[La prima parte di questo saggio è leggibile qui].

di Mauro Piras

Uguaglianza immaginaria: il primo mezzo per mostrare la disuguaglianza (Goethe)

La sinistra è definita dall’idea di eguaglianza. Dalla fine del Settecento le posizioni di sinistra, cioè più avanzate nel senso della modernità politica, sono state guidate dall’ambizione di realizzare l’eguaglianza tra gli individui. Certo, la politica moderna in sé è definita dal principio che gli individui sono “eguali e liberi”, il che implica che anche la libertà è una libertà eguale. Questo si trova già in Hobbes, autore sicuramente antidemocratico e antiliberale, ma che fonda la sua legittimazione del potere su una idea amorale di eguaglianza: ogni uomo allo stato di natura, per quanto forte e intelligente, corre sempre il rischio di essere ucciso da un altro uomo. A partire da Locke, l’idea di eguaglianza e libertà originarie inizia ad assumere significati morali, giustificati in varie maniere a seconda degli autori. Quando però questo idea viene posta alla base delle costituzioni moderne, e quindi della politica moderna, genera la tensione inevitabile tra destra e sinistra.

La sinistra è mossa dall’intento di prendere sul serio l’ideale di eguaglianza tra individui liberi, criticando le forme di dominio che mascherano diseguaglianze e assenze di libertà. E proponendo assetti sociali e istituzionali che correggano queste ingiustizie. La destra interna alla politica moderna, pur ponendo l’eguaglianza degli individui tra i fondamenti della sua visione politica, non mette la correzione delle diseguaglianze in cima alla sua agenda; interpreta solitamente il principio di eguaglianza in termini più restrittivi. Questo avviene per varie ragioni, che cambiano nella storia: una certa dose di pessimismo, pragmatismo, prevalere degli obbiettivi di efficienza su quelli di giustizia, interpretazione dell’eguaglianza in termini di eguale libertà astratta ecc. Per quel che riguarda la destra esterna alla politica moderna, cioè la destra reazionaria tradizionalista o la destra reazionaria antimoderna ma nata dalla modernità (i fascismi, per intenderci), il discorso è diverso: difende forme di gerarchie sociali ontologizzate e organiche che la politica moderna rifiuta in toto.

Dentro la modernità politica, la linea di demarcazione è sull’idea di eguaglianza: la destra non la rifiuta, ma ne limita la portata, perché non ne vede la violazione in contesti sociali che invece, per la sinistra, sono segnati da dominio e ingiustizia. È questa in generale ciò che distingue destra e sinistra. È scorretto vedere l’opposizione tra destra e sinistra solo come opposizione tra libertà ed eguaglianza, quindi tra liberalismo e democrazia, per l’Ottocento, e tra capitalismo e anticapitalismo, quindi tra liberaldemocrazia e socialismo, per il Novecento. Indubbiamente, ci sono anche queste storie. Ma alla fine la differenza è sempre una diversa interpretazione dell’idea di eguaglianza, che porta a una dinamica di superamento continuo e conflittuale dell’equilibrio politico realizzato. La sinistra si fa guidare da un ideale di eguaglianza che penetra e critica i rapporti sociali oltre i livelli formali dei diritti civili e della rappresentanza politica.

Se questa è la base dell’idea di sinistra, bisogna chiarire che idea di eguaglianza si ha in mente. Io credo che possa riassumersi in questa formula: eguaglianza morale di individui liberi. Questa formula può sorprendere, per il riferimento al contenuto morale dell’eguaglianza. La politica moderna, si sa, si fonda sulla differenziazione tra morale, diritto, politica e religione. La politica si presenta come una sfera autonoma che non ha diretti riferimenti morali. E infatti nelle democrazia moderne si legittima la convivenza di forme di vita morali e religiose diverse tra loro. Sembrerebbe quindi che la politica liberaldemocratica sia disancorata da qualsiasi riferimento morale, obbligata alla neutralità, per garantire la sua autonomia e il pluralismo. Questa è infatti la pretesa di diverse teorie. In realtà, tale posizione è poco difendibile, e questo spiega i conflitti e le incomprensioni con i critici della democrazia liberale.

L’idea di individui eguali e liberi che si associano autonomamente per far nascere l’ordinamento politico è la base di legittimazione della democrazia liberale; ebbene, questa base contiene in sé un ideale morale e un’idea di vincolo morale. Tale ideale e tale idea sono espressi proprio dalla formula “liberi e eguali”. Le persone che si associano sono concepite come il fine dell’associazione politica, perché intese come soggetti autonomi, capaci di giudicare liberamente; questo statuto dei soggetti politici è implicitamente riconosciuto come eguale per ogni individuo che si associa, perché li definisce per essenza. Ne deriva che le persone libere e eguali tra di loro sono il valore ultimo della democrazia liberale. Inoltre, la posizione di eguaglianza in cui sono necessariamente poste le persone dall’idea che contribuiscono tutte allo stesso modo a far nascere la comunità politica è un obbligo morale. Le persone sono poste in una iniziale posizione di eguaglianza sulla base del loro originario status di persone morali; questo produce l’obbligazione di rispettarle nei loro poteri morali.

In sintesi, è perché gli individui che si associano sono concepiti preliminarmente come “persone morali” che la democrazia si fonda sulle idee di eguaglianza e di libertà. In quanto persone morali, sono poste in una posizione di eguaglianza morale: ognuna di esse è portatrice di una eguale dignità morale, che impone l’eguale rispetto. In quanto persone morali, sono dotate di poteri morali che le rendono autonome, cioè capaci di giudizio pratico. La democrazia liberale nasce quindi sull’imperativo morale dell’eguaglianza di individui liberi: ogni individuo è tenuto a rispettare lo status di eguale persona morale di ogni altro individuo. Da qui derivano i vincoli interni alla costruzione democratica: l’eguale partecipazione politica come i diritti individuali.

Fin qui, l’idea di eguaglianza in generale in quanto fondamento di una società democratica. In che senso essa diventa un patrimonio specifico della sinistra? La chiave si trova nella dinamica che l’ideale di eguaglianza morale instaura inevitabilmente con i rapporti sociali. L’ideale dell’eguaglianza morale si fonda su questo: c’è qualcosa in cui le persone sono eguali, ed è proprio ciò che le definisce come persone. Questo qualcosa è ciò che impone l’eguale rispetto per le persone. Tutti noi capiamo che tale eguale rispetto non significa trattare tutte le persone egualmente, ma trattarle da eguali in rapporto a quel nucleo di “dignità morale” che le definisce come persone. Quindi, per esempio, tutti capiamo che dividere una torta in parti uguali non sempre significa trattare da eguali. Se si tratta solo di offrire una torta a dieci bambini benestanti che festeggiano un compleanno, la divisione giusta è quella. Ma se le torta va divisa per sfamare dieci bambini di cui due ricchi e ben nutriti, tre mediamente benestanti e cinque al limite della denutrizione, è ovvio che la divisione giusta non è quella in parti uguali. Intuizioni di questo genere ci guidano normalmente; per questo di solito sappiamo già che trattare da eguali non significa trattare egualmente. Probabilmente trattare da eguali significa trattare egualmente quella parte di noi che ci definisce come persone, e che se viene trattata in modo non eguale genera ingiustizia nei rapporti tra le persone. Il grande problema della teoria è definire qual è questa parte. Lascio per il momento aperta questa questione. Probabilmente è qualcosa che ha che fare con la nostra capacità di giudizio pratico e di scelta; con la possibilità di orientare la nostra vita senza gettarla via; con la possibilità di preservare l’integrità del nostro io e della nostra persona, nell’unità con la spontaneità corpo. Ma queste sono solo ipotesi, per il momento. Vorrei però far vedere meglio questa differenza tra trattare egualmente e trattare da eguali.

Nessuno considera sbagliato dare un voto più alto allo studente A più preparato e un voto più basso allo studente B meno preparato. I due sono trattati da eguali proprio perché si danno voti diversi a preparazioni diverse. Sarebbe ingiusto il contrario. Qui si vede bene che la differenza è fondata sul trattare egualmente qualcosa di più profondo e costitutivo: la capacità dei due studenti di apprendere, applicarsi e ottenere i risultati desiderati. Allo stesso tempo, tutti noi consideriamo però altrettanto ovvio che valutare semplicemente le due performances potrebbe anch’esso essere ingiusto. Facciamo questa ipotesi: lo studente A è figlio di un professore universitario, vive da sempre in mezzo ai libri e alla cultura, nel maneggiarli ha una certa disinvoltura, gode di un ambiente familiare sereno, ha una solida stima di sé indotta da questo ambiente e ha tutto il tempo libero di fronte a sé per studiare; lo studente B invece è figlio di una bidella della scuola, è fortemente motivato a studiare per riscattarsi socialmente ma ha un rapporto ingenuo con la cultura e con la lingua colta, ha una debole autostima perché ha sempre avuto delle difficoltà e spesso ha problemi di tempo, perché abita lontano e deve dare una mano a casa. Questa ipotesi banale fa scattare subito in tutti noi una ulteriore correzione del concetto di eguaglianza: anche la valutazione eguale di performances uguali non è giusta, date queste condizioni di partenza. Non intendo sviluppare ulteriormente. Intendo solo notare come noi tutti, normalmente, distinguiamo i due piani del “trattare egualmente” e del “trattare da eguali” e di solito consideriamo giusto il secondo, cioè il “trattare da eguali” gli individui, in quanto li si tratta egualmente in qualcosa di profondo e costitutivo della loro natura di persone, e non in qualcosa di superficiale e di esterno. Per questa ragione, introduciamo continuamente dei correttivi all’idea più semplice di eguaglianza.

Se le cose stanno così, emergono due aspetti fondamentali. Al primo ho già accennato: la definizione di questo “nucleo” dell’idea di eguaglianza morale è problematica, può cambiare a seconda delle prospettive, e questa differenza spiega i diversi punti di vista possibili all’interno della politica moderna (la politica antimoderna, di ogni tipo, si caratterizza invece per il rifiuto di questa idea fondamentale). In questa analisi lascio da parte questo problema. L’altro aspetto è il seguente: l’idea di eguaglianza morale è fortemente controfattuale. Se c’è un nucleo morale fondamentale che rende le persone degne di eguale rispetto in quanto tali, è evidente a tutti che i rapporti sociali, da sempre, sono ben lontani da garantire questo rispetto. I rapporti sociali sono intessuti di relazioni di dominio, costantemente, a partire dai microrapporti di potere che si instaurano nella famiglia o sul posto di lavoro per arrivare fino alle forme di rapporti di potere più macroscopiche: il potere economico, quello politico, il potere transnazionale delle grandi multinazionali o il potere geopolitico determinato dalle posizioni delle potenze mondiali. La società è costituita da tante cose, ma indubbiamente anche dal potere. L’azione, per definizione, presuppone il potere, e di conseguenza l’azione sociale si regge sul e genera il potere. E quindi produce forme di dominio e diseguaglianza, perché quasi sempre queste disparità di potere non sono legittimate da parte di chi le subisce.

Il carattere controfattuale dell’ideale di eguaglianza chiarisce in che senso questo ideale definisce la sinistra. La destra moderna ragiona, potremmo dire, in questi termini: gli individui vanno trattati da persone moralmente eguali, quindi libere di decidere con la propria capacità di giudizio il proprio destino. Questo vuol dire che bisogna creare le condizioni esterne di un’azione individuale non influenzabile dall’azione esterna di altri individui. L’idea limite della destra moderna è quella di (eguale) libertà come non interferenza, e quest’ultima è intesa come non interferenza di una consapevole volontà esterna con un’altra volontà consapevole. Questo punto di riferimento genera una visione delle istituzioni, politiche e sociali, come frutto di scelte individuali. Se queste sono poste in condizioni di non interferenza, l’idea di eguaglianza morale è rispettata. Altrimenti no. Ma quello che conta, come assenza di libertà e quindi di eguaglianza, è l’esercizio esplicito del potere di un soggetto su un altro. La destra moderna, se non inganna se stessa e gli altri, si pone l’obbiettivo di limitare la presa di poteri espliciti sulle scelte consapevoli dei singoli. Qui passa la linea di demarcazione rispetto a una prospettiva politica che individua invece il dominio sociale anche al di sotto del dominio politico esplicito.

Il modello classico di questo passaggio dal dominio sociale apparente a quello inapparente, e quindi da una concezione formale dell’eguaglianza a una sostanziale, è il mercato del lavoro. Il passaggio più classico è quello avvenuto nell’Ottocento, nella contrapposizione tra le teorie liberali del mercato e quelle socialiste. Per le teorie liberali, il mercato è il luogo di incontro tra individui liberi, che si scambiano beni e servizi. Nel mercato del lavoro, due individui liberi, datore di lavoro e lavoratore, si scambiano la merce lavoro, determinandone il prezzo e le condizioni di utilizzo. Scegliere liberamente, qui, vuol dire che non intervengono forze (cioè volontà) esterne a determinare il prezzo e la quantità del lavoro scambiato; forze esterne come lo Stato, le corporazioni, cartelli imprenditoriali ecc. Infatti, come è noto, la legislazione liberale di inizio Ottocento vietava sia i sindacati dei lavoratori che le associazioni padronali. Questa rappresentazione si fonda sull’assunto che i soggetti sono liberi di agire perché non costretti da volontà esplicite esterne alla loro volontà, né a regole giuridiche che ne limitino l’esercizio. L’assunto è reso evidente dalle prime legislazioni sul mercato del lavoro, negli ’40 dell’Ottocento in Inghilterra e Francia: queste leggi pongono dei limiti agli orari di lavoro e alle retribuzioni dei ragazzi e delle donne, soggetti ritenuti “minori”, e quindi sotto tutela; per i soggetti “liberi”, i maschi adulti, nessuna limitazione, perché possono decidere da sé.

La concezione socialista di questo tipo di rapporto, che è all’origine di ogni idea di sinistra dei rapporti sociali, porta al concetto ciò che il senso comune conosce già. Il senso comune, depositato nelle denunce degli scrittori, nelle inchieste sulle condizioni del lavoro ecc., vede questo, semplicemente: i lavoratori sono costretti ad accettare salari miserabili per stare in fabbrica dalle 11 alle 16 ore al giorno per sei giorni, a seconda dei casi; vivono e lavorano in condizioni igieniche e ambientali intollerabili; sono deboli perché non si possono associare, mentre i padroni, che formalmente non si possono associare, concordano la loro azione nei salotti, nei club, nelle aule parlamentari; ecc. La teoria allora si può formulare in questi termini. Se anche riduciamo il nucleo della eguaglianza morale degli individui alla loro capacità di giudizio e di scelta (cosa non scontata: un passo ulteriore della teoria dovrà scoprire altri strati dell’eguaglianza morale), questa non è garantita da un ordine sociale che li tratta da eguali a condizione che non siano assoggettati a una volontà esplicita esterna. I soggetti possono non essere trattati da eguali anche se la volontà esterna ed esplicita li tratta da eguali. Finché si resta a questo primo caso di diseguaglianza sostanziale, la cosa è evidente: tutti vedono che chi è costretto ad accettare un salario miserabile e condizioni di lavoro pesantissime, perché altrimenti rischia letteralmente di morire di fame, non ha nessuna libertà di scelta, quindi non è affatto in un rapporto simmetrico con l’interlocutore. Ma da questo caso in avanti nasce l’idea egalitaria dei rapporti sociali, da un punto di vista di sinistra. Tale idea afferma che esistono rapporti di dominio non apparenti, che penetrano i rapporti sociali dall’interno, modificando la natura stessa dei soggetti, in quanto modificano la loro posizione. E quindi dietro questa idea c’è una teoria generale della società: questa non è generata dalle scelte dei soggetti nelle istituzioni, ma da strutture di dominio, di interazione con la natura e di riproduzione simbolica. Queste strutture agiscono “dietro le spalle” degli individui e li determinano. La critica sociale cerca di portarli alla luce, di oggettivarli e di renderli, per quanto possibile, disponibili per la libera scelta degli individui e della società.

Nel caso in questione, come è ovvio, si tratta delle strutture sociali prodotte dai meccanismi sistemici del mercato. Se non si trovano istituzioni capaci di limitare questi meccanismi, è illusorio pensare che i soggetti in essi implicati siano liberi, e quindi eguali nei loro rapporti. In questo gioco tra eguaglianza apparente ed eguaglianza illusoria si trova la definizione della sinistra rispetto all’idea di eguaglianza. L’eguaglianza morale di individui liberi è alla base della democrazia liberale. La destra si accontenta di leggerla come eguaglianza consapevole di volontà esplicite. Al massimo corregge le distorsioni rispetto a questo modello ideale, di interazione sociale tra soggetti liberi in istituzioni. La sinistra non si accontenta di questo livello. Vede dietro l’eguaglianza apparente la diseguaglianza reale, che persiste. Quindi vede dietro i soggetti apparentemente isolati le strutture del dominio sociale. Il dominio sociale si appoggia alle strutture sociali che sfuggono alla costruzione consapevole degli agenti. Questo è naturale e quasi inevitabile, perché l’agire sociale implica il potere per definizione. Strutture sociali di azione generano necessariamente forme di dominio sociale. L’analisi critica di sinistra cerca di portarle alla luce. Vede quindi una forma di dominio nel rapporto di mercato tra il datore di lavoro e il lavoratore, nel rapporto affettivo e familiare tra il marito e la moglie, nel rapporto sociale e simbolico tra il conformismo sociale e la persona omosessuale, nel rapporto economico, a distanza e astratto, tra il consumatore europeo di iPhone e l’operaio che li produce in Cina rovinandosi la salute perché lavora dodici ore al giorno seduto su uno sgabello respirando polvere di alluminio.

(Torino, agosto-novembre 2012)

[Immagine: égalité© (Civitanova Marche)Foto di Massimo Gezzi].

21 thoughts on “Lo spazio della critica sociale /2. La sinistra e l’idea di eguaglianza

  1. Intervengo rapidamente. Tutto molto giusto, nessuna obiezione, tranne che la “democrazia liberale” di Piras assomiglia da vicino al socialismo democratico. Non c’è la distinzione in Piras tra la democrazia liberale reale, che abbiamo purtroppo sotto gli occhi, e la tensione utopica verso un’eguaglianza morale del futuro, che magari non vedremo mai, e tuttavia servirebbe a migliorare, se non altro, la democrazia liberale reale.

  2. Domanda: “eguaglianza morale” rispetto a quale unità di misura? Anche in matematica, possono essere eguali solo valori omogenei.
    Qual è l’unità di misura o il criterio in rapporto al quale gli uomini sono di diritto o dovrebbero diventare di fatto “moralmente eguali”?
    Dio? Il diritto naturale? Il diritto positivo? Il denaro?

  3. Forse però sarebbe necessario ricordarlo quando e dove nacque l’uso dei termini destra e sinistra.
    Nacque in Francia dal fatto che gli oppositori dell’ancient regime si sedevano a sinistra, e a destra non ci stavano certo i liberali ma i monarchici conservatori e reazionari.
    Che poi questi termini abbiano cambiato di significato, è certamente vero, ma rimane comunque una grande confusione. Oggi, a destra convivono reazionari, fascisti e liberisti doc, mentre a sinistra non si capisce cosa sia rimasto.
    C’è in effetti troppa confusione nell’uso del termine sinistra e della dicotomia sinistra-destra, e tale confusione è probabilmente dovuta alla scelta di porre il discrimine come fa lei su un differente modo di concepire l’uguaglianza, così che tutti coloro che in qualche modo sottolineano questa esigenza dell’uguaglianza sono forzatamente messi assieme, ma determinando così un’assimilazione priva di qualsiasi reale fondamento comune.
    Perchè non buttiamo via questi termini, perchè non iniziamo a considerare altri tipi di discriminanti?
    Come già le dissi nella precedente puntata, è chiaro che lei è un devoto discepolo di Rawls che si capisce ha letto molto diligentemente, e che ci somministra in salsa nostrale, ma quelle teorie sono già state smentite, ed in ogni caso se lei crede da Rawlsista di stare a sinistra, bisognerà che tanti che si ritengono di sinistra, cambino rapidamente posizione (ma in una logica binaria, non gli resterebbe che andare a destra, che confusione!)
    L’impostazione di Rawls come certo lei sa, si basa sull’ipotesi che lo stato sia frutto di un contratto sociale, è una teoria contrattualista, individui liberi e razionali che decidono di creare una struttura di convivenza comune. Ciò la qualifica come una teoria liberale, perchè da Locke in poi, il liberalismo si basa sull’assunzione indimostrata, assunta quindi come un dogma, che l’individuo preesista alla società. Tutto ciò è palesemente assurdo, l’uomo isolato può esistere solo allo stato selvatico, come altri animali che sarebbero a questo punto, in omaggio al punto di vista di Locke, la quintessenza degli esseri liberi. L’uomo che pensa (e qui ovviamente non riferisco a tutte le attività mentali, ma lo specifico pensare) deve possedere un linguaggio, ma un linguaggio presuppone una cultura, la quale a sua volta presuppone necessariamente una collettività. Così, non ha senso come fanno i liberali, pensare che il problema consista nel salvaguardare una libertà che senza contenuti è priva di significato, dall’intervento dello stato.
    Lei è chiaramente per una società di mercato, e dietro quelli come lei che pretendono di essere per la società di mercato e contemporaneamente di volere perseguire il massimo di eguaglianza possibile, io vedo il disastro dei nostri tempi.
    La società di mercato in verità, non può perseguire nè la libertà nè l’uguaglianza. Non solo i nostri tempi ci mostrano quali enormi differenze i quasi settanta anni dalla fine della guerra hanno determinato (valga per tutti l’esempio della FIAT, dove mentre negli anni cinquanta Valletta guadagnava cinquanta volte quanto guadagnava un operaio, oggi Marchionne percepisce almeno mille volte la paga dell’operaio) ma non può persewguire neanche la libertà: nessuna società è meno libera delle società liberali contemporanee globalizzate, basta constatarne l’ampio tasso di omologazione.
    Essere liberali è un po’ come essere adolescenti, quando il disobbedire al genitore viene considerato un gesto di libertà. Similmente, oggi quasi tutti ritengono che scegliere il colore della maglietta che indossano sia un atto di libertà, un loro supremo diritto a cui non rinuncerebbero mai e per nessun motivo (però la T-shirt e i jeans li indossano in maniera pressocchè unanime, guarda un po’ quanto siamo liberi!)

  4. a Ennio Abate.

    Rispondo al suo accorato e giustificato appello con questa citazione dal *Manifesto del Partito comunista* del 1848. Mi sono limitato a introdurre un minimo aggiornamento (l’unico che mi pareva necessario): al posto di “borghesia”, che travolta dalla storia insieme al proletariato non esiste più, ho inserito “capitalismo”.

    “Il capitalismo ha spogliato della loro aureola tutte le professioni fino ad allora considerate venerabili, e venerate. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, lo scienziato in lavoratori salariati.

    Il capitalismo ha strappato il velo di sentimentalismo che ricopriva i rapporti familiari, riducendoli a puri e semplici rapporti monetari.
    [..]
    Tutti i tradizionali e irrigiditi rapporti sociali, con il loro corollario di credenze e venerati pregiudizi si dissolvono; e quelli che li sostituiscono diventano antiquati ancor prima di cristallizzarsi. Tutto ciò che era solido e stabile viene scosso, tutto ciò che era sacro viene profanato: costringendo, finalmente, gli uomini a considerare le loro condizioni di esistenza ed i loro rapporti reciproci con occhi disincantati.

    Spinto dal bisogno di trovare sempre nuovi sbocchi, il capitalismo invade il mondo intero. Esso deve penetrare dovunque, stabilirsi dovunque e impiantare ovunque dei mezzi di comunicazione.

    Grazie allo sfruttamento del mercato mondiale, il capitalismo dà un carattere cosmopolita alla produzione ed ai consumi di tutti i paesi. Facendo disperare i reazionari, ha tolto all’industria la sua base nazionale. Le antiche industrie sono distrutte o stanno per esserlo. Vengono soppiantate da industrie nuove la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni sviluppate, industrie che non utilizzano più materie prime locali, ma quelle importate dalle zone più lontane, ed i cui prodotti vengono consumati in ogni angolo del pianeta, non solamente nel paese.”

  5. Caro Rino,
    io non vedo contraddizione tra la democrazia liberale e le esigenze di giustizia sociale. La democrazia liberale realizza parzialmente i suoi principi se si ferma alla partecipazione politica e ai diritti individuali; questi hanno bisogno, per realizzarsi, di condizioni materiali ed epistemiche che le sole tutele giuridiche non garantiscono. Ecco perché oltre la democrazia liberale c’è la democrazia sociale.
    Non sto parlando della democrazia reale, ma dell’ideale che ne devono avere le forze politiche. Quell’ideale ci fa vedere l’ingiustizia dei rapporti sociali (per Gabriel del Sarto: è questo il senso della citazione). L’utopia è quell’ideale, ma l’analisi è ancora molto incompleta.

    Caro Buffagni,
    quello dell’unità di misura dell’eguaglianza è il problema fondamentale. Qua e là nel testo l’ho detto: si tratta di individuare ciò che trattiamo egualmente per capire che cosa vuol dire trattare da eguali. Questo qualcosa varia a seconda delle teorie e delle ontologie. Secondo una visione teologica, per esempio, potrebbe essere l’anima; e la ragione per cui dobbiamo rispettare in tutti l’anima alla stessa maniera è che essa è creata da Dio a sua immagine. Cito questo esempio (che ovviamente non è la mia teoria) per spiegare che qui ci sono due livelli: a) ciò che va trattato egualmente; b) le ragioni per cui quel qualcosa va trattato egualmente. Non bisogna quindi confondere l’unità di misura, cioè a), con la giustificazione della scelta di quella unità, cioè b). E’ su questo secondo piano che si pongono i suoi interrogativi, caro Buffagni: Dio o il diritto naturale possono essere delle giustificazioni, non sono il criterio.
    Comunque, confesso candidamente che non ho una risposta, per il momento. Penso che l’unità di misura non debba limitarsi solo alle capacità di giudizio morale, come accade nella tradizione kantiana, ma debba includere anche altro che ha a che fare con il corpo e la spontaneità. Ma non ho ancora un’idea chiara.

    Risponderò alle altre osservazioni più tardi, ora purtroppo non ho tempo.
    mp

  6. a Mauro Piras.

    La ringrazio della cortese replica. Mi permetto però di richiamare la sua attenzione sul fatto che se lei non vede “contraddizione tra la democrazia liberale e le esigenze di giustizia sociale”, forse non ha guardato bene.
    Se ci ripensa, parecchi pensatori e politici, e non dei meno acuti, ce l’hanno vista eccome; per esempio, l’intero marxismo in tutte le sue declinazioni; il socialismo non marxista da Proudhon a Sorel; il pensiero reazionario di de Bonald e de Maistre; il realismo borghese di Vilfredo Pareto, Giovanni Mosca, Roberto Michels; il fascismo italiano, il nazionalsocialismo tedesco; la dottrina sociale della Chiesa cattolica; e mi fermo qui per non annoiare.
    L’eguaglianza che il capitalismo liberale garantisce è, come noto, l’eguaglianza formale degli individui di fronte alla legge; e l’eguaglianza che il capitalismo tende ad affermare in tutto il mondo è l’eguaglianza antropologica degli individui di fronte al mercato, per raggiungere la quale tende a disgregare tutte le forme di legame sociale ed etico che non siano misurabili in termini di “equivalente generale” (il denaro). In questo, il “Manifesto comunista” è più attuale nel 2012 di quanto lo fosse nel 1848.
    L’eguaglianza sostanziale nel significato politico della parola, cioè l’eguaglianza nell’accesso alle e nella disponibilità delle risorse sociali, non è compatibile con la democrazia liberale e con il capitalismo, come dimostrano abbondantemente un paio di secoli di storia del mondo, nei quali il capitalismo e la democrazia liberale hanno conosciuto una vittoria schiacciante dopo l’altra senza mai realizzare in nessun luogo della terra la detta eguaglianza sostanziale.
    Il perseguimento di essa ha conosciuto tre forme principali, la socialdemocratica (limitata redistribuzione delle risorse per via sindacale e parlamentare), la comunista (dispotismo redistributore per via politica), la fascista (corporativismo all’interno dello Stato nazionale etico).
    Immagino che il suo intelligente saggio, ispirato alle teorie contrattualistiche di Rawls e Bobbio, cerchi di rispondere all’esigenza teorica e politica di dare un qualche coerente fondamento all’opposizione tra destra e sinistra in un momento storico nel quale le politiche sociali e le ideologie della destra e della sinistra, in Italia e in generale nel mondo capitalista, differiscono solo per aspetti minimi e politicamente insignificanti quali il matrimonio omosessuale, etc.
    Temo però che il suo tentativo sia poco persuasivo sul piano teorico, perchè si esime dal considerare le articolate obiezioni avanzate dai pensatori succitati, e affatto inefficace sul piano politico, perchè non tiene conto del fatto nudo e crudo che in Italia, tutte le forze politiche hanno un margine d’azione praticamente nullo.
    Per perseguire, in qualunque modo, l’eguaglianza sostanziale, una forza politica deve infatti possedere una quota sufficiente di sovranità, che evidentemente le forze politiche italiane non possiedono più, tant’è vero che si sono lasciate espropriare le facoltà di decisione da un governo imposto da organismi non aventi base nazionale.
    Esse possono, in effetti, perseguire l’eguaglianza antropologica, e dunque combattere per l’affermazione di politiche e legislazioni che tendano ad approfondire e confermare l’individualismo capitalistico in tutte le sfere della vita, associata ed intima, quali appunto matrimonio omosessuale,etc.
    Possono farlo per due ragioni: 1. perchè così accompagnano la tendenza dominante storica, sociale e ideale che le sospinge con il suo grande vento 2. perchè queste rivendicazioni non modificano i rapporti sociali dominanti e anzi li confermano.
    Il resto, cioè la discussione su quel che distingue nell’Italia di oggi la destra e la sinistra, è purtroppo confinato nel regno delle oziose discussioni domenicali in cui lungamente si soppesano vantaggi e svantaggi delle vacanze al mare o in montagna.

  7. Libertà formale e libertà sostanziale. L’eguaglianza postula alla sua base l’esatta percezione di questa differenza strutturale, dicotomica. L’idea, però, che due dottrine politiche si fondino sulla mera appartenenza all’una o all’altra del concetto nominale di eguaglianza oggi fa inorridire. Nel senso che è talmente alto il livello percettivo di un’eguaglianza sostanziale necessitata, reale, intessuta del vivere quotidiano, che ogni manifestazione della parola che obliteri la piena realizzazione del concetto primario di “egualmente liberi”, deve essere confinata nel mero meramente simbolismo locutorio, superfetazione della politica sterile. Il danno. Lesio primaria, vulnus del popolo.
    Piras ha giustamente fatto riferimento ad un uguaglianza che “penetra e critica i rapporti sociali oltre i livelli formali dei diritti civili e della rappresentanza politica.” Interessante costrutto.
    Qui si fonda la base antagonista forte. Quella che è capace di criticare il rapporto formale, il diritto come forma simbolica non rappresentativa. La norma come strumento di codificazione di una fattispecie che va a favore di qualcuno e danno di altri.
    Ma questa forma di normazione è essa stessa l’antitesi del diritto sostanziale.
    Ed è per questo che l’ideale, non più utopico, si fa forza, esonda da quel torpore liquido, quotidiano, per spingersi oltre le barricate di una politica non rappresentativa.
    L’imperativo etico, di una morale egalitaria, rappresenta un concetto dinamico, di tensione perenne. Fatto di istanze di correzioni attraverso regole empiriche. L’eterodeterminazione delle regole è il problema. Ma è anche il necessario. Una comunità c’è e deve esserci.
    Anche le regole che soprassiedono al campo dell’informazione possono veicolare false idee di eguaglianza. Ed anche il semplice manifestare del pensiero può essere oggetto di inibizione, censura.
    Ecco, nell’interrogarsi sulle differenziazioni, la libertà di manifestazione del pensiero è forse assurta ad elemento topico di una sola parte politica. Qui c’è del concreto. Ed è palpabile lo spessore, il differenziale.
    Libertà di parola e libera fruizione del proprio pensiero rappresentano da sempre il principio fondante di ogni democrazia.
    Oscurantismo e castrazione, invece, rappresentano non solo dei termini antinomici al concetto stesso di libertà, ma sono degli strumenti di privazione, degli utensili di azzeramento del libero discernere.
    E, come ogni strumento primordiale, al pari della clava, l’uomo ha imparato ad utilizzarli non solo prima ancora che fosse data forma al pensiero stesso, ma anche per cancellarlo a posteriori.
    Uso preventivo del potere inibitorio e sanzione repressiva sono metodi impiegati per dare una forma all’agire umano, un modo cioè di rendere uguali forma e sostanza.
    Ma la libertà non è forma. E non può essere plasmata.
    Nessuno si può arrogare il diritto di fermare la libertà per la stessa ragione per cui la libertà è essa stessa insopprimibile (come ho già scritto a proposito dei rapporti tra agenda setting e libera informazione: http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=33533&catid=109.)

  8. @Buffagni

    Beh, se il capitalismo ci ha permesso di liberarsi dalla sacralità delle professioni, dal sentimentalismo dei rapporti familiari, dai pregiudizi sociali e dalle tradizioni nazionali, viva il Capitalismo!

  9. @ Baschi

    “Beh, se il capitalismo ci ha permesso di liberarsi dalla sacralità delle professioni, dal sentimentalismo dei rapporti familiari, dai pregiudizi sociali e dalle tradizioni nazionali, viva il Capitalismo!”

    Oh, sì il capitalismo era meglio dell’ancien régime!
    Peccato che il puer robustus ac malitiosus sia invecchiato.
    E che non si accorgano del progresso i milioni di morti di fame, i paesi devastati dalle sue guerre e dalle sue mafie, i milioni di giovani disoccupati, i greci, gli spagnoli e gli italiani, etc…
    Contento lei.

  10. @ Baschi

    Viva il capitalismo?
    Applausi ai liberatori?

    Tornate alle vostre superbe ruine,
    All’opere imbelli dell’arse officine,
    Ai solchi bagnati di servo sudor.
    Il forte si mesce col vinto nemico,
    Col novo signore rimane l’antico;
    L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
    Dividono i servi, dividon gli armenti;
    Si posano insieme sui campi cruenti
    D’un volgo disperso che nome non ha.

  11. A proposito dell’intervento di Buffagni, permettetemi un’ulteriore precisazione.
    Ci sono autori i quali sottolineano come ciò che conta in una teoria politica non è il raggiungimento vero e proprio di alcuni obiettivi ideali. Concetti come uguaglianza e libertà hanno un carattere così assoluto che sembra ragionevole ammettere l’impossibilità di raggiungerli nella loro pienezza.
    Per tale ragione, costoro preferiscono considerare la sinistra non come quella corrente politica che persegue il raggiungimento dell’uguaglianza, ma come quella che mantiene una forte tensione verso questo obiettivo, che spinge per avvicinarvisi il più possibile.
    Per questa ragione, a me interessava sottolineare non il fatto che in nessun luogo ed in nessun tempo il liberalismo ha permesso di conseguire l’uguaglianza, ma come al contrario il liberalismo porti ad aumentare le differenze, e ciò è del tutto implicito per una società di mercato: se si sceglie il mercato, si sceglie una società con forti o fortissime disuguaglianze, perseguire mercato ed uguaglianza costituisce una contraddizione insanabile. Non serve negarlo a livello teorico, basta guardare ai fatti e constatare ciò che la cronaca, prima ancora della storia, ci consegna.
    Il paradosso è che i liberali giustificano le inevitabili disuguaglianze, come essi le chiamano, come prezzo da pagare al mantenimento della libertà. Ebbene, i fatti ci mostrano che mai l’umanità ha realizzato società così omologate come ha saputo fare mediante sistemi politici che si autodefiniscono liberali.
    Quindi, qui il problema non è quello di sognare un’uguaglianza e una libertà assoluta, quanto prendere atto che il liberalismo ci allontana da tali obiettivi, invece di avvicinarci.
    In effetti, ci sono liberali, ma Piras non è tra questi, che si vergognano di essere considerati tali, e si nascondono dietro termini quali socialdemocrazia e simili, ma al momento di specificare su quali teorie alternative essi poggino le loro opinioni, tacciono, evidentemente perchè tali teorie non esistono: esiste una prassi politica socialdemocratica, ma non esiste una vera e propria teoria socialdemocratica.

  12. a Xenia Baschi.

    Cara Signora Baschi,
    viva il capitalismo e la franchezza! In effetti, il capitalismo ci libera da tutto o quasi tutto: sacralità, sentimentalismo, pregiudizi, tradizioni. Oggi (in Olanda, ma presto anche da noi) ci libera anche, gratuitamente, dal peso dell’esistenza: il servizio sanitario nazionale consegna a domicilio la pillola di veleno.

  13. a Ennio Abate.

    Purtroppo, le superbe ruine sono sempre meno superbe e sempre più ruine, Pompei per esempio casca a pezzi; l’opere imbelli tendono a delocalizzarsi in arse officine site all’estero; e non parliamo poi dei solchi che sono sempre meno, mentre il servo sudor che li bagna è soprattutto negro e maghrebino.
    Restano invece attuali i servi da dividere, il volgo, la dispersione…
    La mancanza di nome, glielo concedo, è attualissima: guardi per esempio il dibattito sul marchio “Made in Italy”, se sia legale apporlo anche quando la merce, pur progettata nel Bel Paese, viene materialmente prodotta in Croazia, in Cina, nello Zambia…

  14. a Vincenzo Cucinotta.

    La ringrazio della precisazione, più che condivisibile. Per quel che posso capire, la fase attuale del capitalismo e della democrazia liberale che lo accompagna presenta alcune tendenze interamente o parzialmente nuove:
    1. Estensione e approfondimento dei rapporti capitalistici (impresa e mercato) a tutto il mondo e a tutte le sfere dell’esistenza, comprese le intime
    2. accelerazione vertiginosa nell’eguagliamento dei profili antropologici, con disgregazione di “sacralità, pregiudizi, tradizioni” e di tutti i tipi, comprese le identità sessuali
    3. allargamento della forbice sociale tra le classi in termini di reddito e potere, che in forza delle tendenze ai punti 1 e 2 si accompagna a una tendenziale scomparsa delle classi in senso etico (tra un megaricco e un precario di oggi c’è insieme più differenza e meno differenza che tra un altoborghese e un manovale di soli trent’anni fa).

    Il vettore politico privilegiato dell’allargamento della forbice sociale tra le classi in termini di reddito e potere sono le destre, il vettore privilegiato della tendenziale scomparsa delle classi in senso etico sono le sinistre, ma sia sinistra sia destra pensano ed operano all’interno del medesimo quadro di compatibilità politiche ed ideologiche. La risultante di queste due forze è:
    A. la macinatura della forza contrattuale economica e politica dei lavoratori salariati e autonomi
    B. la macinatura delle sovranità nazionali
    C. lo svuotamento della democrazia, che viene tendenzialmente sostituita da un codice d’accesso linguistico che definisce strettamente il campo del dibattito politico e ideologico ammesso, e da procedure sofisticate di manipolazione dei votanti, che vanno da leggi elettorali ad hoc, a cui si aggiungono in caso di bisogno veri e propri brogli sistematici, alle tecniche di marketing elettorale e ai veri e propri colpi di Stato, freddi nelle nazioni buone come Italia e Grecia, caldi nelle nazioni cattive come la ex Jugoslavia.

    Gli Stati Uniti, potenza egemone mondiale, sono il paese guida di questo processo, e ne traggono insieme beneficio e danno, perchè il fenomeno di erosione della sovranità nazionale, della delocalizzazione economica, dello svuotamento della democrazia rappresentativa tocca anche loro, provocando dissensi interni alla classe dirigente che restano marginali perchè prevale il comune interesse al mantenimento delle posizioni imperiali.

  15. Cari amici,
    scusate l’enorme ritardo, è stato molto difficile trovare il tempo.
    Riprendo a rispondere alle vostre osservazioni.

    Caro Cucinotta,
    l’origine dei termini destra-sinistra non è così determinante, perché i contesti storici cambiano. Però va detto che nell’Assemblea Nazionale Costituente la destra era rappresentata dai monarchici costituzionali “all’inglese”, che avevano già accettato l’idea formale di eguaglianza dei cittadini.
    Non credo che possiamo buttare a mare i termini destra e sinistra. Penso che la politica moderna, che continua a esistere, necessariamente si divida in tendenze più conservatrici e meno conservatrici. Ammetto certo che la definizione del confine sia difficile. Il mio è un tentativo, ma non nel senso di descrivere le cose come vanno. Da quest’ultimo punto di vista, siamo d’accordo che c’è una grande confusione. La mia è una prospettiva politica: cerca di proporre come dovrebbero essere la destra e la sinistra, da un punto di vista di ideali politici. Può darsi che la mia analisi aumenti la confusione, questo non posso dirlo io.
    Non ho ben capito per quale ragione Rawls sarebbe necessariamente di destra (e quindi il fatto di usarlo da sinistra sarebbe segno di confusione), dal momento che la sua viene considerata una teoria egalitaria, in più fondata su principi di giustizia che tolgono valore al merito come criterio di distribuzione delle risorse.
    C’è, è vero, la questione della teoria contrattualistica, e le sue eventuali implicazioni individualistiche. Ma in primo luogo, essere contrattualisti non vuol dire necessariamente essere liberali: non mi sembra il caso di Rousseau.
    Comunque, è vero, io accetto una forma di contrattualismo che è anche liberale, perché tengo ai diritti dell’individuo, quindi c’è il problema dell’individualismo. Lei insiste sulla tesi che l’individuo non preesiste alla società. Come le ho già scritto una volta, io su questo concordo. Se per individuo si intende un soggetto socializzato, con delle competenze complesse, questo è reso possibile solo dal processo di socializzazione, appunto, cioè dall’apprendimento dei codici di una società; e questi preesistono all’individuo nel senso che quegli ordini di significati e saperi sono una dimensione autonoma, resa possibile dalla interazione degli individui, quindi non possono essere dominati dal singolo individuo. Per me tutto questo è pacifico. Non penso però che questo sia in contraddizione con l’idea di difendere i diritti dell’individuo. Se noi consideriamo un valore la libertà individuale, per qualsiasi ragione legata alla nostra cultura di appartenenza, possiamo difendere tale libertà e metterla alla base delle istituzioni politiche anche se riteniamo che la società preesista all’individuo; la formazione del soggetto all’interno di contesti sociali non toglie nulla al fatto che ogni soggetto ha una libertà empirica di azione; questa libertà di azione è quella che la democrazia liberale vuole difendere.
    Detto tutto questo, il tema del pezzo era l’eguaglianza, non la libertà. Il problema che pongo è se la sinistra debba avere come ideale l’eguaglianza delle persone, e come vada pensato questo ideale. Questo è un problema che può anche essere relativamente indipendente dalla libertà individuale. Le chiedo: se l’ideale della sinistra non è l’eguaglianza sociale, secondo lei che cosa è?
    Ovviamente, ha ragione a dire che il mercato non produce eguaglianza. Intanto, questo aspetto del rapporto tra mercato e democrazia non l’ho ancora trattato. Sul perché, per il momento, non vedo sistemi economici diversi dall’economia di mercato mi sono spiegato nella prima parte di questa riflessione. Altri sistemi economici sono stati sicuramente più inefficienti, e anche più o altrettanto ingiusti, oltre che più autoritari. Per il momento mi chiedo come si possano limitare le forze distruttive del capitalismo, non come si possa eliminare il capitalismo.

    Caro Ennio Abate,
    se legge con attenzione, c’è una citazione implicita di Marx.

    Caro Buffagni,
    in effetti ho scritto approssimativamente la frase sui rapporti tra democrazia liberale e giustizia sociale. Avrei dovuto dire: non vedo contraddizione tra un ideale sviluppato di democrazia liberale e le esigenze di giustizia sociale. Voglio dire che quella comunemente chiamata “eguaglianza sostanziale” deve essere l’ideale di ogni democrazia. Quindi ogni democrazia compiuta dovrebbe essere anche sociale nel senso di avere una redistribuzione sociale della ricchezza. Però, per me, sarà anche liberale, perché non capisco come ci si possa disfare della tutela dei diritti individuali.
    Sulla realizzabilità: siamo d’accordo che è tutto molto difficile, ma la storia delle nostre democrazie, nel suo piccolo, qualcosa ha realizzato. La storia di altri regimi politici no. Ecco perché non vedo che questa prospettiva di miglioramento di questo tipo di ordine politico-sociale.
    Non riesco proprio a capire in che senso il fascismo abbia cercato di realizzare l’eguaglianza, mi sembra una tesi molto originale. I regimi comunisti hanno cercato di realizzarla sulla carta, di fatto erano regimi feudali di gruppi sociali con diritti formali e sostanziali molto diversi. La socialdemocrazia, presa da un altro lato, è la prospettiva che mi sembra di poter sviluppare.
    Nel complesso, vedo che lei liquida con un’alzata di spalle l’eguaglianza “antropologica”, cioè quella che è il frutto del processo della modernità. Per questa ragione tante rivendicazioni di diritti che nascono da questo per lei sono irrilevanti (diritti di genere, ecc.). Bontà sua, lo vada a dire a tutte le persone che lottano per quei diritti. E comunque, diritti come quelli sono legati ai diritti sociali (eguaglianza economica, giustizia sociale): sono tutti modi di andare oltre l’eguaglianza formale, prendendola alla lettera. Sono cioè la dinamica della modernità politica.

    Caro Sagna,
    non credo di avere capito del tutto il suo intervento. La ringrazio però per avere colto un aspetto importante del mio testo: l’idea di eguaglianza come principio di tensione verso un ideale mai realizzato, che in quanto tale alimenta la critica dei rapporti sociali.

    Gli altri interventi mi sembra che siano una discussione interna ai commenti.
    Ringrazio tutti per le osservazioni e le critiche.
    mp

  16. Caro Piras,
    grazie della replica. Le rispondo sinteticamente.
    1. Obiezione di metodo. Non è proficuo ma sviante confrontare un modello ideale di società liberale con le realizzazioni storiche di altri sistemi di pensiero. Vanno confrontati modelli ideali con modelli ideali, realizzazioni concrete con realizzazioni concrete.
    2. Ribadisco che le garanzie giuridiche all’individuo mi paiono l’acquisizione di verità perenne del liberalismo, e non ho nessuna voglia di “disfarmene”, anzi. Va però rilevato che nelle società liberali di oggi, c’è una forte tendenza a limitare e revocare le garanzie giuridiche dell’individuo. Pensi alla legge Mancino e analoghe, che stabiliscono una verità storica ufficiale e comminano gravi sanzioni a chi se ne discosti (attacco alla libertà di parola, pensiero, insegnamento). Negli Stati Uniti, la Presidenza si è avocata poteri di vita e di morte anche sui propri cittadini, che se vengono definiti per via amministrativa “enemy combatant” o “terroristi” possono venire rapiti, torturati, assassinati.
    3. Il fascismo ha introdotto in Italia: i contratti collettivi nazionali di lavoro; la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali; istituzione di INPS e INPDAP, abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni per gli uomini e 55 per le donne, introduzione della reversibilità della pensione; aumento delle tutele di maternità, infortuni, malattia per i lavoratori.
    4. Non appena ne furono in grado, i regimi comunisti di modello sovietico garantivano lavoro, abitazione, istruzione, sanità gratuita a tutti i cittadini.
    5. A scanso di equivoci e conseguenti perdite di tempo nella discussione: non sono un fan del fascismo o del comunismo.
    6. Io non “liquido con un’ alzata di spalle” l’eguaglianza antropologica, cioè a dire l’omologazione del modello di essere umano al template individualistico americano e occidentalista. La avverso consapevolmente, la ritengo una sciagura, e “lo vado a dire” apertamente a chiunque sia interessato ad ascoltarmi. Se qualcuno ne vuole parlare, sono qui.

  17. Caro Piras,
    la mia critica riguardava l’uso stesso di una logica binaria, della dicotomia tra destra e sinistra e non proponevo di sostituire l’uguaglianza con un altro criterio di distinzione. In ogni caso, e chiarito che che espongo altri criteri solo a titolo esemplificativo e non propositivo, si potrebbe distinguere individualismo e comunitarismo, o ancora teorie dello sviluppo e teorie della sostenibilità. Ad esempio, combinando in tutte le maniere possibili questi criteri, si ottengono otto distinte posizioni, ma, ripeto, non è una proposta, mostra solo quanto utilizzare un unico criterio impedisce di distinguere posizioni che andrebbero invece ben distinte.
    Sulla libertà, il mio era solo un accenno, che comunque si rivela necessario, visto che qualsiasi forma di liberalismo antepone il criterio della libertà a qualsiasi altro. Come immagino lei sappia, lo stesso Rawls subordina il criterio della giustizia a quello della libertà, quella che lei appropriatamente chiama empirica, e su cui lei ed io abbiamo evidentemente opinioni opposte, ma non voglio imporre argomenti differenti da quelli che lei ha proposto, per cui mi fermo subito qui, non mancherà occasione per approfondire questi altri aspetti.
    Lei mi chiede perchè Rawls dovrebbe essere escluso dall’ambito della sinistra, ma io non l’ho detto. Dicevo una cosa ben differente, che difficilmente un marxista potrebbe sedere su un banco accanto a quello occupato da Rawls, tanto per portare un esempio che dovrebbe essere evidente.
    Per quanto riguarda la società di mercato, mi guarderei bene innazitutto dal fare coincidere tale concetto con quello di capitalismo, ma anche qui il discorso ci porterebbe lontano.
    Lei sostiene che non vede altri sistemi realizzati migliori della società di mercato, ed io invece li vedo sì, tutto sta nello stabilire quale sia il criterio dirimente.
    Rimane poi la questione di fondo che ha sollevato già Buffagni, del suo giudizio impietoso verso tutti i sistemi alternativi in base all’osservazione di come si sono storicamente realizzati, mentre risulta evidente la benevolenza preconcetta per il liberalismo, tanto da ignorarne il fallimento che soprattutto nella presente contingenza dovrebbe essere ovvio per qualsiasi osservatore minimamente obiettivo. Nel mio secondo intervento, avevo anzi esemplificato l’aspetto delle crescenti differenze reddituali citando il caso della FIAT, e trovo sorprendente che lei si sottragga dal prendere atto di questa tendenza in atto, che qualcosa dovrebbe suggerire all’interno di questa discussione.

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