di Elisa Biagini

qui si misura/la gabbia del respiro,/si tasta il polso/alla luce, che non ceda/la sua voce convessa.

 Rappresentare la “realtà nel suo momento più straziante”: è questo l’impegno che si era imposto Bacon, un lavoro faticoso e martellante ma l’unico possibile per raccontare l’essere nel mondo, per “riportare lo spettatore in vita con più violenza”. Una violenza mai gratuita o rumorosa la sua, ma necessario risveglio al racconto del vivere pieno, in tutta la sua intensità anche dolorosa. Proprio in questo momento storico di generale e prolungato torpore un tale risveglio non consolatorio è quantomai necessario e urgente ed è dunque benvenuta questa mostra in corso alla Strozzina di Firenze che raccoglie alcune opere incompiute del pittore inglese (in dialogo con quelle di alcuni artisti contemporanei). Sotto una luce diretta che non lascia scampo, spesso isolati al centro di uno spazio chiuso, reso ancora più claustrofobico da dei rettangoli che concentrano ulteriormente l’immagine, i soggetti delle sue opere azzardano il racconto dell’indicibile, tentano il dialogo perché l’essere “è” solo se in rapporto all’altro dal cui sguardo è definito.

 E il corpo diventa l’alfabeto e la sintassi di questo dialogo perchè è su di esso che è scritta la memoria, incisa tanto a fondo da stravolgerlo. La comunicazione, citando Galimberti, è “l’abitazione del corpo altrui”, la creazione di uno spazio condiviso: e in queste opere quello che è messo in comune è un profondo e straziante male di vivere, collettivo e personale, narrato appunto dalla voce del corpo. Se il corpo era all’origine “comunitario”, senza divisione tra natura e cultura, da Platone in poi ha luogo una separazione della mente dal corpo e si auspica, come nel Fedone, una liberazione dalla “follia del corpo”. Appesantito e caricato di colpa, questo diventa altro dal vero sè e comincia ad osservarsi, ad indagarsi: e diventa misura del mondo. Ed essendo il corpo mai “naturale” ma risultato attivo dell’evoluzione, luogo in cui si iscrive la nostra cultura, questo la rappresenta in tutta la sua contraddittorietà e miseria, nel suo dolore. Sappiamo dell’interesse di Bacon per gli stravolgimenti prodotti dal dolore fisico (in mostra c’è una copia del suo Atlas of minor surgery, raccolta di fotografie di piccole operazioni chirurgiche) e forse la claustrofobia presente nelle sue tele è anche il prodotto delle terribili crisi d’asma che lo hanno tormentato per tutta la vita, esempio di come un’ esperienza reale possa divenire una calzante metafora esistenziale. E forse lo studio delle sue manifestazioni fisiche aveva anche la funzione di aiutare a “controllare” il dolore emotivo.

Dice Kafka che un corpo dolorante è come “un fiume che scorre a ritroso”, che torna alla propria sorgente, alla radice del senso di sè: ma come condividere questo soffrire, che ha origine nel privato e che proprio per la sua intensità tende a separarci dal mondo? In realtà, in modo quasi paradossale, più profonda, personale e sconvolgente è l’esperienza tanto più la sua manifestazione produrrà una drammatica inquietudine nell’osservatore perchè lo esporrà all’angoscia, alla possibilità della manifestazione del suo dolore, solo momentaneamente rimossa (e produrrà in lui conoscenza). Ed ecco tutta la grandezza di Bacon, il suo sguardo impietoso, l’assenza di una via di fuga da questa stanza che è il mondo (e se un’apertura verso l’esterno c’è, li’ ci attende una Erinni proboscidata, come in Seated figure del 1974), l’impossibilità di sottrarsi al confronto, a una luce costante e implacabile perchè l’alternativa è il nulla, il buio silenzio come un interruttore spento all’improvviso. L’aver dato corpo e colore a questa sofferenza, che si ripete ossessivamente, ancora ed ancora, è il grande dono di conoscenza che Bacon ci ha dato, tanto più difficile perchè il dolore “resiste” ogni linguaggio, anzi sembra distruggerlo per riportarlo ad una condizione anteriore ad esso, di urlo che sfigura, rendendoci ancora più “altri” (Natoli). Certo, il dolore è “repellente”, come per il povero Filottete, (e certo i quadri di Bacon non sono “belli”) ma dobbiamo ricordarci che esso crea uno spazio privilegiato di consapevolezza storica e sociale, politica: una stanza dove corpo e mente potrebbero tornare ad essere nuovamente insieme.

[Immagine: Francis Bacon, Three Studies for a Self Portrait (1979-80)].

3 thoughts on “Francis Bacon o del disagio del corpo

  1. Ho amato Bacon prima ancora di vederlo, in una sala. Poi però, come tutti gli amori o quasi, al contatto con la materia ha sortito qualche delusione. Nel senso che la figura abbaglia, intorcina le budella, ma la materia – intendo l’aspetto specificamente materico, il corpo della tela, diciamo – lascia inerti quelli che come me s’avvicinano miopi.

    Di passaggio, e a proposito… vi suggerisco la visione di questi:

    http://www.danielemuriano.com/blog/video/luomo-che-incarnava-i-mostri-di-francis-bacon/

  2. Eh sì, il tema del corpo e della sua alterità e angoscia, per quanto battuto nel secolo passato, è ancora centrale. Ho visto Bacon alla mostra su di lui a Milano, mi pare nel 2008. Allora cercai di integrarlo nelle mie riflessioni a Leopardi e la sua tormentata corporeità, con la quale anch’egli “torna alla propria sorgente, alla radice del senso di sè”.
    Vista l’affinità tra i due, non mi sembra inutile ricordare, pur parlando di Bacon, quanto scrisse genialmente Zanzotto sul poeta: “Leopardi […] doveva dare tutto il proprio tempo a odiare e a tenere a bada (soprattutto per mezzo della poesia) il proprio corpo: corpo di morte, vero “luogo” in cui si trovavano sommati, se si vuole per allusione, tutti i “disturbi” di quel tempo, o dei tempi, del nostro paese o di tutta la realtà umana” (“Leopardi e Ranieri”, in “Fantasie di avvicinamento”, Mondadori, p. 132).

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