di Massimo Gezzi
[Esce oggi in tutte le librerie per Gramma Feltrinelli Adriatica, il primo romanzo di Massimo Gezzi. Il libro è strutturato in quattordici capitoli, sette dei quali dedicati a Emilie, un’adolescente all’ultima classe di liceo arrabbiata con sé stessa e con la vita. Nei restanti sette capitoli, che si alternano a quelli di Emilie, il protagonista invece è Tullio, un pensionato reduce da un ictus che vive da solo in un appartamento di Adriatica, la cittadina immaginaria in cui è ambientata la storia. Anticipiamo, ringraziando l’editore e Walkabout Literary Agency, un estratto del primo capitolo dedicato a Emilie e un estratto del primo capitolo che presenta Tullio].
Emilie
1.
“E pensare che all’inizio mi stavi proprio sul cazzo!” Glielo urlo così, da qua dietro, nell’orecchio destro. “Hai capito, stronzetta? Sulle ovaie, mi stavi”.
Non risponde. Ride. Ha quel meraviglioso sorriso addosso mentre l’aria tiepida le spazza i capelli che vanno a infilarsi nel mio naso, tra le mie palpebre. Li amo, questi capelli. Questo odore di pane fresco. Senza di te non esisto, sono morta, putrefatta, vorrei dirle se questo rumore fosse un po’ meno infernale. Ma in fondo non serve perché lei lo sa. Ed è per questo che ha sorriso, un momento fa, e adesso si volta e mi dice che andiamo a cercare Natalino.
“No, poveretto, dai!” le faccio. Ma lei è convinta, Natalino sarà la nostra serata.
Natalino è il matto del posto. Gira in cappotto, anche d’estate, con le mutande lerce e il sigaro in bocca, nient’altro. Si dicono cose pazze sul suo passato. Carlo è convinto che abbia ucciso il figlio. Marco che questo figlio sia nato dall’unione di Natalino con sua sorella. Il museo degli orrori, guarda. Però quando esce di casa con il cappotto abbottonato e il sigaro che puzza a dieci metri di distanza è irresistibile. Chi lo vede comincia a provocarlo. Gli lanciano un urlo seguito dal suo nome e lui inizia a borbottare. Un altro urlaccio, e lui alza il tono della voce. La terza volta si mette a bestemmiare e a urlare pure lui, con le braccia tese lungo i fianchi e i pugni tirati all’indietro, il sigaro appeso alle labbra che sbuffa come una ciminiera. Certe sere quelli del paese lo cercano, per le strade laterali del centro, e lo tormentano fino a che lui comincia a correre come un forsennato. Poi via con un altro giro in motorino, e quando lo incroci per la seconda volta è lui a riconoscerti e a sbraitare. E avanti così, per più di mezz’ora, dietro alle nuvole puzzolenti di Natalino che per quella sera e quella mezz’ora ti salvano dal nulla cosmico e dalla noia di queste strade.
Così Giada adesso gira per via Caetani, dove sta di casa Natalino, per vedere se lo troviamo.
Dopo la merda di stasera mi va bene tutto. Ho ancora gli occhi gonfi e la gola irritata per le urla. Mi hanno sentito pure dal palazzo di fronte, perché ho visto due o tre cucine che si illuminavano, là davanti, mentre mandavo affanculo mia madre, pure io in cucina, dopo essermi sentita dire che le facevo schifo. Io, schifo a lei. Una fallita alcolizzata che mi dice che le faccio schifo. Non vedo l’ora di finirlo, questo maledetto liceo, per prendere le mie quattro cose e andarmene da quella casa del cazzo per sempre. Per dimenticare le urla e le parole di quella stronza.
Mia madre non era così. Quando avevamo l’edicola era sempre curata, bella. Mi piaceva un sacco quando tornava a casa, perché l’odore di carta si mischiava con quello della sua pelle e mentre ci preparava la cena casa nostra sembrava un tempio di profumi. Era felice, in quegli anni. Lo ero pure io, ma tanto tutti i bambini fino a un certo punto lo sono. È dopo che arriva la merda. Quando cominci a deformarti e a diventare la brutta caricatura di quella che eri in quelle foto che non riusciamo più a dimenticare. Almeno una volta, cristo santo, una prendeva e buttava via, strappava, riduceva in cenere. Adesso per liberarsi di una foto bisogna ammazzare tutti quelli a cui tua madre l’ha mandata, e anche questo alla fine è inutile, perché lì dentro, in quei miliardi di schermi, da qualche parte quelle maledette immagini rispunteranno fuori anche quando sarai crepata tu, oltre a tutti i tuoi parenti. È allora che è andato tutto a puttane. Preadolescenza. Primi centimetri di tette. Mestruo. E patatrac, la famiglia Catizzi in frantumi! Sai quante volte, ho confessato una volta a Giada che intanto si è messa a canticchiare non so cosa a voce bassa, sai quante volte mi sono detta che se fossi rimasta sorridente e idiota come in quelle fotine della minchia mia madre avrebbe ancora l’edicola e mio padre starebbe ancora insieme a noi? Tante, troppe, forse. Perché mi sa tanto che non è la verità. E adesso proprio basta, non ne posso più. Nessuno ha il comando del tempo e può invertirne la rotta. Appena posso me ne vado e vi mando tutti a cagare. Tutti e tutte.
“Uffa, mi sa che Natalino stasera non c’è,” fa Giada voltando la testa di trequarti.
“Andiamo al Trinity, dai.”
“Ma no, che tristezza. Mi sta sul cazzo quel posto, lo sai.”
Certo che lo so, compañera. Adesso che si è politicizzata ed è entrata nel Collettivo questa non vuole più frequentare nessuno. Tutti fascisti e borghesi da cancellare dalla faccia della terra. Un po’ ha ragione, con quel fascio che lo gestisce, però insomma. Va a finire che anche stasera finiamo in spiaggia a stonarci.
“Emi, andiamo in spiaggia?” E ti pareva… Tac!
“Però io stasera non c’ho voglia di fumare, Già. Sono presa male.”
“Io no!”, e mette la freccia per il lungomare. Viva la solidarietà tra amiche, cavolo. Però non so resisterle, e magari questa matta e le sue parole impazzite mi tireranno un po’ su di morale.
Questa lingua di sabbia è un luogo magico. Sarà la magnifica puzza di fogna che viene dallo sbocco del depuratore lì di fianco – ma depuratore de che? Se quella è acqua pura Giada è vergine –, o magari il fatto che nessuno ci viene e si può parlare a voce alta senza la paura che qualcuno si faccia gli affaracci tuoi. Fatto sta che qui ho detto cose che non ho detto mai altrove. Le ho raccontate solo a lei, ovvio. E lei ha raccontato tutto a me, facendomi tornare a casa ogni volta piena di smanie e fantasie strane in testa. Stasera speriamo di no, per carità. Speriamo che si controlli.
Si sfila le scarpe e i calzini.
“Ho freddo,” le faccio.
Mi cerca con il suo solito sguardo storto. Irresistibile.
“E va bene,” e mi scalzo pure io.
Giada si siede a gambe incrociate. La sciarpa verde di cotone stropicciato la fa sembrare più piccola, nella semioscurità. E a volte è bellissimo, qui davanti, guardarsi e quasi non riconoscersi. O vedere qualcun altro nella sagoma che hai di fronte. Come quella volta che, strafatta, mi ha chiamata Concetta perché diceva che mi era improvvisamente cambiato il naso e i capelli mi si erano arricciati e allungati. Fulminata proprio.
“Serata di merda, a casa?”
“As usual,” tronco.
“Ma stasera più usual di sempre, mi sa…”
E dagli.
“Ma sì, mi ha detto pure che le faccio schifo. Hai capito? Si scola una bottiglia di vino e tre o quattro amari a sera, puzza di alcol a un metro di distanza e quella che
fa schifo sarei io.”
“Gliel’hai detto?”
“Cosa?”
“Che ti fa schifo.”
“No.”
“Brava,” e mi prende le mani.
Brava un cazzo, mi verrebbe da risponderle mentre la stendo sulla sabbia con una mossa di wrestling. E invece la abbraccio. E cerco di trattenere le lacrime che non so perché questa stronzetta riesce sempre a spremermi dagli occhi. Maledetta.
“Tua madre ti vuole bene.”
“Sì, come no.”
“Ma non sa come dirtelo. Perché se te lo dice le sembra una bugia.”
“È una bugia, Già.”
“Sta male, Emi. È depressa.”
“E quindi può trattarmi come se fossi un pezzo di merda da mandare giù nel cesso, giusto?”
“Ma no, no. Solo che è tutto un casino, in questo momento. Vi dite delle cose che non pensate. Che non volevate dire.”
“Io le penso, Già. Le penso tutte.”
“Pensi che tua madre sia una persona di merda, con tutto quello che le è successo?”
“Uff… Possiamo parlare d’altro? Sono uscita per non pensarci. Ti prego.”
Allenta l’abbraccio e mi guarda in faccia. Mi fissa negli occhi. A lungo.
“Ci facciamo una canna?”, e ride.
“Rolla,” dico io, mentre mi asciugo le lacrime con la manica della giacca.
Se fossi un maschio mi innamorerei di lei solo per questo momento. Sembra che stia facendo qualcosa di sacro. Decifrare un codice arcano. Tirare fuori un manufatto etrusco da uno scavo. Mescolare una pozione. Invece sta semplicemente leccando una cartina, dopo averla riempita di erba e tabacco con gesti minimi e precisi, da musicista. Canna opera 231. È un rituale, in fondo, questo. Quindi è giusto così. Non funzionerebbe, se mentre lo facesse si mettesse a come fa dopo, quando le si scioglie la lingua e il suo sorriso si allunga di tre o quattro centimetri per guancia.
Accende e fa il primo tiro. Soffia dopo qualche secondo, poi me la passa. Faccio il primo tiro anch’io e come al solito, bang!, il fumo mi brucia nei polmoni e mi viene da tossire, come una principiante.
Eccola, la sua prima risatina.
“Minchia, ma cosa c’hai messo, polvere da sparo?”
Giada ride e poi appoggia la faccia su un ginocchio. Guarda il mare, che sbatte pigrissimo le sue ondine sulla spiaggia. Uno due tre, splash. Poi silenzio, e ancora silenzio. Lo rompe lei, questo silenzio di velluto. Spero che non dica…
“Siamo amiche, vero?”
“No,” rispondo sollevata. “Siamo marito e moglie.”
Sghignazza, adesso. Ho un bisogno fisico di sentire questo suono. Ho bisogno che mi scenda dentro e che mi allarghi i polmoni il cuore la vita.
“Metti un po’ di musica, va’. Un po’ di atmosfera,” fa quando smette.
Apro Spotify, seleziono la play incazzata e parte un pezzo di Rancore.
“No, ti prego, Rancore no. Non ce la faccio stasera.”
Skippo.
“Kid Yugi va bene?”
“Mh. Meglio… Senti, facciamo un gioco?”
“Oh mamma. Tremo già.”
“Ma no, niente di strano. Adesso ci facciamo altri due tiri poi cominciamo. Funziona così: ci diciamo la cosa che non diremmo mai a nessuno, tranne che a noi stesse.”
Oddio, il gioco della verità mi sta proprio sul cazzo. Perché se dovessi dire la verità su molte cose probabilmente non riuscirei a dire tutto quello che ho in testa. L’ultima volta con Marco è andata a finire male, per esempio. Sparargli in faccia che mi piaceva e riceverne in cambio un attacco di ridarella, proprio in quegli anni di merda… Ancora faccio fatica a salutarlo, dopo tutto questo tempo.
“No, Già, ti prego. Tanto sai tutto di me.”
“Non ci credo. Impossibile. Lo so che nascondi delle cose, in quella testolina incazzata.”
Fanculo la questura, sto eludendo la tua indagine… Da paura questo pezzo. Ci nascondo una valanga di cose, altroché. Un oceano di rabbia. Una piramide di paure. Altroché.
“E comunque,” risponde e mi guarda con il suo sguardo furbetto, “Io ti devo dire una cosa gigante. Però cominci tu.”
Che bastarda, Cristo! Sa sempre come mettermi all’angolo.
“No, vabbè, dimmelo e basta, dai.” E intanto la polvere da sparo sta cominciando a propagarsi allegramente nelle mie vene, rallentando il sangue, slogandomi le ginocchia e sciogliendomi la lingua. Lei tira ancora e sorride: “Tocca a te,” sussurra.
“Canna,” ordino puntando il dito. “Ma una birretta non ce l’abbiamo?”
“No, ma posso andare a comprarla, finché riesco a camminare,” risponde mentre si alza e si avvia verso la strada.
“I soldi,” faccio.
“Pensa al tuo segreto,” risponde lei già più piccola, ondeggiando verso il bar di Leo.
Cosa mi invento, adesso? Voglio dire, non voglio rivangare cose del passato. Il pompino di due anni fa è una cosa vecchissima, chi se ne frega più. Poi con lei, figurati: come andare a rubare a casa dei ladri. Non posso dirle quello, però. Penserebbe malissimo di me. Non voglio sentirmi giudicata pure da lei, l’unica che mi fa sentire qualcosa di diverso da una merda ambulante. È una cosa mia, quella. E poi basta, ho deciso di chiudere. Come è iniziata finirà, senza che nessuno lo sappia. Mio padre. Mia madre. Di questo sa già tutto. La voglia di morire, conosce pure quella. I tagli me li ha persino medicati lei, una volta. Mi invento una stronzata. Non voglio dirle quella cosa. E vedi di non farti sgamare, Emi. E poi secondo me sta bluffando. Mi racconterà una delle sue scopate con tizio o con caio, capirai. Anche se di quella con Giacomo, se è andata in porto, sarei proprio curiosa di conoscere i particolari. O cos’altro? Qualcosa che riguarda il suo futuro? Oh no. Non mi dirà mica che se ne va. Che la sua famiglia si trasferisce. No, ti prego, questo no. Dio che agitazione mi ha messo addosso, quella stronza! Eccola là, con i capelli che danzano contro la luce del lampione. Sempre più scura. Sempre più vicina. Due birre da 66 in mano. Cosa mi invento? Cosa le dico, porc…
“Sei pronta?” urla a qualche metro di distanza.
“Quanto ti devo?” Prendere tempo. Sviare il discorso.
“Mi devi il tuo segreto.”
Non si scappa. Merda.
“Dai, prima fuori il tuo e poi ti prometto che ti dico una cosa che non ti ho mai detto, giuro.”
“No no no, Emilie Catizzi. Le regole sono regole.”
“E le regole le fai tu, vero?”
“Le regole le fa chi inventa il gioco. Mussolini docet,” e ride, chiedendomi la canna che intanto mi si è spenta tra le mani. Gliela passo. Restano due o tre tiri. Cin cin. La Peroni ghiacciata non delude mai.
Giada fa un rutto enorme e comincia di nuovo a sghignazzare. O forse ho cominciato io. Rispondo al rutto. Adesso siamo pronte. Arriva il calore che mi rimette al mondo. La voglia di sentirmi pesante su questa sabbia, la gioia di sentirmi sorella di quelle stelle lontane e di quelle luci sul molo che tremolano nel buio, laggiù in fondo. Durerà poco, durerà una serata, ma intanto la sento, e mi sento bene. Inspiro forte. L’odore del mare e la puzza di fogna. Mi piace pure quella, quando sto così.
“Allora?” fa lei mentre si stende lunga a pancia in su, come sempre quando il mix di fumo e alcol comincia a funzionare.
“Allora, allora…” tentenno.
“Ma ti stai inventando una balla?”
“No, no!” ma la mia protesta è troppo plateale, mi ha colto in fallo, l’autocontrollo è andato a farsi fottere e mi scappa un botto da ridere. Rido, ridiamo insieme.
“Mettiti giù e comincia, sennò mi addormento,” fa Giada, con i piedi incrociati e le braccia a v sulla sabbia.
“Allora…” E mentre penso a una cazzata che non prende i connotati di nessuno, né mi suona sufficientemente vera (che cavolo di avventura potrei inventarmi, proprio con lei?), dal profondo di me stessa scappa una cosa che ho pensato spesso ma che non ho mai saputo trasformare in parole, frasi, suoni. È un ronzio. Una piega che volevo tenere nascosta tra le pagine e che invece, aprendo il libro a caso, adesso mi è capitata sotto gli occhi.
“’, Già, se proprio vuoi una cosa che non ti ho mai detto… Io… Io ti invidio.”
Silenzio. Silenzio lunghissimo.
“Scusa, ti ho ferito?”
Gira la testa verso di me e mi sorride. “Ma no. Continua.”
“Be’, è una cosa che ogni tanto mi viene. Quando ti vedo farcela sempre, andare bene a scuola, piacere ai ragazzi… Io sono felice per te, sia chiaro, perché tu sei una persona meravigliosa e te lo meriti. Ma certe volte, che ne so. Certe volte ti invidio. Possibile che non le va mai male nulla? penso. Possibile che la sfigata devo sempre essere io? Ecco, è questo. E ogni tanto, ogni tanto ho sperato che qualcosa andasse male pure a te. Ecco… L’ho detto.”
Lei resta immobile. Poi ruota lentamente la testa verso di me e mi fissa. Mi fissa intensamente. E invece di aprire le labbra per dire qualcosa che non vorrei sentire, sorride. Fa quel bellissimo sorriso che tante volte ha saputo salvarmi una serata. O forse la vita.
“Perché ridi?” chiedo.
“Non rido. Ti ascoltavo.”
“Ti ho delusa?”
“Ma di cosa, Emi?”
“Be’, ti ho detto che ogni tanto ti auguro un po’ di sfiga.”
“Me la auguro anch’io, sai.”
“Cosa?”
“Un po’ di sfiga.” Si appoggia a un gomito. Beve una lunga sorsata. Poi ricomincia: “Sai, ho quasi diciannove anni. Fino a qualche anno fa non vedevo nulla. La mia vita mi sembrava semplice, uguale a quella delle altre. Forse un po’ noiosa.”
Cristo, noiosa la sua vita?
“Poi ho capito delle cose. E per la prima volta mi sono vista da fuori.”
“Da fuori non sei così male, dai.”
Eccolo di nuovo. Ma nel suo sorriso c’è qualcosa di ombroso, stavolta. Non scintilla come al solito. Le tremano gli occhi.
“Piano piano ho capito che è vero quello che dici. Sono una privilegiata. I miei sono abbastanza ricchi, piaccio ai ragazzi, a scuola me la cavo senza troppi problemi… Certe volte mi guardo e mi chiedo perché. Perché io sì e altre no, insomma.”
Adesso il silenzio è doppio. Si sentono solo i rantoli del mare. Lei sì e altre no. Chissà chi, no. Ma sono stata io a cominciare, quindi…
“Adesso ti ho ferita io. Scusami, non volevo dire che…”
“Figurati, l’ho detto prima che sono una sfigata. Tranquilla.”
“Ma no, Emi, non volevo dire questo. Lo sai quanto ti voglio bene e quanto mi piacerebbe aiutarti quando…”
“Quando cosa? Quando mia madre mi vomita addosso il suo odio? O quando mi dice che non ha cinque euro da darmi perché siamo al verde e mio padre è in ritardo con i pagamenti? Oppure magari quando Edo mi dice che somiglio a un barbapapà rosa e mi prende per il culo su Insta? Oppure, che ne so, quando quello stronzo di Postacchini a scuola mi fa sentire una cerebrolesa perché non so pronunciare bene il suo cazzo di the?! Quando vorresti aiutarmi, Già. E soprattutto, come?!”
Bum. Screeeech. Badabam. Crolla tutto. Stavolta mi è presa male. E adesso, per completare l’opera, pure le lacrime. Ma vaffanculo.
“Emi…”
“Emi un cazzo! Non ne posso più, Già. Sono devastata. Sono pure finita a filmarmi le tette e a mandarle a un pervertito per sentirmi apprezzata da qualcuno! Ecco. L’ho detto. Lo volevi il mio segreto? Eccotelo qua, cazzo!”
Poi i singhiozzi mi impediscono di continuare. Stavolta sì, li lascio andare. Per cui per i prossimi due minuti non capisco, non sento quello che mi dice, non distinguo nient’altro se non la mia voce ridicola che frigna e il muco che mi cola dal naso e si mischia al sapore di birra e di fumo. Uhm, che bontà. Poi pian piano rallento, smetto, anche perché Giada si è tirata su e mi è venuta alle spalle, mi ha abbracciata, mi tiene stretta, mi accarezza i capelli, senza dire niente, e io ricambio come posso, storta e buttata sulla sabbia, mi aggrappo a un braccio e glielo stringo così forte che dopo un po’ mi fanno male le dita. Poi pian piano mi riprendo. Respiro. Dico due o tre volte “merda”, cercando di ricacciare in gola i singhiozzi che ogni tanto continuano a scuotermi.
“Scusa, Emi…”
“Ma no, tu non c’entri nulla.”
“Sì che c’entro. Sono stata terribile. Non volevo ferirti. Io ti voglio bene, mannaggia. Ti voglio bene tantissimo. Lo sai, vero?”
Lo so, lo so, e ringrazio le stelle che esplodono nelle mie lacrime perché esisti. Glielo dico. Lei mi stringe ancora. Poi mi viene davanti e mi prende la faccia.
“Emi… prima hai detto una cosa.”
“Cosa? Le tette?”
“Sì. Mi vuoi dire che significa? Non voglio farmi gli affari tuoi, ma mi hai messo paura.”
Ma complimenti, Emi! Adesso ti tocca spifferare tutto. E magari sentirti una cretina pure con lei.
“Se non vuoi dirmelo non me lo dire, ma se hai bisogno…”
“Ho fatto una cazzata, Già. Ho accettato la richiesta di uno su Instagram che ha cominciato a farmi complimenti, a dirmi che gli piacevo. Poi una volta mi ha chiesto di spogliarmi, e io gli ho risposto di no. Ma lui ha insistito, continuava a dirmi che lo eccitavo… e alla fine gli ho mandato due o tre video.”
“Oddio, Emi.”
“Lo so, sono una scema. Sono pure scema.”
“Gli hai mandato la tua faccia?”
“Un pezzetto, forse. In un video si vede mezza faccia mentre mi tolgo il reggiseno. Ma solo mezza. Lo so, Già, è stata una cazzata. Mi ha fatto sentire bella, che ne so. Sono anni che nessuno mi caga nemmeno di striscio e non ne potevo più. Ho sbagliato, lo so. Scusami. Ora lo mando a quel paese e fine della storia.”
“Ma lui chi è? C’è una sua foto, il suo nome?”
“Sì, ma ha un nome strano, tipo straniero. E la foto di un cane.”
“Oddio… Emi, ascolta. Non farlo più. Ti rovini la vita, se lui mette online dei video in cui sei riconoscibile. Ti ricordi quella che si è suicidata per il revenge porn?”
“Cosa vuoi che sia, Già? Un motivo in più per ammazzarmi.” Ma lo so che ha ragione, e dopo che ho premuto il tasto invio mi sono sentita subito una fogna, e mi sono detta che era la stronzata più grande che avessi mai fatto. E che ormai l’avevo fatta. E che l’avevo fatta perché la mia vita fa schifo, schifo totale.
“Mi fai vedere il video?” mi scuote Giada.
“No! Manco morta.”
“Solo per capire, Emi.”
Alla fine tiro fuori il telefono, vado nell’album nascosto e glielo mostro. Fa buio, tanto: il rosso scarlatto che mi sale in faccia non si vede.
“Smettila immediatamente, Emi. Chi cazzo è, questo? Se ti trovi il video online chi denunci? Magari vive in Marocco, in Serbia… Promettimi che non lo fai più! Bloccalo immediatamente.”
Glielo prometto, certo. E alla fine mi sento sollevata di averglielo detto, mentre lei continua la sua tirata, che da una parte mi rassicura (perché in effetti quella faccia storta che appare per una frazione di secondo potrebbe essere di chiunque, dice lei: boh, a me sembra solo la mia faccia di merda), dall’altra mi fa sentire amata, perché a volte hai bisogno di sentirti così: rimproverata per amore, sgridata perché stai sbagliando e qualcuno ci vede meglio di te. Come faceva mio padre, quando ancora era un essere umano e non un coniglio mannaro. Quando mi appiccicava sull’armadio i post-it con gli errori da non ripetere: non si fa ritardo, non si dicono parolacce, si mangia con la forchetta. Non si mandano video di tette a sconosciuti.
[…]
*
Tullio
1.
Beve sul balcone che dà sul molo, laggiù in fondo. Beve un bianco mediocre, che lo stordisce e il giorno dopo gli dà mal di stomaco, emicrania. Stasera però ha bisogno di bere.
Tullio ha sessantotto anni. Fuma Camel da quando ne aveva sedici. Soffia il fumo dal naso, a intervalli. Poggia la sigaretta sul posacenere con la sinistra, alza il bicchiere, beve, poi riprende il mozzicone e fa un lungo tiro.
Sono passati quattro anni da quando sua madre è morta. Ne aveva ottantotto, Teresa Romanelli in Sulpizi, quando ha deciso che era troppo stanca per continuare a resistere al male all’anca e alle vene varicose. Quel giorno Tullio si è svegliato, come tutte le mattine, e l’ha trovata riversa a terra, ai piedi del letto. Forse aveva provato ad alzarsi per andare in bagno, forse si era sentita male. Lui, chissà come, non aveva sentito nulla. E per molti giorni, come fa adesso guardando il mare risplendere di pallidi riflessi rosso quando si accende il faro, si è chiesto se avrebbe potuto salvarla, aiutarla, se solo si fosse svegliato. Come fa troppo spesso, adesso che non serve e che invece vorrebbe scomparire nel sonno, quando di notte un vecchio mobile scricchiola o qualcuno fa rumore al quarto piano, sotto di lui. La sua camera da letto dà sul lato della pineta, per fortuna. Il pub è dall’altra parte e non lo sente. O se lo sente quel mormorio indistinto, specie d’estate, gli fa compagnia.
Tullio vive da solo, malgrado l’invalidità. Ha smesso di lavorare al calzaturificio in cui è stato magazziniere per più di quarant’anni, resistendo alla delocalizzazione selvaggia in Romania e ai licenziamenti degli altri operai, soprattutto tagliatori e orlatrici, fino alla pensione.
Dopo quella notte non riesce più a fare niente. Il braccio destro gli penzola semiparalizzato sul fianco. Cammina male. Fa tutto con la sinistra, che ha imparato a usare in questi ultimi tre anni. Ti è andata bene, gli ha detto più volte qualcuno per tirarlo su di morale. Come no, mi è andata bene, pensa lui in quelle occasioni. La fisioterapia, gli esercizi, il tempo: sciocchezze, ormai ha capito. Ormai sa che il braccio rigido e il piede che trascina quando cammina lo accompagneranno fino alla tomba. Speriamo non pure dopo, pensa sorridendo ora che la sigaretta è quasi finita e il fresco inatteso di questa notte di maggio gli mette i brividi. Preme il mozzicone nel posacenere, rientra in cucina, chiude la portafinestra e accende la luce.
L’appartamento in cui vive è rimasto lo stesso. Sua sorella Virginia ha provato più volte a convincerlo a ristrutturare, a buttare via tutto. C’era quasi riuscita, prima dell’ictus: ma poi la vita di Tullio è cambiata all’improvviso, le abitudini hanno dato un giro di vite e per provare a farcela, per tornare ad assomigliare a quello di prima, lui ha sentito il bisogno di guardarsi allo specchio delle sue pareti, della sua carta da parati ingiallita dal fumo e a tratti scrostata, dei suoi vecchi elettrodomestici mal funzionanti. Tutto è restato così, come quando c’era ancora Teresa che faceva la spola tra la camera da letto, condivisa da trent’anni con il fantasma di suo marito, la vecchia cucina e il salotto semideserto. Tullio conosceva ogni passo del tragitto e ogni appiglio di quella casa, e imitando involontariamente l’andatura claudicante di sua madre ha imparato di nuovo a camminare per il lungo corridoio e in quelle stanze numerate. Virginia allora ha dovuto rinunciarci, ancor più perché Tullio, malgrado viva al quinto piano di un palazzo e sia invalido, ha rifiutato più volte il suo invito ad andare a vivere con lei e la sua famiglia, lassù in collina, a una quindicina di chilometri da Adriatica. Non si vede il mare, da dove stai tu, le risponde ogni volta che lei torna alla carica. Sto bene dove sto, non ti preoccupare, la rassicura. Se ho bisogno ti chiamo, anche di notte.
Tullio non l’ha mai chiamata per chiederle aiuto. È un orso testardo, dice Virginia, una testaccia dura. Come quella volta che si è rotto l’ascensore, un paio di mesi fa, e lui è rimasto tutto il giorno di sotto ad aspettare che lo riparassero, senza avvertirla di nulla. Ha mangiato al ristorantino di Emilio, ha fatto una breve passeggiata, poi si è messo sul gradino a chiacchierare con il tecnico che provava a capire perché mai quel trabiccolo si bloccasse di continuo al terzo piano, ogni volta che risaliva. Quando la riparazione è terminata Tullio si è fatto avanti e si è proposto come cavia. Non ti preoccupare, ha detto all’operaio della ditta di ascensori. Se casca, poco male. Invece l’ascensore è salito, ha sferragliato un po’ all’altezza del terzo piano, ma poi le porte si sono aperte proprio davanti al suo portoncino d’ingresso. Lo stesso di sempre, con i graffi di Pepita sopra lo zerbino e qualche macchia di terriccio che nessuno pulisce più, da quando Teresa ha smesso di farlo.
© 2025 Massimo Gezzi by arrangement with Walkabout Literary Agency
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione in “Feltrinelli Gramma” ottobre 2025
