di Andrea Sartori

 

Il problema dei giochi non cooperativi studiato da John Nash (1928-2015) a partire dall’inizio degli anni ’50 era all’epoca tanto più scottante, quanto più fredda era la guerra che coinvolgeva i due blocchi del mondo. USA e URSS, infatti, non erano inclini a cooperare, sebbene vi fosse per entrambi la necessità di non distruggersi a vicenda assieme a tutto il resto, ovvero alla Terra. L’idea di Nash, espressa in termini matematici, circa un punto d’equilibrio concernente le strategie d’un gruppo di giocatori – razionali – non disposti a cooperare gli uni con gli altri, nacque in quel contesto storico-politico (non a caso, in termini invece giornalistici, quello di allora era un “equilibrio del terrore”).

 

Oggi gli equilibri internazionali sono in fase di ridefinizione, e contemporaneamente ci si sta rendendo conto che la crisi climatica e ambientale – la crisi della Terra – non è compatibile con un modello di sviluppo implacabilmente lineare, che sfrutti ad libitum le risorse del pianeta, nella convinzione che benessere e ricchezza (per i più fortunati) siano incrementabili in maniera esponenziale, al pari dei profitti d’una impresa in perenne fioritura. In questi anni di crisi neo-modernista della modernità (più che di gioiosa liberazione post-moderna dai difetti della modernità medesima), si fa strada pertanto anche il sospetto che il modello della razionalità moderna, individuato a suo tempo da Max Weber nella correlazione profitable, testabile rispetto agli scopi, dei mezzi e dei fini, sia obsoleto. D’altra parte, che quel modello sia obsoleto non significa che per contrasto si debba abbracciare l’irrazionalità dello squilibrio, del derangement fine a sé stesso. Il dérèglement de tous les sens, infatti, aveva un significato nella poesia di Arthur Rimbaud, ma non è affatto consigliabile cavarsi dai guai odierni approfondendone il caos senza immaginare una via d’uscita da esso, ovvero una nuova condizione di pace.

 

In sintesi, secondo il cosiddetto “equilibrio di Nash”, a certe condizioni esiste in un gioco non cooperativo una situazione di equilibrio. Questo accade quando ciascun giocatore adotta una mossa strategica che massimizza il suo payoff (il suo compenso), e quando quella mossa non cambia allorché il giocatore viene a conoscenza della mossa strategica dell’avversario. Il fatto che non si cambi il proprio comportamento (strategico) a fronte di quello dell’avversario, indica che l’equilibrio è raggiunto, pur nell’assenza d’una cooperazione vera e propria, d’una pace e d’una armonia ideali.

Dopo che per due decenni ci siamo inoltrati nel ventunesimo secolo, è però chiaro che è proprio il comportamento a dover cambiare: il comportamento della classe dirigente, dei decision makers globali e, su di un diverso piano, quello dei gruppi e degli individui che li compongono.

 

Tuttavia, che cos’è un comportamento razionale, e a quale nuovo modello di razionalità, se mai ve ne è uno, occorre fare ora riferimento?

La letteratura, in quanto territorio in parte conteso dall’immaginazione, può venire in soccorso, aiutandoci a introdurre nella ragione, per così dire, delle passioni che non siano, ancora una volta, meramente strumentali all’illimitata estrazione di risorse, che però da parte loro sono esauribili. Vale insomma la pena di pensare alla letteratura modernista, originatasi nel momento di passaggio tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, in quanto letteratura della crisi. Quello è stato un torno di anni che si differenzia dall’oggi forse perché oggi la tecnologia corre più velocemente di allora; di sicuro perché, pur attraversando un’altra crisi, l’ambiente e le sue risorse esauribili non sono mai stati tanto a rischio.

 

Ad esempio, è proprio negli anni del tardo modernismo anglofono, ovvero quando Ezra Pound compose The Pisan Cantos (1945) in un campo d’internamento statunitense nei pressi di Pisa, che il fisico d’origini ungheresi Edward Teller (Budapest, 1908 – Stanford, 2003) sostenne la fattibilità dell’uso della fusione nucleare (1946). L’annuncio del 13 dicembre 2022, da parte della Segreteria dell’Energia Usa Jennifer Granholm, secondo il quale nel californiano Lawrence Livermore National Lab è andato per la prima volta a buon fine un esperimento di fusione che ha prodotto più energia di quella utilizzata per la sua esecuzione, giunge quindi ben 78 anni dopo la semplice ideazione di Teller di null’altro che una possibilità.

Il fatto è che, dopo tanti anni, si aprono orizzonti per il futuro dell’energia fino a ora inimmaginabili: la possibilità di fare a meno del carbon fossile e di evitare l’inquinamento a esso correlato; la possibilità di ridurre drasticamente il problema dei rifiuti radioattivi; infine, la prospettiva di svincolarsi dal ricatto della Russia di Vladimir Putin circa la disponibilità del gas.

 

Solo oggi, in altri termini, diviene pensabile nel lungo termine, ovvero entro circa 25-30 anni, un investimento del tutto ragionevole sull’uso di qualcosa che subito dopo la seconda guerra mondiale era poco più d’una chimera, un’ipotesi di letteratura (scientifica). Per pensare e lavorare sperimentalmente a quella chimera, è stato necessario, nell’arco di oltre settanta anni, confidare in una razionalità che non garantisse alcun ritorno, alcun payoff, non solo nel breve e medio termine, ma neppure nel lungo termine. È solo oggi, infatti, che in senso stretto diviene ragionevole puntare su un’energia che non esaurisca le risorse naturali del pianeta.

Tutto ciò sarebbe stato possibile senza il lungo periodo d’incubazione d’una ratio modernista della crisi, ovvero d’una ratio che per sua natura costeggia l’illusorietà del pensare?

 

Prima di volgere l’attenzione al modernismo, vediamo però il caso d’uno studio di critica letteraria, più unico che raro, che si misura con i fondamenti dell’“equilibrio di Nash”.

In Comeuppance. Costly Signaling, Altruistic Punishment, and Other Biological Components of Fiction (Harvard University Press, 2007), William Flesch individua il fondamento del nostro interesse per la letteratura nel fatto che «aborriamo i furfanti e facciamo il tifo per gli eroi» (p. ix). La base di questo interesse per la fiction, secondo Flesch, è riconducibile a ciò che lo scienziato politico americano Robert Axelrod chiama evoluzione della cooperazione (The Evolution of Cooperation, 1984), la quale non sarebbe stata pensabile senza gli studi di Nash. Già qui, tuttavia, bisognerebbe chiedersi come questo modello interpretativo possa rendere conto dell’ “empatia negativa” che si può sperimentare nell’arte, ovvero non del nostro immedesimarci con gli eroi, ma talvolta, e perlopiù contro-intuitivamente, con i furfanti (Stefano Ercolino, Massimo Fusillo, Empatia negativa, Bompiani, 2022).

 

L’autore di Comeuppance propone in ogni caso di concentrarsi sull’altruismo, quale disposizione che egli vede presente, in certa misura, e non al massimo grado ideale, anche in contesti che a livello individuale sono non cooperativi, o addirittura d’ostilità reciproca. Flesch sviluppa l’idea già darwiniana secondo la quale l’altruismo evolve in base al meccanismo della selezione di gruppo: «i gruppi che al proprio interno includono degli altruisti, fanno meglio – in quanto gruppo – dei gruppi senza altruisti» (p. 5). Flesch argomenta che la teoria dei giochi in economia ha dimostrato che un individuo è intenzionato a pagare qualcosa di suo (cioè a rinunciare ad alcuni anni fuori di prigione) pur di vedere punito un altro individuo per il crimine che essi hanno commesso insieme (il che significa anche che l’altruista non è un santo). Il fatto è che in questo essere insieme, v’è tanto l’inimicizia, quanto un certo grado di cooperazione. Nelle molteplici versioni del gioco a due noto come Dilemma del Prigioniero, ad esempio, i partecipanti fanno meglio – in quanto gruppo, e non come individui – se cooperano alla confessione, raggiungendo così un punto d’equilibrio tra le rispettive strategie di difesa. In altre parole, la cooperazione ha un costo individuale, ma l’individuo è incline a pagarlo a tutto vantaggio del gruppo. Pertanto, secondo Flesch leggere la letteratura o condividere le emozioni e le ansietà di personaggi irreali sarebbe un costo irrazionale che noi – i lettori – siamo disposti a pagare pur di andare incontro alla nostra innata inclinazione alla cooperazione a favore del nostro gruppo. Un gruppo che può essere formato anche solo da noi lettori e dai nostri eroi e furfanti di carta ‘preferiti’, nella misura in cui la nostra inclinazione per i primi sarebbe la più profittevole, ovvero la più razionale, tra tutte le inclinazioni.

 

Tuttavia, e qui ci avviciniamo agli anni del modernismo italiano, come rendere conto, dalla prospettiva di Flesch, di romanzi in cui non vi sono personaggi disposti a cedere alcunché di proprio, a vantaggio del gruppo? I Viceré (1894) di Federico De Roberto, ad esempio, è caratterizzato dall’assenza di cooperazione tra i membri della famiglia Uzeda – non vi sono eroi, ognuno odia l’altro e lotta per ottenere l’eredità della matriarca Teresa Risà prima e di don Blasco poi. Senza un tale comportamento non-cooperativo che tuttalpiù suscita in noi un’empatia negativa, non ci sarebbe alcuna storia.

D’altra parte, per Flesch la ratio è incentrata esclusivamente su «modelli della scelta […] propri del comportamento economico, ovvero: scelgo quelle cose che secondo la ragione determinano il miglior risultato per me» (p. 22). Siamo ancora, nonostante gli sforzi di Flesch di recuperare una dimensione altruistica a favore d’un gruppo e non d’un individuo, nel pieno della razionalità moderna, la cui gabbia d’acciaio è stata descritta da Weber. Si tratta d’una gabbia che Nash ha contribuito a rinserrare considerando razionale esclusivamente il conseguimento d’un compenso, d’un guadagno, per quanto in contesti difficili come quelli in cui non v’è cooperazione tra gli agenti. Quello descritto da Flesch, in altri termini, è ancora un equilibrio la cui razionalità strumentale (economica), orientata all’indefinita accumulazione (o guadagno), è oggi smentita dai fatti: dall’ambiente che frana, esonda, s’assottiglia e si surriscalda a causa proprio dell’implementazione di quel tipo di razionalità, senza contare le relazioni internazionali multipolari in rapida e sanguinosa evoluzione. In queste ultime, non si tratta neppure più d’un gioco a due, la qual cosa almeno limitava, ai tempi della guerra fredda, la complessità della situazione non cooperativa.

 

Flesch ritiene anche che quando leggiamo dei romanzi non ci identifichiamo in primo luogo simpateticamente con i personaggi, ma li tracciamo (keep track) e li monitoriamo nei loro comportamenti. «Con il termine tracking», l’autore intende «la percezione di un’azione o di un evento» (p. 17). Per Flesch, prima di esercitare quella “con-passionalità” di cui scriveva Antonio Gramsci nei Quaderni, e su cui ha attirato l’attenzione il suo traduttore americano, Jospeh A. Buttigieg (Damiano Benvegnù, Mimmo Cangiano, Charles L. Leavitt IV, “A Thickening of the Network: Jospeh A. Buttigieg and Gramsci’s Method”, Italian Culture, 40, 1, 2022, p. 2), dobbiamo quindi monitorare, registrare – percettivamente – il comportamento del personaggio verso cui appassionarci. In altri termini, il fondamento fattuale delle nostre passioni letterarie, è la percezione, anzi, il tenere traccia dell’empiricamente percepito, nel senso che alla percezione deve corrispondere una realtà (per quanto solo letta in un libro o vista su di un palcoscenico, nel caso delle opere teatrali). L’illusione, la chimerica delusion percettiva, alla quale De Roberto, attento studioso di Giacomo Leopardi, ha dedicato un intero romanzo (L’illusione, 1891), è programmaticamente tenuta fuori campo da una comprensione dell’agente razionale come di qualcuno che persegue l’ottimizzazione d’un payoff per sé o per il proprio gruppo.

 

Venendo ora a un autore che ha maggiormente a che fare con il modernismo e il suo clima di crisi, va ricordato il caso di Italo Svevo, la cui vicenda umana e professionale, prima ancora di quanto ci può suggerire l’esame dei suoi scritti, ha messo in questione senza semplicemente negarla la concezione moderna della ratio come profitto, come tornaconto e utilità da capitalizzare nel breve, medio e lungo termine. Potremmo infatti chiederci perché mai Svevo compartimentalizzò la propria agency di scrittore e impiegato in due ambiti tra loro nettamente separati. Egli infatti continuò a scrivere romanzi e opere teatrali dal successo quasi inesistente – ovvero in pressoché totale assenza di riconoscimento da altri – mentre, pubblicamente, lavorava in banca e poi presso la ditta del suocero come amministratore. Il 19 dicembre 1889, Svevo infatti scriveva nel suo diario d’essere «malcontento», un termine che richiama la sfera semantica del disadattamento, del non essere in sintonia, a causa del vizio improduttivo della letteratura, con la razionalità borghese-produttiva del capitalismo in ascesa della seconda metà dell’800. Due anni prima, infatti, il triestino aveva iniziato a scrivere il romanzo Una vita (che originariamente doveva intitolarsi Un inetto), e le aspettative che egli aveva riposto nell’opera stavano svanendo. Tuttavia, è stato proprio questo malcontento – e ciò dovrebbe iniziare a farci pensare a quale modello di razionalità rivolgerci, per allentare le maglie d’acciaio della modernità – a tenere aperto l’orizzonte della narrazione nel caso di Svevo. Una vita, infatti, fu seguito da altri sforzi letterari – tutti scarsamente ripagati dal pubblico – incluso La coscienza di Zeno, che solo a un certo punto diede fama all’autore, grazie all’intervento d’un network di personalità d’eccezione come Bobi Bazlen, Eugenio Montale e James Joyce. Il caso di Svevo sembra insegnare che senza un certo grado di maladaptation, o d’illusoria convinzione, non è possibile scrivere, dal momento che – come sostiene Svevo stesso sempre nel diario – la storia finisce «quando si fa ciò che si deve senz’esitazioni e proteste» (ibidem).

 

La stranezza del comportamento messo in atto, dunque non solo sulla pagina, da Svevo (per riprendere una suggestione proveniente dal titolo di un recente film di Roberto Andò dedicato al teatro di Luigi Pirandello, La stranezza, appunto), si è rivelata infine foriera d’un nuovo equilibrio: per Svevo in quanto scrittore con una voce e un’identità proprie, e in fondo per le patrie lettere, poiché grazie a lui l’Italia, che nel frattempo aveva annesso Trieste, ebbe il suo Marcel Proust.

Se vogliamo però andare alla radice d’un nesso ancor più stretto tra ragione, illusione dissipatrice (anti-economica), e gesto (comportamento), dobbiamo rivolgerci al più inclassificabile (al più strano) dei critici italiani della modernità, ovvero a Leopardi.

 

Nello Zibaldone, Leopardi mostra d’essere estremamente ricettivo nei confronti della forma più antica di scetticismo, quella pirroniana, ovvero nei confronti d’una forma di razionalità radicalmente autoriflessiva e antidogmatica, che giunse alla sua conoscenza tramite la lettura (presumibilmente con-passionata, e quindi non solo ap-passionata verso – ad – qualcosa), del Dizionario storico-critico di Pierre Bayle (1697).

 Il libro di Bayle, d’altra parte, era caduto nel raggio d’interesse anche di Georg W. F. Hegel (Rapporto dello scetticismo con la filosofia, 1802). È anzi possibile sostenere, come ha fatto ad esempio Italo Testa (Hegel critico e scettico, 2002), che lo scetticismo è stato per il filosofo tedesco uno dei principali attrezzi teorici utili a riconcettualizzare una dialettica che comprendesse in sé, senza arrestarsi di fronte a esso, il disagio innescato dalla contraddittorietà del reale e del pensiero. Già in passato, critici come Antonio Prete, Angelo G. Sabbatucci e Carlo Ferrucci hanno richiamato alcuni aspetti hegeliani delle riflessioni contenute nello Zibaldone. Queste sembrano contraddire – ma il punto è proprio che ormai non dovremmo spaventarci del carattere anti-economico della contraddizione – quel che Leopardi scrive quando commenta in negativo la natura arida e analitica della filosofia tedesca del suo tempo.

 

Eppure, è proprio l’apporto dello scetticismo antico, con tutta la sua furia negatrice, tale da rivolgersi performativamente anche contro sé stessa, mettendosi dunque in atto, a riconfigurare in Leopardi le relazioni tra la ragione (o la filosofia) e la poesia, tra il materialismo (della biologia e dell’antropologia) e la sfera, apparentemente più volatile dell’altra, in cui troviamo le metafore e l’uso retorico del linguaggio. Proprio lo  “scetticismo ragionato e dimostrato” (Zibaldone, 1 settembre 1826), ad esempio, permette a Leopardi di innestare nel pieno del materialismo sensista e utilitarista della sua teoria del piacere, di derivazione francese (E. B. de Condillac e Paul H. T. d’Holbach), il nulla della noia, il vuoto del desiderio, e di tenere insieme tutto.

Tenere insieme che cosa? Quale complessità apparentemente ingovernabile d’aspetti tra loro confliggenti e, più che non cooperativi, abissalmente distanti gli uni dagli altri?

 

Si tratta, per rimanere alla teoria economica, solipsistica e strumentale del piacere esposta nello Zibaldone, di tenere insieme 1) la “disposizione” antropo-biologica, plastica e aperta, al piacere – una “disposizione”, dunque non una “facoltà” predeterminata pronta all’uso – e 2) quella che alla fine (1836) sarà la fragilità resistente d’una illusione poetica, un’illusione capace di generare paradossalmente intorno a sé la solidarietà d’una “social catena”, d’una forma di pace. La “ginestra”, dunque, quale fiore, sogno, utopia non tracciabile percettivamente (nel mondo esterno) perché sconfinante nell’intracciabilità integralmente ‘lirica’ (soggettiva) dell’allucinazione: un orizzonte, dunque, sempre al di là del presente, che indirizzi però, al pari d’una prolungata apostrofe, un cammino – del pensiero e dell’agire – capace di farla finita con la superbia delle “magnifiche sorti e progressive”. Queste ultime sarebbero le sorti, in fondo esse stesse null’altro che illusorie, di una modernità rinchiusa nella gabbia d’acciaio della ratio strumentale, di una ragione in cui sono prigionieri gli homines oeconomici delle varie versioni del Dilemma del Prigioniero, della teoria dei giochi cooperativi e non cooperativi, i quali hanno la propria ragion d’essere nella teoria dell’ “equilibrio di Nash”.

 

Va tenuto in ogni caso presente che Leopardi non si limita a negare l’utilitarismo materialista e sensista che delinea la sua economia del piacere, per rifugiarsi in qualche forma di vago spiritualismo. La ragione e la poesia, la logica scettico-hegeliana e l’illusorietà vedico-schopenhaueriana del velo di Maya  sono a loro modo entrambe vere, si compenetrano e s’indirizzano vicendevolmente.

In che modo la poesia è vera, razionale, “poesia pensante”, per dirla con la forse meno nota delle due espressioni utilizzate da Prete ne Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi (Feltrinelli, 1980)?

 

Consideriamo, ad esempio, quanto scrive Michael Ceasar, rielaborando un pensiero di John Stuart Mill del 1833 (What is Poetry?), circa il fatto che la voce poetica importa non perché si trasferisce da un parlante a un ascoltatore, ma perché essa è un parlare, in certa misura impersonale, che si trova già là, nel mondo, in maniera non troppo dissimile da un corpo biologico, o da una cosa. La voce, per Ceasar, è un processo che accadendo s’indirizza oltre di sé, e in tal modo, più che essere sentita (o udita), essa viene “trasentita”, overheard (come scriveva Mill), suscitando in chi la ode un trasalimento in stato di veglia. Quest’ultimo è altro dal vortice senza ritorno della follia, dal sonno definitivo della ragione, o da come altrimenti si voglia chiamare questa cosa, poiché è integralmente intessuto nella trama del reale e della ragione (“Appunti sulla voce in Leopardi”, Leopardi e il pensiero moderno, a cura di Carlo Ferrucci, Feltrinelli, 1989, p. 12).

 

Agli homines oeconomici ormai non basta più l’accomodarsi in una situazione di stallo strategico, o d’equilibrio, come quella matematizzata da Nash, il quale non a caso ricorreva alla matematica, nel contesto paranoico e persecutorio della guerra fredda, per contrastare, più che per mettere a frutto in vista d’un nuovo, rassicurante equilibrio, il proprio delusional thinking.

Egli, d’altra parte, non aveva scelta, data l’arretratezza della psichiatria di quegli anni e l’assenza d’una adeguata conoscenza neuroscientifica della vita della mente, dell’intelligenza e della sua (dell’intelligenza) emotività (Daniel Goleman, Emotional Intelligence, Bantam Books, 1995).

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