cropped-4511773655_3177a9d60f_b.jpgdi Rino Genovese

[Questo articolo è già apparso su “Il Ponte].

In fondo è accaduto proprio quello che si temeva, nient’altro che quello. Il Pd ha dimostrato di essere lui il vero “non partito”: un agglomerato di rivalità personali e interessi di potere contrapposti, ricomposti solo occasionalmente in una finta unità. Continuo a pensare, anche dopo quello che è successo, che Bersani e il suo gruppo di giovani socialdemocratici abbiano puntato davvero sulla possibilità di un’uscita dalla melma italiana. Ma non hanno trovato alcuna sponda in Grillo e nei suoi che – da non politici quali sono – non hanno affatto capito che Bersani era debole, anzi debolissimo, e per questo andava sorretto con una specie di fiducia tecnica condizionata all’inserimento nel progrmma di governo di un paio di obiettivi condivisi.

Trascorso quel momento, Bersani, con il non partito alle spalle che sempre più gli sfuggiva di mano, si è dato alla tattica del colpo al cerchio e uno alla botte, che come si sa non è mai stata la migliore delle opzioni. Così, in una certa misura ritornando sui suoi passi, ha offerto un’apertura di credito al berlusconismo (con la Costituzione alla mano che imporrebbe nelle prime tre votazioni la ricerca di un ampio consenso, e pretendendo di ottenerlo nella direzione sbagliata), disorientando e spingendo al voto contrario perfino i suoi stessi sodali, oltre che l’ambiguissimo Renzi, non si sa se più feroce con Marini o con Bersani; poi, con un sussulto, proponendo il nome del fondatore per nulla eponimo del non partito, Romano Prodi, facendolo impallinare da centouno franchi tiratori ex popolari e dalemiani, pronti in un modo o nell’altro a dare la stura alle “larghe intese”; infine, ancora sbagliando nella ricerca di un’impossibile unità del non partito, andando a convergere con la destra sull’assurda riconferma di Napolitano (tra parentesi anche lui sostenitore di una qualche forma di governissimo).

Mi pare allora di poter dire che il vero punto della questione non sia stato affatto Rodotà, benché la sua persona venga giustamente stimata, ma proprio quel Prodi che, vuoi per la caratura internazionale vuoi per le caratteristiche di uomo di centrosinistra, doveva essere proposto fin dall’inizio, andando alla ricerca – a partire dalla quarta votazione – del consenso grillino che avrebbe potuto sopperire ai franchi tiratori interni sotto la minaccia di un peggio concretizzatosi poi nel nome di Napolitano2.

Prodi andava insomma presentato come con Rodotà hanno fatto i grillini, cercando di mettere costoro in ambasce come fu con Grasso nella elezione del presidente del senato, e usando la prospettiva “Napolitano-larghe intese” come quella di uno Schifani, cioè come il peggio incombente che può dividere i grillini. Questo avrebbe significato avere iniziativa politica: ma Bersani, ormai nel pallone, si è fatto riprendere da un insensato “patriottismo di partito” cercando un’impossibile unità della sua parte, che a quel punto poteva essere paradossalmente sorretta soltanto dal berlusconismo.

Come Vendola e i suoi hanno forse ormai compreso (tra l’altro, si sono mossi molto bene in aula andando su Rodotà prima e poi su Prodi, e ancora su Rodotà), non esiste la questione di una unificazione con il Pd, che è un non partito frutto di una deformazione della democrazia italiana ormai ventennale: piuttosto c’è da disfarlo per rifarne un altro (magari anche con Barca), finalmente il nuovo partito della sinistra italiana, che potrà allearsi a certe condizioni con i moderati, ma non rinuncerà più alla propria autonomia.

[Immagine: Michelangelo Antonioni, Zabriskie Point (gm)].

3 thoughts on “Addio PD

  1. Un vero pasticcio…certo, l’immediata cancellazione delle intercettazioni fra Mancino e il presidente (vittima il povero D’Ambrosio) sembra la conclusione ideale…brividi!

  2. aggiungerei un passaggio alla dimostrazione: il PD (fu partito democratico), dimostrando di essere un “non partito”, è diventato il PDR (partito dei responsabili)

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