di Mauro Piras

I cento giorni sono un mito. Per valutare l’azione di un governo ci vuole un periodo ben più lungo, spesso anni, a volte anche la distanza storica di decenni. Il governo Monti non fa eccezione. Ne capiremo veramente il significato quando ne saremo usciti. Intanto però, adesso, è possibile un bilancio parziale, dopo otto mesi. Non è tanto il tempo passato che conta, quanto le cose fatte. Il governo ha già affrontato alcuni nodi fondamentali che, al di là del clamore sollevato dai conflitti politici e dai media, permettono di dare una prima valutazione.

Si propone qui una rapida rassegna dell’operato del governo sui tre fronti più importanti in cui è intervenuto: la riforma del sistema previdenziale, la riforma del mercato del lavoro e il rilancio della politica economica europea.

La riforma delle pensioni

Sul piano strutturale, la riforma delle pensioni andava fatta. Da tempo c’era l’esigenza del passaggio generalizzato al sistema contributivo, per ragioni di equità intergenerazionale e di sostenibilità finanziaria della spesa pensionistica. Tutti i lavoratori con anzianità contributiva successiva al 1996 erano già interamente a regime contributivo, e si trovavano nella situazione, di fatto, di lavorare fino a 65 anni per garantirsi una pensione un minimo decente. Questa secca separazione delle classi generazionali, che vedeva invece i lavoratori oggi intorno ai 55-60 anni interamente a regime retributivo, con la possibilità di uscire sotto i sessant’anni con ottimi assegni, non è mai stata oggetto di contestazione da parte di forze sociali e politiche. A fronte di una spesa pensionistica non più sostenibile (un quarto del bilancio dello Stato nel 2011), si accettava una profonda iniquità. La spesa andava inevitabilmente a vantaggio di un solo gruppo generazionale. La riforma quindi era necessaria, per correggere storture prodotte da rinvii decennali. Si poteva pensare a un sistema contributivo per tutti, con finestre di uscita volontaria tra i 61 e i 69 anni, o al massimo tra i 63 e i 69. La scelta del governo è stata molto più drastica: un immediato innalzamento dell’età pensionabile a 66 anni, con la possibilità di uscire prima solo per chi avesse 42 anni di anzianità. E poi aumenti graduali. Questa ripidità è eccessiva. La riforma, nella sua struttura, è corretta, ma questo forte innalzamento è giustificato solo da ragioni di cassa. La brutalità dell’intervento ha comportato anche la creazione del problema dei cosiddetti “esodati”.

Perché si è intervenuto così pesantemente? Due ragioni, di fatto: l’urgenza della crisi finanziaria, in quel momento; lo squilibrio dei rapporti di potere tra le forze politiche che sostengono il governo. La manovra finanziaria viene posta così su una base di iniquità, data l’importanza della riforma delle pensioni. Questa base squilibrata si vede anche in altri aspetti della manovra. L’assenza, per esempio, di una vera imposta patrimoniale, tranne qualche leggero (ma introdotto per la prima volta) intervento sulle rendite finanziarie. Ma soprattutto, è grave il forte spostamento della manovra sull’aumento delle entrate, garantito soprattutto dall’IMU, dalle accise sui carburanti, dalle addizionali Irpef e dal potenziale aumento dell’IVA.

La partenza quindi è molto difettosa, ma paga la fretta imposta dalla situazione di emergenza. Anche l’aumento della pressione fiscale si spiega in questo modo: è più sicuro ed efficace ricorrere a nuove tasse, che avviare tagli di spesa. La vera natura del governo, e degli equilibri che lo sostengono, si rivela meglio nella partita successiva: la riforma del mercato del lavoro.

La riforma del mercato del lavoro

Su questo terreno, è opportuno in primo luogo capire qual era la posta in gioco, da una prospettiva di giustizia sociale. Il vero problema era, ed è, la frammentazione del mercato del lavoro. Si è parlato spesso di dualismo, ma si dovrebbe parlare di dualismi, al plurale: in primo luogo, certo, l’opposizione tra i lavoratori con contratto a tempo indeterminato e i lavoratori precari, con contratti di ogni tipo; ma poi, tra questi, la divisione tra quelli che, a tempo determinato, godono di protezioni contrattuali, e quelli che invece, soggetti a contratti a progetto o false partita IVA, non ne godono; inoltre, la separazione tra lavoratori di imprese con meno o più di quindici dipendenti. E a tutto questo si aggiunge l’abuso costante di forme contrattuali improprie. Infine, in generale, l’evidente contrapposizione di classi generazionali, come in materia pensionistica: la maggior parte dei contratti precari si trova tra i giovani, e così sono questi che pagano l’aumento della disoccupazione in questi anni.

Tutti questi problemi erano visibili da tempo, da prima della crisi economica. Erano già state avanzate delle proposte. L’idea più accreditata era quella del “contratto unico”: riunire le forme contrattuali in una forma dominante, che permettesse l’accesso al mercato del lavoro con tutte le tutele fondamentali, senza però irrigidirlo. Due modelli erano sul terreno: la proposta Boeri-Garibaldi e la proposta Ichino. Le due si muovono con logiche diverse. La prima, la Boeri-Garibaldi, propone un sistema con protezione crescente: si entra nel mercato del lavoro con un unico contratto a tempo indeterminato (tolte poche eccezioni); questo contratto ha un periodo iniziale di tre anni in cui non si applica la protezione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (cioè il reintegro nel caso di licenziamento economico senza giusta causa), ma un sistema di indennizzo; dopo i tre anni, si rientra nella normativa vigente del contratto a tempo indeterminato. La proposta Ichino si muove invece nel senso di una netta separazione tra la sfera economica e quella giuridica: essa infatti sostituisce del tutto la tutela giudiziale, per cui in caso di licenziamento economico ingiustificato è il giudice a decidere, con una tutela economica che responsabilizza l’impresa: in caso di licenziamento economico prevede il pagamento a carico dell’impresa delle indennità economiche di disoccupazione. Nessun reintegro e nessun intervento del giudico, nell’ambito del licenziamento economico. In entrambi i modelli queste tutele vengono estese anche ai lavoratori delle imprese sotto i quindici dipendenti, e si propone di applicare la riforma solo ai nuovi assunti.

La logica di questi progetti, già emersi ben prima della crisi del debito pubblico, è quella di estendere le tutele in entrata, in cambio di una maggiore flessibilità in uscita. Si cerca però di garantire comunque una solida tutela, o perché la flessibilità è solo transitoria (Boeri-Garibaldi), o perché vengono imposti alti costi economici alle imprese (Ichino). La questione non si è presentata con questa chiarezza nelle proposte del governo e nel dibattito che ne è seguito. In primo luogo, le motivazioni: il governo ha presentato la riforma come un modo per creare più posti di lavoro e attirare capitali stranieri. Dato il contesto, queste due motivazioni non erano credibili. È vero che c’è un problema di nanismo delle nostre imprese, a cui contribuisce in parte (solo in parte) la rigidità dell’articolo 18, ed è vero che per imprese medie assumere diventa rischioso se poi i licenziamenti economici individuali sono troppo rigidi. Ma questi elementi non sono così rilevanti in un contesto di crisi economica in cui le cause della mancanza di investimenti sono ben altre. Inoltre, la storia degli investimenti stranieri sembra davvero infondata. Va detto però che il governo ha assunto una classica posizione liberista: più flessibilità in uscita per favorire gli investimenti. Il problema è l’opposizione che si è scatenata. Parlo in primo luogo dell’opposizione politica. Su quella sindacale dopo. A causa della mossa del governo, che ha presentato la cosa in questi termini, e insistendo sull’articolo 18, anche le opposizioni hanno guardato solo a questo punto. La riforma del mercato del lavoro è diventata quasi solo oggetto di attacchi durissimi, perché letta come un tentativo di abbassare le tutele dei lavoratori dipendenti. Le componenti del PD che non vedevano la cosa in questi termini non hanno saputo riportare la discussione nei binari giusti. In questo una grave responsabilità è del governo, che ha presentato la riforma come parte di un pacchetto generale di liberalizzazione dell’economia, e del PdL, che ha visto l’occasione di realizzare, senza assumersene la responsabilità politica, il progetto di liberalizzazione che tentava da tempo. Così il faticoso percorso di modifica del ddl iniziale è diventato un braccio di ferro per rendere la riforma più o meno flessibile, in una parte o nell’altra. Si è perso totalmente il senso delle priorità, e si è proceduto per accomodamenti successivi, subendo le pressioni del momento.

Alla fine, la questione dell’articolo 18 è diventata così importante per la sopravvivenza stessa del governo, che questo ha abbandonato il suo schema, accettando di reintrodurre il reintegro (per quanto parzialmente) anche per i licenziamenti economici. In cambio, si sono accettati degli aumenti di flessibilità in ingresso. Su questo fronte, del resto, la riforma è stata impostata subito in modo poco coraggioso: nessuna svolta verso il contratto unico, nessuna vera riduzione delle tipologie contrattuali, nessuna definizione rigida del lavoro dipendente, che permetta di evitare gli abusi dei contratti a collaborazione e delle partite IVA. Vanno però, ovviamente, registrati come dei progressi i nuovi vincoli imposti a tutela dei precari: l’aumento delle aliquote contributive, rispetto ai contratti a tempo determinato; un controllo più rigido sui contratti a progetto e sulle partite IVA; l’obbligo di assunzione a tempo indeterminato dopo un certo periodo e l’allungamento dei tempi di rinnovo dei contratti; l’introduzione di una prima forma di indennità di disoccupazione universale. Il problema è che molte di queste misure sono state annacquate, per farne merce di scambio con l’irrigidimento dei licenziamenti individuali.

Il meccanismo individuato alla fine per l’articolo 18 è stato un compromesso. Il governo ha salvato l’intento di eliminare una rigidità eccessiva. Il sindacato ha ottenuto di nuovo il reintegro, per quanto in casi delimitati. C’è da chiedersi però quanto il risultato finale, anche in rapporto agli altri aspetti della riforma, sia accettabile in termini di equità. Intanto, la nuova disciplina dei licenziamenti economici, come quella precedente, non si applica alle imprese sotto i quindici dipendenti. Inoltre, sul terreno del licenziamento economico restano molti elementi discutibili: in primo luogo, il lavoratore che viene licenziato per giustificato motivo oggettivo non ha diritto a nessun tipo di indennità, perché questa si paga solo a coloro per cui il giudice dimostra che il licenziamento non è giustificato, ma in certe fattispecie. Tutto sommato, questo è molto ingiusto. Era così anche con la disciplina precedente, ma sul terreno economico non si capisce perché una persona che perde il lavoro non debba avere una qualche forma di indennità. L’idea di responsabilizzare l’azienda imponendo comunque il pagamento di una indennità al lavoratore eliminava invece questa ingiustizia. Infine, la linea di confine tra i casi in cui è possibile il reintegro e quelli in cui è possibile solo l’indennizzo potrebbe diventare oggetto di discussione; in questo caso si avrebbero alcuni effetti perversi: da un lato, il procedimento giudiziario potrebbe tenere in sospeso troppo a lungo il destino dell’azienda, lasciando così irrisolto il problema da cui si era partiti, cioè evitare le rigidità nella disciplina dei licenziamenti economici; dall’altra, il lavoratore potrebbe non sentirsi tutelato tutte le volte che il giudice decide per l’indennizzo invece che per il reintegro.

Questa poca chiarezza nella struttura della legge deriva dai veti incrociati delle forze politiche e sociali. Sul lato dei sindacati, si può dire che questi, tutto sommato, hanno fatto il loro lavoro. Non c’è da sorprendersi che si siano schierati per la difesa dell’articolo 18 vecchia maniera, e abbiano lottato per ottenere il reintegro, in qualche forma. Tuttavia, hanno trascurato il fatto che in questo modo la merce di scambio sarebbe stata la flessibilità in ingresso. Su questo fronte si è fatto molto poco. Sarebbe stato necessario un cambio di prospettiva, per imporre sì alti vincoli alla flessibilità in uscita, ma compatibili con la dinamica economica, e in cambio una tutela più forte dei contratti in ingresso. Nel complesso, ora, la situazione non è molto diversa da quella precedente, tranne qualche ritocco da una parte e dall’altra. E Confindustria, con la sua mancanza di prospettiva, ha attaccato duramente e cerca di smantellare il poco che si è fatto a tutela dei precari. Ha infatti ottenuto qualcosa in più sulla flessibilità in ingresso. C’è da chiedersi se i sindacati possano davvero ritenersi soddisfatti di questo risultato.

La politica economica europea

Bisogna qui venire al vero nucleo della crisi economica. La crisi europea del debito ha una causa strutturale: la mancata unione politica della UE. Sul piano strettamente economico, infatti, la crisi deriva dalla mancanza di una unione bancaria e fiscale forte, a fronte di una unione monetaria. Finché c’erano, in Europa, le monete nazionali, le differenze di rendimento delle economie comportavano tassi di interesse sui debiti pubblici differenziati; i paesi economicamente più deboli pagavano tassi più alti, spesso anche considerevoli. Ma questa situazione era compensata dal fatto che ogni singolo Stato controllava le leve della politica monetaria, tramite il proprio governo e la propria banca centrale: poteva servirsi della svalutazione, quando necessario, e poteva comprare i titoli del debito pubblico, per garantirlo. La Banca Centrale Europea non può fare queste cose, e non c’è un vero governo centrale europeo. Fino a quando nell’area Euro i tassi di interesse sui debiti pubblici sono rimasti allineati, questo non è stato un problema, e l’Euro ha portato vantaggi, in modi diversi, a tutte le economie. Con l’arrivo della crisi finanziaria, i tassi hanno iniziato di nuovo a disallinearsi; gli investitori hanno avvertito i fattori di rischio dei paesi più deboli, e hanno richiesto tassi più alti sui loro titoli sovrani. Attualmente, i tassi dei paesi della zona Euro sono divaricati più o meno come prima della nascita della moneta unica. Il problema è che gli Stati nazionali di questa zona non hanno più in mano gli strumenti per fare fronte a questa situazione: non possono servirsi della svalutazione, né comprare titoli pubblici. E la BCE, ancorata all’ortodossia monetaria della stabilità, non può intervenire se non indirettamente.

A questo punto ci sono solo due opzioni: o si abbandona l’Euro, e si torna alla situazione precedente; o si realizzano le condizioni dell’unione bancaria e fiscale in Europa. La prima opzione è poco meno che un suicidio. Il problema non è tanto ciò che accadrebbe a breve e medio termine, quanto, a lungo termine, la riduzione dell’Europa a un’area poco competitiva e ininfluente nell’economia globale. Resta solo la via del rafforzamento dell’unione bancaria, fiscale ed economica. La prima (garanzia europea dei depositi bancari) e la seconda (unificazione delle politiche di bilancio) sono le condizioni per affidare alla Banca Centrale Europea il ruolo di prestatore di ultima istanza, con capacità illimitata di intervenire sul mercato dei titoli sovrani, senza che questo comporti azzardi morali. È evidente però che una unificazione così forte sul piano finanziario non è pensabile, democraticamente, senza cambiare le istituzioni europee. Se non lo si facesse, questa unione verrebbe creata come un insieme di vincoli finanziari ai paesi più deboli, per garantire la loro affidabilità. Ma questi vincoli sarebbero imposti dall’alto, dai vertici dei capi di governo, che decidono secondo i rapporti di forza vigenti tra i paesi europei, in materia economica. Sarebbe una diplomazia della ragion di Stato convertita in politica finanziaria comune. L’unico modo per evitare un esito simile è realizzare una vera Unione Politica, democraticamente legittimata: gli organi di governo della UE devono essere legittimati da un Parlamento con veri poteri legislativi, che possa esprimere maggioranze e minoranze realmente influenti nella vita politica dell’Unione. Questo permetterebbe di condurre in modo democratico le politiche finanziarie adatte ad affrontare la crisi del debito. Inoltre, si realizzerebbe una vera unione economica: cioè una politica economica comune fondata non solo sulla politica monetaria, ma anche su investimenti e stimoli alla domanda. Solo grandi Stati o grandi aree politiche possono praticare oggi una politica espansiva di questo genere, senza essere penalizzate sul mercato finanziario. I piccoli Stati europei, isolati, non possono farlo.

Ecco perché dall’unione bancaria e finanziaria si va dritti all’unione politica. Questa è la prospettiva che può salvare l’economia europea e il suo delicato equilibrio di libero mercato e Stato sociale. Chiarito questo, si può valutare l’importanza della politica di Monti in Europa. Il suo governo ha cercato di porre fin dall’inizio le basi per restaurare una influenza politica dell’Italia in Europa. Prima, questa influenza era scesa a zero, a causa del discredito politico del governo Berlusconi, della speculazione sul nostro debito, della paralisi di quel governo nell’affrontarla: eravamo già uno Stato sotto osservazione, prossimo a cadere in una situazione simile a quella greca. In tali condizioni, i margini per recuperare credibilità erano strettissimi: si trattava solo di sottostare alle indicazioni dell’Unione Europea, adottando il rigore di bilancio. Ecco la ragione fondamentale della politica economica del governo: ottemperare alle richieste europee per poter avere, poi, un potere contrattuale. Parallelamente, Monti ha intensificato gli incontri con gli altri capi di governo, appoggiandosi, quando necessario, anche agli Stati Uniti, che più volte hanno richiamato l’Europa alla necessità di cambiare politica economica. Alla fine, grazie anche alla nuova maggioranza in Francia, i risultati su questo fronte sono arrivati. Le decisioni del Consiglio Europeo del 28-29 giugno, confermate il 9 luglio, per quanto non rivoluzionarie, indicano già un cambiamento nella direzione giusta.

Queste decisioni, infatti, pongono le basi dell’unione bancaria: prevedono una vigilanza europea, e non più nazionale, sugli istituti bancari, e la possibilità per i fondi di stabilità europei (Efsf e Esm) di soccorrere direttamente le banche in difficoltà, senza passare per i governi. Questi sono i preliminari per il passo successivo, cioè la garanzia europea sui depositi bancari. Per quel che riguarda l’unione finanziaria e fiscale, i passi in avanti sono più timidi: il celebrato scudo contro lo spread, cioè la possibilità per i fondi di stabilità europei di intervenire a sostegno dei titoli di Stato di un paese, è uno strumento ancora limitato. Funzionerebbe bene solo se fosse automatico, vincolato semplicemente al patto di stabilità europeo. Invece passa sempre per una richiesta da parte del governo interessato, anche se senza vincoli aggiuntivi, e senza possibilità dei fondi di stabilità  di finanziarsi direttamente presso la BCE. E a tutto questo bisogna aggiungere: se abbiamo capito bene. Perché in realtà questi aspetti non sono del tutto chiari, nelle dichiarazioni del vertice europeo di fine giugno; è evidente che andranno incontro a ulteriori trattative tra i paesi europei. Le reazioni negative di Olanda e Finlandia, benché di fatto ininfluenti, mostrano che la strada è ancora lunga. A quanto pare, non è ancora chiaro a tutti che dalla crisi si esce solo con un rafforzamento dell’Unione Europea, sia in senso economico che in senso politico.

Il ruolo dei partiti

Tuttavia, la mosse del governo Monti vanno in questa direzione, pur con la cautela inevitabile per un paese in difficoltà. È questo tipo di progetto politico, europeo e sovranazionale, che bisogna costruire, appoggiandosi sul nuovo presidente francese, e sulla nuova disponibilità di Angela Merkel. Non sembrano però averlo capito le forze politiche italiane. La più grande debolezza del governo Monti è la mancanza di prospettiva dei partiti che lo sostengono, e anche di quelli che lo attaccano, ovviamente. Il governo ha una prospettiva, per quanto limitata, in effetti: rimettere in sesto i conti dello Stato, con una politica di rigore di bilancio, e rilanciare una politica economica europea. In questa direzione, la sua posizione, ovviamente, non è di sinistra: non solo per la maggioranza che lo sostiene, che gli impedisce di sbilanciarsi, ma anche per la formazione economica di Mario Monti stesso e della maggior parte dei suoi ministri. Una sorta di neoliberismo temperato, si potrebbe dire. Nulla di nuovo, ovviamente. Ma il problema è che tutto questo era chiaro fin dall’inizio del governo, ed era chiaro quindi che le forze politiche avrebbero dovuto trovare una propria strada in queste coordinate. Questa strada è in realtà evidente a ogni persona di buon senso: in primo luogo, ricostituire il sistema politico italiano, riaccorpando le forze politiche secondo progetti politici credibili; in secondo luogo, riformare quegli ambiti che non sono di diretto interesse di un governo nato con finalità economiche, cioè la giustizia, la Rai e la legge elettorale, per citarne alcuni; infine, prospettando delle alternative politiche credibili per le elezioni del 2013. Niente di tutto questo è stato fatto. I partiti hanno preferito continuare a vivere nella loro assoluta assenza di prospettiva verso il futuro, cioè nella condizione che ha portato alla bancarotta della politica e alla quasi bancarotta dello Stato. L’espansione fulminea del Movimento 5 Stelle (che solo impropriamente si può definire “grillismo”, dal momento che la figura di Grillo non è più il fattore determinante) e il disastro delle elezioni amministrative hanno semplicemente certificato quella bancarotta, già visibile a novembre. Il disastro si sarebbe evitato se le forze politiche avessero assunto la posizione giusta. Invece si sono limitate a vivere alla giornata, chi più chi meno. All’inizio, hanno chinato la testa alla politica del rigore, consapevoli dell’assenza totale di alternative; poi, non solo non hanno saputo affrontare ciò che era di loro pertinenza (giustizia, Rai, legge elettorale), ma hanno iniziato a muovere le pedine dei gruppi di interesse e di pressione per modificare la linea del governo con il solo intento di non scontentare il proprio elettorato. L’unico loro punto di riferimento è stato questo. E così, anche ora, continuano a muoversi senza bussola. Il PdL blocca ogni riforma della Rai e della legge elettorale; è ormai in preda a movimenti convulsi, non sapendo risolvere il problema di sopravvivere senza Berlusconi. L’IdV e Sel non fanno altro che lisciare il pelo al proprio elettorato, senza proporre un progetto adeguato a vincere le elezioni e mandare finalmente a casa la maggioranza che ci ha portato in questa situazione. Di Pietro ci aggiunge una rincorsa al movimento di Grillo destinata a fallire: l’originale sarà sempre meglio della copia. Il PD si è mostrato, tra tutti, quello che ha cercato di tracciare un progetto: non a caso ha sempre lavorato per costruire un’alleanza vincente per le elezioni, e ha un’idea chiara di riforma elettorale. Ma anch’esso cade nell’errore di pensare solo al mal di pancia degli elettori di fronte alle scelte del governo Monti. È una posizione assurda. È chiaro che questo non è un governo della sinistra, che non può fare una politica di sinistra. Bisogna solo sostenere con responsabilità la politica di risanamento. Il proprio elettorato lo si convince con un progetto chiaro e forte per il futuro, per le elezioni del 2013. Invece di dire sempre al governo Monti “ti sosteniamo, ma non siamo d’accordo”, il PD dovrebbe lavorare a un programma politico che dica quello che farà dopo. Anche, eventualmente, modificando ragionevolmente delle decisioni prese ora in un contesto di alleanza trasversale e di emergenza finanziaria.

(Torino, 10 luglio 2012)

[Immagine: Mario Monti negli anni del liceo (gm)].

53 thoughts on “I primi otto mesi del governo Monti

  1. Evviva la Nuova Destra, così truccata da Sinistra, ma così così così sempre uguale a se stessa! Avanti, Compagni, il Sol dell’Avvenire è laggiù, in Piazza Carbonari! Evviva Monsieur Le Capital! E mi raccomando: oliate i fucili e oliate il culetto, giacché due strade sono obbligate per L’Euro-Monti: la prima è l’Iran, la seconda l’ombrello di Altan!

    PS: infinita tristezza. Da oggi biocotto Le parole e le cose.

  2. Analisi interessante. Anche corretta. La trovo un po’ ottimista. Mi sembra si parta dal presupposto che queste persone abbiano interessi diversi dal salvarsi le chiappe. I fatti degli ultimi anni e in generale la storia umana farebbero pensare il contrario

  3. Considero l’articolo equilibrato ed esauriente . Complimenti a “Le parole e le cose” per averlo ospitato.

  4. Puntuali come sempre sono le attente osservazioni di Mauro Piras. Qualcosa di
    simile vorremmo leggere anche sui quotidiani di grande divulgazione.
    La fotografia che campeggia all’inizio è senz’altro da intendersi
    come fatale segno premonitore.

  5. “La fotografia che campeggia all’inizio è senz’altro da intendersi
    come fatale segno premonitore.”(Depretis)

    Eh, sì! Guardi il prete in primo piano come gongola…
    Per curiosità: si possono avere dati sugli altri “segni premonitori” degli allievi immortalati?

  6. Piras, sinceramente: ma tu e la sinistrina frou-frou delle cui “dotte” analisi ti fai portavoce e divulgatore, in che paese vivete?

    fm

  7. Pubblico qui, tratte dal sito di Sinistra Ecologia e Libertà, le 5 proposte per «Un’altra strada per l’Europa» del Forum «Un’altra strada per l’Europa» tenuto al Parlamento europeo. Credo che alla lucidità della lettura di Piras vada affiancata, in senso pacatamente critico, la consapevolezza che un’altra strada è possibile e che l’afasia dei partiti e in particolare del PD sia non tanto il segno di incpacità personali quanto di una ventennali subalternità alle idelogie e ricette neoliberiste, che della crisi sono la causa e il prodotto.

    I 150 partecipanti al Forum Internazionale «Un’altra strada per l’Europa» del 28 giugno 2012 al Parlamento europeo a Bruxelles hanno discusso delle alternative praticabili alla mancanza di azione efficace contro la crisi europea attese dal Consiglio europeo di Bruxelles.

    Tra le azioni concrete richieste, le seguenti assumono il carattere di estrema urgenza:

    1. Per affrontare la drammatica accelerazione della crisi finanziaria europea – segnata dall’interazione tra crisi bancaria e crisi del debito pubblico – la Banca centrale europea deve agire immediatamente in qualità di prestatore di ultima istanza per i titoli di Stato. Il problema del debito pubblico va risolto con una responsabilità comune dell’eurozona, attraverso meccanismi istituzionali che possano essere introdotti immediatamente; il debito va sottoposto a una valutazione e un “audit” pubblico.

    2. E’ necessario un radicale ridimensionamento della finanza, con l’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie, limiti alla finanza speculativa e ai movimenti di capitali e con un’estensione del controllo sociale, in particolare sulle banche che ricevono salvataggi pubblici. Il sistema finanziario dovrebbe essere trasformato in modo tale da sostenere investimenti produttivi sostenibili da un punto di vista sociale ed ambientale.

    3. E’ necessario rovesciare le politiche di austerità in tutti i paesi d’Europa e rivedere i termini dei Memorandum imposti ai paesi che hanno richiesto “aiuti d’emergenza” dall’Unione europea, a cominciare dalla Grecia; i pericolosi vincoli del “Patto fiscale” vanno eliminati in modo che i governi possano tutelare la spesa pubblica, il welfare e i salari, mentre l’Europa deve assumere un ruolo maggiore per stimolare la domanda, promuovere la piena occupazione e avviare uno sviluppo equo e sostenibile. Le politiche europee devono inoltre portare all’armonizzazione fiscale, mettere fine alla concorrenza tra stati e spostare l’imposizione fiscale dal lavoro ai profitti e alla ricchezza. Il lavoro e la contrattazione collettiva devono essere difesi; i diritti del lavoro sono parte essenziale dei diritti democratici in Europa.

    Occorre impegnarci subito per cambiamenti di lungo termine nelle seguenti direzioni:

    4. Un “new deal verde” può rappresentare la via d’uscita dalla recessione in Europa con grandi investimenti per una transizione ecologica verso la sostenibilità, creando nuovi posti di lavoro di qualità, ampliando le capacità produttive in settori innovativi e allargando le possibilità di politiche nuove a livello locale, in modo particolare sui beni pubblici.

    5. La democrazia deve essere estesa a tutti i livelli in Europa; l’Unione europea va riformata e la concentrazione di potere nelle mani degli Stati più potenti – così come si è realizzata con la crisi – va rovesciata. L’obiettivo è una maggiore partecipazione dei cittadini, un ruolo più incisivo del Parlamento europeo e un controllo democratico molto più significativo sulle decisioni chiave. Le prossime elezioni europee del 2014 devono rappresentare un’opportunità per compiere scelte tra proposte alternative per l’Europa all’interno e trasversalmente gli Stati membri dell’Unione.

    Di fronte al rischio di un collasso dell’Europa, le politiche europee devono cambiare strada e un’alleanza tra società civile, sindacati, movimenti sociali e forze politiche progressiste – in particolare nel Parlamento europeo – è necessaria per portare l’Europa fuori dalla crisi prodotta da neoliberalismo e finanza, e verso una vera democrazia.

  8. Così Mauro Piras sembra pronto a scendere nella politica praticata, e non mi meraviglierei di vederlo magari candidato alle prossime elezioni.
    Dopo averci intrattenuto con le sue analisi di teoria politica liberali e pietosamente spacciate per una qual forma di socialdemocrazia, negli ultimi due articoli sembra aver gettato la maschera, e viene qui, in una sede davvero incomprensibile, a fare campagna elettorale per l’alleanza PD-Monti-Casini.
    Non capisco perchè faccia un’operazione così scopertamente di sapore elettorale, e soprattuto non riesco a capire perchè mai la redazione di questo sito si presti ad ospitare scritti che ormai sanno scopertamente di propaganda. Eppure, dovreste sapere che fine fanno i siti che da un ambito teorico finiscono nell’attualità politica, divengono una sequela di interventi in genere ingiuriosi ed alla fine noiosi fino alla morte.

  9. L’analisi è molto ricca e stimolante. Io sono molto meno equilibrato ed equanime nel giudizio sul governo Monti, esponenti del quale, un giorno sì e l’altro pure, si lasciano scappare frasi del peggior liberismo (e invece all’inizio amavano accreditarsi come liberisti compassionevoli), ma so che con chi porta dati, osservazioni, argomenti si potrebbe discutere proficuamente. Ciò che non si può fare invece con chi parla per slogan usurati e obsoleti. Argomenti contrari e seri da portare contro quanto scritto da Piras? Avete altro da proporre che non sia la solita trita e patetica tiritera di chi è sempre più puro e a sinistra degli altri e agli occhi del quale uno che sta poco più verso il centro è “sinistra frou frou” o addirittura “destra truccata da sinistra” (ah, quanto male ha fatto alla sinistra questo novecentesco sport…)? Vogliamo argomenti, spiegazioni, idee. Sono così poco entusiasta di questo governo che magari mi convincerebbero di più le vostre diagnosi di quelle qui esposte. Ma se restiamo a questo: troppo facile così.

    P. S. Stan, ora lei vuole boicottare. Ma non stava già scomparendo? E’ dal post su Fortini che continua a farlo… ormai questa scomparsa è tanto lunga da risultare un’agonia penosa, se non è una ben nota forma di teatralizzazione: “vengo no non vengo… mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”

  10. egregio,
    io ho timore che sia la solita presa in giro, siamo stupidi (vedi definizione di C.M. Cipolla) e quindi pagheremo nuovamente.

    Dopo tanto consociativismo e corse al centro ci ritroviamo con un governo liberista e il nano dietro l’angolo pronto a ricandidarsi.

    Se il PD non commenta o non si comporta come osserva Lei un motivo c’è, anzi più di uno e la professione e l’etica della responsabilità sono estremamente lontane da questa classe dirigente.

    Sa cosa mi rattrista? La rassegnazione.
    Sono convinto che a questo paese serva cadere molto in basso per poi credere ad un centro-sinistra che si troverà incapace (nuovamente) di amministrare un corporativismo che è troppo radicato.
    Esiste un circolo vizioso meglio di questo? No!

    Via, bisogna andare via.
    Beati i giovani.

  11. Monti dice:«le aziende non assumono perché non possono licenziare».
    In controcanto il PD: «E allora licenziamo».
    Stan, sommessamente, chiosa: «Ma questa è lotta di classe!».
    «Direi di sì», dice la folla interdetta.
    Monti incalza: «Bisogna togliere ai padri per dare ai figli».
    Mio padre: «Mi avete già tolto tutto».
    Mio figlio: «Not in my name».
    Un esodato: «Ma la riforma delle pensioni mi ha reso disoccupato!».
    Una ministra: «I disoccupati si fottano!».
    Dini: «Ho cominciato io!»
    Un operaio (inseguendo Dini con un machete): «Se ti becco!»
    Monti: «Rendiamo grazie a Dini!».
    Lo stesso operaio di prima: «Ma quanti siete?».
    Il mio secondo figlio: «Ma con la riforma delle pensioni di Monti non andrò mai in pensione».
    Napolitano (si chiama così un pappagallo che segue Monti a ogni riunione): «La Patria te lo chiede!».
    Secondo figlio: «Mi chiede di non andare in pensione?»
    Napolitano: «Ti chiede di ridurre lo spread».
    Secondo figlio: «Riforma delle pensioni, riforma del mercato del lavoro, riforma della sanità … E lo spread continua a salire. Perché mi fa male il culo?».
    Monti: «Perché hai dimenticato il rilancio della politica economica europea».
    Una precaria: «Il mio padrone di casa, a causa dell’Imu, ha rilanciato l’affitto».
    Equitalia: «Una patrimoniale sui redditi medio-bassi».
    Monti: «Ma le aziende non assumono perché non possono licenziare».
    Un lavoratore licenziato: «E a me chi mi assume?».
    Monti: «Quanti anni ha?»
    Licenziato: «52».
    Napolitano: «Mi preoccupano le conseguenze sociali».
    Monti: «Qualcuno chiami la polizia!».
    Licenziato (mentre viene portato via): «Perché mi fa male il culo?».
    Monti (stringendo a sé un Manganelli): «Finanza e produzione, da sole, non bastano più».
    Manganelli: «Ricordati che mi hai promesso 20 nuovi carri blindati».
    Marchionne: «Pro domo mea».
    Stan, stancamente, borbotta: «Ma questa è lotta di classe!».
    Piras: «Questo ti fa orrore?».
    Stan (mentre si veste da Jo Condor): «E allora perché non la chiami così?».
    Piras: «Gigante, pensaci tu!».
    Monti (con lunghe zampe a forma di Manganelli): «Adesso punisco quel briccone!»
    Stan: «Lasciatemi! Mi avete tolto anche la mutua!».
    Piras: «Ma l’abbiamo fatto per i tuoi figli».
    Figli di Stan: «Not in my name».
    Lo Vetere: «Ma non eri sparito?».
    Stan: «Uno Spettro si deve pur aggirare per l’Europa».
    Lo Vetere: «Un’agonia penosa».
    Stan: «Meglio agonizzante che montizzato*»

    [*Fatto da Monti, secundum Altan]

  12. Caro Lo Vetere, se lei è vittima dei luoghi comuni del pensiero dominante, può ben trovare stimolante l’articolo di Piras, ed addirittura considerarlo un’analisi, quando di analisi non se ne vede nulla.
    Ciò è evidente dalla stessa ampiezza degli argomenti affrontati che avrebbero richiesto almeno un lungo intero capitolo di un libro. L’autore si può permettere la sintesi che offre perchè non fa che riecheggiare gli argomenti mainstream, quelli che i vari Scalfari, Panebianco e tanti altri ci offrono dalle pagine dei loro giornali, Piras, sono costretto ad essere tranchant, non aggiunge nulla alle comuni giaculatorie che ci assaltano non appena apriamo un quotidiano o ascoltiamo un notiziario.
    Io non ho voglia e tempo per mettermi a contestare i singoli argomenti, mi limiterò a sottolinearne appunto il loro carattere ideologico.
    Il metodo contributivo di calcolo delle pensioni è più equo. Questo è il primo luogo comune, che si basa sulla pretesa che ad ognuno è restituito ciò che ha dato allo stato. Ragionamento fasullo, perchè i soldi che danno al pensionato non sono i suoi, ma quelli che gli attuali lavoratori versano. Ancora più significativo è il fatto che l’aspettativa di vita è una media, e che quindi ci sarà sempre chi riceve meno e chi più di quanto ha versato. Si potrebbe considerare l’equità da un differente punto di vista, di tentare di garantire alle persone un trattamento prossimo a quello goduto da lavoratore, ed in questo caso sarebbe più equo il sistema retributivo. Badate, non è che io affermi alcuna preferenza, intendo solo mostrare come anche l’equità si basi su uno specifico punto di vista.
    Sulla questione del lavoro dal punto di vista dell’ingresso, si dice che bisognava eliminare i dualismi, in altre parole le enormi differenze tra le vaire figure. Sembra un punto di vista ragionevole, ma solo alcuni anni fa, le stesse persone che oggi agitano il problema delle differenze, motivavano con altrettanto buon senso che ci voleva per forza una struttura flessibile. Così, basta sostituire flessibile con discriminante e ciò che risultava positivo diventa negativo. E’ interessante ragionare sul fatto che come risultato globale dell’operazione, ciò che si ottiene è una riduzione della protezione di tutti i lavoratori (nel senso che i protetti che costituivano una volta l’universo dei lavoratori, ora debbono fare media con i non protetti e così divengono meno protetti, il gioco delle tre carte insomma).
    Devo continuare, devo scrivere una serie di articoli per contraddire Piras?
    Dirò soltanto un’ultima cosa, non ha senso dire che i partiti dovrebbero prima appoggiare la politica di risanamento di Monti e poi prospettare una nuova politica per il futuro, per il semplice fatto che sembra tuttavia sfuggire a Piras che il risanamento non è una procedura contingente, è una filosofia, un modo di vedere l’economia. Se vedi l’economia differentemente come presupporrebbe l’avere proprie visioni economiche, allora per questo stesso fatto si dovrebbe contrastare con tutti i mezzi il rigore imposto da Monti.
    Alla fine, non rimane ciò che dicevo prima, Piras riecheggia argomenti mainstream e li propone in un luogo che dovrebbe ospitare altri tipi di discussione, un po’ più originali direi. Così facendo, si fa assoldare nel partito dominante, come del resto fanno appunto i giornalisti mainstream.

  13. Caro fm,
    io vivo in un paese in cui ho conosciuto le seguenti persone (metto le lettere dell’alfabeto al posto del loro nome):
    A, 20 anni, lavora per un grande supermercato, contratto week-end, 8 ore al giorno per venerdì-sabato-domenica; in realtà, le chiedono di lavorare in qualsiasi giorno della settimana, anche molto lontano da Torino (non ha la macchina); se non le piace, la licenziano al volo;
    B lavorava per una piccola ditta dell’indotto Benetton, in Veneto, contratto a tempo indeterminato; calo di domanda, l’hanno licenziata su due piedi, perché la ditta aveva meno di 15 dipendenti; mi ha spiegato che in realtà si trattava di tante piccole ditte in cui era stata frammentata una attività di produzione per Benetton, per poter licenziare liberamente;
    C lavora per una piccola casa editrice, che lavora su commessa per gruppi più grandi; ha il contratto a tempo indeterminato, ma siccome la ditta ha meno di 15 dipendenti la stanno per licenziare, senza indennizzo o altro;
    D lavora per una scuola paritaria con un contratto a progetto (!).
    Posso citare altri casi. In Italia i licenziamenti individuali funzionano così:
    – se hai contratti a progetto ecc., ti licenziano quando vogliono senza nessun indennizzo;
    – se hai un contratto a tempo determinato, idem;
    – se hai un contratto a tempo indeterminato in una impresa con meno di 15 dipendente, idem;
    – se hai un contratto a tempo indeterminato in una impresa con più di 15 dipendenti, nella maggior parte dei casi ci si mette d’accordo prima per un indennizzo, così non si va in causa (tutti sanno che le cause per reintegro sono pochissime).
    Qualcuno mi spieghi perché un sistema con indennizzo obbligatorio per qualsiasi lavoratore licenziato, e indennità di disoccupazione universale, dovrebbe essere più ingiusto di questo stato di cose.

    Caro Zinato,
    grazie per avere riportato il testo, di cui avevo avuto notizia, ma che non avevo letto.
    Commento i singoli punti.
    1. D’accordo, ma per farlo ci vogliono i passaggi di cui parlo, e che Hollande e Monti stanno cercando di fare (dal momento che viviamo nel mondo, e la politica esiste).
    2. D’accordo, ma tutte queste cose si fanno solo creando istituzioni sovranazionali forti.
    3. In linea di principio è giusto, ma queste politiche possono essere fatte solo da istituzioni sovranazionali, non da singoli Stati; inoltre, una certa politica di rientro del debito va fatta comunque, a prescidere dalla speculazione finanziaria, perché l’eccesso di debito pubblico provoca iniquità.
    4. D’accordo.
    5. E’ la tesi più importante del mio intervento. Questa è la battaglia da fare. Ma non capisco perché non si possa fare insieme, invece di contrapporre le diverse anime della sinistra; e in ogni caso sarà il frutto di un percorso politico, in cui bisogna convincere anche popoli diversi che hanno gestito diversamente le loro risorse (leggi: tedeschi, olandesi, finlandesi, ecc.).

    Caro Stan,
    se il governo Monti dice che licenziare più facilmente serve ad assumere di più, francamente mi rimbalza. Così come mi rimbalza l’appello alla Patria ecc. Io pongo dei problemi di giustizia: cerchiamo di guardarli, invece di indignarci ogni volta che si cerca di riformare un mercato del lavoro profondamente ingiusto.
    Quanto al “not in my name”: parlavo qualche giorno fa con alcuni miei ex allievi, ventenni e di sinistra (più di me, in teoria), che erano d’accordo con me sul fatto che, per loro, i problemi sono ben diversi dalla difesa a spada tratta dell’articolo 18 o delle pensioni a 58 anni col retributivo.

    Chiedo scusa, risponderò domani agli altri interventi.
    mp

  14. Quando ho postato il mio commento non avevo letto ancora Zinato e Cucinotta. Magarai avessi letto Zinato, avrei anche taciuto. Lì sono riportate proposte e argomenti.
    Caro Cucinotta, non ce l’avevo dunque neanche con lei, perché anche lei spiega le sue ragioni, nel secondo intervento per lo meno.
    E però… perché sono sempre gli altri ad essere ciechi e avviluppati in ideologemi? Io non posso dire che Piras faccia un’analisi stimolante anche se non condivisibile, perché dimostro ipso facto incapacità critica; lei invece può mettere tutti nello stesso mucchio, Scalfari, Panebianco, Piras, ponendoli sotto l’etichetta di “ideologia dominante”, “mainstream”, ecc…, perché nel far questo ritiene evidentemente di possedere una verità alternativa e anti o extra sistema. Lei non ha la chiave del Matrix che tutti ci irretisce. Non si chiami fuori. Stia dentro.
    E dentro c’è una crisi epocale, che non è solo del capitalismo, ma di tutti noi. Credo sia vero che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità per troppi decenni. I baby pensionamenti, i posti di lavoro nel pubblico scialati come fossero prebende con l’assenso di partiti di sinistra e sindacati (ché quello era l’elettorato di riferimento), la sostanziale tolleranza nei confronti dell’evasione fiscale delle partite iva da parte della Dc (ché quello era l’elettorato di riferimento e ché tanto le tasse le pagavano gli elettori dell’altro schieramento), non hanno fatto comodo a tutti noi? Dipenderà anche da ciò se ora uno di trent’anni come me è precario della scuola da anni e lo sarà ancora per un bel po’? (Anzi a sentire i sindacati con la spendig review forse l’anno venturo salto anch’io. Perdoni se l’ho buttata sul personale, ma così capisce che io avrei ben donde a inneggiare solo a un assalto frontale al governo Monti e che lei forse dovrebbe avere maggiore cautela prima di negare agli altri il lume di ragione: non parlo tanto per parlare, per far l’anima bella, creda che il peso dell’attuale situazione lo sento eccome).
    Ora da tutto ciò spero si possa uscire per vie più simili a quelle proposte dalle sinistre europee (vedi le proposte di SEL riportate da Zinato), ma neanche queste hanno la bacchetta magica. Le alternative teoriche sono sempre affascinanti, ma le forze brute della realtà non sono dialettiche e spesso delle nostre antitesi si fanno un baffo a tortiglione.
    Nessuna proposta del “mainstream” (e di Piras) è degna di discussione? Neanche la richiesta di più politica in Europa, proprio per non correre il rischio che l’accentrarsi delle prerogative di politica monetaria nelle mani della BCE possa significare una perdita secca di sovranità da parte dei piccoli stati?

  15. Ah permettetemi solo un aggiunta, a onor del vero. Essere precari della scuola, per quanto pur sempre di precariato si tratti, garantisce comunque ancora qualche privilegio in più di molte altre forme di precariato. Per cui, se mi guardo intorno, non posso lamentarmi poi troppo e non vorrei averlo fatto troppo.

  16. Pazzesco! Trovare qui dentro spiegata così chiaramente, di modo che persino io riesca a capire, la faccenda dell’equità intergenerazionale, per me è roba da sturbo. Veramente, veramente complimenti.

  17. Caro Lo Vetere, io sono per un’Europa federalista, ma ho il dovere di non fare comunella con il primo Piras che si sveglia e si ricorda che ci vuole l’Europa dei cittadini con istituzioni democratiche.
    Piras è la stessa persona che, al primo stormir di foglie, invoca l’emergenza, che pensa che la politica è un lusso da riservare a stagioni tranquille, quando saremo fuori dalla tempesta, e che nel frattempo facciamo fare al tecnico di turno (idraulico, eletrricista, lo deciderà Napolitano che tipo di tecnico ci serve) il suo mestiere: la democrazia come ricreazione tra una lezione di liberismo e l’altra.
    In altre parole, bisogna essere credibili, se qualcuno ritiene che la democrazia possa essere messa da parte nei momenti critici, quello per me non è democratico.
    Poichè ciò che pensa Piras è ben poco importante (come anche ciò che penso io naturalmente), ma ma lo è il fatto che egli ripeta argomenti e ragionamenti che vengono utilizzati dal ceto dirigente europeo, allora dirò chiaramente che di questa europa non so proprio che farmene, che prima questi politicanti da strapazzo che governano in europa vanno a casa e poi si potrà parlare di europa federale. La democrazia in europa è gia stata persa, è questo il mio punto di vista, e prima di pensare se vogliamo più o meno europa, bisogna che questo continente mostri di incamminarsi sulla retta via. Se i cittadini europei si sopportano che a comandare sia la famosa troika, ebbene, allora è meglio uscire da questa europa, magari imboccare la strada tracciata dalla svizzera in attesa di tempi migliori.
    L’internazionalismo che ho sempre professato nella mia vita non mi può rendere così ebete da negare l’evidenza che oggi l’unico esistente è quello della grande finanza. Se essere internazionalisti significa accettare la globalizzazione economica e finanziaria, allora meglio difendere le sovranità nazionali.
    Così, le dico sì, che anche l’invocazione di più politica in europa fatta da chi si unisce al coro per sostenere la politica di emergenza mi vede del tutto dissidente. Io sono un’anima semplice, o si è democratici sempre oppure non lo si è mai, si finge di esserlo ma se quando mi toccano il portafoglio accetto di cedere potere ad organismi e persone scelte da Napolitano, allora ciò significa soltanto che la democrazia viene usata come coloro che mettono da parte un vestito per i giorni festivi, ed i partiti che appoggiano Monti ne portano una responsabilità storica.

  18. @ Piras
    Lei dice di porre «problemi di giustizia» … Ma allora perché sostiene il Governo Monti? Le decisioni fin qui prese hanno interessato solo ed esclusivamente i redditi medio-bassi: questa è una verità che nessuno può negare. Dov’è la giustizia? Fare il discorso generazionale, per di più, è accettare il fatto che il monte-salari (diretti e indiretti) vadano spalmati «tra le generazioni», e quindi ridotti (stessa quota di salario per più persone); e tutto ciò mentre i profitti degli imprenditori e i proventi dei manager AUMENTANO (dati Istat!!!!). Almeno, per favore, non prendiamoci in giro. Il Governo Monti è un governo «di classe». Punto.

  19. Cabaletta, tratta dal *Trovatore dei Riformatori fasulli*,
    musica rubata da Samizdat a Giuseppe Verdi, libretto da riscrivere nei prossimi mesi.

    Manrico (tenore):

    Di quella Piras l’orrendo foco
    ELLEPI’ELLECI’ avvamperà!…
    Empi, spegnetela! O Stan tra poco
    Col sangue vostro la spegnerà…

    Bruciava già TreMonti fa.
    Or ch’al PIDI’ uno glien resta
    L’onta a sinistra chi laverà
    Nell’Italietta ognor men desta?

    Leonora:

    Non reggo a colpi tanto funesti…
    Oh quanto meglio sarìa morir!

    Ruiz, Coro di armati (rivolgendosi a Stan):

    All’armi, all’armi! eccone presti
    A pugnar teco, teco a sparir.

  20. La faccenda è grave, perché Monti altro non è che un emissario dei creditori dell’Italia. Pensate siano i lavoratori? Niente affatto. Sono i capitalisti, in prima fila le banche. I Creditori – non ci trovo nulla di sbagliato, dal loro punto di vista, se li si lascia fare… – vogliono ricompensato il rischio di non ricevere indietro il capitale anticipato: quindi danno ordine al loro emissario di contrarre la quota di ricchezza spettante al lavoro per aumentare quella spettante ai profitti, ancora di più… Sono infatti decenni che in Italia questo sta avvenendo sotto gli occhi di tutti: aumenta la quota dei profitti e diminuisce quella dei salari. Fare analisi politica, per chi si professa di sinistra, dovrebbe voler dire offrire agli ” sfruttati ” gli strumenti per un’azione che riesca a invertire la tendenza. Certo, lo sappiamo tutti che la coperta dei lavoratori, del resto sempre più corta, è divisa male. Ma il punto è stabilire la soglia di sopportazione al ricatto capitalista: o mi fai fare i profitti che farei altrove (dove ci sono meno diritti) o perdi il lavoro; o rinunci ai diritti o perdi il lavoro; o rinunci alle tue convinzioni politiche (FIOM) o ti emargino e alla fine ti lascio a casa. Nuovi diritti neanche a parlarne (sì, vabbè, i diritti civili e qui e là…). Semmai, dopo averli ridotti, si rispalmano i diritti vecchi. Piras, quanto si può andare avanti così?

  21. Io sono un uomo fondamentalmente tonto: più che i grandi discorsi, in ambito sociale mi interessano le decisioni e le loro ricadute pratiche. Ora, quando dico che quello Monti è un governo «di classe» intendo una cosa molto semplice: i salari diminuiscono mentre non sono toccate le rendite finanziarie, i grandi capitali, i profitti. Se poi questo «scambio ineguale» avviene tirando in ballo la questione «generazionale», l’incazzatura aumenta; se leggo i provvedimenti presi dal governo mi accorgo che si tratta di un trucco linguistico, o meglio: di una vera e propria palla. La riforma del mercato del lavoro NON elimina il precariato. Anzi, per alcune figure la situazione peggiora (per i co.co.pro c’è l’aumento aliquote contributive che ricadranno sul “netto” percepito, per le partite IVA aumentano i contributi previdenziali, etc.). La nuova forma di «ammortizzatore sociale universale» esclude esplicitamente i «parasubordinati», ma anche i lavoratori a tempo determinato ne sono di fatto esclusi, visto il mantenimento dei requisiti (2 anni di lavoro, etc.). L’Una Tantum per i co.co.pro. non è resa strutturale ma segue i “capricci” della disponibilità di spesa (dura finché ci sono i soldi; e i co.co.pro. cui non viene rinnovato il contratto dopo che finiscono quei soldi si attaccano al tram; per di più, sono diventati più restrittivi i criteri per accedervi). Etc., etc.. Insomma, quella della giustizia «generazionale» è una grande truffa linguistica che serve, come al solito, a mascherare decisioni che vanno in tutt’altra direzione.

  22. Caro Piras, grazie per la risposta.

    Ritengo che ogni analisi politica che abbia intenzione di porsi, in termini di *progettualità*, nella direzione di un superamento dell’esistente (ormai insostenbile, devastante), non possa non tener conto di un dato inoppugnabile (almeno a mio parere) – che pure è stato ampiamente richiamato su queste pagine, e non solo nel commentario di questo articolo: l’attuale, ancor più di quello precedente, è un governo «di classe».

    E’ questo il discrimine. Fare proposte tese a smussare le asperità e gli irrigidimenti del nuovo-vecchio ordine, senza metterne in discussione le logiche strutturali (di dominio) che ne determinano l’esistenza (un’esistenza che ormai viene certificata non più, e non solo, come dato “storico”, ma come *legge* iscritta nell’ordine immutabile della “natura”), è una strategia perdente, senza futuro: finisce per portare acqua, abbondante acqua, al mulino degli interessi del sistema che vorrebbe “riformare”: divenendone, non so quanto inconsapevolmente, un asse portante.

    Cordialmente.

    fm

  23. OT (ma mica tanto)

    Continuo a chiedermi perché un sito sul quale operano intellettuali per i quali le parole “libertà” e “critica” dovrebbero *ancora* significare qualcosa, visto che ne fanno abbondante uso nei loro articoli e nelle loro proposte, debba ridursi alla “moderazione” preventiva dei commenti: cosa che, vi piaccia o no, rientra a pieno titolo tra le azioni che si configurano come *censura*.

    Saluti.

    fm

  24. Domanda: Se “l’attuale, ancor più di quello precedente, è un governo «di classe»”
    come mai la classe (o le classi) che le becca non si rivolta più di tanto?
    Lo chiedo da antimontiano convinto.
    Qualcosa forse non funziona nella “lotta di classe” classicamente intesa…
    Non è che le classi siano state messe fuori gioco (temporaneamente? definitivamente?) e Monti o un altro ( e lo stesso PD) possono permettersi di agire come se non ci fossero?
    Qualcuno è in grado di sciogliere questi miei dubbi (maieutici)?

  25. Esempi pratici di ingiustizia di classe

    RIFORMA DELLE PENSIONI. «Prendiamo in considerazione cosa avverrà a regime con la riforma. Confrontiamo la pensione di un operaio e quella di un laureato che sia diventato un dirigente d’impresa. Il primo si suppone abbia iniziato a lavorare a 18 anni e terminato a 62 anni mentre il secondo ha iniziato a 30 anni e terminato a 68. Supponiamo per il primo una retribuzione lorda di 23 mila euro e per il secondo di 70 mila euro lordi. L’operaio avrà lavorato per 44 anni e versato all’Inps (il famoso “montante”) 333.960 euro, il dirigente avrà lavorato per 38 anni e versato all’Inps 877.800 euro.
L’operaio subirà decurtazioni progressive fino a raggiungere nel 2027 una riduzione della pensione pari al 14,5% (due mensilità). Il dirigente fino al 2020 guadagnerà rispetto alla situazione ante-Fornero (fino al 2015 addirittura del 7,6%). Inoltre l’operaio verserà all’Inps per 44 anni, mentre il dirigente per 38 anni; ben sei anni di differenza. Se poi uno è professore universitario arriverà a percepire una pensione con rendimenti superiori al retributivo di antica memoria.»

    RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO. «La riforma aumenterà l’aliquota previdenziale per le partite Iva di 6 punti, dal 27 al 33%. Una scelta gravissima, che inciderà sulla vita delle lavoratrici e dei lavoratori iscritti alla gestione separata Inps. Già dal prossimo settembre almeno un milione e trecentomila persone vedranno il proprio reddito nuovamente tagliato, senza alcuna speranza di percepire in futuro una pensione dignitosa. Viene imposto un tetto di 18 mila euro al reddito degli autonomi per dimostrare di essere vere partite Iva.
Una decisione che sembra orientata a deprimere ulteriormente le condizioni di lavoro, spacciando micro-interventi di settore (su circa un decimo del lavoro autonomo, indipendente e precario) per un falso e inesistente universalismo; provocando un serio rischio di ritorno al nero di molte attività autonome-indipendenti, costrette a una sopravvivenza a rischio Working Poors. (…) Non viene inoltre introdotto alcun equo compenso per le lavoratrici e i lavoratori autonomi e indipendenti, soprattutto delle nuove generazioni, condannandole quindi al permanente ricatto del “lavoro a tutti i costi e a tutte le condizioni”, anche gratuite e/o semi-schiavistiche (…)
La riforma Fornero non solo non semplifica il panorama caotico e irresponsabile delle 46 forme contrattuali precarie, ma aggrava questo panorama confuso con l’assenza di qualsiasi forma di garanzia del reddito, intesa almeno come misura universalistica di protezione sociale. È stato detto che l’Aspi, l’assicurazione sociale per l’impiego, interesserà lavoratori dipendenti, apprendisti fino a 29 anni e artisti. È palese l’irrisorietà di questo elenco rispetto alla complessità del lavoro contemporaneo, basato sull’intermittenza e la mobilità tra una forma contrattuale e l’altra, tra un’identità sociale e l’altra. Ma lo è soprattutto perché è stato calcolato che 9 precari su 10, già oggi, non potranno accedere a questa misura che ripropone i limiti del vecchio sussidio di disoccupazione.
Ma tutto questo sembra essere nulla rispetto al fatto che buona parte di questa riforma entrerà in vigore nel 2017. E che nel frattempo molto peggiorerà nella vita dei lavoratori indipendenti. La riforma fotografa la realtà attuale, la peggiora e la congela per cinque anni, sperando che tra una legislatura tutto resti come oggi. Ma non sarà così, visto che domani le condizioni peggioreranno per il semplice fatto che non si fa nulla per cambiarle oggi, e che tra cinque anni (a dispetto della crisi del debito sovrano in Europa) saranno mutate le condizioni economiche e politiche. I prossimi governi interverranno su questa riforma e la cambieranno ancora.»

  26. Caro Ennio Abate,
    non capisco perché la deludo. Le mie posizioni non sono diverse da quelle che ho espresso altre volte qui, e credevo di averla già delusa a suo tempo, ma di poter comunque discutere, pur se da posizioni distanti.
    L’esistenza delle classi sociali, innegabile, non implica la lotta di classe. Se questa non c’è, nella forma che la teoria rivoluzionaria si aspetta, è un problema di questa teoria.
    (PS: “di quella piras l’orrendo foco” è un ritornello che sentivo già a scuola, pas génial.)

    Caro Cucinotta,
    come dicevo a Ennio Abate, non dico niente di diverso dal solito. Non faccio nessuna operazione elettorale: cerco solo di fare un’analisi, che magari non vale niente, lo concedo. Può darsi che in effetti io non aggiunga niente al già noto. Però chiedo le critiche agli argomenti, e quindi veniamo a qualche punto.
    Sistema contributivo-retributivo: è indubbio, sono due punti di vista diversi, possibili. Ma se si scegliesse il retributivo, con una pensione il più possibile vicina allo stipendio finale, e data una aspettativa media di vita sempre in aumento, si spenderebbe sempre di più e l’erario dovrebbe pagare sempre di più parte delle pensioni. Siccome però le tasse non si possono espandere all’infinito, ciò implica rinunciare a qualcosa: meno asili, meno scuole, meno sussidi di disoccupazione, ecc. Si può scegliere, perché no. Io preferisco l’altra opzione.
    Sulla flessibilità in ingresso: chi la proponeva, dieci e rotti anni fa, lo faceva per rendere più flessibile il mercato del lavoro. Chi adesso propone di superare i dualismi, lo fa per tutelare meglio chi subisce quella flessibilità selvaggia. Non vedo continuità. In ogni caso io non ho mai difeso quella flessibilità.
    Sull’Europa: se stiamo ad aspettare che tutta la classe dirigente europea cambi, e nel frattempo ci affidiamo ai nazionalismi, allora presto l’Europa delle nazioni si autodistruggerà per la terza volta in un secolo.
    Sulla democrazia: io non penso che la democrazia si possa sospendere, ho detto fin dall’inizio che il nostro sistema politico è saltato (si vede molto bene in questi giorni), è una bancarotta della politica. Per questo ci troviamo con la scelta politica del governo trasversale (perché questo è, non è un governo tecnico, anche questo l’ho già scritto). Dove i sistemi politici funzionano, ci sono scelte politiche elettorali, di parte, non trasversali. Ma se guardo alla Spagna di Rajoy, quasi quasi mi tengo le mediazioni del governo trasversale.
    Infine: è vero, il risanamento è una filosofia, ma non ho mai capito perché una politica di sinitra debba portare al dissesto finanziario.

    Caro Larry Massino,
    certo che ci sono dei limiti. Io dico che per esempio in una riforma seria del mercato del lavoro andrebbero messi più limiti, indennizzi per ogni tipo di licenziamento economico e indennità di disoccupazione per tutti; e altro ancora. Questo non c’entra con la violazione dei principi di rappresentanza sindacale da parte della Fiat, né con la delocalizzazione. E comunque limiti al capitale transnazionale possono essere posti solo da istituzioni transnazionali.

    Caro ammiraglio61,
    la rassegnazione è malattia diffusa, siamo un popolo di piagnoni, è inutile addossare le responsabilità a chi ci governa. Io preferisco cercare di analizzare e fare delle proposte. I giovani che se ne vanno dall’Italia non sono così beati, ne conosco parecchi.

    Caro Stan,
    il governo Monti è un governo di classe. Ok, l’abbiamo capito. Non ho mai detto che fosse un governo di sinistra. Quest’ultimo dovrebbe fare una politica di redistribuzione della ricchezza. Ma questa si può fare solo con un apparato fiscale dello Stato a posto. E con politiche sovranazionali di controllo della finanza. Ho detto solo queste cose. Ecco perché, di passaggio, non vedo alternativa a Monti. Ma ecco anche perché penso che dalle elezioni del 2013 si debba avere una svolta politica chiara.
    L’aumento delle aliquote contributive sui parasubordinati non ricadrà sui lavoratori, perché sono stati imposti dei minimi salariali da rispettare.
    Le indennità di disoccupazione per i precari sono molto carenti, è vero, ma infatti io ho scritto che alla fine si è fatto molto poco per i precari, in questa riforma. Infatti concordo con il secondo estratto da lei citato nel suo ultimo commento. Sulle partite Iva non mi pronuncio; dico solo che servono controlli più severi sulle false partite Iva, anche in questo la legge di riforma è tornata indietro.
    Grazie per i due estratti: da dove li ha presi? il secondo credo di averlo già letto, se non sbaglio è uno di quegli economisti “mainstream” che amo leggere, cioè Tito Boeri. Non mi pronuncio sui calcoli del primo estratto, non ne ho le competenze. Faccio solo notare che io non difendo la riforma delle pensioni tale e quale. La cosa migliore sarebbe una uscita volontaria, a contributivo, tra i 61 (massimo 63) e i 69 anni (modello svedese, lo chiamano).

    Caro fm.
    la scelta è tra riforma e rivoluzione, in finale. Io sono per la riforma; per la rivoluzione fate voi, ma allora avete molto lavoro da fare, non è il caso di perdere tempo nei blog.

    Grazie a tutti gli altri interventi, e in particolare a Daniele per avere rimesso in carreggiata la discussione.
    mp

  27. La *rivoluzione*, Piras? Non c’è bisogno di prepararla, è già *qui*:

    – 12 milioni di *poveri* (“morti di fame”, come li chiama qualcuno dell’entourage governativo);
    – da 6 a 8 milioni di *boe*, in (precario) equilibrio sulla linea di “galleggiamento” (almeno metà di questi ultimi destinati ad ingrossare le fila dell’esercito a due cifre, e nel giro di sei-dodici mesi).

    Provate a pensare a una “scintilla”, che so, un imprevisto, banale “assembramento” di “caccavelle” (sempre più *vuote*) sotto uno qualsiasi dei palazzi del potere – e poi due, tre, dieci… Di quanti m/M/anganelli ci sarà bisogno?

    Qualcuno avverta Bersani & Co.: servono le primarie per decidere, nell’eventualità, da che parte stare…

    fm

    p.s.

    Ringrazio anch’io coloro che, per fortuna, sanno sempre “rimettere in carreggiata” la discussione – che il dio dei lit-blog (che contano) li guardi benigno, ce li conservi e provveda alla giusta… ricompensa.

  28. @ Piras

    La mia delusione era sopratutto per LPLC che con questo suo intervento spinge il dibattito in direzione pro-Monti e PD sfacciatamente.
    Aggiungo la delusione di veder messa al servizio di quella politica la sua intelligenza.
    Curioso di sapere se il ritornello che sentiva a scuola proseguiva con un contenuto simile al mio.
    Sul resto non entro nel merito. Noto però che, quando uno scrive: “Siccome però le tasse non si possono espandere all’infinito, ciò implica rinunciare a qualcosa: meno asili, meno scuole, meno sussidi di disoccupazione, ecc.” e fa come esempi di tagli possibili proprio quelli, è “montiano” già di suo.

  29. Sentite, abbiamo un governo deciso dal Presidente della nostra Repubblica e da governi e poteri che non dipendono dall’elettorato italiano per porre rimedio a una situazione di ingovernabilità insostenibile, sia per l’Italia che per chi decide in Europa; e quindi un Parlamento che non può avere una maggioranza che esprima un Governo con le conseguenze molto negative e proprio anormali: chi sta veramente lavorando per dopo l’emergenza Monti? Il PD litiga come sempre su cose ORA secondarie, un Consigliere come la Minetti vuole una buonauscita (cosa?) per dimetttersi; Berlusconi si ricandida (cosa?). a Parma il disorientamento totalefa votare Il M5S, confusione su confusione, pare che la demenza non abbia fine… l’italiano medio, o anche no, guarda impotente ed allibito. Il ventennio berlusconiano spread o non spread ha messo l’Italia sottosopra: tv e testate giornalistiche in primis, ma tutta la comunicazione. E quello , o quelli, o addirittura tutti, vorrebbero insistere nell’indegnità? ecc. ecc.

  30. Tanto per animare un po’ la discussione.
    Se Piras (e LPLC?) suona le sue trombe, sarebbe il caso di suonare anche altre campane.
    Qui sotto alcuni stralci per avere almeno un’idea di come altri vedono la medesima Cosa.
    Me ne aspetto altri.
    Ho segnato i link, ma di solito facilmente, anche senza, si può risalire dal testo alle fonti: basta copiare qualche frase di un testo ( ad es. quelli incollati da Stan) in Google e la fonte ( nel caso “il manifesto”, se non mi sono sbagliato) appare.

    1.
    http://www.conflittiestrategie.it/la-nebbia-dirada-un-po-scritto-da-giellegi-il-12-luglio-12#comment-2366

    gm Says:
    luglio 16, 2012 at 11:20 pm
    C’è un grande dibattito che dilania il PD! Se qualcuno s’illude che riguardi il rapporto da tenere col governo monti si sbaglia di grosso. Se qualche altro spera che finalmente un partito (presunto) di sinistra si interessi delle sorti dei ceti popolari martoriati da quel signore frequentatore di circoli oligarchici capitalistici a livello mondiale, è degno di essere definito solo populista e qualunquista.
    Il problema oggetto di dibattito interno al Pd è ben più grave e decisivo per le sorti dell’Italia: riguarda il matrimonio… ma non nel senso, ad esempio, di ridurre i tempi semibiblici (e i costi proibitivi) del divorzio imposti perché così gradiscono preti, casini e altri clericali “difensori della famiglia” sulla pelle degli altri, non nel senso di affrontare il problema degli assegni di mantenimento per mettere fine al fatto che sono diventati (grazie a una giurisprudenza tutta clerical-femminista) dei veri e propri “pizzi” da pagare alla controparte (in genere è la donna che li pretende e li ottiene facilmente) e che sono tanto più intollerabili in una situazione di crisi economica come l’attuale.
    Il problema “matrimoniale” che dilania il Pd riguarda il matrimonio gay!
    Personalmente non sarei affatto contrario al matrimonio gay perché ognuno dovrebbe essere libero di sposarsi con chi vuole e la pretesa di chiunque (naturalmente soprattutto dei preti e dei clericali) di interferire in faccende private quanto meno mi infastidisce. Però tutti i gravi problemi creati dalla crisi dovrebbero consigliare almeno di posticipare la soluzione di questi problemini (tali credo che siano almeno per la stragrande maggioranza delle persone) o quantomeno di affrontarli assieme a tutti gli altri che riguardano la famiglia.
    Invece i borghesi del PD si dilaniano più su questo che su tutto il resto perché, come è loro abitudine, gli interessano molto di più … i cazzi loro … appunto!

    2.
    http://www.conflittiestrategie.it/la-nebbia-dirada-un-po-scritto-da-giellegi-il-12-luglio-12#comment-2366

    Le poche informazioni che si possono ottenere – e che comunque mi hanno consentito di fare alcune previsioni di massima (non nei particolari) a partire già dal 2003; e anche dal dicembre 2010, quando è iniziato lo “sprofondamento” – segnalano tanta melma, schizzi di fango dappertutto. In poche parole, v’è molta incertezza sulla via che seguiranno i “potenti” (statunitensi) con i loro servitorelli (italiani). Ci conceranno in ogni caso molto male; e sembra sia per loro ormai necessario rigiocare in qualche modo la carta berlusconiana poiché altre appaiono senz’altro disponibili, ma lasciando troppa incertezza circa il comportamento dell’elettorato. Detto forse ancor meglio, si ritiene indispensabile giocarne il maggior numero possibile (non ce ne sono comunque molte a disposizione) per creare tanta confusione e poi, nel caos, trovare magari la via per “calare un asso”.
    In ogni caso, se ritorna il cavaliere, sia chiaro che questa volta seguirà alla lettera i “consigli” provenienti dall’attuale Amministrazione statunitense, non ci saranno “strane” alleanze (chiamiamole così); la politica non cambierà molto rispetto all’ultimo anno né sul piano interno né su quello internazionale, pur se dovrà essere finto qualche miglioramento sul piano delle imposte e altre cose simili. Proprio per questo non credo che il mutamento avverrà subito; un po’ di altra “cura Monti” potrebbe essere ancora necessaria. Berlusconi dovrà forse accettare in qualche misura l’idea di una possibile coalizione (o quanto meno dialogo) con il Pd, che verrebbe allora a trovarsi in un frangente simile a quello del Pdl, e con rischi di sgretolamento perfino maggiori. Del resto, pure i settori antiberlusconiani – a parte l’Idv o la Sel e i gruppastri della “sinistra detta estrema” – dovranno moderare i loro odî contro il “Mostro”, perché si cercherà di impedire il mero ritorno al ventennio precedente. Monti, a quel punto, potrà più difficilmente pensare ad una prosecuzione della “carriera da premier”; la sua nomina a senatore a vita è invece stata probabilmente il “segnale” dell’intenzione di nominarlo alla Presidenza; un individuo così legato alle varie “massonerie internazionali” (in realtà di pretta marca statunitense) sarebbe la migliore garanzia della continuazione della politica filo-atlantica svolta dall’“amico” Napolitano indefessamente, pur se all’inizio copertamente, da quarant’anni in qua.

    3.
    http://www.conflittiestrategie.it/la-nebbia-dirada-un-po-scritto-da-giellegi-il-12-luglio-12#comment-2366

    Non sentiranno nessuna resipiscenza per quello che stanno facendo e si lasceranno fotografare accanto al cadavere dello Stivale per avere il loro manifesto, la loro copertina del Time o di chissà quale altro giornalaccio di grido internazionale, poiché una figurina formato tomba su una rivista di tiratura eccezionale val bene una grande figura di merda di fronte alla storia mondiale. Conti a posto con l’aldilà internazionale ed ecatombe collettiva nell’aldiquà nazionale. E’ questo il testamento che la nostra classe dirigente catatonica e catacombale lascia al capezzale della patria. Cos’altro c’era da aspettarsi da un beccamorto del Bilderberg, chiamato ad eseguire un’operazione chirurgica su un malato che prima del suo soccorso aveva la polmonite e dopo la sua cura è diventato inguaribile? La festa dei becchini si chiama funerale e sarebbe stato contro gli stessi interessi dei necrofori laureati, masterizzati in autopsie, salvare il popolo agonizzante, al quale si danno tante piccole sofferenze prima del colpo finale. Questo sta facendo il Governo Montimer, l’esecutivo eutanasico della Bella Turrita attorniata dagli sciacalli planetari che si era addormentata nel bel mezzo di una crisi epocale e non si risveglierà mai più dal collasso causato dal salasso. Anziché resuscitare l’Italia ai suoi compiti storici e politici i ministri del culto Trilaterale ne stanno accompagnando il trapasso con l’estrema unzione gabellare e la mania di tagliuzzare il cadavere in modo lineare. Monti mani di forbice se la prende quasi con tutti, eccetto che con le banche e con le panche parlamentari dove siedono deputati e senatori zombies i quali lo tengono in vita non avendo alcuna vitalità politica da opporgli. Ogni volta che questi necrofili cinerei parlano lapidari dei problemi del Paese lo fanno con la forza evocativa dell’epitaffio, con la vivacità del sarcofago e il dinamismo dell’ossario e se qualcuno prova a sottrarsi al rito “montifero” gli vengono immediatamente agitati dinanzi i fantasmi dello spread e gli spettri del mercato. Ai politici infantili questa maniera di terrorizzare fa molto effetto, anche più del babau per i bambini. L’uomo grigio ha già sostituito l’uomo nero nell’immaginario collettivo dello spaventacchio generale.

  31. Caro Lo Vetere, se ancora segue questa discussione, può constatare da sè come ogni discussione sia vana, e come un giudizio che poteva apparire magari ingeneroso e pregiudiziale fosse al contrario del tutto giustificato. Ripeto, Piras non analizza, avanza argomentazioni di tipo propagandistico, e, messo alle strette ad esempio sulla questione pensionistica, abbandona senza fiatare le argomentazioni di equità, rifugiandosi nelle esigenze di risparmio. Così ignora bellamente che la differenza tra contributivo e retributivo non è legata a quanto alta debba essere la spesa pensionistica. Insomma, si sarebbe potuta ridurre la percentuale di stipendio garantita a parità di anzianità contributiva, sempre sistema retributivo sarebbe stato.
    Ripeto, la questione la sollevavo non con Piras ma con la redazione di LPLC che però non intende rispondere alla questione che comunque ripeto:
    “Siete certi che ospitare interventi propagandistici sia nella missione di questo sito? La propaganda tende a suscitare polemiche che facilmente sfociano nell’insulto e nell’aggressione verbale. Lo ritenete un vantaggio?”

  32. Abate,non serve più disquisire intrappolandosi in arzigogoli nostrani di vita politica decennale. Può essere tutto vero quello che lei dice. Ma servono idee o almeno intuizioni di lunga portata che segnino una rottura anche violenta ma con la capacità di evere seguito e consenso sufficiente: tra l’altro ricondurre i discorsi a una lotta di classe da intellettuale di altri tempi a me non interessa. C’è molto di più in ballo. La nostra mente deve essere veramente aperta ad orizzonti nuovi: servono mezzi,denaro, intelligenza, scaltrezza, rischio,e ripeto molta capacità e fortuna. Un settore dell’esercito non troppo impazzito sarebbe meglio di un comico sbraitantedi scarsa visione in prospettiva. So che per lei è folle.
    Chissà.

  33. Caro Piras,
    Monti a parte (tutti i gusti sono gusti) Lei dice che l’Europa deve costruire l’unità politica.
    Concordo. Però mi spiega come si fa a costruire l’unità politica di uno Stato (federale, confederale, dica Lei) senza indipendenza, senza sovranità, senza difesa comune, e con un esercito + armi nucleari altrui sul proprio territorio?
    Magari Lei ha informazioni fresche da fonti del Dipartimento di Stato USA, ma a me risulta che gli americani non farebbero i salti di gioia se un futuro governo europeo gli dicesse, “Grazie, ragazzi, adesso potete tornare a casa, ci pensiamo noi a difendere l’Europa.”
    Cordiali saluti.

  34. Caro Buffagni,
    non vedo molto il problema che lei solleva. Gli Stati Uniti stanno dicendo da tempo all’Europa che deve darsi una politica economica comune, perché vedono bene che la crisi dell’euro rischia di trascinare verso il basso anche l’economia USA (lo dimostrano i dati di quest’anno, dopo il primo trimestre). Ma sanno anche che una politica economica comune vuol dire la creazione di una sorta di sovranità della UE, ben più forte dei poteri attuali. Quindi a quanto pare per loro non è un problema. Inoltre, come dimostra la storia degli stati nazionali europei, una superpotenza può avere una certa egemonia su uno stato sovrano (e quindi anche su una Unione Europea con poteri più forti) senza che questa sovranità, in altri ambiti, sia negata. In ogni caso, nei confronti dell’Europa ora gli Stati Uniti sono molto più attenti ai problemi economici che a quelli militari.

    Chiedo scusa, mi era sembrato che la discussione fosse più tra i commentatori e si fosse conclusa; poi le vacanze e tutto, quindi ho trascurato di rispondere a questa osservazione. In ogni caso non ho molto da aggiungere a quanto ho già scritto.
    Un caro saluto,
    mp

  35. Caro Piras,
    non deve scusarsi del ritardo, che fretta c’è? e anzi la ringrazio della cortese risposta.
    Evidentemente guardiamo il mondo con occhi diversi. A me la storia insegna che la sovranità esige l’indipendenza politica, che non è compatibile con l’occupazione militare da parte di un altro Stato.
    Se lei per esempio guarda quel che è successo in Italia con Mani Pulite, e che sta oggi uscendo anche sul Corrierino dei Piccoli, vede che cosa avviene quando l’Ospite Armato decide che è ora di cambiare musica; d’altronde, lo stesso governo Monti che lei apprezza è stato insediato, con insolita procedura, grazie ad alcune telefonate tra Quirinale, Washington, Bruxelles e Berlino, senza interpellare (se non con i sondaggi post factum) il popolo italiano.
    Se la sovranità, l’indipendenza, l’Europa unita e la democrazia secondo lei sono questa roba, bè, usiamo due vocabolari diversi.
    Di nuovo la ringrazio e la saluto cordialmente.

  36. Si riferisce all’articolo sulla famiglia italiana pubblicato ieri (3 settembre), gentile Cucinotta? Eppure i commenti risultano aperti e altre persone sono riuscite a commentare.

  37. Continuo a chiedermi perché un sito sul quale operano intellettuali per i quali le parole “libertà” e “critica” dovrebbero *ancora* significare qualcosa, visto che ne fanno abbondante uso nei loro articoli e nelle loro proposte, debba ridursi alla “moderazione” preventiva dei commenti: cosa che, vi piaccia o no, rientra a pieno titolo tra le azioni che si configurano come *censura*.

    me lo chiedo pure io visto che ieri ho postato un commento moderato e censurato
    commento preventivamente moderato e definitivamente censurato :)
    cordialmente ma anche no
    la funambola

  38. A quale commento si riferisce? Purtroppo nei giorni scorsi diversi commenti (anche di collaboratori) erano finiti nello spam, a causa del cattivo funzionamento di un filtro antispam. Ora li abbiamo recuperati. Cercheremo di far sì che la cosa non si ripeta.

  39. “A questo punto ci sono solo due opzioni: o si abbandona l’Euro, e si torna alla situazione precedente; o si realizzano le condizioni dell’unione bancaria e fiscale in Europa. La prima opzione è poco meno che un suicidio. Il problema non è tanto ciò che accadrebbe a breve e medio termine, quanto, a lungo termine, la riduzione dell’Europa a un’area poco competitiva e ininfluente nell’economia globale”

    mi limito a chiedere al signor piras su quali dati fonda una sì grave affermazione “la prima opzione è poco meno di un suicidio”
    anche i sassi, ahhhhhhhhhh i sasssi quante ne hanno vista di storia e per lo sgomento rimangono muti, dicevo, anche i sassi sanno ormai della “natura fascista dell’euro” (alberto bagnai) e lo cominciano a sospettare anche le casalinghe di voghera e di bergamo le quali si aspetterebbero un briciolo di onestà e di buon senso dalle persone che hanno studiato per educare a un po’ di spirito critico che non si sposa con giri di parole che dicono che sì l’euro non è stata una gran pensata ma che ormai la frittata è fatta e vediamo di come portare a casa dei consensi che ci permetteranno di rimediare a quello che appoggiamo per motivi di urgenza pena il baratro per il nostro bel paese e delle persone tutte (tranne una piccola minoranza) considerate a mò di pecore da terrorizzare e incanalare nell’ovile del populismo.
    ecco volevo dirle che io di economia ci capisco poco, ma sto “studiando un po’” sul blog di Alberto Bagnai, ma anche quando non ci studiavo, ci avevo la sensazione netta che la moneta unica fosse una…alla fantozzi insomma.
    però c’è poco da ridere quando degli usurpatori della mia ingenuità giovanil comunista mi vogliono dire che tutta questa macelleria sociale è fatta per il nostro bene :)
    poi se vuole fare una capatina sul blog che le ho menzionato chissà mai che si ri creda e non contribuisca più a fare del terrorismo perchè a mè il poco meno di un suicidio, se le parole hanno “senso”, a me mi hanno spaventata a morte
    cordialmenta
    la funambola

  40. Cara “funambola”,
    in effetti ha ragione, non ho spiegato, per ragioni di spazio, perché uscire dall’euro sarebbe un errore molto grave sul piano economico (poi, per fare un po’ di effetto, ho scritto “quasi un suicidio”, ma insomma ci capiamo).
    Tanto per iniziare, cerchiamo di capire che cosa abbiamo guadagnato dall’euro, visto che tanti dicono allegramente che non ci è servito a niente: 1) prima dell’euro l’inflazione era ancora oltre il 4%, dopo si è stabilizzata a lungo intorno al 2%; 2) prima dell’euro pagavamo interessi sui titoli pubblici a due cifre (11% e simili), poi sono scesi molto, intorno al due prima della crisi, e ora che si parla tanto di spread siamo intorno al 6%, per i più alti; 3) prima dell’euro avevamo un paese con la disoccupazione a due cifre, da molti anni; è vero che siamo tornati adesso alle due cifre, ma perché c’è una crisi economica globale devastante.
    Ora due parole sui rischi dell’uscita dall’euro.
    Se si esce dall’euro lo si fa per contrastare la perdita di concorrenzialità del nostro paese con una svalutazione monetaria. Molti infatti propongono l’uscita dall’euro proprio perché ragionano così: torniamo alla lira, svalutiamola e rendiamo così concorrenziali le nostre merci sui mercati esteri. Bene, ma molti dimenticano che svalutare la moneta vuol dire, subito, ridurre proporzionalmente i redditi da lavoro dipendente. L’Italia importa molta energia, e inoltre ha una bilancia dei pagamenti negativa. In queste condizioni, la svalutazione della lira significherebbe una contrazione brutale del potere d’acquisto dei ceti medi e bassi. Alcuni parlano di una perdita di ricchezza dell’ordine del 40%. In queste condizioni, nonostante l’uscita dall’euro, pagare il debito pubblico diventerebbe pesantissimo. E la debolezza di questa situazione non farebbe abbassare i tassi sui titoli di stato, li farebbe alzare (torneremmo ai tassi a due cifre degli anni novanta). Infine, l’Italia diventerebbe un’economia marginale, perché nell’economia globale pesano di più le grandi regioni, e l’Europa lo è, e per questo bisogna starci dentro.
    Ovviamente, qualsiasi scelta si può fare. Ma con consapevolezza: si può anche scegliere la via del non sviluppo, cioè della povertà per le classi sociali più deboli.
    mp

  41. “Ovviamente, qualsiasi scelta si può fare. Ma con consapevolezza: si può anche scegliere la via del non sviluppo, cioè della povertà per le classi sociali più deboli”

    ah ecco, impoveriamoci tutti adesso, piano piano,suicidiamoci lentamente e senza far rumore, perchè oltre questo che ci abbiamo già davanti nel presente, ora, intendo,ce n’è uno ancora più terribile “la povertà delle classi sociali più deboli”
    classi socilai più deboli! dobbiamo eliminarvi adesso o dopo? decidete democraticamente.
    gentile signor piras è stato cortese a rispondendermi
    io che non me ne intendo di economia, le ho risposto non nel merito, ma nel “merito”
    la ringrazio e saluto
    la funambola

    ps questa volta però mi sono ancora spaventata un po’ per le sue pre visioni così terribili

  42. E’ destituita di ogni fondamento serio, e serve solo a mettere paura, ogni discussione sull’uscita dall’euro che pretenda di prevederne esattamente i risultati in base a a considerazioni esclusivamente tecniche.
    100 gradi Centigradi = Acqua che bolle, ci siamo.
    Uscita dall’euro = Catastrofe epocale + fame, non ci siamo.
    Non sono un economista, e non discuto sul piano tecnico le valutazioni di Piras in merito ai costi dell’uscita dall’euro. Come lui certo sa, ci sono analisi assai diverse e meno catastrofiche delle sue (una recente del Wall Street Journal, altre più serie e approfondite di economisti come Paul Krugman).
    Naturalmente, tutto o quasi tutto dipenderebbe da *come* si esce dall’euro: quali nazioni, guidate da chi, con quali progetti individuali e/o comuni per il dopo, con quale sistema di cambi, con quali politiche protezionistiche di quali settori produttivi, con quali scelte in merito all’immigrazione, eccetera.
    La scelta dell’euro è stata, ed è, una scelta anzitutto politica, e solo in secondo luogo economica. Il fatto che si esprima nel linguaggio dell’economia e che abbia rilevantissimi effetti economici non significa che sia politicamente neutra: anche la politica di Richelieu si esprimeva spesso in termini teologici, e non per questo era pura mistica.
    Per ragioni lunghe da spiegare, e che per semplicità riassumerò nella dizione “interessi degli USA e delle classi dirigenti mondialiste”, ha perso la linea europeista di Adenauer e de Gaulle (alleanza fra nazioni sovrane), e ha vinto la linea di Jean Monnet (disgregazione per via amministrativa ed economica delle nazioni, creazione di un Coso Mondialista Europeo).
    L’euro è la sua faccia (e infatti non ce n’è una, sulle banconote) e il suo più potente strumento. Senza che nessuno ce lo chiedesse, ci hanno fatto salire su questo aeroplano, e adesso che incontra serie turbolenze ci dicono che non c’è il paracadute e neanche il carrello, tocca restare a bordo e in volo fino alla fine del maltempo o fino al crash finale.
    Mi sembra un po’ tanto da chiedere, offrendo in cambio qualcosa che è meglio solo se paragonato a un ipotetico Peggio con la maiuscola; segnalo che oggi, in Grecia i malati di cancro si devono comprare le medicine con i loro soldi, se ce li hanno, perchè il simpatico euro li sta risanando; e che in Italia “la via del non sviluppo e della povertà delle classi sociali più deboli” l’abbiamo già imboccata da un pezzo grazie alla globalizzazione (di cui l’euro è parte integrante) con relative delocalizzazioni delle imprese, dumping del prezzo della manodopera a mezzo immigrazione e apertura dei mercati, a cui oggi si aggiungono i gravi problemi di finanziamento e sbocchi di mercato delle imprese.
    Faccio notare altresì che i provvedimenti UE di uniformazione fiscale e delle politiche economiche implicano l’espropriazione completa della sovranità nazionale degli Stati, e l’annullamento della legittimità politica dei parlamenti e dei governi, e mi chiedo: come si devono chiamare governi e parlamenti che progettano consapevolmente lo propria impotenza e si designano per applicare deliberazioni prese da organismi stranieri, non elettivi e nei quali non hanno voce in capitolo?
    Nel mio vocabolario, diverso da quello di Piras, si chiamano governi Quisling o collaborazionisti, e la definizione si applica anche se i poteri a cui obbediscono non si fregiano della svastica.
    E concludo: con quale faccia di tolla gli italiani vengono chiamati a votare?

  43. caro roberto buffagni
    la casalinga di bergamo le è grata perchè ha tradotto il suo pensiero molto bene :)
    voglio dire , lei è entrato nel “merito”
    ci sono persone che credono in buona fede, la loro di fede, che tutto questo scempio si chiami politica reale, realistica, boh!
    credono, sempre in buona fede, (la loro)che sia inevitabile questo sacrificio umano, per via che godono del privilegio di non sapere cosa significhi perdere dignità per poche centinaia di euro per un lavoretto quà e là, e altre sfighe più tremende e chi ci ha questo privilegio non (non vuole) può capire, una vita così “sfigata” :)
    è come quando io penso ai diseredati della terra e mi si strazia il cuore ma poi, non riuscendo ad immedesimarmi con loro , con gli sfigati della terra, mi dico che è inevitabile che tutto ciò accada.
    come dire…il mondo va così, il mondo è fatto a scale chi le scende e chi le sale :)
    questo per dire che le parole sprecate per giustificare la necessità di umiliare milioni di umini, sono parole, per me, prive di pietà, e quindi , per me, prive di “senso”
    sono una casalinga di bergamo e questo pensiero mi viene dal cuore :)
    comunque continuo a studiare un po’ di economia
    tanti cari saluti
    la funambola

  44. Cara Casalinga di Bergamo,
    (città assai più bella di Voghera), grazie a lei per le sue gentili parole e per il suo consenso spiritosamente espresso.
    Le dirò che se i sostenitori italiani delle politiche UE la mettessero sul piano della Realpolitik io sarei molto contento.
    La Realpolitik è una politica che mette al centro della sua pianificazione la valutazione dei rapporti di forza, e non disdegna l’uso della forza: magari i governanti e i partiti italiani fossero dei Realpolitiker nell’interesse dell’Italia e degli italiani! Sarebbe grasso che cola!
    Il vero problema, a mio avviso, è che questi signori sono Realpolitiker per conto terzi.
    La loro Realpolitik si riassume nel tentativo di accreditarsi, presso i più forti, come i migliori esecutori delle loro volontà e dei loro interessi (il che ha in effetti, per loro e solo per loro, molto realistiche conseguenze positive)

    Per raggiungere questo scopo ci dicono, con dovizia di argomenti, mozioni degli affetti, terrorismi psicologici, che tutte le stangate che ci danno sono per il nostro bene, e che se non le prendessimo buoni buoni, il lupo ci mangerebbe, e andremmo per soprammercato all’inferno, perchè tradiremmo tutto quanto c’è di buono, morale, civile, progressivo al mondo.

    La risposta esatta a questi discorsi non si può scrivere senza essere maleducati, e dunque la lascio immaginare a lei.

    Di nuovo la ringrazio, e facendole i migliori auguri la saluto cordialmente.

  45. Sono stato molto contento di aver trovato questo sito. Voglio dire grazie per il vostro tempo per questa lettura meravigliosa! Io sicuramente mi sto godendo ogni post e ho gia’ salvato il sito tra i segnalibri per non perdermi nulla!

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