di Gianluca Gemmani
Ad Alba sorgeva la stella della sera; stagliandosi sopra il verde crepuscolo delle Langhe, che riflette le colline. Una luce profonda e flebile, che emerge e resiste anche nella notte più buia. Alcuni dicono che sia lo stesso corpo celeste che si scorge al mattino, tra i bagliori dell’alba; altri, più saggiamente, suggeriscono che sia il punto bianco più bello della volta stellata, Venere, che ogni giorno nasce dall’aurora iridescente della schiuma del cosmo; altri ancora, scienziati e filosofi, dicono che non è vero niente, che in realtà si tratta di un pianeta, e che questa ambiguità è proprio l’esempio perfetto di come il linguaggio a volte faccia brutti scherzi, proiettando significati differenti su una realtà apparentemente multiforme, ma che è – in realtà – sostanzialmente sempre la stessa, identica a sé. Che mistici e scienziati si trovino d’accordo almeno su questo? Forse i poeti, che conoscono solo nomi propri, si permettono di dissentire.
Ad Alba sorgeva la stella della sera; e infatti si sentiva intonare, devoto e rurale, un vespro. Ma non mi trovavo sulla soglia di vecchie chiese di campagna o d’Appennino, ruderi senza intonaco, dove ancora si rispettano i precetti del libro millenario delle Ore. Il retto tono della liturgia rumoreggiava, graffiante ed elettrico: ero al concerto del ritrovato Consorzio Suonatori Indipendenti. Che, Ad Alba, in quel tramonto crepuscolare, risorgeva in tour dopo lo scioglimento. La voce del vespro serale, salmodiante il tramonto del destino Occidentale, era quella di Giovanni Lindo Ferretti, che per certa musica indipendente italiana fu venerato come vero profeta in patria. Malgrado, fatto megafono, lui abbia sempre cercato di allontanare da sé questo amaro calice, quella voce non si è mai inceppata. Il primo comandamento recitava: “fanculo la tecnica, l’importante è l’anima di chi suona”. Il secondo aggiungeva: “alle finzioni di plastiche del capitalismo delle potenze occidentali, comodo, ma come dire, con poca soddisfazione, preferiamo sete e sudore, la povertà magnanima che crea il mondo, la terra fertile, che eternamente giovane preme compatta nel ventre della vita animale”. E il terzo, forse il più importante, ammoniva: “Sì può fare rock in italiano. Ora ne avete la prova! Al diavolo la facile lingua coloniale delle isole e d’oltreoceano, noi siamo i figli del continente e guardiamo in faccia la tragica storia degli sconfitti”.
Ad Alba sorgeva la stella della sera; i CSI tornavano a suonare ad Alba, e non poteva essere un caso: all’alba sorgeva la stella della sera sopra il ritrovato mattino nel destino dei CSI. E malgrado il gioco di parole, non riuscivo a togliermi dalla testa che le due cose formassero come una perfetta metafora vivente, e che quella situazione immortalasse plasticamente l’immagine perfetta per raccontare il senso della storia dei CSI. Perché in fondo, a pensarci, sono sempre stati questo. Questo tramonto risorgente sotto un’unica – la stessa – stella, dai molti volti, dai molti nomi: la Confederazione di stati separati, autonomi e instabili dopo la fine del collettivismo sovietico, il coagularsi di personalità forti e indipendenti attorno ad un progetto nuovo, dopo i CCCP, il traghettamento della musica indipendente italiana alla fine del Novecento, verso l’alba del terzo millennio, senza più nessun complesso di inferiorità, senza nessuna voglia di imitazione. E questo spirito millenarista d’altri tempi, da imminente fine del mondo, che impone la necessità urgente di agire con decisione e chiaramente, bianco o nero, forse, è sempre stato sottotraccia l’elemento comune della poetica dei CSI. E dopo un concerto meraviglioso, scioccante e a tratti traumatico, tra l’indistinto brusio e i particolari in chiaro, non riesco a togliermi dalla testa che non può essere un caso. E che forse – forse – la professoressa di filosofia del linguaggio, al primo anno di università aveva ragione: tante cose sono la stessa cosa. E forse, come dice il mistico, ogni cosa ha il suo tempo sotto il cielo.
Quando regnava il benessere dei primi anni Duemila, non c’era posto per i CSI, e inattuali sono tramontati. Ma ora che il mondo va in fiamme, il sole dell’avvenire è alle spalle, gli occhi attendono all’orizzonte la guerra di domani, ecco risorgere i CSI, lì dove sempre erano stati. Nella loro inattualità sonora, nel loro resistente contributo a ogni esperienza di frontiera, di urgenza per un ideale, per l’azione ora, nella loro incapacità di parlare d’altro che di vita, morte e resurrezione. Massimi sistemi, la vita all’osso. E perciò, da un lato, la litania non è, e non sarà mai, come a volte si pensa tra i feriti dalla conversione, soltanto il contributo ferrettiano posticcio all’altrimenti atea musica dei CSI: è la loro essenza. Dall’altro, quella dei CSI è una musica geopolitica; inattuale, in questo senso, perché, transitante tra le attualità, emerge ed emergerà sempre, forse, laddove tornano le ideologie, le fedi, la volontà di agire cambiando il mondo, e quella rima decisiva che ha segnato il Novecento europeo: la terra, la guerra. Ed ecco che l’ultimo decisivo tema, dell’ultimo decisivo album live dei CSI, (La terra, la guerra, una questione privata) ritorna ad Alba, fin dall’inizio, con le letture del romanzo di Fenoglio, e con la declamazione, nella ripresa finale, delle vicende del partigiano Tarzan; che ricordano gli orrori, i sentimenti e le tragedie del secolo scorso, e che forse mostrano meglio di ogni altra speculazione filosofica quale sia l’indole antifascista, la pasta sonora di cui è fatto il materiale resistente dei CSI. E non riesco a togliermelo dalla testa, che sia solo un caso. Che in questo cerchio in cui inizio e fine si cercano l’un l’altro, il concerto sia iniziato proprio con uno degli ultimi pezzi firmati CSI: noi non ci saremo. Lasciando in dubbio se sia la dichiarazione impotente di uno stato di fatto, un avvertimento, una presa di coscienza liberatoria, o piuttosto un monito per quelli che verranno.
Finite le innumerevoli antifone del salmo, finita l’ipnosi collettiva del concerto, tornato in me ho pensato che tutto sommato sono stato fortunato: non faccio parte di quella generazione che “è cresciuta ascoltando i CSI”; le loro distorte sonorità hanno travolto la mia iniziazione a quel tipo di musica quando ormai tutto era – di nuovo– finito e tramontato. Così, li vedo live per la prima volta, forse per l’ultima. Questo, per certi versi, accresce e depotenzia la mia venerazione. Ma forse mi permette di percepire il tipico gusto dolceamaro di fine concerto, quando si torna in silenzio alla macchina con i compagni, in modo differente: sono lontani i tempi in cui non c’era nessuna volontà di assecondare il pubblico, ma, anzi, si cercava lo scontro. E ci si esibiva dando le spalle, con una benda sugli occhi. La crudezza e la brutalità di quelle distorsioni a tre dimensioni, che sentivi sulla pelle, d’altronde, dovevano ricordare a tutti che la situazione era seria, e non c’era spazio per cincischiare, per il compiacimento autoreferenziale: era in atto un terremoto di scontro di continenti in lotta. Fronti opposti, in cui bisognava sapersi scegliere – ad oltranza, ad oltranza! – nuovi partigiani la parte, la piccola patria, dietro la Linea Gotica. Nulla di tutto ciò, toglie a quanto si è detto nulla. Però, ecco la parola dell’amaro sospetto di fine concerto: compiacere. La geopolitica è la moda del momento, e forse del Novecento stanno tornando le speranze, ma forse anche le parole e i tic più odiosi. E dov’è la lotta, anche esasperata e cercata, contro il pubblico, contro l’idolatria? E poi un esperimento mentale, come si suol dire. Vero, è un altro gruppo, un’altra storia, ma la stessa bocca: avrebbe cantato Giovanni Orfani e vedove davanti a quella platea? Chissà.
Però ne sono certo – voglio sperare – non si sta collettivamente facendo il solito sterile amarcord, non si sta – solo – gridando alla santità prima del tempo, prima della definitiva imbalsamazione. E ne sono certo perché c’è un aspetto verace, personale, che so essere un anticorpo infallibile contro questa china. Quando ho avuto la fortuna di andare a pranzo da Ferretti, in quel posto dimenticato da Dio di Cerreto Alpi, e sedere e parlare con lui – grazie all’intercessione di mio cugino prete – ero troppo spaventato dalla sua aura mistica e grandiosa per proferire parola. E solo una cosa mi ha sbloccato allora: la sua capacità di prendersi per il culo, di sapersi collocare nello spazio e nel tempo, come maledetto oltranzista brontolone provinciale quale è, scorbutico abitante dell’Appennino, che sta bene con gli animali perché non parlano – sentono, vivono, camminano. Vive bene isolato nell’ipertempo; scomparso per secoli dalla storia, ne conserva amorosa memoria, tra i fuochi della notte di San Giovanni, tra il fiato del fieno bagnato nel nitrire bianco dei cavalli. Non può essere un caso, non riesco a togliermelo dalla testa: noi non ci saremo. Ecco forse l’anticorpo. Il sapersi mortali, quando all’alba sorge la stella della sera.
1) un video live da Alba 2026:
2) un live del 98 con il bendaggio:
3) un live storico “In Quiete” del 94:
4) il video integrale dello storico concerto-reading di Alba del 96′, anche allora ‘dedicato’ a Fenoglio, ed evocato anche questa volta, 30 anni dopo: