di Marco Nicastro

 

L’identificazione è un meccanismo psichico che porta nel tempo una persona a far propri, in modo spesso inconsapevole, aspetti rilevanti del modo di essere di un’altra persona con cui ha stabilito un rapporto affettivamente significativo. Si tratta di un meccanismo importante per la costruzione e il cambiamento dell’identità soggettiva, e che, sebbene riguardi tutta la vita di un individuo, assume una particolare importanza in alcune fasi di essa, fasi in cui è necessario modificare o ridefinire l’identità personale (ad esempio durante l’adolescenza). Identificarsi significa in qualche modo lasciare vecchi modelli interiori di riferimento per sostituirli in parte o del tutto con altri che in quella determinata fase esistenziale sono più capaci di garantire l’adattamento alle nuove richieste dell’ambiente esterno, o che consentono di soddisfare meglio vecchi o nuovi bisogni emergenti nel soggetto. Ma, soprattutto, l’identificazione avviene, come accennato, per l’instaurarsi di un legame affettivo significativo con un altro essere umano, che viene ammirato e apprezzato e da cui chi si identifica si sente a sua volta apprezzato e fatto oggetto d’amore.

 

È questo il processo soggettivo e relazionale assieme che il regista Andrea Di Stefano riesce a descrivere in modo magistrale nel suo recente Il maestro (2025), storia del rapporto trasparente e innocente che si instaura tra un adulto (Raul Gatti, talentuosa meteora del tennis) e il preadolescente Felice Milella che sogna di diventare, sulla spinta ossessiva del padre, un campione del tennis. Il primo, irretito dai propri demoni interiori e forse alla ricerca di un’ultima occasione per dimostrare, nella propria misera vita di ex promessa dello sport e mai redento tombeur de femmes, di valere ancora qualcosa; il secondo, alle prese coi dubbi e le difficoltà tipiche della sua età e incagliato tra desiderio di competizione e confronto coi propri coetanei e bisogno ancora infantile di gratificare le richieste dei propri genitori (in particolare del padre, che proietta su di lui il proprio desiderio di rivincita esistenziale). Tra i due protagonisti, che per esperienze di vita e caratteristiche personali più diversi non potrebbero essere (interpretati rispettivamente da Pierfrancesco Favino e il giovanissimo Tiziano Menichelli) si instaura quel legame affettivo che consente di innescare appunto il meccanismo identificatorio che consentirà, a Felice, di entrare pienamente nella fase adolescenziale comprendendo meglio qualità e limiti personali, scoprendo timidamente la sessualità e riuscendo infine a trovare un proprio modo di essere più svincolato dai rigidi dettami paterni, in un processo di superamento edipico riuscito della figura del padre; a Raul, invece, di intravedere, grazie all’affetto disinteressato e inerme di un ragazzino, un piacere di vivere e forse una direzione da seguire nella propria vita di adolescente mai cresciuto, allontanandosi almeno in parte da una condizione esistenziale borderline giocata sempre sul filo del fallimento compiaciuto e dell’autodistruzione.

 

In fondo, in modo delicatissimo, il film descrive un processo di arricchimento interiore reciproco in cui due esseri umani, fragili per motivi diversi, ricevono l’uno dall’altro ciò che in quella fase può aiutarli a uscire da una condizione psicologica mortifera, per poter evolvere soggettivamente verso una modalità di esistenza più gratificante e sensata.

Il quarto film alla regia di Andrea Di Stefano, dopo il riuscitissimo L’ultima notte di Amore (2023), è una rappresentazione simbolica ricca ed esaustiva, senza artifici né sbavature nei dialoghi e nella struttura del racconto – arricchita dal talento proteiforme di Favino, ma anche dall’intensità interpretativa di altri attori del cast (in primis Menichelli, ma anche Valentina Bellè, Giovanni Ludeno e altri ancora) – di quel complesso processo interiore e relazionale che segna, spesso in modo decisivo, la vita umana in certe sue fasi, lasciando nello spettatore malinconiche suggestioni e ironici spunti di riflessione.

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