di Eugenio Gazzola

 

[E’ uscito da poco per le edizioni il verri Gli anni di milano·poesia, di Eugenio Gazzola. Ne proponiamo l’introduzione].

 

La ragione per cui ripercorriamo oggi le stagioni di Milano·poesia, in uno studio che si svolge ora come antologia e ora come riflessione sulla vita e sull’arte, è nella sua natura di emblema, cioè di raffigurazione dettagliata del suo tempo attraverso un doppio sguardo: l’uno che si rivolge alla soluzione dei grandi processi culturali e politici ereditati dal passato; l’altro che fissa i modelli di vita del sistema economico occidentale dopo decenni di allontanamento dai bisogni primari.

Gli anni compresi in quel particolare tempo tra il 1979-1980 (esaurimento dei movimenti studenteschi e operai) e il 1992, anno di nascita dell’Unione europea e di avvio, in Italia, delle inchieste sui reati contro la pubblica amministrazione che i giornalisti chiamano “Tangentopoli” oppure “Mani pulite”, non registrano alcun effettivo progresso sociale o economico. Eppure succede di tutto, e ogni avvenimento prende il sapore di una svolta, sospinto com’è da un’inedita progressione dell’informazione televisiva. Ma si tratta di svolte all’indietro, di profondi quanto ampi ripensamenti sulla politica e sulla vita comune, perciò i sismografi della storia non registrano quasi nulla.

 

Anni di “finali di partita”: dalle lotte sindacali perdute (si comincia a Torino con la «marcia dei quarantamila» quadri e dirigenti Fiat, 1980), e dalla dissoluzione dei movimenti giovanili sotto l’urto delle leggi speciali antiterrorismo (e di una nuova, convincente, tendenza all’affermazione individuale); per arrivare all’invecchiamento improvviso della sinistra storica in Europa (di cui la caduta dei regimi comunisti al di là dei Balcani, 1989-1991, non è che l’ultimo atto); e infine, alla dispersione della tradizione culturale e artistica dell’avanguardia in favore di svariate forme di recupero e riscrittura della tradizione. Non della scrittura di una nuova tradizione, bensì della riscrittura di quella vecchia.

E tuttavia, è pur vero che qualcosa di buono sarebbe uscito anche dal ripiegamento – e lo vedremo incontrando i primi dibattiti sulle nuove tecnologie informatiche, sulle nuove forme di fruizione dell’arte e sull’improvvisa moltiplicazione degli incroci sociali e culturali. Milano·poesia, dunque, prende quartiere in quello scenario all’inizio degli anni Ottanta, su progetto di tre operatori culturali milanesi: Gianni Sassi, Antonio Porta, Mario Giusti.

 

Lo studio che proponiamo ripercorre in modo critico l’attuazione del loro progetto rivolgendo nel contempo uno sguardo alla trasformazione sociale che gli fa da sfondo e da cornice. Il libro è composto di molte voci che il racconto dei fatti raccorda in capitoli e in accampamenti. Pertanto, malgrado uno sviluppo comunque cronologico, è possibile leggere queste vicende privilegiando la strada che meglio rispecchia le nostre personali inclinazioni: il libro possiamo aprirlo a caso oppure dall’inizio, così come dalla fine. Possiamo seguire il dibattito sulle arti o le disquisizioni sull’età postmoderna, che si presenta d’improvviso sulla scena benché tutti l’avessero attesa; oppure prendere in considerazione il confronto politico tra radicalità e riformismo, o ancora, l’affermazione prepotente di un tardo capitalismo “liberista” che governerà i primi processi di “globalizzazione” economica del mondo.

In ogni caso è bene tener presenti alcuni aspetti che appaiono dirimenti per la comprensione della storia che raccontiamo, quattro punti che riguardano tanto l’oggetto in sé, Milano·poesia appunto – eventualità pubblica e trapasso da un modello di “lavoro culturale” a un altro – quanto il contesto storico, politico e economico che lo contiene.

 

1) “Poesia” coincide qui con la messa a nudo di una natura rizomatica dell’arte, di un “corpo desiderante” (direbbero Deleuze e Guattari ancora alla soglia degli anni Ottanta) che ne nasconde molti altri – e di una definizione che ne contiene molte altre. Fenomeno in sé non nuovo, ma che diviene subito consuetudine accettata; una normalità, per così dire, che si costituisce strada facendo con l’appoggio dell’industria culturale. Ciò che in Milano·poesia era ancora una germinazione di situazioni orientate in direzioni molteplici, è divenuto oggi rete collaudata di festival sostenuta dagli uffici marketing delle case editrici, di produzione cinematografica e delle gallerie d’arte: vari settori di una nuova “amichevole” industria dell’intrattenimento di qualità (ecco una definizione aggiornata della vecchia “industria culturale”).

Il modello festival, modello della rassegna incentrata sull’incontro tra l’autore e il pubblico, tra il lavoro dell’arte e la divisione dell’arte, si propone quale forma nuova di trasmissione culturale raccogliendo modalità (formati) disseminate nella storia delle avanguardie (prime e seconde).

L’esempio milanese si degrada nel nuovo format dell’industria culturale nazionale, che inizia a replicarlo con successo in tutta la provincia italiana in forme più commerciali: solo cinque anni separano l’ultima edizione di Milano·poesia dalla prima di Festivaletteratura a Mantova (1997, il primo dei festival italiani). Nel nuovo corso del festival nazionale, l’obiettivo non è più la convocazione dell’insolito, dello straniante, oppure la scoperta di una parola inaudita, come a Milano si voleva. L’obiettivo diventa vendere nel medesimo tempo libri, conferenze e autori – e più gli autori dei libri. Passano in secondo piano o scompaiono la scoperta del nuovo o dell’ignoto, il confronto tra le tradizioni letterarie e gli incontri tra opposti.

 

2) La durata di Milano·poesia (che vogliamo considerare a partire da una premessa del 1982 sotto altro nome, per finire con l’edizione di dieci anni dopo) coincide con la lunga aurora della società informatizzata, cioè dell’ulteriore versione della società amministrata: la società amministrata stava al neocapitalismo degli anni Cinquanta così come la società informatizzata sta agli anni del periodo postmoderno – o, se preferiamo, agli anni del tardo capitalismo. Il mattino del nuovo mondo rivela già, in piena luce, i nodi con cui siamo tuttora alle prese. E mostra in particolare la fatica della filosofia: fatica di mantenere il passo dei cambiamenti e di spiegarli; fatica di farsi ascoltare; fatica nell’orientare il pensiero e la vita degli individui e della società.

 

3) Nella costellazione di Milano·poesia le pratiche dell’avanguardia hanno il carattere del documento d’archivio, della citazione storica. Il sentimento del passato innerva la ricerca formale degli artisti rafforzando la convinzione di trovarsi sulla soglia di una adveniente stagione aurea che in realtà non arriverà mai.

 

4) Nello svolgimento delle ultime edizioni, Milano·poesia affronta lo stato delle arti, delle lingue nazionali e dei fenomeni sociali all’indomani della caduta del Muro di Berlino (1989) e della dissoluzione dell’Unione sovietica (1991), con il conseguente superamento della divisione del mondo in due ordini contrapposti: capitalismo liberale da una parte, collettivismo e pianificazione economica dall’altra. Mentre muta l’assetto geopolitico, e con esso la percezione delle distanze e l’organizzazione del lavoro e dei commerci e i sistemi di comunicazione, solamente una cosa appare ferma e chiara: d’ora in avanti sarà la sostanziale instabilità del mondo e la precipitazione dei fenomeni sociali a orientare le scelte dei governi e dei centri di influenza culturale. Al pari delle “situazioni orientate in molteplici direzioni”, cui abbiamo fatto cenno al punto 1, negli anni del nostro racconto abbiamo una flotta di navi salpate dai porti senza destinazione certa. Come la barca del cacciatore Gracco di Franz Kafka, esse lambiscono varie sponde senza mai approdare in alcun dove; avvistano isole ma non gettano l’ancora; sostano in molte rade senza mai sbarcare. In realtà, private della pace, sono condannate a navigare millecinquecento anni.

Noi pure navighiamo e divaghiamo, mossi da molte ragioni. Nella prima fase del nostro lavoro abbiamo incontrato i protagonisti ancora in vita della vicenda di Milano·poesia, raccogliendone i racconti, quando ci sono, o al limite i suggerimenti. Parliamo di Mario Giusti, Gino di Maggio, Sergio Albergoni, Adriana Braga, Gian Emilio Simonetti, Paola Nobile, Monica Palla, Lorenzo Vitalone, Valeria Magli, William Xerra, Biagio Cepollaro – e Nanni Balestrini e Paolo Rosa che nel frattempo sono mancati –, Rosemary Liedl Porta… e senz’altro ne dimentichiamo. Le loro parole sono diffuse nelle descrizioni degli eventi di cui il libro è composto.

 

Che cosa è stato Milano·poesia? In che cosa consistono e quali sono le conseguenze di Milano·poesia? Le risposte che sono state tentate arrivano ex-post e sono già qualcosa d’altro, di diverso e successivo.

L’immagine che Milano·poesia sia, in primo luogo, una molteplice affollata imprendibile situazione-in-atto si ha sfogliando i cataloghi delle varie edizioni: libretti agili fitti di testi e di immagini distribuiti secondo la sapienza grafica di Gianni Sassi (il che ne ha fatto dei preziosi oggetti di collezionismo); dalle copertine con lettering leggibile e insieme imponente, benché tratto da un comune carattere “Times” che il Sassi medesimo aveva modificato in un modo riconoscibilissimo applicandolo poi a manifesti, editoria, pubblicità.

I cataloghi sono ordinati per autori o per temi: in genere ogni partecipante ha una fotografia di repertorio, una breve nota biografica e alcuni versi, non tanto a esempio-di (non sarebbero sufficienti), quanto a richiamo del lavoro svolto. Analogo principio ha orientato noi all’atto di prendere dai cataloghi: di ciascuna edizione abbiamo una serie di tratti (poesie, saggi, immagini d’arte) a esempio dell’intricato complesso di situazioni che ne componevano l’ordito.

 

I brani prelevati dai cataloghi incrociano testi estranei alla rassegna ma non al tempo e all’atmosfera culturale in cui la medesima si svolgeva: pagine di letteratura, di sociologia, di critica d’arte, di filosofia, puntano a restituire un indice del dibattito in corso. Utilità è il nostro intento. E ci sarebbe da

annotare, appena in margine, che un certo numero di commentatori e di critici era convinto di star vivendo un decennio al limite del tempo, ovvero situato su un punto di non ritorno della storia; come a dire: il progresso storico si interrompe qui, dove senz’altro inizia un altro mondo. Questa, più o meno, doveva essere la segreta sensazione di molti intellettuali in quegli anni Ottanta così dispersivi, fatui, sciocchi.

 

La ricerca ha utilizzato in svariati modi anche l’archivio della rivista “Alfabeta”, nata nel maggio del 1979 con una redazione tra le migliori allora possibili, ovvero: in ordine alfabetico, Balestrini, Corti, Di Maggio, Eco, Leonetti, Porta, Rovatti, Sassi, Spinella, Volponi. La rivista esordisce in realtà priva del suo primissimo animatore, Nanni Balestrini, riparato in Francia a pochi giorni dall’uscita del primo numero per sfuggire all’arresto ordinato dalla magistratura padovana nel quadro dell’inchiesta poi denominata “7 aprile”, contro i presunti fiancheggiatori del terrorismo rosso. “Alfabeta”, diciamolo pure, è l’ultima rivista della lunga e fruttuosissima tradizione delle riviste polifoniche italiane che uniscono politica e cultura. La sola che raccoglie, senza calo di interesse, l’eredità di un’altra rivista plurale quale fu “Quaderni piacentini”, irrimediabilmente invecchiata davanti ai temi imposti dal nuovo decennio. Vero è che gli autori dei “piacentini” erano lontani da quelli di “Alfabeta” per formazione politica e, più genericamente, culturale, ma tra le due riviste la continuità è assicurata da un’analoga fioritura di punti di vista, da una molteplicità di interessi di cui la nuova rivista riuscì a farsi portavoce.

 

“Alfabeta” riprendeva misure e fascicolazione di riviste antiche. Curatissima negli aspetti grafici: ogni numero è illustrato da fotografie o disegni di una sola fonte, ora dall’antologia di un grande fotografo e ora dalla cronaca di un evento memorabile; da una galleria di ritratti d’artista o da una serie di giochi; o ancora, da una sequenza di scorci urbani. I testi sono fittissimi (impensabili oggi) e la redazione li aveva definiti «recensioni», ma con una differenza di sostanza rispetto al termine comunemente inteso: non recensioni dell’ultimo libro o dell’ultima mostra, quanto recensioni di un autore, di una posizione politica, di una tendenza nuova, di un dibattito in corso, a partire da un libro, da un film, da una mostra.

La rivista ha promosso e organizzato direttamente convegni e seminari sui temi del momento (dalla letteratura “postmoderna” alla svolta informatica, dalle traduzioni linguistiche, al design contemporaneo) e ne pubblica gli atti svolgendo un prezioso lavoro di raccordo delle idee in circolazione. In una ricerca come la nostra, la consultazione dei numeri di “Alfabeta” (in tutto sono 114) ha scandito il tempo storico e le “mode culturali”.

 

«L’ideale per un libro sarebbe stendere ogni cosa sopra una sola pagina, una stessa superficie», scrivono Deleuze e Guattari nell’introduzione a Mille piani, di cui rimettiamo più avanti la pagina per intero. Il libro esce nel 1980 e fin da subito interpreta con precisione il periodo storico che si è aperto e che, anno per anno, modificherà la percezione che abbiamo del mondo, dell’uomo moderno, delle categorie che ci erano assegnate per definitive. Ai nostri occhi, il libro disteso sopra una sola infinita pagina è un’immagine così vera che diviene naturale per una storia senza ordine e gerarchia, ma irraggiante per infinite direzioni, quale la storia che abbiamo, per il momento, compilato.

 

(Piacenza – Milano, giugno 2023)

1 thought on “Gli anni di Milano·poesia

  1. Dimmi che aggettivi (vaghi o approssimativi) usi e ti dirò se il tuo stile è “mercantile”( G. Majorino) o meno: 
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    1. convincente, improvviso: e di una nuova, convincente, tendenza all’affermazione individuale); per arrivare all’invecchiamento improvviso della sinistra storica in Europa
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    2. nuova, “amichevole”: Ciò che in Milano·poesia era ancora una germinazione di situazioni orientate in direzioni molteplici, è divenuto oggi rete collaudata di festival sostenuta dagli uffici marketing delle case editrici, di produzione cinematografica e delle gallerie d’arte: vari settori di una nuova “amichevole” industria dell’intrattenimento di qualità (ecco una definizione aggiornata della vecchia “industria culturale”).
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    3. adveniente: la convinzione di trovarsi sulla soglia di una adveniente stagione aurea che in realtà non arriverà mai.

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