[Nigel Farage è il leader dell’UKIP (Partito per l’indipendenza del Regno Unito), un partito conservatore ed euroscettico. Ho deciso di pubblicare il video del suo ultimo discorso al Parlamento Europeo perché mi sembra un discorso di verità.

La discussione politica della crisi europea ha assunto toni morali, più che economici; metafore mediche vengono usate di continuo per descrivere squilibri strutturali, finanziari e fiscali. Si parla ovunque di “contagio greco”. Angela Merkel ha definito, pochi giorni fa, i debiti pubblici del Sud Europa come debiti “vergognosi”. E la vergogna si sconfigge con l’ “austerità”, altro termine morale. Che la crisi del debito pubblico europeo sia una crisi del debito privato camuffata, non può essere detto. Senza entrare nel merito delle premesse politiche dell’intervento di Farage, è difficile non considerare queste parole come una descrizione persuasiva di cosa è diventata l’Unione Europea e la tecnocrazia che la sta facendo implodere (db)].

[Immagine: Europa auf dem Stier, in J. C. Andrä, Griechische Heldensagen für die Jugend bearbeitet, Berlin, Verlag von Neufeld & Henius, 1902 (gm)].

22 thoughts on “La verità sull’Europa

  1. La verità sull’Europa?
    Qualcuno la dice anche meglio di Faragel e qui da noi in Italia:

    “. E’ allora evidente che, in mancanza di una nuova strutturazione, di nuovi blocchi sociali (nemmeno sappiamo se sono in formazione, almeno in nuce, poiché assistiamo solo al caos), sarebbe indispensabile la nascita, “in solitudine”, di un nucleo politico capace di dare senso generale alla politica d’un paese. L’ideale (ammettiamo che sia stato tale, almeno per certuni, ma temo assai pochi) di una Europa unita ha solo creato una fitta rete di organismi della dipendenza europea da oltreatlantico; una dipendenza che ha effetti di maggiore o minore negatività a seconda della robustezza di ciascun sistema socio-economico nazionale; per null’affatto superato, non integrato con gli altri, né nell’ambito produttivo né in quello politico né culturalmente. L’Italia è oggi, a causa dei processi sopra accennati certo molto succintamente, un paese massimamente debole e disfatto. Non credo si possa fare appello, in tempi credibili, ad alcun blocco sociale da riunire ed orientare nella direzione di una nostra maggiore autonomia. Sarebbe necessaria la formazione di un gruppo in grado di ribaltare l’attuale collocazione nella scacchiera europea, cambiando le varie pedine fin qui usate e scombinando, contestando, le regole del gioco.
    La risoluzione del problema non sta nell’immediata, e non preparata, uscita dall’euro o nella inane volontà di riprendere in mano il controllo della propria Banca Centrale. Si sarebbe fatti a pezzi in “due balletti”. La si smetta con l’Islanda, la cui situazione conosciamo, temo, assai poco e non fa testo per paesi come il nostro e nella nostra posizione geografico-politica. Si deve partire dalla situazione di crisi di lungo periodo che si sta instaurando. Sempre più, come detto in molte occasioni, essa tende ad assomigliare a quella della fine secolo XIX, che non fu di crollo della produzione, semmai di stagnazione e di crescita lenta; fu invece di calo dei prezzi – che in un sistema capitalistico combina egualmente molti guai e crea difficoltà alle attività produttive – e soprattutto di scoordinamento globale, non semplicemente economico bensì (geo)politico con forti scossoni alle strutture sociali di molti paesi.
    E’ quindi da qui che si deve partire, cercando di capire i processi in atto, gli scoordinamenti in fase di accentuazione, le “riclassificazioni” dei rapporti sociali con i fenomeni di malcontento – quelli meno effimeri, quelli di lunga durata – da queste generati. Non si pretenda di essere seguiti da masse in via di unificazione sulla base di un programma di autonomia nazionale. Mai come in questo momento le “masse” sono state frammentate e tutt’altro che unite; non si uniranno comunque per obiettivi in positivo. Dell’autonomia del paese capiscono poco; tanto meno si rendono conto che è il predominio statunitense da contestare duramente. Del resto, afferro poco anche il gioco giocato da certi ambienti che si pretendono “sovranisti”; sembrano prestarsi ad accentuare la lite tra vari paesi europei. Nel mentre esiste qualcosa di poco chiaro nei rapporti tra Usa e Russia; antagonisti storici nel lungo periodo, ma forse con qualche interesse comune a che l’Europa non trovi momenti di maggiore unità a partire dalla reale difesa degli interessi sovrani dei diversi paesi, difesa che deve passare per rapporti progressivamente più saldi tra alcuni di essi; ad es. mi sembrerebbe rilevante un processo in tal senso almeno tra Germania, Francia e Italia.”

    (Brano tratto da G. La Grassa, Repetita juvant http://www.ripensaremarx.it/TUTTI%20GLI%20ARTICOLI/repetita%20juvant.pdf)

  2. E’ un po’ triste veder questo video su LPLC. Si tratta di materiale arcinoto, che gira in rete da mesi e che non ha certo bisogno di questo sito per raggiungere una maggiore diffusione (è stato rilanciato persino dalle testate nazionali).

    Il discorso di Faragel è falsamente radicale, volgare e di un pressappochismo francamente offensivo. E’ avvilente vedere accompagnata questa analisi, dettata più da una demagogia rabbiosa che dal sapere, dalla didascalia: “questa è la verità sull’Europa”. In questo modo si dimostra solo che sull’Europa regna un’enorme confusione e soprattutto la volontà di non capire e di non sapere. Usare termini del tipo “tecnocrazia” non aiuta a comprendere nulla. E la mescolanza di vocabolario morale, medico ed economico, a me pare, è cosa normale, anche da un punto di vista storico. Basta aver letto Adam Smith per saperlo.

  3. Io non conoscevo questo video. L’analisi è priva di sfumature, certo, ma i problemi sono posti con molta chiarezza. I vertici della UE hanno un grado di legittimazione democratica molto basso, e questo è un enorme problema politico, soprattutto quando le decisioni dei vertici della UE interferiscono con quelle dei governi democraticamente eletti. Credo poi che l’intento di Balicco fosse volutamente provocatorio.

  4. @Gusberti

    Le decisioni più importanti relative all’Europa negli ultimi mesi non sono state prese né da van Rompuy né da Barroso ma dal consesso dei capi di stato (o capi di governo) dei rispettivi paesi membri, tutti “democraticamente eletti”. Non vedo dove stia il problema di “legittimità democratica”. I paesi membri hanno scelto tempo fa’ di delegare parte della sovranità alle istituzioni comunitarie. Fare discorsi di questo tipo è demagogia, e pure di bassissima lega, non sforzo di comprensione.

    Quanto alla provocazione, anche il dito medio di Bossi è provocazione, “discorso di verità” o gesto di parresia. Ma ci vuole molto poco a giocare al parresiaste; è più difficile avere un’idea di quello che sta succedendo nel mondo. Il momento è molto grave, non solo per l’Europa, e giocare al “chi la spara più grossa” o disegnare complotti tecno-(pluto)-cratici non aiuta nessuno.

  5. Ringrazio Marco Usberti, l’intento era quello. Mi dispiace che Averroè debba tutte le volte farci la lezioncina dalle sfere angeliche della sua scienza. Sì, é vero. In Adam Smith economia e morale si sovrappongono. Niente di strano. I successivi duecento anni di teoria economica hanno cercato di andare in un’altra direzione, secondo me più interessante proprio perché capace di lasciare il giudizio morale alla filosofia o alle chiacchiere. Se è in grado discuta l’ultima frase dell’introduzione, sarebbe più interessante dell’ennesima lezioncina.

  6. @Averroè

    è vero che i governi nazionali democraticamente eletti hanno deciso di delegare una parte della loro sovranità a istituzioni e funzionari nominati (e non democraticamente eletti). Questo però pone un problema, soprattutto in tempi come questi. L’astio con cui i popoli europei hanno cominciato a considerare la UE viene anche da qui. Per non parlare del modo in cui è stato accolto il ‘no’ francese e olandese alla Costituzione europea. Formalmente la Costituzione europea è stata accantonata, ma di fatto, col Trattato di Lisbona, si sono riproposti gli stessi contenuti che i francesi e gli olandesi avevano bocciato. Oppure del modo in cui la UE ha trattato le istituzioni democratiche greche in questo anno e mezzo. Io non dico che Farage abbia ragione in assoluto. Non ce l’ha. Dico però che esiste un deficit di democrazia nella UE.

  7. @Balicco

    Se una precisazione di ordine storico è una “lezioncina dalle sfere angeliche della (mia) scienza” come definirebbe un intervento che si autodefinisce “La verità sull’Europa”? Io non ho scienza, confesso di non aver la più pallida idea di cosa l’Europa debba fare, ma mi infastidisce molto che qualcuno mi venda la traduzione verbale del gesto del dito medio o una banalità da terza pagina per “la verità sull’Europa”. Per il resto mi spiace deluderla, ma non so cosa significa “tecnocrazia” e l’ultima frase della sua introduzione non la capisco proprio.

    @Gusberti
    Sono d’accordo che ci sia un deficit di democrazia. E sono d’accordo anche sul fatto che si continua a far finta che la costituzione sia stata universalmente approvata. Ma esistono modi meno cialtroni di esprimere e argomentare un problema peraltro largamente riconosciuto. E mi sembra che il problema del debito così come la situazione molto grave che attraversa l’economia europea non possano essere ridotti alla questione del deficit di democrazia. In primo luogo perché il problema non è solo europeo, ma mondiale e sistemico, in secondo luogo perché non mi sembra di percepire all’orizzonte persone che abbiano una soluzione certa e infallibile ai problemi che stiamo attraversando.

  8. In effetti, l’elemento più importante di quell’intervento sta nel constatare che il problema che il sistema finanziario internazionale si trova ad affrontare è quello del debito privato, mentre qui in Europa, soprattutto a causa della merkel, si parla soltanto di debito pubblico. Che le agenzie di rating si occupino con tanta frequenza ed intensità dei debiti statali, che le grande banche d’affari soprattutto di area anglosassone attacchino i titoli di stato di tanti paesi dell’eurozona, si può capire, quel conglomerato di potere finanziario di stanza soprattuto negli USA lotta per la propria stessa sopravvivenza visto che lì le banche sono già da tempo tecnicamente fallite e le tentano tutte pur di non esserlo anche ufficialmente.
    Non si capisce invece come governi della stessa area dell’euro possano partecipare a questo complotto della confusione, confermando la tesi del tutto menzognera che i problemi li abbiano creato gli stati con i loro debiti e deficit di bilancio. Sia chiaro, non è che limitare gli sbilanci statali non sia in sè una buona cosa, ma abbiamo un dovere di ristabilire innnazitutto la verità, e queste menzogne da parte di governi democraticamente eletti rimarranno un’eredità storica indelebile, questi politicanti europei sono davvero il peggio che ci potevamo aspettare, e la cosa che sgomenta è il clima di complicità in cui tutto questo procede.
    Così concluderei che a questo politico almeno il merito di avere rotto questo complotto del silenzio dobbiamo riconoscerlo, e pazienza se ad Averroè le sue parole appaiano troppo crude o sloganistiche, rispetto ai silenzi di tanti altri, già questo è apprezzabile.

  9. Come Gusberti, anch’io non conoscevo questo video; a quanto ne so, comunque, lo scopo di LPLC non è scovare trouvailles peregrine e interventi introvabili, ma combinare argomenti diversi, mantenendo un rapporto intenso con l’attualità (se ne sente più che mai il bisogno in giorni come questi, nell’angoscia di nuove e pazzesche tragedie). A me questa pubblicazione, che spinge a riflettere su una situazione sempre più paradossale (la dissimulazione del debito privato, gli attacchi che vengono da destra mentre la sinistra resta inerte e inerme) è sembrata utilissima.
    Provocazioni del genere sono molto preziose, mobilitano la discussione, fanno pensare; credo che al riguardo anche Averroè possa essere d’accordo, tanto più perché fa, mi sembra, provocazione a sua volta. Perché in realtà, credo sappia benissimo che le idee di Smith circa interesse individuale, collettività sociale e ripartizione del prodotto sono state poi parecchio discusse e oltrepassate; che, comunque, un conto sono le riflessioni e mescolanze di un economista settecentesco, un conto l’attuale tentativo in malafede (e i parecchi altri che l’hanno preceduto) di verniciare con una patina morale questioni sociali gravissime; che “tecnocrazia” è un termine che ha cambiato più volte senso, certo, ma quello più recente è noto a tutti, e i rischi di una realtà tecnocratica, nel Novecento segnalati più volte, stanno ora deflagrando.
    E soprattutto credo e spero che Averroè sia consapevole di essere stato troppo generoso con Bossi: non è affatto provocazione sollevare il dito medio, perché tende non a sollevare dibattito, ma a cercare nel più volgare dei modi di evitarlo, non a scatenare liberamente la parola ma a sottrarle ogni valore. Va contro ogni forma di parresia, non c’è niente di peggio. Certo, anche puntare troppo in fretta il dito indice non aiuta granché.

  10. @Scaramouche
    Grazie per il suo bel post. Provo a chiarire quanto volevo dire

    Nigel Farage appartiene a un partito nazionalista, conservatore, di estrema destra, che ha in programma, tra le altre cose, l’azzeramento delle politiche ecologiche, l’aumento della spesa militare del 40%, l’abrogazione dello Human Right Act, il blocco dell’immigrazione, il rifiuto di ogni pluralità culturale a vantaggio di una chiara identità britannica ecc. ecc. Al parlamento europeo Farage firma dichiarazioni ufficiali assieme al “nostro” Borghezio. Politicamente i borborigmi di Bossi e le provocazioni di questo signore sono indistinguibili. Mi spiace che queste precisazioni possano irritare qualcuno. Ma a me innervosisce che LPLC si riconosca in posizioni dell’estrema destra inglese, le presenti come «la verità sull’Europa», e le consideri anche come «qualcosa di sinistra». In questo clima confuso, certe differenze per me sono ancora importanti.

    A differenza di Balicco, di Cucinotta e di lei, non dispongo di grandi certezze in economia. Ma per quanto mi è dato sapere il fatto « che la crisi del debito pubblico europeo sia una crisi del debito privato camuffata» non è precisamente quella che si chiama una “ovvietà”. E’ una delle infinite opinioni degli economisti sulla situazione attuale.

    Smith è superato, ma non capisco cosa ci sia di strano nel congiungere morale ed economia. Ogni comportamento economico è una parte dell’universo morale, così come lo è ogni fatto politico.

    Quanto al resto la mia non è affatto generosità. La parresia non è l’etichetta perbenista di chi lascia parlare l’altro, è il gesto che espone i limiti del dicibile e la verità oggettiva dei rapporti tra i parlanti. E se si può trasformare in verità il populismo razzista di un deputato conservatore inglese non vedo perché non si può nobilitare la volgarità del nostro folklore nazionale.

  11. Credo che le parole di questo europarlamentare siano in sé vere. Però i contesti, nel’interpretazione, sono quasi più importanti del messaggio.
    Ringrazio Averroè (con il quale mi sembra che Balicco sia stato francamente scortese. Avrà anche avuto un tono reciso, ma argomentava, e con chiarezza, una sua idea: perché irriderlo? Lo scopo di LPLC non è suscitare un dibattito? Finché si è costruttivi… Mi sembra che egli lo fosse), che mi fa scoprire a quale partito appartenga Farage. Già collocarlo politicamente dà un colore diverso alle sue parole; se poi aggiungiamo che non sappiamo a chi rispondesse, in quale fase dei lavori parlamentari, quale fosse l’oggetto della discussione, ecc… ci sfugge veramente troppo. Magari l’europarlamentare traeva qualche vantaggio in patria o non so in quale altro consesso, a mostrarsi un duro e puro dell’antieuropeismo.
    Nei discorsi pubblici la funzione, diciamo così, conativa è talmente preponderante che sommerge spesso il resto: il discorso di un politico, o comunque di un uomo pubblico, non significa mai solo ciò che significa. Egli pronuncia certe parole sempre per produrre un certo effetto, per assumere un certo ruolo, per collocarsi in una certa posizione. Se Napolitano, ad esempio, dice che bisogna fare di più per la corruzione, egli sta parlando ai partiti, adoperando la cosiddetta moral suasion, o, al minimo (visto che i partiti non lo ascoltano), ai cittadini, per mostrare che esiste un’autorità dello stato che garantisce della sua moralità.
    Non ho perciò nessun problema a considerare queste parole, in sé, un “discorso di verità”. Quando però poi rifletto su quali conseguenze esse produrranno, da quali orecchie saranno ascoltate e da quali animi interpretate, be’ allora ho qualche dubbio di più e mi tocca armarmi delle buone vecchie armi del realismo politico.

    Su di un punto in particolare: il discorso sui tecnocrati non eletti democraticamente è vero in quanto la Commissione europea è NELLA SOSTANZA lontana dai cittadini, ma è falso in quanto essa FORMALMENTE è un organismo del tutto legittimo. Non conosco a menadito i meandri della costruzione dell’UE, ma mi pare che la Commissione venga così formata: i governi nazionali scelgono il Presidente, che nomina i commissari; tutti si presentano poi davanti al Parlamento europeo (democraticamente e direttamente eletto dai cittadini) per la fiducia. Sbaglio?
    Ora, mi pare abbastanza populista ridurre questo complesso meccanismo (e forse è proprio perché è troppo complesso che è diventanto troppo burocratico) alla formula: “non siete eletti”. Anche Grillo l’ha detto di Napolitano.
    Vorrei far notare che anche in Italia noi non eleggiamo, formalmente, il nostro Presidente del Consiglio, che invece è nominato dal Presidente della Repubblica, e che si sceglie i suoi ministri. La garanzia democratica è data dal fatto che il Governo deve avere la fiducia dell’unico organismo direttamente eletto, il Parlamento. Guarda un po’, la stessa cosa che capita in Europa.
    Magari questi meccanismi si possono e si dovrebbero cambiare: dovremmo eleggere direttamente il Presidente della Commissione, dovremmo eleggere direttamente, anche formalmente e non solo per consuetudine, come è oggi, il Presidente del Consiglio italiano (e allora sarebbe Primo ministro), ecc… Però non si può dire che non siano meccanismi democratici.
    Insomma, va bene smascherare la sovrapposizione retorica tra lessico politico e medico e morale, ma non dobbiamo finire in altre mistificazioni.

  12. Vista la grande confusione di idee credo sia giusto confrontare tutte quelle in circolazione e ragionarci sopra.
    Che sulla botte ci sia l’etichetta DOC (sinistra, destra, centro) non mi garantisce oggi quasi nulla. Né basta l’analisi dei programmi (anche se i programmi qualcosa svelano sulle intenzioni e sulla storia che i proponenti hanno alle spalle).
    Quanto alla democrazia, ci si può accontentare anche qui delle definizioni (delle etichette) senza andare a vedere la sostanza?

    Segnalo (non perché lo condivida, ma perché mi pare un saggio documentato e sempre per far circolare opinioni di vario tipo in modo che ciascuno tragga le sue riflessioni e conclusioni) ancora un articolo.
    E’ di Franco Russo “Chi governa l’Europa?*” (http://www.sinistrainrete.info/estero/2081-franco-russo-chi-governa-leuropa.html) e ne stralcio l’ultimo brano per me significativo:

    “Per quanto riguarda specificamente la questione della democrazia: gli organismi e le procedure decisionali dell’UE sono conformati secondo la logica del ‘dittatore benevolo’− non le istituzioni democratiche, viziate dai compromessi tra gruppi sociali e lobbies (la ‘democrazia in deficit’ di Buchanan e Wagner), ma solo i governi se immunizzati dall’influenza delle rappresentanze e delle forze sociali, e ancor di più gli ‘esperti’ possono rispondere agli interessi di lungo periodo della società. Il ‘dittatore benevole’ dell’UE è costituito da Consiglio Europeo, Commissione, ECOFIN, BCE (Nota 9). Sono poteri opachi e irresponsabili nei confronti dei cittadini, chiamati a rispondere solo ai mercati. Altrimenti come potrebbe il banchiere dei banchieri, Mario Draghi, dichiarare morto il modello sociale europeo e chiedere rigore economico e disciplina fiscale ai governi, che immediatamente obbediscono? Accettare i Trattati, e da ultimo, il Patto Fiscale, chiedendone addirittura una rapida ratifica (come fanno i firmatari dell’Appello), significa riconoscere come sovrano il mercato, e legittimare un’oligarchia politica che si fa garante del suo funzionamento.”

    Nota 9. Non in maniera troppo dissimile Michele Prospero ha parlato di plutocrazia: «Si realizza un immenso blocco sociale, che comprende istituzioni della proprietà, grandi dirigenti di impresa, esponenti dell’alta finanza, strati della classe politica, gestori dei media, che oltre al monopolio del denaro vanta anche il monopolio della narrazione e racconta che in questi tempi alla politica non tocca che assumere le vesti dimesse di una tecnica che incentiva la concorrenza, riduce il debito, spezza le sacche del conservatorismo (ossia taglio dei diritti e prestazioni sociali)» (Filosofia del diritto di proprietà, Milano 2009, vol. II, pp. 665-66).

  13. @ Daniele Lo Vetere

    Mi dispiace che abbia infastidito il mio tono, nella risposta ad Averroè. Non capisco però perché il tono di Averroè invece non lo infastidisca altrettanto. Per entrare nel merito della questione, che il politico di cui abbiamo riportato il libro fosse un politico conservatore britannico, appartenente ad un partito indipendentista come l’Ukip lo scriviamo nell’introduzione; così come viene scritto nell’introduzione che nessuno di noi della redazione si sogna di seguire le premesse teoriche, da cui il discorso parte; ci interessava tuttavia la “verità” che quel discorso mostrava: che non è solo il problema della tecnocrazia – che esiste ed è molto complicato – ma è il problema della classe dirigente tedesca e del suo rapporto con l’Europa, almeno da trent’anni a questa parte. Esiste un dibattito teorico internazionale sulla crisi europea e sulle specifiche responsabilità tedesche e sulle generiche responsabilità americane/inglesi ; su questo sito abbiamo postato un articolo di Marco D’Eramo e uno di Riccardo Bellofiore; ma si potrebbero leggere gli editoriali che da anni scrive Martin Woolf sul Financial Times, gli ottimi articoli di Marcello De Cecco e Luciano Gallino, di Vladimiro Giacché, di Joseph Halevi, di Alberto Bagnai, di Riccardo Bellofiore, di Riccardo Realfonso, di Emiliano Brancaccio, di Giorgio La Grassa; di Krugman e Roubini sul New York Times, etc… etc… Ringrazio Ennio Abate per gli articoli che suggerisce. Questo è un modo di aprire la discussione e di approfondirla. Invece della solita lamentale political correct del nostro Averroè, sarebbe interessante sapere se ha altri autori o altre ipotesi di lettura della crisi da proporci per aiutare tutti a capire cosa sta succedendo. Francamente trovo non interessante discorsi come il suo, che da un lato ci fanno la lezioncina su morale ed economia in Adam Smith e dall’altro si indigna perché Farage è di destra. Embé? Che un personaggio che si autodefinisca Averroé si stupisca che la verità possa anche essere detta da personaggi discutibili o ignobili fa torto a duemila anni di filosofia, di cui credo, visto il nome scelto, qualche lettura abbia fatto. I problemi sono seri, un sito come questo può aiutare tutti a capire qualcosa di più. Confrontiamo le idee, lasciamo da parte narcisismi e idiosincrasie.

  14. @ Balicco. Avevo messo la “difesa” d’ufficio di Averroè fra parentesi, proprio per non darle troppa enfasi. Il mio commento conteneva anche altro, mi pare, ed era mia intenzione che fosse una riflessione sul merito della questione da lei posta. Forse non sono stato chiaro o forse esprimo idee di nullo valore. Nel caso non si tratti del secondo caso, provo a contestualizzare meglio le mie affermazioni.

    1) A me non crea nessun problema che Farage sia conservatore. Non è il colore politico che fa di un’idea una buona idea. Parlando della sua collocazione, intendevo rimarcare come sapere da che punto della realtà pubblica si parli, permette di capire meglio le intenzioni dell’emittente, specie quelle volte a produrre degli effetti sul ricevente (ciò che, in politica, capita sempre). Ecco perché prendevo in prestito il concetto di funzione conativa della comunicazione da Jakobson.

    2) Il problema degli oligopoli (tedeschi, americani o inglesi che siano) o tecnopoli è serissimo e certo anche le parole di Farage contribuiscono a individuarlo con chiarezza. Ma su questo mi pare che in questa discussione si siano già dette alcune parole, che condivido, e non avevo niente da aggiungere.
    Io però speravo di portare un’ulteriore elemento di riflessione. Mi premeva far notare che c’è anche un altro rischio in Europa, oltre a quello dei vari x-poli: quello dei populismi, che si scagliano sic et simpliciter contro la farraginosità e grigiore delle istituzioni. E possono avere anche ragione, quando le istituzioni sono ottuse macchine burocratiche, ma hanno torto, quando sono istituzioni democratiche.
    Oggi siamo su di un crinale molto pericoloso: quello al di là del quale diventerà impossibile distinguere e comprendere che la democrazia è fatta ANCHE di strutture di mediazione. Ora, certo, abbiamo un populista “buono”, mosso da sacro sdegno civistico, come Grillo, o un populista collocato comunque dentro l’arco costituzionale e dentro un parlamento, come Farage; domani il populista sarà forse molto meno buono. Ma avrà già il terreno ben preparato da discorsi radicali che hanno abituato i cittadini a non distinguere più niente e a pensare che se un Barroso o un Napolitano non sono eletti, allora gli si può sputare addosso, metaforicamente o no.
    A me preme tantissimo come a lei, Balicco, il destino dell’Europa e la discussione e ho ugualmente paura dell’Olimpo lassù, fatto da oligarchie bancarie e politiche, come della rabbia popolare attizzata dai cattivi maestri. Ho paura, più che di Farage, di chi l’ascolta, preso alla gola dalla rabbia repressa e dall’angoscia.

    Infine: ha ragione, a quale partito appartenesse Farage era già scritto nella premessa. L’avevo letta e avevo visto il video il giorno stesso della pubblicazione; poi, intervenendo oggi, l’ho dimenticato.

  15. @Lo Vetere
    Mi pare che la questione delle strutture di mediazione delle istituzioni democratiche sia centrale.
    Ora, non è una bella cosa che si sputi in faccia a nessuno, figurarsi al nostro capo dello stato, ma in realtà a me pare che i cosiddetti populisti oggi ce l’abbiano piuttosto non con le persone potenti seppure non elette, ma invece proprio coi propri eletti, e mi pare che anche lei vorrà convenire che non è che gli si possa dare troppo torto.
    Che Napolitano faccia il suo dovere, ma la gente, gli stessi elettori del PD, ce l’hanno col loro segretario che non ha trovato di meglio che assoggettarsi pedissequamente al progetto del governo Monti di Napolitano. Se vedono che certe prerogative che sono squisitamente politiche, vengono da questi stessi politici ceduti senza resistenza ad altri, fosse il Capo dello stato, o fosse il presidente della BCE, chiunque altro, allora mi pare del tutto lecito che un elettore si chieda se abbia un senso, una funzione il proprio voto: a questa preoccupazione del tutto lecita, voi attribuite il nome di populismo, d’accordo, se amate questo vocabolo che in realtà è legato ad un evento storico ben determinato e del tutto differente dal presente contesto, fate pure, ma questo nè risolve il problema nè gli conferisce una maggiore chiarezza, anzi a mio parere non può che aumentare la confusione.
    Il punto insomma è che sono gli eletti, i politici che devono dimostrare ai loro elettori che votare è utile. Le strutture di mediazione sono senza dubbio vitali in una democrazia, ma se devono mediare, ci dovrà pur essere un oggetto di mediazione: ecco, mi pare che sia sparito questo oggetto, Monti non perde occasione per dire che bisogna convincere i mercati, senza evidentemente rendersi conto che così, ubbidendo ai mercati, la democrazia è proprio finita, non è che sia mortificata, è proprio annullata. Sarà che Monti è populista anche lui?

  16. Caro Balicco,

    visto che sono riuscito ad innervosirla di nuovo provo a spiegarmi per l’ennesima volta. La prego solo di non scaldarsi troppo, le scazzottate tra amici vanno fatte in modo scanzonato, con freddezza e allegria.

    Lei presenta questo video come “discorso di verità”, ma i due elementi principali che dovrebbero comporne il nucleo principale secondo lei (la mescolanza di toni morali, medici ed economici, la confusione di debito privato e debito pubblico) non sono minimamente sfiorati da Farage, nemmeno per lontana allusione. E’ inutile che lei snoccioli tutta la sua bibliografia, so benissimo che lei è una persona molto colta: la mia era un’obiezione retorica. Perché per affermare la sua verità ha bisogno di appoggiarsi a quest’uomo che parla di tutt’altro rispetto al mantra che lei snocciola nell’introduzione? E non è una questione di Political Correctness, ma di eleganza. Perché non ci ha fatto vedere un video di Woolf, De Cecco o Krugman? Cosa voleva dimostrarci facendoci ascoltare il discorso di questo Borghezio d’Oltremanica se in realtà, come ci assicura, non dice nulla di diverso da quanto Bellofiore e D’Eramo hanno scritto su LPLC? Perché ha sentito il bisogno di dirci le stesse verità usando la maschera di questo tizio che si batte quotidianamente per la distruzione dell’Unione Europea?

    La domanda non mi sembra oziosa, visto che sulle questioni realmente toccate (tecnocrazia, ruolo della Germania, eventuale deficit democratico) il video non fornisce un solo argomento limitandosi ad accuse un po’ scomposte e un po’ fantascientifiche. Tanto per dirne una, la favola secondo cui è stato van Rompuy a far eleggere Monti in Italia può andar bene per un romanzo di Dan Brown, non certo per il nostro mondo. E probabilmente persino Dan Brown avrebbe pensato a qualcuno di più potente, non so, Obama, Merkel, ma non l’impotente pupazzo grigio che presiede il Consiglio Europeo. E tra l’altro Monti è stato legittimamente e democraticamente eletto dal Parlamento Europeo. Non capisco francamente dove sia lo scandalo: in politica esistono pressioni e lobbies, è sempre stato così e lei lo sa meglio di me.

    Sul predominio della Germania in Europa, come lei dice, il dibattito è enorme e LPLC ne ha fornito una porzione, anche se minima. Farage non argomenta, si limita a inveire sguaiatamente contro Merkel. E se la mettiamo sul piano dell’impressionismo da bar (quello proprio del discorso che ci ha invitato ad ascoltare), io le direi che Merkel è politicamente molto più capace di Berlusconi, Bossi, Sarkozy o Papandreou.

    Per il resto, visto che nemmeno Farage ne parla, aspetto ancora di capire perché dovrei indignarmi per la mescolanza di dizionario medico, economico e morale per parlare di quello che sta succedendo. E’ una tesi che lei presuppone nella sua introduzione ma non spiega né argomenta. Io ho solo provato a dirle che lo si è fatto molte volte, e che anche dal punto di vista della filosofia morale non è affatto uno scandalo.

  17. errata corrige: …Monti è stato legittimamente e democraticamente eletto dal Parlamento Italiano.

  18. @ Cucinotta. Sono d’accordo con lei su quanto dice nell’ultima parte (scomparsa dell’oggetto di mediazione democratica, sua sostituzione con i dettami del mercato) e sul fatto che la rabbia popolare oggi ha per oggetto anche chi è legittimamente eletto. Per quanto categoria metastorica, quella di populismo mi sembra invece sempre produttiva, non trovo che confonda, anzi. Poi, certo sta a sociologi, storici, politologi specificare con dati alla mano e analisi puntuali.

  19. @ Averroè
    a me pare che lei dovrebbe seguire in modo più ligio gli insegnamenti del suo maestro Aristotele e rubricare sotto due categorie diverse i giudizi che esprime sul post di Daniele Balicco.

    Da un lato è legittimo discutere sulla scelta di avere pubblicato su LPLC tale video, se non ve ne fossero degli altri più significativi, se non fosse già circolato abbastanza, se non dovesse essere accompagnato da un’ulteriore riflessione etc. Ma è un giudizio per così dire, editoriale. Questo non ci esime poi dal confrontarci attentamente con ciò che lì viene sostenuto/rappresentato e con ciò che Balicco lì dice nell’introdurre al video.

    Temo che lei fraintenda il termine “verità”. Qui non si tratta del fatto che le cose che dica Farage siano giuste o sbagliate (e ancor meno che la redazione de LPLC si possa “identificare” in quello che lì viene sostenuto). Diversamente da un atto conoscitivo, relativo ad un sapere, che si esprime al livello della giustezza del contenuto enunciato, una verità è invece ciò che espone, a volte in termini persino paradossali, il legame mai diretto che vi è tra un enunciato e un atto di parola contingente. In questo caso ad esempio è interessante la collocazione politica di Farange, gli elementi di contesto e in generale il tipo di conseguenze (anche rivelatrici) e di interventi che una presa di parola produce nella situazione che stiamo vivendo. Accanto agli interventi di Martin Wolf sul FT, di Halevi o Bellofiore su il manifesto, di De Cecco su Repubblica etc. che ci danno tutti degli elementi di *conoscenza* della situazione, il tono del dibattito pubblico invece, ed interventi come questo, finiscono per rivelare un nocciolo sintomatico del tipo di reazioni che sono emerse politicamente alla crisi dell’Euro.
    La sempre maggiore e trasversale diffusione di un lessico “morale” (nel doppio senso della “vergogna” del debito e della paranoia anti-Casta), le metafore mediche del contagio “greco”, il rinnovarsi di rappresentazioni apertamente nazionalistiche (“a German-dominated Europe” dice Farange) indicano in modo particolare la debolezza e la difficoltà di un’opzione di classe che in questo momento metta al centro la dimensione propriamente capitalistica della crisi. E credo tutto sommato una riflessione su quanto queste formulazioni linguistiche nascondano un “denial” della dimensione capitalistica della crisi possa essere tutt’altro che privo di interesse.

  20. Invito a non far la lezione ad Averroè o a Balicco. Pronunciamoci sul tema sollevato: QUESTA Europa è meglio che sopravviva, è riformabile, è autonomizzabile dagli Usa (punto dolente su cui tutti sorvolano) o è meglio – reculer pour mieux sauter – che ogni nazione riparta da zero rifacendosi con tutti i rischi “sovrana”?

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