di Linnio Accorroni

 

[Dedichiamo oggi al dibattito sull’ultimo film di Nanni Moretti due interventi che esprimono posizioni molto differenti sull’opera. Cominciamo con l’ottavo Vocale di Linnio Accorroni. A seguire, nel pomeriggio, un intervento di Pierandrea Amato].

 

 

Caro M.,

 

C’eravamo tanto amati io ed i film di Nanni Moretti: fan appassionato e fedele, sin dai formidabili esordi – Io sono un autarchico ed Ecce Bombo – fino ad Aprile. Però, dopo la stanca deriva dei suoi ultimi film (Habemus papam, Mia madre, Tre piani) – una trilogia da Bonjour, tristesse – prima di vedere questa suo Il sol dell’avvenire, ero un po’ come quell’innamorato che, in una canzone di Paolo Conte, si muove ‘con una valigia piena di perplessità’. Ma la felice congiuntura spazio-temporale induceva a più lieti pensamenti: c’era la seducente dolcezza del quasi tramonto, finalmente primaverile nella città-gomito, quella dove il sole sorge e tramonta sul mare, il parcheggio – Oh, miracolo! – trovato appena fuori dal cinema, l’irresistibile simpatia del giovane che sta in biglietteria, un ‘ragazzaccio’ dalla fisiognomica caravaggesca, formidabile battutista, uno che, come il Tancredi gattopardesco, è campione assoluto nel ‘raccontare le petits riens’. Così, corazzato con le migliori intenzioni, ero pronto a godermi tutto il calore de Il sol dell’avvenire. Va detto che, nella sala cinematografica, gli umori del pubblico, durante la proiezione, assumevano tinte  ondivaghe: chi preda di  furiose, crescenti ubbie malmostose (Io), chi se la rideva,  senza soluzione di continuità, dall’inizio alla fine (la coppia dietro a me) e poi, alla fine, c’è stato persino chi, durante i titoli di coda, ha abbozzato un timido applauso. Ma cosa avranno visto, mi chiedevo? E poi: da quanto tempo è che non vedevo qualcuno applaudire al cinema? Era Apocalipse now? O Arancia Meccanica? Oppure era Film bianco di Kieślowski? Sì, sì, proprio quello: protagonista era Jerzy Stuhr che è pure in questo film, come in altri di Moretti, ed è l’unico personaggio  che mi ha strappato un sorriso quando la coppia Moretti-Buy (ça va sans dire) – regista lui, produttrice lei, alle prese con logori dilemmi di natura coniugale, ma pure esistenziale e financo creativi – scoprono che la loro giovane figlia ventenne sta per sposarsi con l’attempato attore polacco. L’dea di fondo dell’ultimo film di Moretti non spicca certo per originalità: la crisi di un regista alle prese con un film che s’ha da fare, pur in mezzo a mille difficoltà. E naturalmente, per logica associazione, si pensa ad Effetto notte, a Dolor y gloria, ma soprattutto al capolavoro indiscusso, primo ed assoluto, l’archetipo massimo del genere: Otto e mezzo di Fellini. E subito dopo, come un mantra, ritorna pure la statisticamente velenosa boutade di Sergio Leone: “Fellini 8 e mezzo m’interessa, Moretti 1 e un quarto no » (NdR Ovviamente, non ho resistito e, a proiezione finita, l’ho raccontata al garzoncello-causeur, quello dei biglietti: una smorfia, non priva di disprezzo, per tutta risposta). Fellini, del resto, è evocato in questo film in tutte le maniere, tra omaggi, allusioni, citazioni: il circo, Cinecittà, la sequenza finale de La dolce vita – Marcello e la bambina sulla spiaggia di Ostia – e poi il finale dove, accompagnati da una marcetta da banda paesana, Moretti fa sfilare tutti gli attori della sua vita (e qui mi sono pure un po’ commosso: per esempio, vedendo un invecchiatissimo Fabio Traversa, che ricordavo da giovane, splendido co-protagonista dei primissimi film morettiani, quelli insomma che m’erano piaciuti tanto).  Ma purtroppo del Fellinesque bigger than life c’è, nel film di Moretti, solo qualche sterile reliquia. Piuttosto, si reitera, ma senza nessuna brillantezza, un’inane, stantia ripetizione di antichi topoi del cinema morettiano, che paiono oramai come esangui, scarnificati, a furia di essere continuamente rivisitati. L’escamotage delle canzoni per esempio. Una vecchia, consolidata abitudine del cinema morettiano, ma mai, con questo film, il gioco appare scoperto nel loro essere evocate quando l’impasse narrativo pare senza soluzione di scioglimento. Non si sa come andare avanti? Tutto appare un po’ incongruo e sfilacciato? Ed allora ecco le note dell’eterno Battiato e dell’ eterno Voglio vederti danzare – un vero e proprio jingle – poi un po’ di Tenco di Lontano lontano ed una canzone di una che si chiama Noemi, che non conoscevo, cosa di cui meno un certo vanto, e che non voglio neppure conoscere. Ma «Va bene così. Continuiamo a farci del male», come diceva Nanni Moretti in suo capolavoro d’antan: ed allora ecco quell’insopportabile tono fra l’oracolare e l’omiletico con il quale, per esempio, il regista-protagonista annuncia di voler realizzare un film dal bellissimo racconto di John Cheever Il tuffatore. Senza accennare però al fatto che il film esiste già: è del 1968, si chiamava, in italiano, Un uomo a nudo e, ad interpretarlo, c’era il grande Burt Lancaster. O la scena del suicidio-non suicidio di Silvio Orlando, con la chiosa nannimorettiana da professoressa di quinta liceo che ammonisce la classe citando Calvino: «Cesare Pavese si è ammazzato per insegnarci a vivere». Ma il momento che più  mi ha irritato è stato quando tre guru della nostra epoca triste (ognuno ha i guru che si merita) e cioè Renzo Piano, Chiara Valerio e Corrado Augias, vengono convocati da Moretti affinché spieghino al colto ed all’inclita perché la violenza alla Gomorra o Tarantino non è eticamente ed esteticamente accettabile. Sembrava di assistere ad uno spin-off nato dai tediosissimi talk-show di La7 o Rai3, una lezioncina fatta dai tre maitre-à-penser della nostrana gauche-caviar con tanto di quell’insopportabile birignao che tanto bene ha fatto alle sorti magnifiche e progressive della nostra sedicente Sinistra e del paese tutto. E poi, ma questa è davvero una questione privata, c’era pure Amalric, il mio adorato Mathieu Amalric: qui fa una semplice sbiadita figurina di contorno, reclutato forse solo per essere nel promo nel film e magari aiutare la vittoria di qualche premio nel prossimo festival di Cannes. Della questione della controfattualità e del What If che fa da sfondo a tutta la vicenda – ah, in che meraviglioso Paese saremmo vissuti, se il PCI avesse capito la vera natura del totalitarismo sovietico fin dall’invasione ungherese del 1956 – poco mi interessa. Il naso di Cleopatra era quello che era e la Storia è andata com’è andata, con buona pace di Blaise Pascal. Peccato, davvero, ma forse ha proprio ragione un padre di Blob, Marco Giusti, quando inscrive questa opera di Moretti all’interno di un prolifico filone del cinema nostrano: quello del pupiavatismo.

10 thoughts on “Vocali /8: “Il sol dell’avvenire” di Nanni Moretti

  1. Peccato che non abbia colto tutta l’ironia che finalmente ci rimanda un Moretti maturo. Sarà anche pieno di citazioni nostalgiche e di tormentoni morettiani, ma è un film che invita a riflettere su un’epoca importante della nostra storia. Ciò non vuol dire che se le cose fossero andate diversamente ci sarebbe in paese meraviglioso. È “solo” la potenza del cinema, che può essere sogno.
    D’altronde se si scrive che una canzone di “tale Noemi che non conosco e me ne vanto” ci si è già presentati…

  2. Ieri sera, al cinema, c’erano, non ci eravamo dati appuntamento, tutti i nostri amici di trent’anni fa. Quando mi chiedevano che ne pensavo, a me veniva da partire rispondendo a un mio amico di Bologna che ancor prima di vederlo, aveva parecchie riserve:

    “Invece secondo me, che non ho mai avuto una passione per Nanni, è un film per te. E’ un film su come muore un comunista ( “non è mai il momento giusto, dice la Vita, per lasciarlo”), prima di tutto, poi sulla morte del comunismo italiano e su quel che il rapporto tra corpo e indecenza ha giocato là dentro. Poi è un film su quel che l’esteticismo italiano ( tipo design: Augias, Piano, Valerio) non può fare per l’arte, e sul fastidio necessario che è la filologia storica. E’ utile per chi vive in un’Emilia dove esistono addirittura istituzioni preposte a gestire la malinconia sociale da circolo del PCI: istituzioni che trasformano la memoria individuale in mostre, spettacoli d’arte costruiti senza metodo storico, etnografico e che ci portano ben lontani dalla politica, in una zona comoda e umida dove potremmo, della politica ( e della vita) nemmeno più sentirne il bisogno.

  3. Moretti tocca in maniera leggera e autoironica temi importantissimi che esprimono il disagio dell’individuo di fronte alla realtà odierna: come rapportarsi all’ideologia politica, è possibile oggi averne una in cui credere?. Il rapporto di coppia, che cosa è diventato oggi? Il rapporto con i figli, come gestirlo? Il cinema, cosa è diventato? Stupida violenza che purtroppo ha un suo pubblico che si esalta di fronte a scene demenziali. C’è speranza per la crisi di tanti importanti valori? Per Moretti nell’avvenire, nonostante tutto, può esserci il sole.

  4. Sono andata a vedere il film con gli occhi da innamorata di Moretti, pronta a criticarlo e a rimanere delusa, ma con giustificazioni e perdono in tasca. Non mi è parso certo un capolavoro, ma qualcosa mi ha lasciato, una sensazione inizialmente indefinita che man mano ha dato vita a tanti spunti di riflessione. Tutti i riti, i cliché e le convinzione del mondo di Moretti si presentano a questa nostra realtà, chiedendosi se sia possibile dialogare e comprendersi senza preconcetti, perché non tutto il vecchio è da salvare e non tutto il nuovo è da demonizzare. Il passato non si può cambiare, ma si può creare il futuro vivendo e cambiando il presente. E per poterlo fare bisogna sapere che oltre a Mozart e a Battiato, esiste anche Noemi.

  5. Vede sig. Accoroni io so chi e’ Moretti ma non so chi sia lei. Io spero che Moretti prenda un Oscar. Unico in Italia in questo momento a meritarlo. Penso e spero nella Palma d’oro. Moretti e il suo cinema sono adorabili.

  6. “ 7 novembre 1994 – Ancora una volta ci troviamo a discutere di Nanni Moretti. La zia Gustava, che ha bevuto un po’, si produce in sperticate lodi, solennissimi encomi. Io cerco di spiegare che il giovanotto è un po’ datato e che il cinema che fa può anche non piacere. Quello che è riuscito a Fellini, un cinema non-hollywoodiano, tanto per semplificare, non è detto riesca ai suoi epigoni. Anche la zia Laudomia, a questo punto, s’incazza. Io cerco di spiegare che la « commedia all’italiana » è stata un’epoca « fortunata » databile all’incirca 1958-1963, e che da quella « fortuna » ha preso le mosse una vera e propria « tradizione », che è anche ripetizione di modi, artigianale ripetitività etc. Che c’è insomma un’ideologia alias retorica della « commedia all’italiana » dentro l’ideologia generale del cinema, che corre il rischio di ridursi a una spiacevole « forza dell’abitudine ». Che il cinema invece in un certo senso cambia, vedi gli americani, e che, comunque, – ma questo non lo dico – il cinema non è tutto. Cerco di dirlo, ma dire che ci riesco sarebbe troppo. Le zie sono implacabili. “.

  7. La battuta sulla canzone di Noemi squalifica di per sé l’autore di questa recensione, che si rivela molto più snob dei radical chic contro cui si scaglia. Questo non è un film politico ma un film sulla possibilità di sognare un futuro diverso perché, contrariamente a ciò che pensa l’autore della recensione, la storia si fa anche con i se. Il Sol dell’avvenire è un film sulla difficoltà di conciliare le istanze opposte (dittatoriale e democratica) che albergano in ciascuno di noi.

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