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di Remo Ceserani

[Il 31 gennaio 2013, presso la Libreria Borgopò di Torino, si è tenuta la presentazione del numero 272 della rivista «L’immaginazione», dedicato a Lidia De Federicis. Questo è l’intervento di Remo Ceserani].

Mi è capitato di recente di leggere una poesia di Lydia Davis, scrittrice americana nota per i suoi racconti e per le traduzioni da Proust e Flaubert, intitolata “How shall mourn them?” (In che modo li piangerò?), e anche un commento interessante del critico scozzese James Wood, professore a Harvard. La poesia allinea, una dopo l’altra, domande del tipo: «dovrò vivere da sola in una casa grande?», «dovrò dare lezioni di piano?», «lascerò sempre il burro fuori dal frigorifero a liquefarsi?». Wood pensa che la poesia abbia per soggetto la morte dei genitori di Lydia e, dopo averne parlato con un’amica, ritiene che il vero tema di essa sia la persistenza, al di là della morte dei genitori, di alcuni loro gesti abituali che vengono tenuti in vita e vanno a costituire un nuovo comportamento nella figlia, una specie di sopravvivenza concreta e originale di atteggiamenti e modi di stare al mondo, di viverlo, di rapportarsi agli altri, al di là dell’ovvia trasmissione di tratti genetici, fisionomie, colore dei capelli, forme del corpo. Egli ragiona, nell’articolo che ha pubblicato sul “New Yorker” anche a proposito dei propri genitori, ancora viventi nella lontana Scozia, e immagina quale sarà la sua reazione quando anche loro se ne saranno andati. A Lidia De Federicis, che condivideva il nome con la scrittrice americana (e con la donna amata da Carducci), che era fieramente laica e materialista ma anche buona cultrice delle memorie familiari, questa poesia e la sua interpretazione sono convinto che sarebbero piaciute. Come possiamo chiamare questo fenomeno? Forse non tanto trasmissione darwiniana di caratteri ereditari, ma qualcosa di simile all’imprinting, o alla cura parentale, di cui si occupa da sempre, per gli animali, il mio amico Danilo Mainardi.

Faccio fatica ad applicare questo discorso ai miei genitori: mio padre è mancato quando ero diciottenne, certamente non ho continuato a coltivare certi suoi modi caratteristici: la prontezza intuitiva del gesto, l’abilità quasi atletica di mettersi alla prova, la capacità di farsi molti amici, ma forse è per mantenerne in vita l’atteggiamento di positiva accettazione della modernità, addirittura di entusiastica, un po’ ingenua, adesione a essa, che io ho potuto salire sul transatlantico Independence nell’estate 1958 e andare a immergermi nel paese della modernità e poi andare in tanti altri luoghi nel mondo. Mia madre è mancata più tardi, anche lei ormai molti anni fa. Se mi domando qual è il tratto suo caratteristico che sono impegnato a mantenere vivo dentro di me, è sicuramente la disponibilità verso gli altri, una grande riserva d’amore, un’assidua attenzione non solo al marito e ai figli, ma a tutte le persone vicine.

Mi domando se si possa applicare questo discorso anche agli amici, con cui si sono condivise esperienze importanti, si è fatto insieme un tratto del cammino, e che se ne sono andati lasciandoci la loro memoria. Mi domando se si possa pensare che essi ci abbiano lasciato anche la possibilità di farne rivivere dentro di noi e nei nostri comportamenti un qualche tratto caratteristico, un modo particolare di affrontare e conoscere le cose del mondo, le vicende della vita. Penso che si debba rispondere di sì e posso confermarlo a proposito di lutti recenti di amici, come Lidia, Antonio Tabucchi, il mio giovane allievo Paolo Zanotti. Tutti mi hanno lasciato in eredità qualcosa di sé e penso che spetti a me di riviverlo, prima che tocchi a mia volta a me di andarmene e di lasciare qualcosa di me a coloro che resteranno, le mie figlie, gli amici più cari: questa è l’unica consolazione che abbiamo noi, che non crediamo alle leggende dell’immortalità dell’anima, anzi non crediamo neppure all’esistenza dell’anima, almeno di quella concepita da Platone e dalla tradizione cristiana.

Con Lidia c’è stato un primo incontro credo nell’estate del 1976 e poi alcuni anni di applicazione intensissima, fianco a fianco, nel programmare e allestire Il materiale e l’immaginario, a cui abbiamo lavorato insieme, alla pari, spesso discutendo anche accesamente, ma anche dimostrando, con il tempo, una notevole capacità di adattarci l’uno all’altra, di sostituirci l’uno all’altra alla bisogna. (Per questo mi è sempre apparso inaccettabile e seccante che, per il fatto che il mio cognome veniva prima del suo nell’alfabeto e soprattutto per il fatto che io ero maschio e lei femmina, io universitario e lei professoressa di liceo, molti chiamassero il libro “il Ceserani”, molti pensassero a un ruolo subalterno di Lidia). Poi ci sono stati altri incontri, prima più frequenti, poi meno, durante i miei viaggi a Torino, ma anche sue visite a Pisa e passeggiate sul lungarno delle Piagge insieme con il mio cane Puck. Allora la domanda è: quale tratto caratteristico di Lidia, quale sua visione del mondo, mi sono stati trasmessi durante gli anni più intensi della nostra frequentazione? Direi, a parte le persistenti differenze di carattere, gusti e fobie (soprattutto in fatto di interessi gastronomici, ostilità o adattabilità ai viaggi in aereo) e le altrettanto persistenti affinità (soprattutto in fatto di interessi intellettuali e letterari) che Lidia mi ha lasciato soprattutto un’eredità (chiamatela imprinting, se volete), che potrei definire il gusto della vita degli altri, di conoscerla e raccontarla, a volte con simpatia altre con una certa severità di giudizio. Si può sospettare, nella tendenza sua (divenuta anche mia) a parlare e riparlare della vita degli altri, e anche di noi stessi, di una possibile caduta nel pettegolezzo. Ma a me pare che i tanti aneddoti raccolti e raccontati che amavamo scambiarci, solo di rado scadessero nel pettegolezzo, ma celassero invece un genuino interesse, degno di Jean-Jacques Rousseau o Henry James, per i comportamenti esteriori, le motivazioni interiori, la vita dei sensi e della mente, le ossessioni, i tic, le manie di noi stessi (genere autobiografico) e dei nostri contemporanei (genere biografico), la tendenza a trattarli quasi come personaggi di romanzi. Credo che sia dovuto a questa genuina forma di curiosità se Lidia si sia rivelata una straordinaria lettrice di opere di narrativa, come dimostrano i suoi scritti e collaborazioni a riviste, ma anche una segreta ispiratrice soprattutto di giovani o meno giovani romanzieri, con i quali scambiava lettere e colloqui (le lettere, se si potesse, andrebbero cercate e raccolte). A me continuava a dire che dovevo scrivere le storie e le avventure della mia vita, e io resistevo e obbiettavo che la vita di un professore non può essere interessante, come del resto dimostrano i molti romanzi e le molte memorie scritte dai nostri colleghi professori (con qualche eccezione) negli ultimi anni.

C’è forse un ostacolo alla pacifica trasmissione di atteggiamenti e gesti di cui ho parlato (anche quelli più comuni, come lasciare sbadatamente il burro fuori dal frigorifero, dopo la colazione), ed è che in molti casi ci è capitato di assistere a un lento, doloroso, a volte drammatico spegnimento della vita di persone a noi care, alla progressiva cancellazione di quei tratti che avevano fatto la forza dell’imprinting. È capitato nel caso di mio padre, quando la lunga malattia ha creato in lui un doloroso indebolimento delle capacità vitali, andate alla fine a rifugiarsi solo nello sguardo intenso e penetrante degli occhi, creando in me sentimenti di angoscia e un desiderio di recuperare quell’amore della vita che sembrava svanire a poco a poco. Nel caso di Lidia, io non ho avuto occasione di vederla negli anni della malattia e della degenerazione di quel suo straordinario cervello, ma negli ultimi colloqui e nelle ultime telefonate ho sentito trasformarsi quella dote che me l’aveva resa cara e preziosa in qualcosa di risentito e di amaro, un’ostilità verso il prossimo, una certa malignità che si sostituiva alla curiosità. Devo, come nel caso di mio padre, recuperare e cercare di far rivivere in me, la Lidia degli anni speranzosi (quasi utopici) della nostra collaborazione e grande amicizia, ricreare in me quella straordinaria raccontatrice delle nostre Leben Erfahrungen.

[Immagine:  Maria A. Laterza, Lidia De Federicis (particolare)].

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