di Isabella Mattazzi

[Nei giorni scorsi duepunti edizioni ha pubblicato Future umanità. Quale avvenire per gli studi umanistici? la versione italiana di L’Avenir des humanités (2010), di Yves Citton. Malgrado i testi di Citton siano molto discussi all’estero, in Italia erano usciti sinora soltanto due brevi interventi. Proponiamo qui alcune parti della postfazione di Isabella Mattazzi, che ha tradotto e curato il libro (dbr)].

Nel presentare per la prima volta in Italia un autore come Yves Citton, potrebbe risultare di una certa praticità inserirlo tra i numi tutelari di quel nuovo genere saggistico che è, di fatto, il “trattato in difesa degli studi letterari”. Nell’ultimo decennio, la moltiplicazione esponenziale di testi in difesa dello studio e dell’insegnamento della letteratura ha dato vita a un vero e proprio “fronte comune”, una sorta di barricata teorica trans-nazionale contro i continui attacchi politici, i tagli alla ricerca, o semplicemente il disperante stato di perdita dell’aura in cui versano oggi, con ogni evidenza, le discipline umanistiche. Da Tzvetan Todorov, Antoine Compagnon, Vincent Jouve, Jean-Marie Schaeffer in ambito francese, a David McCallam o Martha Nussbaum negli Stati Uniti[1], in molti sembrano aver sentito il bisogno di affondare la lama del proprio discorso all’interno del corpo variamente articolato delle Humanities cercando da una parte di salvare il malato dai continui attacchi esterni di un mondo per lui evidentemente tossico e, dall’altra, di ricompattarne le membra in una ridefinizione, il più attuale e funzionale possibile, delle sue precise peculiarità.

[…]

Ancora poco noto al pubblico italiano, Yves Citton è un filosofo politico e un teorico della letteratura con una fortissima coerenza critica. Che si tratti degli scritti sul pensiero di Spinoza, delle riflessioni sul Settecento, o degli studi sulle politiche del contemporaneo, i suoi libri sembrano rispondere tutti di un disegno comune, quasi fossero elementi-corollario di un unico macrotesto, un vero e proprio testo-costellazione al cui centro, stella collassata, magnete di attrazione e distribuzione dei diversi giochi di equilibrio, sta il problema della creazione di una nuova ontologia ermeneutica che sia in grado di farsi specchio e nello stesso tempo guida di quei processi interpretativi su cui si fonda, di fatto, la nostra contemporaneità.

Le discipline umanistiche, ancora prima di servire da piattaforma contestataria, sono infatti il territorio utile per un’indagine delle modalità di relazione con il testo e, di conseguenza, di funzionamento delle categorie di pensiero e di rappresentazione umana. Lire, interpréter, actualiser. Pourquoi les études littéraires (2007)[2], libro che precede di qualche anno Future umanità, può risultare in questo caso un esempio illuminante. In 58 tesi, mettendo in un dialogo serrato i capisaldi del post strutturalismo francese con la scuola americana del reader reponse – Stanley Fish in testa – , Citton dà un’idea di testo e di lettore estremamente mobili, articolati, compresi in un perpetuo rapporto di interrelazione e di costruzione reciproca. Il testo letterario, ormai ben lontano dall’essere questione di materialità o di alterità assoluta, emerge dalle 58 tesi come l’effetto di un evento interpretativo sempre rinnovato. La sua “letteralità”, una proiezione operata del lettore. La sua lettura, una costruzione collettiva di senso. […]

Se Citton sembra quindi aderire con ogni evidenza a una prospettiva di estetica della ricezione di scuola americana[3], non arriva però mai a sposarne le punte più radicali. Dal momento in cui Stanley Fish, dagli anni ’70 in poi, cancella di fatto il testo, facendolo diventare un oggetto del tutto secondario, per Citton il rapporto testo-lettore sembra invece essere sempre rivestito di una dimensione etica. Interpretare non significa solo costruire un senso, ma accogliere un gesto che è il frutto, a tutti gli effetti, di una soggettività umana e che proprio per questo necessita sempre di un’attitudine, umile, riconoscente di ospitalità verso la propria evidente alterità. […]

Per Citton, ogni lettura, per essere degna del proprio nome, deve essere sempre attualizzante, dove per attualizzante si intende una lettura in grado di “sfruttare ogni potenzialità connotativa dei segni di quel testo, per ricavarne una modellizzazione capace di riconfigurare un problema relativo alla situazione storica del lettore-interprete, senza cercare alcuna corrispondenza con la realtà storica dell’autore, ma utilizzando, laddove è possibile, la differenza tra le due epoche per illuminare il presente di una nuova luce”[4]. Ogni testo, qualsiasi testo, dal più lontano al più prossimo, ricava dalla messa in relazione con il soggetto non soltanto il potere di forzare e riconfigurare i saperi già esistenti, ma la capacità di riconfigurare la morfologia del presente. La sua verità (se di verità del testo possiamo mai parlare), più che “una verità-adaequatio” rispetto a un dato oggettivo preesistente al lettore, sembra essere “una verità performativa”, cantiere a cielo aperto, opera-mai-finita passibile, con le sue strutture portanti in bella vista, di un continuo lavoro di ricostruzione e riorientamento. Che si occupi di autori più che noti come Jean Potocki o di figure minori come Jean-François Tiphaigne de la Roche (è di recentissima pubblicazione la monografia Zazirocratie. Très curieuse introduction à la biopolitique et à la critique de la croissance, 2011), Citton-studioso di letteratura del Settecento parte sempre da una posizione di programmatico “anacronismo”. L’interesse del suo gioco interpretativo non sta infatti nei termini di un riconoscimento del già noto (nel trovare quegli elementi di Potocki o di Tiphaigne de la Roche che risultino conformi all’universo di pratiche e di ideologie che noi conosciamo come rappresentative della cultura settecentesca), ma nell’individuazione nel testo di quegli elementi che possano risultare validi per la costruzione di una rete di nuove relazioni proiettata senza soluzione di continuità verso il futuro. Da qui allora la sua lettura del Manuscrit trouvé à Saragosse come un romanzo postmoderno. Da qui lo studio di un’opera estremamente stravagante, a metà tra racconto utopico e trattato satirico – L’empire des Zaziris, scritto da Tiphaigne de la Roche del 1761 – come schermo per un’analisi biopolitica della nostra società e come banco di prova per una possibile riorientazione del suo sviluppo. […]

 La scommessa di Citton nei suoi studi sulla letteratura del Settecento consiste nel selezionare un elemento testuale (gli spiriti invisibili che governano il mondo dell’Empire des Zaziris e che, nell’ambito di un pensiero ancora non perfettamente compreso all’interno dei propri confini epistemologici come quello settecentesco, trovano una loro perfetta giustificazione), spostandolo dal suo contesto di origine per farlo entrare in risonanza con un contesto nuovo (l’universo del biopotere e delle società di controllo di Foucault e Deleuze), facendo sì che le nuove risonanze indotte dal testo si propaghino gradatamente all’interno del nuovo sistema. Il problema non è infatti l’autore e neppure a ben guardare il testo, ma l’evento interpretativo in quanto gesto di conduzione e propagazione – di trasduzione potremmo dire, prendendo a prestito il termine da Gilbert Simondon, filosofo molto presente nell’orizzonte teorico di Citton – di un elemento da un’epoca a un’altra, da un sistema culturale a un altro attraverso le differenze, le frizioni che li separano.

Una posizione di questo tipo viene naturalmente a capovolgere qualsiasi idea archeologica del rapporto dialettico tra interprete e tradizione letteraria. Nel momento in cui Benjamin, nel Compito del traduttore parla di “maturità postuma” dell’opera, collocandola in un orizzonte di non-finito, di sopravvivenza e inveramento nel dopo della traduzione (dell’interpretazione), lo fa in un’ottica della rovina che sembra far pesare sull’interprete la responsabilità di riportare nel presente una vita che non è più. In questo caso, invece, la freccia del tempo ha completamente invertito la propria direzione. Non si tratta di intervenire sul testo (cercando di afferrarne un’essenza originaria che per la sua natura stessa è, di fatto, sempre perduta), ma di intervenire sul presente stesso. Se nell’ottica messianica benjaminiana il testo trova la propria salvezza nell’interprete, per Citton è la contemporaneità interpretativa a trovare la sua salvezza nel testo. Una salvezza, beninteso, ben lontana da qualsiasi dimensione metafisico-escatologica. Una salvezza del tutto laica, concretamente “viva”. In una parola, politica.

Che l’interpretazione letteraria abbia anche una funzione politica è certamente uno snodo centrale del pensiero di Citton. Dal momento in cui la verità del testo non è mai già data – rinchiusa tra le pagine di un libro in un eterno presente astorico – ma viene continuamente rinnovata dal gioco collettivo dell’interpretazione, ogni interpretazione non può che dipendere allora, in modo imprescindibile, dalla comunità di co-interpreti che è riuscita a creare intorno a sé. Allo stesso modo, dal momento in cui ogni collettività non è altro che un insieme di individui che condividono una certa lettura comune della vita e del mondo, l’interpretazione condivisa costituisce l’ossatura simbolica su cui si fonda, di fatto, ogni organismo sociale. […]

In questo, lo studio di Spinoza offre a Citton un valido appoggio. Nel suo Spinoza et les sciences sociales. De la puissance de la multitude à l’économie des affects (volume miscellaneo curato insieme a Frédéric Lordon nel 2008)[5] e in seguito in Mythocratie. Storytelling et imaginaire de gauche (2010)[6], articolando in una prospettiva di forte transdisciplinarietà alcuni elementi chiave del pensiero di Spinoza – come la teoria degli affetti, ovvero tutto ciò che riguarda la dimensione emotiva dell’attività mentale, in opposizione alla sua dimensione cognitiva – Citton propone una cartografia dei rapporti di forza che strutturano le nostre società in cui la “politica” sembra configurarsi come interscambio di flussi emozionali ben più che come rete di interrelazioni comunicative razionali. Dal momento in cui, come ci insegna Foucault, il potere non è una struttura repressiva calata dall’alto in basso, ma è diretta emanazione dei cittadini, la sua natura si definisce come una circolazione di affetti, desideri e credenze a cui le istituzioni – a loro volta fondate da un flusso di affetti, desideri, credenze – danno continuamente forma. Le istituzioni politiche non sono infatti altro che strutture di captazione, di allineamento e di canalizzazione di questi stessi flussi emotivi che circolano senza soluzione di continuità all’interno della mediasfera sociale. Nello stesso modo in cui il denaro assume statuto economico solo nel momento in cui la collettività decide di investire determinati pezzi di carta e di metallo di un preciso valore di scambio, così la capacità di creare mitopoiesi convincenti, di ipotizzare scenari narrativi che siano in grado di attivare una politica del come se comunemente accettata, diventa l’elemento chiave per capire le meccaniche costitutive della nostra società. Di fronte all’immaginario di un potere liquido, o meglio volatile, inteso come capacità di “condurre la condotta dei propri cittadini” piuttosto che come capacità di persuasione negativa (capacità di “impedire di fare”), ecco che lo storytelling, in quanto strumento semiotico e psicologico in grado di “convincere” e di “far desiderare”, si realizza come il più evidente ed efficace mezzo di persuasione collettiva. Ogni potere persuasivo che si rispetti, non si esercita che su soggetti liberi, condizionandoli attraverso una progressiva e inesorabile interiorizzazione dei suoi imperativi categorici. Come? Attraverso la macchina narrativa, o meglio, attraverso la capacità implicita della parola di non essere soltanto un lineare e diretto tramite di conoscenza (cosa che, del resto, non avviene mai perché di fatto non esiste discorso che non sia sempre immerso in una relazione di potere), ma di farsi anche centro di efficacia simbolica, vero e proprio gomitolo di relazioni tra corpo, affetti e organismo sociale.

Senza sottovalutare affatto l’evidente peso sugli equilibri del mondo di un hard power fatto di bombe, eserciti e condizioni salariali da neoschiavismo, il tentativo di Mythocratie sembra essere allora quello di dipanare uno ad uno i fili di questo gomitolo relazionale risalendo alle fonti prime dei meccanismi di gestione del potere all’interno delle nostre società democratiche. A che punto del filo, prima di quale nodo o biforcazione, siamo liberi nelle nostre scelte? Chi è il narratore delle nostre narrazioni? Chi sceglie per noi quando decidiamo di andare in vacanza a Venezia piuttosto che a Parigi, quando votiamo il sindaco della nostra città, quando prendiamo uno yogurt magro dal banco frigo del supermercato? Muovendosi tra modalità di captazione dell’attenzione, meccanismi di reciproca costruzione tra pubblico e media, strutture di scenarizzazione, Citton arriva così a definire le diverse modalità discorsive con cui la destra e la sinistra storiche hanno formulato nel tempo le proprie mitologie costitutive. Mitologie ancora perfettamente in piedi, con i loro eroi e i loro mostri bene in vista, per la destra. Mitologie in chiara fase di dismissione e smantellamento, per la sinistra.

In un’epoca di forte demistificazione da parte della sinistra dei suoi stessi miti fondativi e di erosione del prestigio politico delle proprie narrazioni, metterne in relazione l’evidente “stato di minorità” con il tramonto (e la conseguente presa di posizione in difesa) delle Humanities non pare quindi un’impresa troppo azzardata.  La malattia di cui soffre l’immaginario del potere di matrice progressista appare oggi più che mai legata a un difetto di narrazione, o meglio a un clamoroso sbaglio di valutazione su quanto la narrazione sia, di fatto, anche una tecnica di lotta e di sopravvivenza. Dal momento in cui gli studi letterari, come abbiamo visto, permettono a ciascun membro di una comunità di accedere a un proprio singolo potere interpretativo, favorendo uno scollamento fortissimo tra un senso comune del discorso e una sua riappropriazione individuale e autonoma, le Humanities vengono a definirsi come il punto di innesco di un profondo ri-orientamento etico in quanto il meccanismo interpretativo su cui si fondano è in grado di far vacillare l’ordine delle nostre priorità e dei nostri fini. In un universo in cui la narrazione sembra “costruirci” nella nostra identità più profonda di animali emozionali oltre che razionali, l’attività interpretativa diventa il mezzo più forte per promuovere l’emergenza di nuove credenze emancipatrici, miti utili, nuove narrazioni condivise in grado di trasformare un’impossibilità di racconto per un mondo irrimediabilmente al tramonto, in una rinnovata presa di parola per una società in fieri.

Che qualsiasi organismo sociale sia legato a doppio filo alla capacità di riorientare e riconfigurare le proprie narrazioni è un dato di fatto. Che questa capacità possa trovare gli spazi e le condizioni per poter essere forza vitale e non soltanto semplice espressione di una potenzialità inespressa, sembra essere quanto di meglio possiamo augurarci. Per noi, animali politici del XXI secolo. Per tutte le future umanità che dal nostro presente di interpreti imperfetti potranno ricavare i sintagmi, le tracce, la stoffa rattoppata con cui costruire i mitemi della propria storia.



[1] T. Todorov, La littérature en péril, Editions Flammarion, Paris 2007 (La letteratura in pericolo, Einaudi, Torino 2008); A. Compagnon, La littérature pour quoi faire, leçon inaugurale au Collège de France, Fayard, Paris 2008; Vincent Jouve,  Pourquoi étudier la  littérature ? Armand Colin, Paris 2010; M. C. Nussbaum, Not for Profit: Why Democracy Needs the Humanities, Princeton University Press, Princeton 2010 (Non per profitto, Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, il Mulino, Bologna 2010) ; J. M. Schaeffer, Petite écologie des études littéraires, Thierry Marchaisse, Vincennes 2011; D. McCallam, « A Manifesto for the Arts and Humanities: The Example of Candide», Atelier de théorie littéraire on «Fabula», http://www.fabula.org/atelier.php? Manifesto_for_the_Arts_and_Humanities (mars 2011).

[2] Y. Citton, Lire, interpréter, actualiser. Pourquoi les études littéraires ?, Editions Amsterdam , Paris 2007.

[3]  Cfr. Y. Citton, « Puissance des communautés interprétatives », prefazione a Stanley Fish, Quand lire, c’est faire, Paris, éditions des Prairies ordinaires, 2007, pp. 5-27.

[4] Y. Citton, Lire, interpréter, actualiser. Pourquoi les études littéraires ?, cit. p. 344.

[5] Y. Citton, F. Lordon (a cura di), Spinoza et les sciences sociales. De la puissance de la multitude à l’économie des affects, Editions Amsterdam, Paris 2008. Occorre segnalare anche l’importante monografia di Y. Citton sullo spinozismo illuminista: L’envers de la liberté. L’invention d’un imaginaire spinoziste dans la France des Lumières, Editions Amsterdam, Paris 2006, dove al concetto di economia degli affetti in una prospettiva noo-politica è dedicato il capitolo XIV “Esthétique et spectacle”.

[6] Y. Citton, Mythocratie. Storytelling et imaginaire de gauche, Editions Amsterdam, Paris 2010.

 

[Immagine: Gilles Guerraz (Gilzee) Bibliothèque Nationale de France  – http://www.flickr.com/photos/9550282@N08/1269600485 (gm)].

 

 

2 thoughts on “Quale avvenire per gli studi umanistici?

  1. Pingback: viomarelli
  2. Citton mi sembra un autore molto interessante e di cui va approfondita la conoscenza. E’ bello che sia stato tradotto in Italia. Grazie a Daniela Brogi di averlo segnalato su LPLC.

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