di Isabella Mattazzi

Melanconia e rivoluzione. Antropologia di una passione perduta di Marco Mazzeo è la storia di un fantasma. O meglio, di un continuo ritorno. Una sopravvivenza, avrebbe detto Aby Warburg, dove per sopravvivenza si intende il perpetuo riaffiorare, all’interno del vortice del tempo, dell’espressione di un affetto, di una “formula di pathos”, condensazione di gestualità psichica e immagine, energia pulsionale e concetto. Nulla infatti sembra più vicino alla Pathosformel warburghiana della melanconia che è di fatto il cuore pulsante di questo studio di Mazzeo appena uscito per gli Editori Internazionali Riuniti (pp.152, 16 euro). E anche se Warburg, e il suo diretto successore Benjamin, non sono apertamente e giustamente implicati nel testo (a cui di fatto più che l’immagine in sé interessa soprattutto il concetto), Melanconia e rivoluzione sembra comunque mostrare in modo esemplare quella certa idea di continuo montaggio, smontaggio e rimontaggio di stratificazioni storiche che sta alla base dell’idea stessa di “immagine dialettica” e di “sopravvivenza”.

Se secondo Benjamin un’immagine non è mai un dato inerte, ma è una polarità articolata di permanenza e distruzione, morte e rinascita, continuamente riattivate attraverso la Storia, così la figura dell’uomo melanconico, di chi soffre nel corpo e nell’animo per un eccesso di bile nera, non è mai uguale a se stessa, ma sembra essere soggetta a innumerevoli riemersioni e soprattutto a una continua torsione che, di fatto, porta a escludere ogni idea di filiazione diretta e regolare nel tempo di questo concetto-immagine per accentuarne invece l’aspetto metamorfico e irregolare. La melanconia è un morbo mutevole. Chi ne ha patito il morso non sempre si è ammalato allo stesso modo. Oggi, nella nostra contemporaneità spiccia da riviste di psicologia femminile e da chiacchiere da bar, il melanconico, anzi il malinconico è il depresso. Il malinconico per noi è in massima parte il genio alato della melanconia düreriana, malato di contemplatività, figura bloccata su se stessa, ripiegata in un atteggiamento statico – mano a sorreggere il mento – congelata in una perpetua immobilità d’azione. La melanconia-malinconia, per noi, ha il volto muto della paralisi.

Chi è melanconico non si muove, non può muoversi perché preso in un cortocircuito psichico impossibile da sciogliere. In sede teorica, oltre all’ormai classico Saturno e la melanconia di Klibansky-Panofsky-Saxl, che di questo tipo di immagine è stato il vero e proprio paradigma, ne confermano i risultati anche gli scritti, peraltro diversissimi tra loro, di Paul Gilroy e di Judith Butler. Se negli studi post-coloniali di Gilroy il problema sembra sostanzialmente la perdita di una fantasia di onnipotenza e il disperato tentativo di mantenere inalterata un’identità politica (quella dell’Impero britannico nei confronti delle sue colonie) ormai allo sfascio con il conseguente ripiegamento in un passato che non esiste più, per la Butler la melanconia sembra essere la necessaria risposta dell’uomo alla sua incapacità di elaborare la perdita di un proprio originario stato bisessuale, di fronte all’imposizione di un’identità eterosessuale da parte di una struttura sociale rigida e castratrice. In entrambi i casi, che si tratti di una melanconia postcoloniale o di genere, il morbo atrabiliare tradisce una posizione sostanzialmente di arrocco, di ripiegamento disforico di fronte all’impossibilità di accettare la trasformazione degli eventi.

Che si siano giocati un impero o la propria felice condizione bisessuale, i melanconici restano i portatori immobili del lutto, gli angeli mesti della perdita. Alle spalle di tutto questo, come sottolinea Mazzeo, c’è naturalmente Freud. In Lutto e melanconia del 1915, Freud fa del melanconico il soggetto di una perdita radicalmente impossibile ad accettarsi. Il melanconico freudiano, in poche parole, non si sottopone all’esame di realtà – cioè non ritira dall’oggetto scomparso l’energia pulsionale che aveva investito su di esso – arrivando così a una forte identificazione con l’oggetto perduto e a un conseguente delirio autopunitivo. Ancora una volta quindi, il melanconico è una figura senza aperture verso il mondo; è un soggetto a cui manca la prassi, o meglio, in cui la freccia dell’agire ritorna continuamente verso il proprio arco.
Ma non è stato sempre così.

Procedendo a ritroso nel tempo, di sopravvivenza in sopravvivenza, l’immagine del melanconico sembra sottomettersi a un’evidente torsione arricchendosi di un’apertura verso l’esterno di cui a noi non è giunta traccia. Nella Grecia di Aristotele, chi soffre di un flusso troppo abbondante di mélaina kolé, di bile nera, è anche perittòs, eccezionale, folle, e soprattutto eccessivo, continuamente sottoposto a cambiamenti, a continui squilibri del corpo e dell’umore. Il melanconico è colui che fa azioni che non corrispondono ad alcuna regola stabilita, ma soprattutto è colui che “fa”. Il nucleo arcaico dell’immagine della melanconia è infatti strettamente legato alla prassi. Aiace che fa strage di animali in preda a un accesso atrabiliare e poi si suicida gettandosi sulla propria spada è “l’uomo tutto azione”. La sua è una totale perdita di sé nel gesto.

Certo, da un punto di vista strettamente iconografico anche Aiace a un certo punto si siede, immobile, con il capo reclinato sulla mano, ma si siede per contemplare le azioni che ha appena compiuto. “La sua, è la follia del gesto scomposto, e soltanto dopo è il ripiegamento nella contemplazione del proprio atto”. Con questa inaspettata apertura verso l’antichità classica, Marco Mazzeo mostra allora come la formula di patohs del gesto melanconico, attraverso il tempo, abbia radicalmente trasformato se stessa, perdendo di fatto il sostanziale portato rivoluzionario della propria componente pulsionale. Perché la gestualità scomposta del melanconico arcaico è infatti un elemento fondamentalmente metamorfico, veicolo di nuovi nessi creativi, frutto di un pensiero non-standard o comunque non sottomesso alle logiche strutturate della collettività. Recuperare oggi questo aspetto fortemente attivo della passione malinconica, potrebbe portare quindi a una evidente riarticolazione delle capacità innovative proprie degli esseri umani.“La melanconia è sia scoramento che speranza. Il lato caduco di questa passione può accompagnarsi sia al primo che alla seconda. Può essere disperazione per un mondo ormai perduto che mi illudo ci sia ancora. Può diventare speranza per la creazione di un mondo diverso”.

[Questa recensione è apparsa su «Alias» de «il manifesto» dello scorso 24 giugno].

[Immagine: Salvador Dalí, Malinconia atomica (1945), particolare (mg)].

5 thoughts on “Melanconia e rivoluzione

  1. Sembra interessante, tra l’altro l’argomento della malinconia si ricollega a un mio studio recente. Grazie per aver segnalato questo testo di Mazzeo

  2. Indubbiamente la cosa migliore mai letta finora su LPLC. Il pezzo è molto bello, il libro attrae tremendamente, il tema è conturbante.

  3. …e dove un aquilone di cane
    a bocca aperta e nemico per onore
    latrando trasportava nel cielo
    la scritta melancholia
    sopra un grande fiordo tessitore
    di luce ostile, senza calore,
    dentro un rotondo spazio
    brulicante di vele, insazio
    di sponde numeri e del soffitto
    scala e trapezio,
    ossesso minuto dritto
    segno dell’aria dei corpi e della ratio
    malversa, insonnia palla meditatio
    algida esterrefatta crepitatio
    di ali, vista inchiostro
    quadrato vetro solo vetro
    del vetro nella moltiplicatio
    che trema perfido precipizio
    che tende dietro;
    (…)
    Via vattene via vola
    disse Dürer al suo cane
    che dalla bocca colava
    il lezzo e la bava della melanconia. (P. Volponi, “Melancholia”, in “Con testo a fronte”)

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