di Giovanni De Renzis e Pietro Pascarelli

 

[E’ uscito da poco per Cronopio Joyc’è. Dalla gaia scienza di Ulisse alla scienza nuova di HCE, un volume in cui nove Nove autori di mondi culturali e artistici diversi si confrontano sul ruolo e la presenza di Joyce. Proponiamo un estratto del primo capitolo del libro, di Giovanni De Renzis e Pietro Pascarelli].

 

non è la costa di quell’isola che egli vuole esaminare

con tanta accuratezza, bensì i limiti dell’Oceano[1]

 

Quando, nel 2021, la ruota del tempo ci ha portato alla vigilia del centenario dell’Ulisse di James Joyce, eravamo ormai maturi a cogliere al balzo quella possibilità di radunarci, noi due e quelli che ritenevamo più affini al nostro modo di sentire, per partire alla volta delle opere di Joyce, per un viaggio di ricerca e conquista di qualcosa che in esse si trova e chiama, anche se non si fa conoscere del tutto, ma anzi mantiene il mistero e una fascinazione infinibile, con ciò rispecchiando la nostra condizione di rischio antropologico e in esso di mancanza; la nostra condanna all’impossibilità di sapere decretata dalla rimozione originaria; la nostra costitutiva divisione fra l’autocoscienza con le certezze dei suoi riferimenti trascendentali e l’inconscio; il nostro statuto di soggetti del desiderio dell’Altro. Volevamo forse come artisti, letterati, filosofi, poeti e psicoanalisti, ma anche come persone nella loro dimensione intima, un’esplorazione audace quanto saggia e scaltra, che ci rendesse ciascuno ogni volta centro del mondo, o mondo di centri mobili e cangianti, e per lampi di luce o per trascorrere rapido di ombre scoprire finalmente il nascosto sia pure come parti prima sconosciute di noi stessi. L’impresa, di cui questo libro è lo specchio, era ed è quella di recuperare il dono lasciato all’umanità da quest’uomo, un artista a tutto tondo che riconosce, inganna e tiene a bada le forze oscure, gli orrori e le speranze di tutti, e cerca nuovi cammini e orizzonti di libertà. L’alta condivisione nei giorni successivi all’evento al seminario online registrato,ospitato anche in presenza dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli il 9 aprile 2022, in cui si discusse della sua opera, e intitolato A Sentimental Giorno. Ulisse interprete di Joyce, parafrasando il titolo in inglese (A Sentimental Journey) della narrazione di viaggio di Laurence Sterne, ci ha indotti a rielaborare qui i contenuti di quella riflessione. Joyce/Ulisse/Alter Ego intercetta l’uomo vulnerabile e l’eroe che è in tutti noi, ci mostra l’abisso non solo in forma di mondo di tenebra, ma di un suo altro modo di porsi come luce impensabile e abbagliante, un caos bianco in cui nondimeno ogni contorno e forma, ogni stabile riconoscibilità viene meno, e in cui abitano il non senso e l’impossibilità. All’uomo moderno dei mondi urbani, implicato nelle assurdità di una vita sociale che lo riduce a ingranaggio di una macchina o a macchina tout court, è spesso negato uno spazio vitale meno angusto e opprimente. Egli è a suo modo, come Ulisse, errante o naufrago nel pulsare della sua presenza fra solitudine anonima nella folla e ripiegamento domestico su sé stesso. Pur avendo orizzonti e confini più estesi e mobili del contadino di Marcellinara che va in crisi quando s’allontana troppo dal suo campanile, di cui riferisce Ernesto de Martino, vive però anch’egli entro le linee di un sogno che ad ogni passo può infrangersi o diventare incubo. E tuttavia Joyce ci mostra a ogni nuovo approccio come si può trovare, forzando la lingua e un senso decrepito, un senso anche nuovo nel non senso, e come vederci in una prospettiva umanistica che recupera una nostra qualità estetica e affettiva, uno spessore filosofico e astrale, una dimensione mitico-religiosa, persino la nostra finitezza, ma sempre nel loro proporsi, nel superamento della riduttività di una logica binaria, come possibilità compresenti e mai esclusive l’una delle altre. Ci indica l’accesso alla dimensione dell’enigma, e della sua necessaria accettazione, ma anche alle vie della fantasia e della spiritualità senza confini, che cioè non si spaura e non si ferma davanti a divieti e convenzioni, anzi li sfida e non certo per sterile oppositività. Non ha bisogno di metafisica, guarda al reale rendendone sostenibile il confronto, alleandoci e alleandosi con tutte le forze amiche disponibili, dalla cabala alla scienza, all’arte, ma innanzitutto mostrando il tesoro della lingua e nella sua capacità di essere la casa degli uomini. E soprattutto mettendosi dalla parte della poesia. Perché la rivoluzione che Joyce rappresenta nel genere romanzo è rivoluzione della mente e dell’intelligenza umana nel suo declinarsi in nuovi equilibri ma anche accettando rischi e squilibri, e passa attraverso la lingua e la poesia. Quella di Joyce è una poetica che lentamente si distilla dagli anni della prima giovinezza e dalle prime esperienze di vita e di scrittura, per arrivare all’apogeo negli anni della maturità e continuare fino alla fine, fino ad Anna Livia Plurabelle, a volare alta, per usare un’immagine della poesia cara a Mario Luzi. In un certo qual modo, il dono di Joyce è qualcosa che potremmo paragonare a quel magnifico simbolo rinascimentale che è la cupola del Brunelleschi, l’esaltazione di una genialità di architettura umana che sempre ci dice e si afferma alzandosi serenamente ma fieramente al cielo senza bisogno di far sponda, per legittimarsi, sul divino, senza irrazionali tremori e smarrimenti.

 

Joyce più o meno consapevolmente cerca di mettere a fuoco o piuttosto, per quel che si può e nella misura in cui è giusto farlo, di mostrare le forze demoniache o celestiali attive in ciascuno, e la potenza dell’inconscio. In tal modo, accostando lingua, sogno, poesia, inconscio, al centro della poetica e della visione di Joyce finisce per essere il libro, la scrittura. Tornano alla mente le parole di Paul Valéry che un poeta contemporaneo, Ron Padgett, mette in epigrafe della raccolta di poesie presentata in Italia col titolo Non praticare il cannibalismo[2]: «La poesia è scritta da qualcuno che non è lo scrittore a qualcuno che non è il lettore». Nella sua precisione, il pensiero di Valéry ci svela la grande portata del progetto di Joyce, che intende dare nuove dimensioni del possibile non solo ai lettori, ma a tutti gli uomini. La scrittura si compie inoltre fuori della soggettività del poeta, e fuori dal terreno della sintassi e di ogni narrazione, con le loro regole grammaticali e di verosimiglianza, come opportunamente precisano come poeta Hart Crane e come semiologo e linguista Algirdas Julien Greimas. E come rimarca anche Giordano Bruno in Gli eroici furori: «la poesia non nasce da le regole, se non per leggerissimo accidente; ma le regole derivano da le poesie, e però tanti son geni e specie di vere regole, quanti sono geni e specie di veri poeti». Questa indipendenza della poesia le consente anche uno sguardo incondizionato sulla realtà, la sottrae al vincolo del manque originario causato dal taglio simbolico, che lega gli uomini al codice appreso dallo sguardo materno fondatore, e preclude loro la conoscenza diretta del desiderio. E la poesia, il dono dell’arte, sono di tutti. Come le stelle. Dice infatti Jorge Luis Borges: «La poesia non è meno misteriosa degli altri elementi dell’Universo».

Non si potrà forse dire quanto, ma a nostro parere anche la poesia contemporanea deve molto alle aperture regalateci da Joyce. Basti per ricordare comunque l’importanza del suo contributo riportare qui quanto uno dei maggiori critici letterari, Harold Bloom, scrive nella sua introduzione alla raccolta di John Ashbery Self-Portrait in a convex mirror[3]: «Non esiste lettura degna di essere comunicata ad altri se non devia fino a frantumare la forma, se non deforma i versi fino a creare un rifugio, e così facendo non produca significato sbriciolando quei recipienti che hanno fatto il proprio tempo. Questa frantumazione è retorica, certo, ma in questo modo ciò che viene ferito o accecato è molto più che lingua».

 

Insomma, in una parola: Joyc’èdalla gaia scienza di Ulisse alla scienza nuova di HCE!

È dell’incontro con questa presenza, al tempo stesso pervasiva e straniante, familiare e estranea, insomma perturbante, che gli Autori che si sono incontrati nelle pagine di questo libro hanno voluto portare la loro testimonianza, ognuno con la propria specifica competenza e sensibilità, ma tutti nella comune consapevolezza che nella scrittura di Joyce emerge qualcosa di radicalmente diverso dal romanzo canonico. I personaggi possono essere non solo persone, o elementi della natura, o animali, ma anche le più varie singolarità: oggetti inanimati, strade, spazi antistanti la porta di un pub, insomma pezzi di mondo; ma disordinato, confuso, morcelé; ridotto già nelle pagine dell’Ulisse a disiecta membra, non a caso ricomposte nella sovraordinata architettura degli schemi da Joyce stesso indicati a Carlo Linati e a Stuart Gilbert. Ci sono in realtà, ed è questo che fa la differenza rispetto al canone classico, non personaggi come siamo (eravamo) abituati a intenderli, ma soggetti camuffati da personaggi, emblemi dell’umanità in cammino lungo la propria strada di mancanza e disinganni in un deanimato scenario universale dei differenti esìli umani, da quello che avviene per l’effetto di un linguaggio straniante e straniero (alla cui impostura – in più di un senso del termine – Joyce non cessò di ribellarsi) a quello che vorrebbe essere via di fuga dal disincanto ma presto volge in ritorno, alla ricerca di un tempo perduto che non verrà ritrovato se non nella sua irrimediabile ‘in-esistenza’ («Sono tornato là dove non ero mai stato. / Nulla, da come non fu, è mutato» ammoniva giustamente Giorgio Caproni in una sua poesia che ‘spiega’ meglio di tante riflessioni i motivi di quella ripetizione davvero ‘insensata’ verso un manque originario che già Freud e poi Lacan avevano riconosciuto come un aldiqua dello stesso principio di piacere).

 

Le vite si riducono a una sintesi cruda e intensissima. Il dolore, il tradimento, lo smarrimento di chi cerca il suo posto nel mondo, si chiami Dedalus, Bloom o Joyce, non sono altro che la difficoltà di accettare la conoscenza, e sappiamo da Dylan Thomas (da There was a Saviour) che nulla è più crudele della verità (There was a saviour / Rarer than radium, / Commoner than water, crueller than truth).

Gli accidenti delle persone sono solo il pretesto per mostrare le peripezie del soggetto dell’inconscio, di un soggetto senza genere né cicatrici né patria. Siamo di fronte a maschere in cui tutti ci possiamo riconoscere. Non è la vita reale quello che importa. Importa quel che si presenta sulla scena, emerge e si configura come sconfitta o riscatto, come gioia o perdita, come erranza, come passione d’amore o di vendetta. Importa dunque quel che della vita di soggetti o creature, di fantasie, desideri e angosce del tutto privati, ma anche universali, si può riconfigurare entro il repertorio di immagini ed eventi che genera la macchina mitopoietica, nella cornice di ciò che è proprio all’umanità intera: la precarietà e il rischio antropologico. A questo proposito risulta di particolare interesse interrogarsi sull’onda di una riflessione di Jean-Luc Nancy[4] su quanto la propria originalità sia debitrice del rispecchiamento dell’altro, su quanto il nuovo sia vincolato a muovere necessariamente dal distacco dall’identificazione e dalla somiglianza.

 

Una componente centrale, che è forse l’architrave di tutta la complessa architettura dell’opera di Joyce, e non solo dell’Ulisse, è forse quel che Freud chiama l’irruzione, il ritorno del rimosso. La parola e il concetto di “irruzione” del rimosso ci danno, con la loro specifica intensità, l’idea di qualcosa cui non ci può sottrarre, che va anche oltre la cornice della teoresi psicoanalitica: la presa del reale.

Ma ci si può anche allontanare dai confini di questa definizione per formulare l’ipotesi in altro modo, ampliando la prospettiva. Non pensando tanto a qualcosa che l’individuo, il soggetto/Joyce patisce in un giorno o fase della sua vita o in un momento o fase del suo lavoro di scrittura, ma a qualcosa come la scena cosmica dell’artista/uomo, l’universo in cui tutto avviene, con le potenze del suo sottosuolo magmatico e il suo cielo tracciato da scie di stelle in moto inarrestabile, che parlano e spingono verso…

 

Questo concetto, che introduce l’idea dell’incombere e realizzarsi di una continua “catastrofe” sotto la pressione di forze irresistibili quanto il fato, spinge a ritenere che ciò che spinge Ulisse nella sua giornata in mille direzioni, non sia un qualche epilogo, per quanto consapevolmente perseguito. L’inconscio, con la sua capacità di far andare il tempo fuori dai cardini, di sovvertire ogni confine stabilito difensivamente dalla razionalità della veglia, fa schizzare le strade dell’uomo in tutte le direzioni, anzi sovverte il concetto stesso di direzione, nonché di tempo e temporalità, genera nuovi inizi di mondi per subentranti big bang.

Un’altra possibilità offerta dalla psicoanalisi per immaginare una chiave interpretativa complessiva è quella di considerare la vita intera come après-coup di un unico e solo avant-coup, rappresentato dalla mancanza di quel che non possiamo avere e non abbiamo mai avuto per poterci costituire come soggetti. Questo avant-coup è il rapporto di desiderio con la cosa (Das Ding)[5].

 

Ciò appare ben rispecchiarsi nel caos apparente entro il quale lotta Joyce cercando per l’uomo vie di fuga, nell’universo di indefinizione, di misteriosa comunicazione, di trasformazioni e trasmutazioni in cui si dibatte l’umanità e anche, senza corrispondere a una persona e a una soggettività, il soggetto. Ma anche qui vi è un intrico, un labirinto, un “Dedalus”, perché, quasi senza soluzione di continuità, ci troviamo di fronte non solo a singolarità deleuziane, a esseri senza essere, ma alle persone o ai loro ectoplasmi, o a cadaveri rinchiusi in casse malsicure che cadono dal carro, a corpi in decomposizione, a uomini in carne e ossa, che divorano rognoni arrosto e sognano ardenti e carnali incontri amorosi con fresche fanciulle o esigenti mistress, o a popolane sognatrici come Molly che sciorinano una distillata sapienzialità e una pratica psicologia esistenziale.

Le cose e i personaggi si vedono nella loro modalità di vita irrelata senza essere assoluta, nella loro essenza mitica che non esclude il dramma e il negativo storico ma lo immette e lo presenta in una diversa sfera di senso, e nella più totale solitudine esistenziale. La loro voce, le crude luci che li fanno comparire e scomparire, trapelare in un’incerta, baluginante esistenza, sono parte della macchina teatrale, e il loro luogo è infatti precisamente un gran teatro dove è sempre in scena qualcosa, dove si agita un microcosmo che è solo brusio indistinto, riflesso frattale di un Cosmos da sempre in statu nascendi (natura: nascitura) da quel Caos che da sempre ugualmente lo riattrae alla sua originaria provenienza.

Ed esso stesso è solo una rappresentazione di ciò che sfugge e sovrasta, dell’impensabile essenza della vita, di ciò che non si vede, o addirittura non c’è ma ci determina, o anche sarà. Le figure che incontriamo nei libri di Joyce sono azionate, come grottesche marionette, dai fili del reale, e attratte dal vortice del suo inconcepibile abisso. Si tratta di un processo di riduzione a una sorta di grado zero degli intrecci in cui si dipanano i fatti e la narrazione, o per meglio dire il dispiegamento letterario del canone omerico. Vi sono eroi solitari destinati a un peregrinare senza riscatto, persi nei labirinti della rimuginazione e del dubbio, delle domande senza risposta che riflettono l’enigma della vita e della morte, le angosce, il dolore psichico, le lontananze, le distruzioni da rielaborare…

 

Note

 

[1] Da una più ampia riflessione di Paul Engelmann sull’amico Ludwig Wittgenstein. L’abbiamo sentita talmente ‘giusta’ anche per Joyce che non ci è sembrata indebita la sua appropriazione in esergo, confidando nella capacità della sua forza espressiva di saper indicare un possibile orientamento nell’impegnativo percorso che ci siamo qui assunti la responsabilità di intraprendere.

[2] R. Padgett, Non praticare il cannibalismo 100 poesie, a cura di P. Del Zoppo e C. Consiglio, con traduzioni di R. Frolloni, Del Vecchio Editore, Bracciano 2020.

[3] J. Ashbery, Autoritratto entro uno specchio convesso, a cura di D. Abeni, con uno scritto di H. Bloom, Bompiani, Milano 2019.

[4] Per una discussione più articolata sull’ipotesi qui riportata rimandiamo al saggio di uno dei due coautori di queste note reperibile in: https://www.journal psychoanalysis.eu/articles/a-comment/

[5] Anche per questa occorrenza si veda in: https://www.journal psychoanalysis.eu/articles/a-comment/

1 thought on “Joyc’è. Dalla gaia scienza di Ulisse alla scienza nuova di HCE

  1. Dal “Paradiso perduto “ di Milton: “ Siede arbitro il Caos, e con le sue decisioni raddoppia ancora il contrasto per il quale regna; a lui presso governa supremo il caso.

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