per quello che sono e non per come vorremmo che fossero; riappropriarsi delle categorie ancora utili e forgiarsene di nuove; non illudersi che i neoliberali, i patriarcali, i fascisti insomma gli oppressori siano sempre gli altri…” (Simonetti)

    Tu quoque, Simonetti, fili mi!
    Mi sa che è da decenni che stiamo leggendo e studiando e confrontandoci civilmente, osservando “le cose per quello che sono e non per come vorremmo che fossero” etc, ma “i fascisti insomma gli oppressori” perché siamo proprio noi (disoccupati, pensionati, lavoratori precari, emarginati, pazzi)?

  5. Si, esatto, un blog diaristico di poca importanza.. Grazie del suo interesse! All’inizio volevo tradurre i testi in italiano, tutti, e poi ovviamente mi sono accorta di non avere né il tempo né la capacità di farlo in modo decente. Colgo l’occasione per rimettermi alla ricerca di un plugin funzionante.

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