di Francesco Deotto

 

[Esce in questi giorni per L’arcolaio Avventure e disavventure di una casa gialla, un nuovo libro di poesie di Francesco Deotto. Ne proponiamo qui un’anticipazione]

 

 

da: Ipotesi B, del bombardamento

 

Quasi nessuno, pare, con l’eccezione, forse, dei soliti folli, potrà negarne la forza d’impatto, la potenza travolgente (o almeno destabilizzante) – non sia che per qualche minuto, e per una porzione limitata dell’umanità: per un insieme non trascurabile, per quanto incerto, di soggetti senzienti (ipotizzabile, diciamo, con una certa approssimazione, tra un qualche centinaio di migliaia, e un centinaio scarno, tout court).

 

In primis, nel senso più letterale d’un’esplosione che (idealmente) va immaginata come il risultato d’un volo congiunto d’almeno un paio dei 25 Lockheed F-16 Fighting Falcon in forze alla Força Aérea Portuguesa.

 

Potrebbero alzarsi in volo (stando a wikipedia e ad altre nostre fonti riservate) dalla base aerea numero 5 (Monte Real), nei pressi della foresta di Pinhal de Leiria, a circa centoquaranta chilometri a nord di Lisbona.

 

Con una velocità di crociera che raggiunge i due virgola zero cinque Mach, è nel giro di 10, 20 minuti, al massimo, che è legittimo attenderli, pienamente operativi, nel cielo della città bianca.

 

Con ogni probabilità (in assenza di impedimenti, in condizioni meteo standard) è in un perimetro non inferiore ad alcune (diverse) decine di chilometri che la deflagrazione non potrebbe passare inosservata.

 

E poco importa l’equipaggiamento scelto: che si opti per delle Mk 82, a caduta libera (come in Afghanistan e in Iraq, o in Libia, Siria, Yemen, Pakistan, Somalia…), o per delle CBU-87, a grappolo (quelle di Desert Storm e dell’Allied Force jugoslava), oppure (come in Vietnam) per dei più tradizionali AGM-65 (Maverick).

 

Al boato, in ogni caso, non potranno sfuggire neanche gli indigeni più impenitenti, i più impermeabili al brusio del mondo – quelli che – possa succedere chissà cosa –, nel giro di qualche minuto, se non prima, sono sempre in grado di ritornare alla loro vita d’ogni giorno (quella di sempre), come se nulla fosse.

 

 ***

 

Certo, non che simili eventi non siano mai accaduti.

 

È anzi ben possibile che presto si riesca a provare, in modo ancora più inconfutabile, l’ipotesi d’una sorta di prassi – piuttosto consolidata – conformemente alla quale, prima o tardi, le strutture di soccorso e quelle di distruzione debbano per forza incontrarsi.

 

A Venezia, ad esempio, è nell’agosto del ’17 (il 14) che viene sventrato, sul lato del Rio dei Mendicanti, l’ospedale civile dell’ex Scuola Grande di San Marco.

 

A Milano, è nell’agosto del ’43 che le istituzioni medico-sanitarie finiscono nel mirino dei bombardieri alleati: dal Policlinico al Mangiagalli, dalla Principessa Jolanda all’Istituto Oftalmico, dal Fatebenefratelli all’Istituto Neurologico.

 

Al Politecnico, è nei padiglioni Biffi e Moscati (sedi d’otorinolaringoiatria e di neurologia) che, d’un colpo, arrivano le circa 4000 libbre (di tritolo) d’un «blockbuster»[1].

 

A Torino, alle Molinette, tra il ’43 e il ’44, il San Giovanni Battista viene bombardato cinque volte. In notturna, con ordigni «di grosso e grossissimo calibro». E in diurna, «con la tecnica del tappeto di bombe» (centinaia d’ordigni «dirompenti di medio calibro»).

 

Mentre a Dresda, ventidue ospedali spariscono, letteralmente, tra il 13 e il 15 febbraio del ’45.

 

 ***

 

Ma in tutti questi casi, si dirà, (come nelle loro versioni più attuali e aggiornate) non si è trattato mai d’altro che d’eventi «bellici» in senso stretto, tipici della «necessità» della guerra e della sua (presunta) logica superiore.

 

Niente a che fare quindi (sembra) col nostro (atlantico e western-european) «tempo di pace».

 

Soprattutto, per quanto delle verifiche siano ancora in corso, almeno al momento, nessuna notizia d’esplicite forme d’autobombardamento.

 

Nessun ente pubblico o privato che, ad ora, sembri anche solo avere avviato neanche le più semplici e indispensabili operazioni propedeutiche: dagli studi di fattibilità alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica, dalle più basilari indagini storiche (e di mercato) alle prime e più approssimative valutazioni costi-benefici.

 

Ancora nessuna traccia, insomma, (almeno ufficialmente) d’ospedali, o di centri di cura e d’assistenza, deliberatamente bombardati dal loro proprio governo, dai propri azionisti e amministratori.

 

(Tuttalpiù, ma ça va sans dire, si sa, li si chiude, li si accorpa ed esternalizza, ne si tagliano le risorse e il personale, li si smonta con metodo e precisione, pezzo per pezzo, con cura e discrezione)

 

 ***

 

da Ipotesi P, delle palazzine

 

Sette blocchi dall’aria discreta.

 

Nessuno realmente troppo appariscente,

né troppo rumoroso,

o particolarmente riottoso.

 

Sette blocchi piuttosto ben integrati.

 

Tutti, apparentemente, in grado

d’evitare gli abituali eccessi

dei soliti parapiglia

tra vicini, o tra parenti.

 

Sette blocchi ben orientati

nella ricerca del quieto vivere,

del vivi e del lascia vivere.

 

Quasi tutti, in genere, tali

da sembrare avere i mezzi

per scansare le rogne più grandi.

 

Sette blocchi

che faticano ad andare d’accordo.

 

***

 

Sette blocchi e due famiglie.

 

La prima, stando alla sensibilità d’alcuni

(alla sensibilità degli altri),

è la famiglia dei «soliti privilegiati»,

di quelli che non hanno molto da temere,

quasi niente.

 

È la famiglia dei «garantiti»,

dei blocchi che oramai, sembra,

possono quasi rilassarsi, quasi

adagiarsi sulle proprie posizioni, di quelli che

potrebbero (forse) essere già in grado

di vivere del passato, d’andare avanti

con una certa fiducia

che il peggio sia stato superato.

 

Sono i blocchi storici e monumentali,

quelli che richiedono maggior cura

e sollecitudine, tanto nell’ordinaria

che nella straordinaria manutenzione.

 

I blocchi maggiormente crepati e ammuffiti.

 

Gli unici del tutto fuori norma.

 

 

[Immagine: © Andrea Botto, “KA-BOOM #05”, Pieve Emanuele 2011 (opera esposta fino al 3 settembre alle Scuderie del Quirinale nell’ambito della mostra “L’Italia è un desiderio. Fotografie, paesaggi e visioni 1842-2022”])

 

[1] Letteralmente «spiana isolati»: un tipo di bomba altamente distruttivo utilizzato dalla Royal Air Force.

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