di Claudia Mancini                                                           

[Pilar Del Río, giornalista e scrittrice, è stata moglie di José Saramago e traduttrice delle opere di Saramago in lingua spagnola. Oggi lo scrittore portoghese avrebbe compiuto 90 anni].

Mi è sembrato molto interessante il film documentario José e Pilar di Miguel Gonçalves Mendes, soprattutto la scena in cui lei domanda a Saramago “O quê queres que eu faça ?“ (Cosa vuoi che io faccia?) e lui, in modo così naturale le risponde: “Continuar-me” (Continuarmi). In relazione a questa risposta, così carica di responsabilità, in che modo lei e la fondazione che dirige cercate di promuovere e continuare il lavoro di Saramago?

Continuare José Saramago è impossibile, la sua opera letteraria è così, è intoccabile e ogni lettore la assegna ad una propria esperienza. I lettori di Saramago fortunatamente, continuano ad aumentare giorno per giorno. Continuarlo è prendersi cura delle piante che abbiamo iniziato a coltivare insieme, difendere le idee di rispetto ed esigenza civica, e soprattutto seguire le cause che abbiamo iniziato insieme e che abbiamo lasciato aperte, come la Dichiarazione dei Diritti Umani, la impellente necessità di ogni cittadino che deve rendersi responsabile di quello che succede; come se non avessimo tutti una testa fatta per pensare, coscienza per attuare e mani per aiutare. Continuare José Saramago vuol dire militare nei migliori concetti: intelligenza, bontà e generosità. Questo è quello che cerchiamo di fare alla Fondazione José Saramago.

Leggendo i libri di Saramago, e soprattutto Ensaio sobre a cegueira (Cecità), il romanzo che ho cercato di analizzare nella mia tesi di Laurea, mi sono resa conto della grande importanza che José Saramago dà alla figura femminile, collocandola molte volte tra i personaggi più forti e decisivi dei suoi romanzi. Lei, che fu una musa ispiratrice per l’autore oltre che la traduttrice dei suoi libri in spagnolo, crede di avere influito nelle opere del grande scrittore?

L’esperienza essenziale del giovane Saramago gli insegnò che nel mondo rurale, o nei quartieri poveri dove lui visse da piccolo, la donna era l’essere umano più forte. L’uomo andava al lavoro ed era molte volte colui che maltrattava e che andava ad ubriacarsi nei bar. In Levantado do chão, si nota questa esperienza. Erano le donne quelle che sostenevano la grande impresa di mantenere una vita dignitosa. E di queste donne José Saramago si innamorò. Chiaro che non tutte sono angeli: esistono donne opportuniste, frivole, cattive e quelle che vivono del lavoro degli altri senza coscienza e dignità. Saramago conobbe anche essere indegni tra le donne, e quando si scontrava con una figura così soffriva molto, come se gli crollasse il mondo addosso. Anche se sapeva che queste donne esistevano, ciò non gli interessava; le sue opinioni erano rivolte alle donne forti e sicure, anche se si sbagliava. Come il personaggio di Maria Soara, in Historia del cerco de Lisboa, di Blimunda in Memorial do convento, di Lidia in la Zangada de piedra, di Maria Magdalena del Vangelo segundo Jesus Cristos, e persino La morte in Las intermitencias finisce per essere personificata in una donna capace di fare l’amore, ed è un gran successo costruire l’amore e distruggere sofferenza e morte. Nel finale de Las intermitencias infatti, “il giorno dopo non muore nessuno”.
Saramago, come tutti gli scrittori, scriveva quello che vedeva, sentiva e rifletteva, non esistevano le cosiddette muse, né il fatto di pensare a cose vicine o domestiche. Non è così che Saramago affrontava il momento di iniziare a scrivere.

 È possibile stabilire alcune analogie fra Se questo è un uomo di Levi e Ensaio sobre a cegueira – fra il Lager dove ha vissuto Levi e il luogo dove hanno vissuto i ciechi del romanzo in questione, messi dentro ad un manicomio, senza un nome, una identità e con la conseguente perdita di ogni tipo di umanità. Lei cosa ne pensa a riguardo?

 Primo Levi era un riferimento per Saramago. Ricordo l’emozione, le lacrime, visitando una mostra dedicata a Levi della pittrice spagnola Sofia Gandarias. I quadri erano esposti in un treno. Entrare in questo treno era come andare all’inferno, il treno dove ammassati andavano verso i campi della morte gli ebrei e tutti quelli che i nazisti consideravano impuri come gli zingari, i comunisti, gli omosessuali, ecc.. In questo treno si percepiva ancora meglio l’inferno che pervase Primo Levi per tutta la vita. Non si tratta solo del campo di concentramento, questa insopportabile mostruosità generata dagli uomini, o del manicomio, che appare anche questo diretto dai nazisti, ma si tratta di più del peso, la coscienza, di aver conosciuto tutto ciò e di averlo tenuto dentro, sapere che lo hanno fatto degli esseri umani capaci di emozionarsi con una canzone e sapere che, mentre succedeva, il resto del mondo era estraneo a questo incubo. Come ora. Primo Levi ci raccontò la sua esperienza fino all’ultimo giorno, finché non ce la fece più. José Saramago non si suicidò ma scrisse Cain, e in questo libro magnifico non si salva neanche Noé, perché è da questa stirpe che viene l’inventore del campo di concentramento, della guerra che condanna alla fame e alla miseria interi continenti. Vivere la propria lucidità uccise Levi e fece di Saramago un essere elevato, che ogni giorno diceva no a ciò che era prefissato. Si può chiamare umano o divino, per lui tutto era uguale.

Saramago ebbe un percorso abbastanza atipico: rispetto ad altri scrittori iniziò tardi a pubblicare i suoi libri, e anche dopo essere diventato famoso continuò ad avere problemi con la censura per essere stato sempre un autore polemico che non si faceva scrupoli nell’attaccare, quando lo riteneva necessario, anche personaggi famosi dello scenario portoghese e mondiale. Lei come ha vissuto questo suo lato critico, controcorrente e allo stesso modo scomodo di Saramago? E l’autore, quando era attaccato, come reagiva?

A Josè Saramago importava ben poco quello che il potere, politico, finanziario, religioso, sociale, diceva o pensava di lui. Josè Saramago scriveva per i lettori. Saramago era un intellettuale, un uomo di pensiero e coscienza. Osservava il mondo, vedeva che esistevano schiavi, continenti condannati, povertà e ignoranza, e lo diceva. E le conseguenze, per quanto forti potevano essere, non erano paragonabili con quello che denunciava Saramago. E aggiungeva che questo nostro tempo ha infine i mezzi tecnologici e le capacità per vincere la povertà nel mondo, ma che ciò non si fa perché esiste la malvagità, e la malvagità ha un proprio nome e cognome, e sta preparando nuovi campi di concentramento per i bianchi, perché i neri, gli altri e i poveri ce l’hanno già davanti all’indifferenza generale della gente.

Lo stile di José Saramago si caratterizza per la sua oralità, ma non è sempre facile per i lettori percepire e capire questa sua peculiarità perché tutto viene mischiato: discorso diretto, discorso indiretto, poca punteggiatura, ecc. Nel tradurre i suoi romanzi quali sono stati i maggiori problemi che ha riscontrato? Ha avuto molta difficoltà a riportare in spagnolo questo suo stile?

Saramago non era un paternalista, voleva che il lettore fosse attivo anche nel leggere. È il lettore che mette il ritmo: Saramago scrive la partitura e il lettore è libero di interpretarla. Non mi costò molto lavoro tradurre, perché sentivo la voce di Saramago nei suoi libri e nella vita: ed è questo che manca agli altri lettori; sentirlo nella vita quotidiana è un mio privilegio. E a volte anche un mio problema, perché cercavo di avvicinarmi tanto a quella musica che rischiavo di perdere la libertà nella mia lingua.

Per concludere mi piacerebbe soddisfare, se fosse possibile, una mia curiosità personale. Oggi le relazioni tra coppie sposate si fanno sempre più superficiali e difficili. Come è nato e come è stato possibile mantenere così intensamente il grande amore che vi ha unito per tanti anni?

Quando ci siamo conosciuti, eravamo due persone adulte con le nostre esperienze di vita. Abbiamo creato una relazione nostra, libera e senza luoghi comuni. Eravamo amici perché entrambi siamo d’accordo sul fatto che l’amicizia è il maggior grado di vicinanza, più che la relazione tra padre e figlio e tra familiari, incluso quella fra marito e moglie. Noi, essendo una coppia, eravamo amici e ci comportavamo come migliori amici, condividendo risate, speranze e malesseri. E facendo una vita nella quale non solo cambiano le idee ma anche le persone: la mia casa era sempre piena di gente; qui c’è passata mezza umanità. E tutto il mondo si è sentito in casa nostra come in casa propria. Questo è il nostro merito, far sentir bene la gente. Così fu, fino all’ultimo giorno. La capacità di condividere di Saramago era impressionante, con chi sceglieva lui, credo. Per questo ci siamo scelti per vivere insieme, e per questo siamo stati insieme fino all’ultimo giorno. Così volevamo, con tanti amici come si vide a Lisbona nel giorno in cui lo abbiamo salutato. Credo che nessuno abbia avuto così tanti amici come José Saramago.

(agosto 2012)

José Saramago e Pilar Del Río

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