69° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

di Daniela Brogi

È stato presentata ieri a Venezia  e da oggi è in sala: L’intervallo è una delle opere che più meritano di vincere nella sezione “Orizzonti”.

Come film di finzione è un esordio – concorre pure al Premio Opera Prima – ma Di Costanzo lavora da oltre vent’anni con il cinema documentario; vive tra Parigi – dove insegna agli Ateliers Varan – e Napoli; tutta la sua filmografia è ambientata a Napoli.

L’intervallo, secondo l’immaginario comune, è lo spazio-tempo dell’adolescenza: quella in cui si va a scuola e si percepisce la propria vita come un’esistenza in corso d’opera, un mondo in cui le porte dei possibili sono ancora tutte aperte. Ma, quando tutto quello che fai lo fai soltanto perché devi, basta solo far presto. Così, i momenti di passaggio spariscono, come racconta la storia diretta da Costanzo – e scritta con Maurizio Braucci (sceneggiatore di Gomorra) e Mariangela Barbanente.

Anche qui, come già in A scuola (2003) e in Cadenza d’inganno (2011) i due protagonisti sono dei sottoproletari giovanissimi adultizzati: c’è Veronica (Francesca Riso), che ha quindici anni e si atteggia come se ne avesse almeno dieci di più; e Salvatore (Alessio Gallo), “o’ scemo”, oppure “o’ chiattone”, che ha diciassette anni e lavora con un carrettino di granite. Tutto si svolge nell’arco di un giorno e, a parte la scena iniziale, in un unico spazio: una vecchia scuola abbandonata – in realtà è un ex ospedale psichiatrico, ma la finzione del racconto amplifica il senso di dismissione della scuola pubblica: «- Io e la scuola stammo appiccicat’ – || – La scuola media l’hai fatta? – || – Come no! due volte!-».

Il capoclan del quartiere ha fatto sequestrare Veronica e ha obbligato Salvatore a farle da carceriere, ma proprio questa circostanza di costrizione interrompe la sequenza della vita ordinaria, crea un buco di significato, un intervallo, per l’appunto. Lo spazio coatto, per paradosso, fa spazio a quelle risorse che fanno vivere l’adolescenza: la fantasia, l’immaginazione, la curiosità, il bisogno di raccontare, inventare e ascoltare storie. E così, grazie alla fotografia di Bigazzi, che gioca di continuo con la penombra e i contrappunti, senza luci artificiali; grazie alla sceneggiatura che valorizza le risorse drammaturgiche della storia lavorando sul contrasto tra i due giovani; grazie al montaggio (Carlotta Cristiani), che spesso taglia le scene interrompendo l’effetto documentario della visione continua, la trama del racconto si trasforma in una specie di fiaba di metamorfosi. Veronica e Salvatore, che sono cresciuti così in fretta, non sono due enfants prodiges: sono due figure di un destino di precocità coatta. Sono le prime vittime del “sistema” (la camorra). La vicenda che accade loro, il mondo di finzione costruito dal film, li rimette in contatto con i codici del polimorfismo. La giornata dentro il vecchio edificio si trasforma in un tempo sospeso, dove esplorare una  natura altra da quella vissuta di solito. Il giardino intorno alla scuola diventa una sorta di bosco incantato; i sotterranei un sottosuolo dove fingersi altri – magari anche imitando i personaggi dell’Isola dei famosi; le vecchie stanze abbandonate diventano lo scenario di un racconto pauroso.

Eppure questa fiaba di metamorfosi – di cui non si sveleranno qui gli esiti – non strania i personaggi, né tantomeno lo spettatore. Mai possiamo dimenticare le esperienze di dominio malavitoso da cui arriva la storia rappresentata: per merito del lavoro sugli attori – durato tre mesi in collaborazione con educatori e scuole di teatro, prima di scrivere la sceneggiatura; e, al tempo stesso, per merito dell’attenzione con cui Di Costanzo, come sempre, intende raccontare, attraverso la vita materiale, una forma di mentalità. Una delle sequenze più belle del film, per esempio, è quella in cui arriva il capoclan: Bernardino (Carmine Paternoster: era Roberto, quello che abbandona il “sistema” in Gomorra), che non ha nulla della caratterizzazione guappa usata per lo più per raccontare i camorristi. È intelligente, calmo, persuasivo, insinuante: esprime la violenza impercettibile e omnipresente del potere al di fuori della legalità. Anche per questo L’intervallo non parla soltanto di Napoli.

[Immagine: Francesca Riso in L’intervallo di Leonardo Di Costanzo].

 

1 thought on “Leonardo Di Costanzo, “L’intervallo”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.