di Marco Nicastro

 

Una tazza di polvere (Cierre Edizioni, 2014) è stato l’esordio narrativo di Paolo Lanaro (Schio, 1948).

L’autore in quegli anni era già noto per alcune raccolte poetiche pubblicate per piccoli editori e che avevano suscitato un buon riscontro critico (in particolare Poesie della scala C, finalista al Premio Viareggio). Come nella sua scrittura poetica, anche in quest’opera in prosa emergono fatti, persone, luoghi concreti cari all’autore immersi in una nebbia di malinconia e amarezza.

Il libro racconta di un periodo preciso della vita dell’autore, quello tra il quarto e il quinto anno di liceo (con lo sguardo di un adulto che ritorna, in modo credibile, adolescente), ed è ambientato nella provincia veneta della metà degli anni Sessanta (in particolare Schio, cittadina natale di Lanaro, e Vicenza). La struttura del testo è quella di un diario senza date, una collezione di descrizioni paesaggistiche, di episodi, di riflessioni filosofiche tenuti insieme abilmente, come perle di una stessa collana, da un filo tematico che si infila tra gli stessi: l’amore mai realizzato (potremmo dire platonico) per una compagna di classe.

 

Il lettore può apprezzare non solo la qualità della scrittura di Lanaro, che fa di queste pagine di diario delle vere prose poetiche, ma anche l’acutezza di certe riflessioni e frasi aforismatiche, oltre che l’ironia con cui a volte l’autore riflette su alcuni episodi e situazioni dolorosi della sua vita (come il ricovero ospedaliero per problemi psichici verso la fine dell’anno scolastico). Altro aspetto molto interessante del testo è la capacità di Lanaro di descrivere in modo plastico le persone che lo hanno circondato, a distanza più o meno grande, durante la sua adolescenza (parenti, amici, professori di scuola, compagni di classe, personaggi del paese), rendendole memorabili anche solo attraverso un breve scambio verbale o un episodio che ha occupato un ridottissimo frangente temporale.

È un libro sui sogni, le insicurezze, i crucci esistenziali, le delusioni, gli slanci di un adolescente di qualche decennio fa, descritti con coerenza e credibilità, cioè senza compiacimento né esagerazioni. Questo aspetto si ritrova nello stile di scrittura, spesso elegante nel lessico e soprattutto nella sintassi ma mai roboante o eccessivamente astratto, caratterizzato inoltre da una buona elasticità nel passare da registri colloquiali a registri più alti. Sicuramente un testo riuscito per l’equilibrio perfetto di stile, contenuto e sentimento (uno spleen, una malinconia legata a un’acuta percezione del dissolversi delle cose).

 

Le caratteristiche che sono il punto di forza di Una tazza di polvere si mantengono immutate nel secondo libretto autobiografico scritto dall’autore a distanza di qualche anno: Contro i venti invisibili (Cierre, 2017).

Questa volta le pagine di diario vengono scritte da un’altra angolatura, quella di un insegnante di filosofia da poco in pensione che riflette sia su situazioni e problematiche più tipiche del suo tempo, della sua professione e della sua condizione esistenziale, sia su persone ed episodi del suo passato di adolescente, riprendendo a tratti il discorso interrotto in Una tazza di polvere. L’intelligenza delle osservazioni, la sapienza formale e l’importanza delle questioni affrontate sono in perfetta continuità con lo scritto precedente, e vengono completate (maturate ulteriormente, se vogliamo) da uno sguardo sulla vita più profondo e disilluso. I temi attorno a cui si interroga Lanaro sono quelli di sempre ed eterni (l’amore, le relazioni con gli altri, il tempo che passa, la morte, il senso della Storia, l’esistenza di Dio, il ruolo della politica, l’identità individuale), ma qui vengono trattati con maggiore lucidità e decisione, con dolorosa spietatezza (mai con cinismo), accentuando la coloritura malinconica e tragica dello scritto precedente.

 

L’effetto sul lettore è comunque il medesimo. Lanaro riesce a tenerlo incollato alla pagina, pur nella densità della scrittura, anche grazie al fatto che le riflessioni diaristiche sono caratterizzate da una significativa varietà di stile, contenuti, arco temporale di riferimento, ritmo della narrazione. Non manca neanche l’ironia, capace di strappare un rapido sorriso nel bel mezzo di una descrizione profondamente tragica e sentita.

Chiude la trilogia autobiografica dell’autore un terzo libretto, Ogni cosa che passa (Cierre, 2019), più in continuità, quanto a punto di vista del narratore ed episodi descritti, con Una tazza di polvere.

Chi parla ricorda perlopiù gli anni della prima infanzia e della preadolescenza, ciò che precedeva temporalmente il periodo preso in considerazione nel primo libro (ma con alcuni frammenti relativi al periodo adolescenziale e anche adulto). L’intento è chiaramente quello di chiudere il cerchio ed è una scelta comprensibile da un punto di vista sia narrativo che editoriale. Tuttavia questa prova non sembra all’altezza delle prime due, a parte alcuni passaggi e descrizioni certamente notevoli. Si nota a tratti un che di ripetitivo, diverse riflessioni mi sembra non aggiungano elementi particolarmente interessanti rispetto a quanto già conosciuto dai due precedenti lavori, a volte sembra di scorgere qualche lieve forzatura nel creare l’atmosfera che pervade il racconto autobiografico precedente. L’impressione generale è che, anche senza quest’ultimo sforzo, l’opera sarebbe stata ugualmente conchiusa in sé.

 

Nonostante questo limite (ma il lettore che avrà apprezzato i primi due libri potrà valutare la correttezza di questa notazione critica e non è detto che la condividerà), è possibile ritenere il trittico di Lanaro uno degli esempi più significativi di scrittura autobiografica pubblicati in Italia negli ultimi anni, costituendo un perfetto esempio di prosa poetica (genere raro oggi) e una fonte costante di riflessione per il lettore, che sarà costretto a soffermarsi su certe questioni esattamente come fa l’autore, grazie al valore universale e simbolico di ambienti, personaggi ed episodi di vita rievocati, nonché all’equilibrio dello stile di Lanaro, un insieme cesellato di vocaboli, sintassi e registri che conferisce spessore e profondità a ciò che viene narrato, come l’arte di uno scrittore riesce a fare solo nei suoi momenti migliori.

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