di Roberto Falconi

 

“Mi chiamo Alcide Pierantozzi e sono un paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido”, si legge nelle prime pagine de Lo sbilico, con esplicito scarto rispetto all’incipit di Troppi paradisi: “Mi chiamo Walter Siti, come tutti”. La Nota finale informa infatti che “questo non è un libro di autofiction, anche se ogni tanto qualche invenzione è stata necessaria per esigenze drammaturgiche”. Il dettaglio dichiaratamente falso delle montagne innevate visibili in Emilia (“sono l’unica cosa che ho inventato in questa storia”) – e che vorrebbe, di riflesso, attestare la veridicità di tutto il resto – appare allora come un elemento che opacizza ulteriormente il rapporto tra autore e personaggio. Insomma, mai fidarsi troppo: “Ricordo e quindi cado in errore: rivedo, riscrivo, reinvento”. Reinvento, appunto. Ma se ciò vale più o meno per tutti i libri in cui si raccontano le cosiddette “storie vere”, Lo sbilico va oltre: si colloca integralmente e con intransigenza – sin dal titolo – sul confine tra il Mondo e la possibilità di dirlo; tra la realtà e le dispercezioni che ne ha una mente assediata dalla malattia: “C’è una fontana con i pesci rossi, vicino a casa mia, con una Madonna di pietra al centro: una sera ho visto un gigantesco pesce di pietra al posto della Vergine. Quando mi sono avvicinato, mi sono accorto come nell’acqua nuotavano decine di piccole, anfibie Madonnine azzurre”.

 

L’infanzia di Alcide è segnata dalla morte precocissima di un fratellino nato con gravi malformazioni: “Mamma mi sollevava verso la tomba, mi faceva dare un bacetto alla foto alonata dal tramonto, finché io non sentivo l’umidità del suo vestito, annaspavo con la manina sul suo seno, tutto bagnato, e mi ritrovavo sporco di un latte senza poppata, che nessun farmaco era riuscito ad arrestare”. Presso l’amatissima nonna, tra conigli sgozzati e teste di piccione date in pasto alla gatta, Alcide amplifica il proprio rapporto con la brutalità delle cose: “Per i topi si andava a prendere una secchiata di farinaccio dal bidone dei porci, e lo si mischiava alla polvere di gesso e a mezzo chilo di sale grosso. Vicino al secchio si metteva una vaschetta d’acqua. I topi mangiavano il farinaccio, cominciavano ad avere sete per colpa del sale, bevevano l’acqua e venivano cementificati dall’interno”. Il bambino non ha ancora le parole per definire il malessere che si porta dentro, il disallineamento rispetto ai coetanei (alla scuola calcio: “Perché corrono tutti dietro alla stessa palla se ce n’è una ciascuno?”), espresso e placato attraverso il frenetico movimento del polso e la ripetizione ossessiva di un suono disarticolato. La cartella clinica dell’adulto parlerà invece di “disturbo bipolare a rapida ciclicità con aspetti anancastici”, e per sopravvivere saranno necessarie sette pastiglie e tre ore di allenamento in palestra, ogni giorno.

 

Questa realtà allucinata entra poi in tensione con la parola che tenta di dirla; quando cioè la scrittura fa attrito con l’esperienza e la fissa in una forma-romanzo che spezzetti in capitoli l’illeggibilità magmatica delle cose e ne frantumi la cronologia, ricalibrandola su un ordine più sopportabile. Alcide dall’Abruzzo parte e in Abruzzo ritorna: tra questi due movimenti c’è il cuore caldo della Milano universitaria, che la scrittura sembra tuttavia marginalizzare relegandolo a un’età dell’oro ormai irrecuperabile. Il romanzo si incide allora del male di vivere di chi lo scrive e ne medica – metanarrativamente – le ferite. “Non saprò mai che significa vedere il mondo nei suoi nessi di causa ed effetto e non per immagini isolate”; e ancora: “L’inizio delle cose è tutto, per il mio cervello. Vale per l’inizio di un evento, di una giornata, vale per l’inizio dell’allenamento e della scrittura”.

 

Se da una parte le parole – maniacalmente scelte per via libresca, tra letteratura e repertori lessicali – aderiscono alla realtà (“sono l’unico strumento che mi consente una ricostruzione degli eventi fededegna”), dall’altra permettono di allontanarla e di anestetizzarla attraverso il loro suono: “Dire «gronda» al posto di «grondaia» non era per niente la stessa cosa: «gronda» richiamava su di sé un’attenzione che mi distoglieva dalla risonanza lirica della grondaia in sé, della sua consistenza di lamiere, della sua forma sinusoidale altrimenti ingestibile per i miei sensi”. Entro il perimetro di una sostanziale omogeneità stilistica si osservano allora oscillazioni che testimoniano l’incessante ricerca dei termini che meglio permettano di accedere alle cose. I tecnicismi medici (“mesmerizzante”), le preziosità lessicali (“colliquamento”) e i neologismi (“invirgolare”) creano una frizione con le scelte più gratuite (“Le nuvole si adunano sugli hangar dei centri commerciali”) e con le metafore fuori fuoco (“Aspetto che insieme alle fauci mi si asciughino i pensieri”; “Penso che questo momento sia il verso più intenso del sonetto di questa giornata”).

 

Per placare i conflitti, non resta che la scelta più radicale: smettere di opporre l’Artificio (i farmaci, la scrittura, la mediazione della parola rara) alla Natura, e lasciare che questa, letteralmente, se ne nutra. Alcide si reca a Roma, all’Istituto centrale per la patologia degli archivi del libro, dove manoscritti, saggi antichi e romanzi deteriorati vengono tenuti in degenza e trattati dagli esperti a seconda dell’infezione. Un vero e proprio ospedale a cui il personaggio scrittore – nelle pagine di chiusa – affida il libro che lo racconta e che sta per compiersi. Basterà allora attendere che le larve aggrediscano la carta e ne nasca una farfalla marroncina, come quella in cui sua madre credeva di rivedere il fratellino morto (“È venuto a farci un saluto, guarda come ti vola addosso!”). Nessun ordine ristabilito, dunque, ma la creazione di una smagliatura che – prima di essere riassorbita dall’ordine immutabile delle cose – sveli nella Letteratura un fugacissimo orizzonte di possibilità.

 

[Questo testo è apparso su “laRegione”, 31.3.2026].

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