cropped-berlusconipope.jpegdi Rino Genovese

[Una prima versione di questo articolo è apparsa in «Outlet. Per la critica della ideologia italiana», 3, 2013]

Com’è noto, c’è un nesso molto stretto tra l’emergere dell’individualismo moderno, in tutte le sue forme (indipendentemente dal giudizio che se ne dà), e ciò che la teoria sociologica è solita comprendere sotto la voce “secolarizzazione”. Quanto più la religione diventa un fatto privato, una scelta che riguarda la coscienza del credente nel suo rapporto con l’assoluto, tanto più aumenta la libertà in generale. La libertà religiosa, in cui va inserita anche l’opzione dell’ateismo, è il prototipo di ogni libertà. Di più: è il sorgere stesso di una rinnovata idea di “sacro”, che pone al primo posto il valore della vita umana, della singola creatura, al di là dello spargimento di sangue delle guerre di religione.

Ma nei primi anni del ventunesimo secolo (diciamo dall’11 settembre 2001 e, volendo risalire più indietro, dalla rivoluzione iraniana del 1979) si assiste nel mondo a una vera e propria inversione di tendenza rispetto a quella – a torto o a ragione fino a non troppo tempo fa ritenuta dominante – verso una secolarizzazione integrale, che avrebbe dovuto comportare la conseguente marginalizzazione della religione. Ovunque le fedi sono ritornate all’attacco, riappropriandosi dello spazio pubblico anche in un senso immediatamente politico.

In questo quadro il nostro paese (come accade ed è accaduto anche riguardo ad altre questioni) è un laboratorio in Occidente. L’Italia, che pure come Stato nazionale si è formata attraverso una rottura con la Chiesa, vede non da oggi un ritorno del cattolicesimo al centro della vita pubblica, con una volontà di rivalsa che il Concilio Vaticano II aveva attenuato nel senso di un’accettazione del mondo moderno, ma che con i pontificati di Wojtyla e di Ratzinger si è riproposta in tutta la sua virulenza, grazie anche al nuovo contesto internazionale post-guerra fredda.

Uno dei passaggi decisivi è stata l’emarginazione, per non dire l’espulsione, del dissenso cattolico in tutte le sue forme. Non soltanto, quindi, la “teologia della liberazione” è stata messa fuori causa (in particolare nei paesi dell’America latina), ma un po’ tutti gli spiriti liberi e “profetici” della Chiesa di Cristo sono stati spinti in un angolo. I pontificati dei papi polacco e tedesco, in perfetta continuità tra loro (del resto Ratzinger come capo della Congregazione della fede, cioè dell’ex Sant’Uffizio, era stato il principale normalizzatore al servizio del suo predecessore), hanno segnato la fine di quella non banale concorrenza tra cattolicesimo e marxismo, che negli anni sessanta e settanta del Novecento aveva assunto per molti un significato di liberazione. Si noti: il rapporto di competizione, in certi casi di contaminazione, tra fede cattolica e progetto di emancipazione sociale radicale, non era ipso facto un’uscita della religione dallo spazio pubblico alla maniera di certo protestantesimo, quanto piuttosto un modo di collocarsi al suo interno diverso da quello di un puro revanscismo temporale. La Chiesa – magari non al vertice ma alla base – rinnovava se stessa nello spirito di un cristianesimo originario, collocandosi dalla parte dei poveri e degli oppressi.

L’impulso antisecolarizzante impresso da Wojtyla e Ratzinger è consistito invece in una vera e propria riattivazione del potere temporale dei papi, naturalmente nelle mutate condizioni storiche, in linea con il tributo da dare a Cesare: cioè nell’allineamento del cattolicesimo ai “valori fondamentali” dell’Occidente, nello schierarsi a loro esclusivo presidio, rinunciando alla missione universale (“cattolico” non significa altro che “universale”) oppure riducendola al culto specifico di una piccola e nervosa tribù, quella occidentale appunto, con cui pare sia stato stipulato una specie di patto stregonesco. Cosicché anche il presunto anticapitalismo della Chiesa, rilanciato in modo talvolta roboante, è sembrato più la ripresa di uno spirito in generale antimoderno che una vera protesta contro le diseguaglianze e i mali indotti da un determinato modello di sviluppo a livello mondiale.

È nell’atmosfera di una restaurazione cattolica ad ampio raggio che il nostro paese ha dovuto affrontare gli anni della fine del predominio democristiano e il successivo ipotetico sbocco – mai veramente realizzato, e tradottosi piuttosto nel passaggio da una democrazia bloccata a un’altra deformata in senso maggioritario – verso una “seconda repubblica” basata sull’alternanza democratica, come nel resto dei paesi europei. L’appoggio conferito dal pontificato di Ratzinger al neopopulismo politico-televisivo, cioè a quanto di più lontano dal cristianesimo si possa immaginare, è stato quindi un esplicito tentativo di surrogare l’assenza democristiana con un endorsement politico diretto, che non aveva più neanche bisogno di fingere una differenza tra gli interessi materiali della Chiesa (o del Vaticano) e lo spirito religioso; mentre quest’ultimo – come si è visto soprattutto nel caso Englaro – poteva essere strumentalizzato, grazie al richiamo ai “valori”, per rivestire di una qualche ideologia un’ipocrisia sfacciatamente codina come quella berlusconiana, pronta a negare i diritti dell’individuo e ad affermare quelli di clan e cosche. E tra questi quelli della Chiesa, ormai una lobby tra altre.

Non finisce qui. Perché nella lenta agonia del berlusconismo di governo – con altrettanta lentezza, indugiando fino all’ultimo al fastidioso cambio di cavallo – nel 2011 il Vaticano, non diversamente dalla signora Merkel, si faceva sponsor politico del governo “tecnico”, piazzando nella compagine ministeriale alcuni dei suoi uomini più fidati, e diventando così uno degli azionisti principali del cattoliberismo montiano. L’esperimento politico ha subìto, al momento, una battuta d’arresto a causa del magro risultato elettorale: ma il tentativo, non di corto respiro, per attrarre lo stesso Partito democratico (d’altronde in una certa misura già disponibile) dentro un nuova nebulosa centrista potrebbe essere ripreso dal prossimo papa: e chissà che chi la dura non la vinca. Insomma si direbbe proprio, come ha sostenuto l’amico Luca Baiada in una conversazione, che il “peccato originale” della nazione italiana – di essere nata sottraendo il territorio allo Stato della Chiesa – sia ancora tutto da scontare.

Quale uscita da tanta impasse dell’individualismo moderno, di tipo liberale o sociale adesso qui poco importa, provocata dalla invadenza in Italia di una superlobby come quella cattolica? E quale soluzione – si potrebbe aggiungere – alla perdita di un genuino spirito religioso in nome della strenua lotta contro il fantasma di una secolarizzazione in realtà quasi inesistente, contro una relativizzazione illuministica dei valori che ha peccato, semmai, di omissione, per non essere riuscita a penetrare in profondo, sopravanzata da forme di religiosità diffuse a trecentosessanta gradi – dall’idolatria del consumo estetizzato, in Occidente, alla ripresa dell’islam altrove? Anzitutto si deve prendere atto che, allo stesso modo della famiglia italiana generatrice di familismo in quanto cultura antropologica di fondo, anche il cattolicesimo in Italia è molto di più di una religione: è una mentalità, anche un costume politico che (per riprendere Gianfranco Borrelli, studioso delle origini della nozione di “ragion di Stato”) serve a non far novità, cioè a conservare lo status quo a oltranza. È lo stesso gusto per l’infinita mediazione, per una Realpolitik priva di progettualità come resistenza a qualsiasi cambiamento, a configurarsi come un contributo oggettivo all’impasse. Il famoso “particulare” italiano vi trova la sua sublimazione di contro a qualsiasi individualismo progressivo avvertito come devastatore. Va da sé che questo costume ha conosciuto tempi migliori (ho già ricordato il Concilio Vaticano II), mentre adesso, sotto il contrattacco delle religioni “altre”, mostra il suo volto più meschino e protervo; ma è anche vero che soltanto una tensione utopica concreta potrebbe aprire la strada a una soluzione del problema.

Nell’impossibilità ormai conclamata di una secolarizzazione integrale (le religioni non diventeranno mai un mero fatto privato, com’è accaduto soltanto in alcuni paesi protestanti del Nord Europa), l’utopia consisterebbe oggi in un’americanizzazione della forma di vita religiosa all’interno della società. Intendo con ciò la fine del sistema westfaliano europeo, con cui nel 1648 cessavano le guerre di religione secondo il criterio cuius regio eius religio (ossia “la religione sia quella di colui a cui appartiene la regione”), che è anche il principio della religione di Stato e del cesaropapismo. Questo modello, che lega ciascuna nazione a un’unica Chiesa in uno spazio territoriale definito, appare oggi del tutto obsoleto, pur essendo stato, sebbene in Italia meno che altrove, un elemento decisivo della specifica secolarizzazione europea nella misura in cui si è realizzata. È oltre Atlantico che bisogna guardare per trovare un modello diverso.

Negli Stati Uniti, che non subirono le guerre di religione e dovettero unicamente liberarsi dal colonialismo britannico per nascere come nazione, il rapporto con le religioni (al plurale) è basato sulle denominazioni: ciascun credo è pubblicamente riconosciuto senza che nessuno di essi, però, possa ambire al “monopolio dei mezzi di salvezza in un territorio”, secondo la celebre definizione che Max Weber dà di che cosa sia una Chiesa. Come scrive Charles Taylor in riferimento agli States: “Il denominazionalismo implica che le chiese siano tutte opzioni equivalenti e prospera soprattutto in un regime di separazione tra chiesa e stato, de facto se non de jure. Ma a un altro livello, l’entità politica può essere identificata con la più ampia, comprensiva ‘chiesa’, e questo fatto può costituire una componente essenziale del suo patriottismo” (La modernità della religione, Meltemi, Roma 2004, p. 54). La forma americana di vita religiosa non va vista, dunque, come una sopravvivenza premoderna: piuttosto essa è il risultato di un’ibridazione, di una peculiare forma di compromesso, tra una spinta modernizzatrice e le diverse tradizioni religiose.

La varietà tipicamente americana dei culti può diventare da noi la prospettiva del domani, soprattutto se si considera l’aumento della popolazione immigrata e la tendenza oggettiva alla formazione di una nazionalità europea plurietnica e multireligiosa. In questo caso, come in altri, l’uscita dall’impasse italiana non andrebbe considerata in termini strettamente locali, ma come una questione più generale che concerne gli Stati Uniti d’Europa. Nell’ambito della costruzione di un patriottismo costituzionale federale europeo, il cattolicesimo dovrà essere una denominazione allo stesso titolo di altre. Niente di più ma anche niente di meno. E mi piacerebbe poter pensare che le recenti dimissioni di Ratzinger – personaggio da cui si può dissentire ma di cui non si può negare la statura intellettuale – siano state dettate non tanto dagli intrighi ingovernabili della curia romana, quanto dalla consapevolezza, alla fine insinuatasi in lui, della possibilità di salvare il messaggio profetico di cui sarebbe portatore solo in un orizzonte più ampio, che consenta alla Chiesa, autoriformandosi, di rinunciare al revanscismo temporale (il che sarebbe come rinunciare a Satana) per aprirsi alla modernità e al futuro.

[Immagine:  Silvio Berlusconi e la mano di Joseph Ratzinger (gm)].

 

5 thoughts on “Chiesa e potere politico in Italia

  1. Solo una breve osservazione.
    Nel suo penultimo angelus Ratzinger ha detto una cosa che mi parve (quando l’ho sentita) di una complessità immensa ed è questa:
    “Nei momenti decisivi della vita, ma, a ben vedere, in ogni momento, siamo di fronte a un bivio: vogliamo seguire l’io o Dio? L’interesse individuale oppure il vero Bene, ciò che realmente è bene?”
    Ma ora a leggere quanto scrive Genovese credo di aver capito di che si tratta. Scrive Rino Genovese: “Com’è noto, c’è un nesso molto stretto tra l’emergere dell’individualismo moderno, in tutte le sue forme (…) e ciò che la teoria sociologica è solita comprendere sotto la voce “secolarizzazione”. Quanto più la religione diventa un fatto privato, una scelta che riguarda la coscienza del credente nel suo rapporto con l’assoluto, tanto più aumenta la libertà in generale.”

    Chiedo cortesemente a Rino Genovese se può dirci qualcosa al riguardo del rapporto fra queste sue parole e quelle trascritte appena prima.

    Un saluto
    Adelelmo Ruggieri

  2. Caro Ruggieri, non sono sicuro d’interpretare correttamente il pensiero di Ratzinger, ma secondo me un nesso tra le sue parole e quello che ho scritto c’è.
    Il processo di secolarizzazione – che per la Chiesa cattolica è come il fumo negli occhi – implica proprio un eccesso di “io” rispetto a “Dio”. È la modernità protestante che ha posto uno di fronte all’altro, quasi alla pari, l’io (o l’individuo) e Dio. Di qui l’angoscia – quella di Kierkegaard, che si ritrova nei film di Bergman -, esperienza individuale quant’altre mai: perché, ed è un tipico motivo luterano, non si riesce a comprendere il disegno divino, quindi neppure a farsi una ragione del male presente nella storia umana. È un fatto che il teorizzatore dell’ “io trascendentale”, oltre che del “male radicale”, appunto, e della “teologia morale”, sia stato un protestante come Kant. Ma per il cattolicesimo questa è religione secolarizzata, qualcosa di molto simile all’ateismo.
    Per farla breve, mi pare che Ratzinger abbia voluto dire che non dobbiamo pensare al nostro io privato, ma perderci nel disegno provvidenziale divino. Da filoprotestante non credente, l’obiezione che gli opporrei è questa: ma come fai a metterti in sintonia con la volontà divina senza un azzardo da parte dell’io?

  3. Caro Genovese, grazie per la sua risposta; sì, credo che sia come lei scrive. Provo ad aggiungere solo questo.
    Sicuramente lei ricorda Ivan Šatov che parla a Nikolaj Stavrogin: “… Un ateo non può essere russo, vi ricordate, parole vostre… l’ateo cessa subito di essere russo… voi siete ateo perché siete un signore… ma una nuova generazione sta sorgendo dal cuore del popolo… procuratevi Dio con il lavoro… mettetevi a lavorare da contadino… “. Per usare un aggettivo di questa sua riflessione c’è qualcosa di “premoderno” in questo dialogo, o meglio: c’è in senso stretto: Šatov e Stravogin sono nel premoderno e agiscono nel premoderno.
    Lei scrive: “… l’uscita dall’impasse italiana non andrebbe considerata in termini strettamente locali, ma come una questione più generale che concerne gli Stati Uniti d’Europa. Nell’ambito della costruzione di un patriottismo costituzionale federale europeo, il cattolicesimo dovrà essere una denominazione allo stesso titolo di altre. Niente di più ma anche niente di meno… Nell’impossibilità ormai conclamata di una secolarizzazione integrale (le religioni non diventeranno mai un mero fatto privato, com’è accaduto soltanto in alcuni paesi protestanti del Nord Europa), l’utopia consisterebbe oggi in un’americanizzazione della forma di vita religiosa all’interno della società. Intendo con ciò la fine del sistema westfaliano europeo, con cui nel 1648 cessavano le guerre di religione secondo il criterio cuius regio eius religio (ossia “la religione sia quella di colui a cui appartiene la regione”)… Questo modello, che lega ciascuna nazione a un’unica Chiesa in uno spazio territoriale definito, appare oggi del tutto obsoleto… È oltre Atlantico che bisogna guardare per trovare un modello diverso.”
    Ma, forse, è proprio lì – oltre Atlantico – che si guarda e questo proprio per “allinearsi ai valori fondamentali dell’Occidente”, nonché ai suoi gusti e tendenze, per “schierarsi a loro presidio”? In una qualche maniera, e affatto paradossalmente, è il riaffermarsi del criterio: cuius regio eius religio, ma in grande, molto in grande, in globale – in ogni locale. Tutto ciò è immensamente complesso come sicuramente è immensamente significativa quale sarà proprio “la nazionalità” del nuovo papa.
    Per quanto alla sua domanda: “ma come fai a metterti in sintonia con la volontà divina senza un azzardo da parte dell’io?” penso che “l’azzardo” (in quale accezione questa parola va intesa è già in sé un azzardo) stia proprio nell’opzione moderno – premoderno, la qual cosa è dire nell’opzione fra “ciò che appartiene al tempo presente e ne rispecchia gusti, valori e tendenze” in contrapposizione netta, o almeno forte, a ciò che è passato, al dato “certo” di ciò che è passato: il premoderno.
    Insomma: un bel pasticcio – quello di sempre?
    Le giunga un cordialissimo saluto
    Adelelmo Ruggieri

  4. HABEMUS ARNUM

    L’organo bofonchiava rabbonente dalla chiesa, caldobovino, il vecchio resistente cristianesimo con doppia suola e più vacchetta spirituale del necessario : “Cultura Cristiano-Occidentale ! ?” Fosse andata a modo loro, crederemmo ancora oggi che la terra sia un disco con Roma o Gerusalemme al centro : con Kant e Schopenhauer avrebbero fatto una pira, poi sopra per bene Goethe e Wieland, e acceso con Darwin e Nietzsche ! Nonò cari miei, cristianesimo con cultura non ha niente a che fare !

    Arno Schmidt, “Leviatano o Il migliore dei mondi”, Mimesis ed. 2013, € 10.

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