cropped-Copia-di-Contini-5.jpgdi Massimo Raffaeli

Quale fosse il lascito di Gianfranco Contini era già detto esemplarmente un mese dopo la scomparsa del maestro di Domodossola nel necrologio (più che un necrologio, oggi si direbbe un bilancio presago) firmato da Pier Vincenzo Mengaldo col titolo di Preliminari del dopo Contini (“Paragone”, 19, febbraio 1990, poi in La tradizione del Novecento. Terza serie , Einaudi 1991). Contini era Contini da oltre mezzo secolo, iscritto nel senso comune come stella fissa di una triplice costellazione che non tollerava accostamenti quanto alla dottrina (nel suo caso l’onniscienza nel campo della romanistica e dell’ecdotica), all’acume interpretativo capace di mobilitarsi con la più semplice escussione di un testo, infine a una scrittura che contraddiceva, quasi per felice colpa, la limpidezza degli assunti con le più deraglianti escursioni stilistiche. Insomma Contini era il linguista che aveva dato saggi esemplari sull’antico francese, sul Petrarca e insieme sul dialetto di Varzo (minuscola enclave ossolana dove svernava da ragazzo con in genitori), come sarebbe stato presto l’interlocutore di Benveniste, di Jakobson e di Spitzer; era il filologo (allievo di Santorre Debenedetti e di Bédier nei pieni anni trenta, quelli del perfezionamento al Collège de France), l’editore giovanissimo delle Rime di Dante (1939), il grande imprenditore dei Poeti del Duecento (Ricciardi 1960), il teorico della cosiddetta variantistica in polemica, nel secondo dopoguerra, nientemeno con Benedetto Croce; egli era infine il compagno di via e il lettore primario (qualcuno ha detto un provvido suggeritore) di Montale e di Gadda come di una pletora di novecentisti (da Rebora e Boine a Pasolini, da Sinisgalli, Cecchi, Pierro a Pizzuto e decine di altri) cui riservava fin dai suoi vent’anni le attenzioni del critico militante che tuttora si legge nei volumi canonici, da Esercizi di lettura (1939, poi ’47 e ‘74) a Varianti e altra linguistica (’70), fino alle raccolte terminali, alte procedure della meditazione e dell’affetto (per esempio Amicizie, Scheiwiller 1991) dove recupera la traccia del tempo trascorso eccellendo nell’arte del tombeau e cioè del ritratto in forma di necrologio.

Contini era dunque un prodigio concentrico di attitudini che nessuno aveva mai avuto in Italia prima di lui (tanto meno, per stare alla filologia romanza, un Pio Rajna o un Michele Barbi, impensabili da critici militanti) a eccezione ovviamente, nel campo delle arti figurative, ma con ben altra cautela nei riguardi dei contemporanei, di Roberto Longhi, il solo cui Contini, che gli fu amico e fedele studioso-antologista, abbia dato sempre l’impressione di guardare con un rispetto molto prossimo alla venerazione. Fissandone il ritratto e rilevandone la natura di storico originale, come se la storiografia fosse in lui l’intersezione di linguistica/filologia/critica (sia pure da parte di uno storico nient’affatto evenemenziale e, al contrario, portato a segnare rapidi trapassi, luoghi aporetici e disgiunzioni insanabili: qui si pensi alla celebre opposizione di monolinguismo e plurilinguismo, “funzione Petrarca” e “funzione Dante” dedotte dal lungo periodo della letteratura nazionale), Mengaldo allora scriveva che lavorare dopo Contini equivaleva alla “impossibilità di formulare qualsiasi giudizio critico non solo senza la verifica di linguistica e filologia, ma senza il flusso nutritivo di queste, che è quanto dire senza il farsi sempre presente del testo nella sua materialità, spessore, storia” concludendone che, dopo avere riconosciuto a Contini il moltissimo che è di Contini, era inevitabile oramai attraversare Contini, come Montale aveva detto di Gozzano rispetto a D’Annunzio.

Quanto a ciò, nei vent’anni successivi non si è fatto tuttavia un passo avanti, perché Contini è rimasto più che altro un’auctoritas, persino un’icona, ma (a parte le pagine di alcuni suoi allievi e/o interlocutori storici, quali Dante Isella, Cesare Segre, lo stesso Mengaldo) la critica ha preferito eluderlo e aggirarne l’imponenza piuttosto che discuterlo, prima di andare da tutt’altra parte o da nessuna parte, limitandosi talora a mugugnare in un silenzio ipocrita (con la sola eccezione, fra i militanti più giovani, di Massimo Onofri in Ingrati maestri, Theoria 1995), pure se va detto che la filologia ha invece molto lavorato editandone alcuni carteggi (Gadda, Montale, Pasolini, Giulio Einaudi, Pizzuto, Luigi Russo, ora Aldo Capitini), recuperandone pagine disperse, come quelle relative alla partecipazione alla Repubblica dell’Ossola, nonché predisponendo strumenti essenziali come, a cura di Giancarlo Breschi, L’opera di Gianfranco Contini. Bibliografia degli scritti (Edizioni del Galluzzo 2000). L’occasione ora fornita dalle iniziative sorte per il centenario della nascita perciò sarebbe ottima. In attesa degli Atti del convegno tenutosi in dicembre tra Firenze e Pisa, Gianfranco Contini 1912-1990 (nel cui ricco parterre figuravano tra gli altri Luigi Blasucci, Luca Serianni, Franco Contorbia, Pietro Gibellini, Roberto Antonelli, Mario Mancini, Andrea Cortellessa, Paola Italia, Daniele Giglioli, Gloria Manghetti, Claudio Giunta e Margherita Gilardi), vanno intanto segnalati tre volumi in uscita: Gianfranco Contini. Una biografia per immagini a cura di Pietro Montorfani, Edizioni del Galluzzo, pp. 190, € 40.00), Scartafacci di Contini (a cura di Claudia Borgia e Franco Zabagli, Edizioni del Galluzzo, pp. 112, € 40.00, catalogo della mostra all’Archivio Contemporaneo ‘Bonsanti’ di Firenze) e, nella splendida curatela di Claudia Borgia, l’Inventario dell’Archivio di Gianfranco Contini (prefazione di Lino Leonardi, Edizioni del Galluzzo, pp. XX-582, € 90.00), tutti editi col patrocinio della Fondazione “Ezio Franceschini” di Firenze che ne custodisce le carte dal ’97.

L’Inventario riordina un patrimonio straordinario censendo l’attività dello studioso (con le leggendarie schede autografe per le lezioni e i seminari a Friburgo, Firenze e Pisa, le stesure a macchina per i saggi e gli articoli), del conferenziere (negli anni trenta e quaranta furono veri e propri tour), del consulente ed editor (su tutti dell’amico Pizzuto, quasi un caso, quest’ultimo, di grafomania), del resistente e partigiano di Giustizia e Libertà (l’unica zona dell’archivio che Contini tenesse rigorosamente in ordine) e soprattutto di un epistolografo che annovera oltre duemila corrispondenti e conserva qualcosa come diecimila lettere: di particolare rilievo e consistenza si annuncia pertanto la pubblicazione dei carteggi con Giuseppe Billanovich, Carlo Dionisotti, Dante Isella, Giovanni Nencioni, Giorgio Petrocchi, Alfredo Schiaffini, Maria Corti, Cesare Segre, con il poeta Sandro Sinigaglia (ne ha appena fornito un estratto, relativo ai fatti della Repubblica ossolana, Paola Italia nel collettivo Sulla poesia di Sandro Sinigaglia, “Microprovincia”, 50, 2012) e con l’autentico beniamino della vita che fu il suo amico Armand Mastrangelo. In sintesi, l’Inventario attesta la presenza delle maggiori figure della cultura letteraria internazionale ma con una zona d’ombra tradita dalle appena quattro lettere (1959-’66) presenti nell’Archivio a firma di Giacomo Debenedetti. A parte costui, nessuno dei grandi teorici e critici del romanzo è presente nel Fondo. Di qui la domanda, che deriva da un sospetto a lungo inespresso, anche da taluni continiani, e che oggi andrebbe finalmente reso esplicito: quanto e come Contini intendeva il genere più tipico della modernità? E’ vero che si debbono a lui non solo le pagine su Gadda e il progetto di un libro su Manzoni (la cui sparsa traccia confluisce nell’Antologia manzoniana, Sansoni 1989), come è vero che scrisse saggi primordiali, fra gli altri, su Proust e Thomas Mann. Ma rimane il sospetto che, pur trattandone gli autori, mai Contini abbia davvero interrogato la natura della forma-romanzo, viceversa dilatando all’estremo la nozione crociana di “poesia” come intuizione lirica fino al punto di massima capienza, beninteso oltre i limiti fissati dal suo formulatore ma senza mai arrivare a cancellarli. Come se Contini del romanzo intendesse nel profondo la parole, per dirla alla maniera saussuriana, ma oscurasse o rimuovesse la langue, ovvero ne sapesse interrogare il lessico prima e meglio della sintassi.

Da qualche parte Luigi Baldacci deve avere scritto che il romanzo moderno predilige un regime di temperatura tiepida così come un filosofo lo disse un “connubio di pensato e di escogitato”, vale a dire di saggistica e trouvailles. Ecco, la sensazione è che Contini rifugga dai materiali inerti, eterocliti, per lo più linguisticamente non marcati (e impassibili ad ogni citazione, refrattari alla scarto rispetto alla norma espressiva), i quali sono invece la sezione aurea del romanzo ed anzi ne costituiscono la struttura medesima, come conferma e contrario la voce enciclopedica Espressionismo letterario (del ’77, poi in Ultimi esercizi ed elzeviri, Einaudi 1988), che è una delle cose più deboli, e discutibili, che quel grande abbia mai firmato. E nemmeno è un caso che nel suo lavoro più discusso, l’antologia Letteratura dell’Italia unita (Sansoni 1968), abbiano un posto tanti prosatori lirici, rondisti e solariani, ma non ce l’abbia, per fare solo un nome, Federico De Roberto. Persino quando legge la Recherche, davanti a Contini sembra squadernarsi non la gigantesca architettura di un romanzo, bensì un poème en prose condotto alla somma teologica, cioè qualcosa di molto più vicino alla Commedia e al suo decorso che non all’eredità naturalista di cui Proust fu tanto il sottaciuto continuatore quanto il sostanziale eversore. Ma circa la predominanza della verticale lirica (in un saggio giovanile sulle rime di Michelangelo già scrive espressamente di una “gnoseologia” poetica), non poco deve avere agito in Contini il nesso formativo di educazione cattolica ed esperienza simbolista (tra il Rosmini del ginnasio di Domo, sempre amatissimo, Bergson, e il Valéry intravisto negli anni parigini) che è uno degli aspetti, ed era tempo, maggiormente trattati nel recente convegno di Pisa e Firenze, specie nelle attese relazioni di Claudio Ciociola (Ritratto del giovane Contini) e Fulvio De Giorgi (Rosmini e rosminiani nel pensiero di Contini). Infatti, nel necrologio di Mengaldo era scritto “che i grandi critici sono tali anche per la forza e la coerenza con cui reprimono una parte di sé, acuminando allo spasimo un’altra”: anche per questo attraversare Contini è un atto dovuto, il primo che dobbiamo al maggiore, ovvio ribadirlo, fra i critici letterari del nostro Novecento.

[Questo articolo è già uscito su «Alias – il manifesto»].

[Immagine: Gianfranco Contini].

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