di Andrea Cortellessa
[Una versione più breve di questo articolo è uscito su «La Lettura». La furia si presenta oggi a Roma, alla Libreria Tomo a San Lorenzo (Via degli Etruschi 4), alle 18.30. Con l’autrice parleranno Federica De Paolis e Andrea Cortellessa].
O wonder!
How many goodly creatures are there here!
How beauteous mankind is! O brave new world
That has such people in’t!
The Tempest, V, 1, 184-187
I libri di Alessandra Carnaroli sono tanti. Lo sento dire da un pezzo – che scrive troppo, che scrive sempre. Eppure, più spesso di quanto ci piacerebbe ammettere, questa scrittura – forse l’unica, oggi, a farlo davvero – ci prende. Coglie nel segno, cioè, usando i segni – pochi, pochissimi, quelli indispensabili – che ci definiscono, ci profilano, ci “fanno la foto” – e da quel momento in poi ci fissano lì, sulla pagina, come insetti infilzati dall’entomologo. Sono “tanti” i suoi libri – plurali, cioè – anche perché spesso, come quello che finalmente due anni fa l’ha fatta fuoriuscire proditoria dal circuito squisitamente autoriferito della «poesia di ricerca», 50 tentati suicidi più 50 oggetti contudenti che a sorpresa ha macchiato il nitore della «Bianca» Einaudi, si presentano uni e bini. Un po’ perché queste suite tambureggianti di microtesti fuoriescono appunto a frotte, dalla sua fucina spersa nelle Marche profonde, e conviene allora associarne due nella stessa pubblicazione (penso a Poesie con katana, uscito nel ’19 nella bella collana «Voci» curata dalla rivista «Atti impuri» per l’editore Miraggi: dove alla terrificante serie Carico e scarico, nella quale prendono la parola le migranti costrette a prostituirsi – «peggio | di un uomo | brutto || c’è | l’odore», «mi ha strappato | l’orecchino / a morsi || come mike tyson || volevo una spugna | o un paracolpi» – fa seguito l’apparentemente più “leggera” Murini, che colleziona voci da un reparto maternità corredandole di micro-ekphrasis degli emoji, cioè delle “faccette” da cellulare, alcune delle quali parrebbero peraltro di sua invenzione: «muto come un pesce / faccia che dorme con bolla al naso | nel cartoccio abbraccio | della sua mamma / famiglia cuore vittoria angioletto applausi applausi»).
Ma se impagina i suoi libri in questa forma antinomica (i 50 tentati suicidi più 50 oggetti contundenti – non fosse stato per l’ostinato classicismo grafico della collana – li avrebbe voluti stampati a specchio rovesciato nei due versi della foliazione) è soprattutto perché quella di Carnaroli, per dirla col vecchio e insuperato Bachtin, è una parola costitutivamente polifonica: cioè intimamente plurale. Sono davvero tante le donne che prendono la parola nella Furia (anche se non mi pare si possa parla di «romanzo corale», come fa la sua quarta di copertina): tante di numero, certo, in una frastornante molteplicità di punti di vista; ma ciascuna di loro, poi, “tanta” in quanto multanime e contraddittoria. È facile l’equivoco secondo il quale risponderebbe a un naturalismo 2.0 la registrazione, senza dubbio di stupefacente prensilità, delle voci da Carnaroli collezionate dalla sconfinata camera d’eco, televisiva telematica telefonica, della quale siamo tutti prigionieri (sicché spiace che le “sporcature” dialettali che fioriscono le dizioni semialfabetizzate delle sue micronarratrici siano state editate, stavolta, in corsivo). E certo colpiscono, davvero come filo di katana, attacchi quali «basta che non mi riporti a casa un negro poi non voglio sapere niente con chi ti metti e cosa ci fai, se ci vai a letto sono fatti tuoi ma non devi rimanere incinta»; ma, al di là del suo verismo brutalista, di un taglio come questo va colto il filo doppio: la parola polifonica è quella che reca l’ideologia del “personaggio” che la pronuncia. La quale dunque da un lato fa attrito con quella di chi la riporta (che possiamo solo supporre, dal momento che si fa un punto d’onore di non parlare mai in prima persona), e dall’altro con quella (da un pezzo appannata ma così, magari, finalmente sollecitata a reagire) di chi la legge.
Rispondeva allo stesso equivoco, ormai quasi trent’anni fa, il modo in cui per lo più venne letta quale identificazione con l’aggressore la brutalità dell’esordio di Aldo Nove (il quale non a caso sarà poi tra i primi, a metà anni Zero, a riconoscere il talento di Carnaroli): senza cogliere la mimesi di secondo grado, in Woobinda e oltre, della spettacolarizzazione mediatica di quella stessa violenza. Allo stesso modo Carnaroli – in un’intervista insolitamente esplicita concessa ad Alberto Cellotto – ha detto d’ispirarsi alla «fondamentale […] cronaca di Repubblica: la riduzione della tragedia a trafiletto», confessandosi addicted «come a una droga» al «mondo come ci viene rappresentato in Italia». Il non meno violento moralismo del Nove a venire, si capisce, aprirà gli occhi a tutti; ma l’allieva ha dato, ai suoi procedimenti, un giro di vite fondamentale. Non è più solo mimesi della banalizzazione mediatica del male, la sua: passato un ventennio di più o meno esplicita propaganda politica che spregiudicatamente utilizza i “valori” del razzismo, del sessismo e del cattivismo, della degradazione di tutto a mera fungibilità commerciale e sessuale, la reazione di una come Alessandra Carnaroli risulta – ha scritto Silvia De March – «engagée, impegnata tanto sul piano contenutistico che su quello formale». In effetti, impegnata nei contenuti in quanto lo è nella forma.
Si comporta cioè, con la scena politica di oggi, come faceva con quella d’allora l’avanguardia d’antan (ciò che di rado prova a fare, invece, la «poesia di ricerca» di oggi). Non è un caso che La furia sia dedicato «a Nanni che passa rasente». Posso testimoniare che nei suoi ultimi anni Balestrini soprattutto alla scrittura di Carnaroli teneva, e – prima di lasciarci, quattro anni fa – invano tentò di trovare collocazione, per una volta non esoeditoriale, alle prose ora finalmente raccolte in questo libro. Proprio per la sua polifonia – che secondo Bachtin si dà anche in poesia, ma è nella narrativa che trova il suo terreno naturale – era dell’opinione, Balestrini, che questa parola avesse da guadagnare dall’espansione della prosa piuttosto che dalla rastremazione del verso, prima vocazione dell’autrice (che al riguardo, a più riprese, non manca d’ironizzare: «di mestiere mi piaceva fare il geometra o la poetessa e m’intendo un po’ delle cose dritte o storte nelle case e nella vita»). Ne sapeva qualcosa, l’autore della Violenza illustrata: che riconosceva, nella microfisica della sopraffazione famigliare sciorinata nella Furia, l’applicazione capillare dei metodi di prelievo da lui sperimentati, a suo tempo, per la violenza invece macroscopica degli anni Settanta. E credo che a Balestrini Alessandra abbia in qualche modo voluto rendere omaggio nella seconda parte del suo libro – quella cioè che Nanni non ha fatto in tempo a leggere –, la quale mette a tema la peste dell’immaginario fatta circolare in tempo di pandemia: quando «il popolo delle mamme» segue «il generale pappalardo che reputa una brava persona o la pagina vogliamo la verità sui vaccini». Così Balestrini nel “secondo tempo” dell’epocale libro del ’76, La nuova violenza illustrata che aveva finito di mettere insieme al momento della morte ed è stato pubblicato subito dopo da Bollati Boringhieri, aveva voluto applicare il proprio “metodo” d’antan agli orrori del nostro tempo: dall’odissea della nave Diciotti alla pistola d’oro di Gheddafi.
Allo stesso modo, la parte post-covid della Furia rischia a tratti di far trapelare troppo esplicita – solo leggendo a rovescio l’intenzione di certe frasi – l’ideologia autoriale. Ma il più delle volte mantiene intatta, invece, la furia della prima parte. Cioè la sua indeterminabile, polifonica ambivalenza: non diversa da quella che escludeva qualsiasi sospetto di moralismo nel Balestrini d’annata o nel primo Nove. Se Alessandra è così efficace, nel calarci nella violenza esercitata sulle donne e dalle donne restituita con pari brutalità, è perché si tuffa senza remissione in questa pentola delle streghe, non si chiama fuori da queste malebolge mediatiche e webbiche. È parte integrante del «popolo di facebook», del «popolo delle mamme» che la sua scrittura, pure, implacabile segna a dito: dove l’uso del più vieto stereotipo appunto mediatico non dovrebbe elidere il richiamo a un popolo possibile, un popolo che manca. La violenza che rappresenta Carnaroli è un’energia implacabile, davvero una Furia, perché è una violenza che appartiene anche a lei. In una delle poesie dedicate alle vittime dell’Alzheimer (In caso di smarrimento / riportare a, pubblicato dal Canneto nel ’19) si legge: «allo | specchio | passa | qualcun altro | la spazzola | sulla mia testa | una testa | con la mia faccia | una faccia || altra».
Furia, poi, è anche il riferimento pop al cavallo tutto nero dei western low cost nella televisione dell’infanzia, e soprattutto al jingle che cantava in quei tardi Settanta (quando Alessandra, cioè, dormiva nel grembo materno) Mal dei Primitives, contaminato con un altro cartone d’antan nell’esergo del libro: «sono la furia del west e bevo solo caffè così mantengo il mio pelo più nero che c’è cantavo da bambina piccolina mi davo le pacche sul sedere partivo come un razzo missile». In quell’innocente canzoncina c’era già l’indecidibilità morale e valoriale che sarà il proprium della scrittura di Carnaroli: «sono il capo dei banditi | sono lo sceriffo io | ma su Furia si sta anche in tre» (ma nella furia ci stiamo anche in tre s’intitola la seconda parte del libro).
Confidenzialmente Alessandra si riferiva invece allora, alle prose già compiute nel ’17, come alle «mirande». Termine plurivoco, «la miranda», che ora designa eufemisticamente l’anoressia che affligge diverse delle sue protagoniste («è una pistola puntata sui fianchi, mi spara nelle ovaie e non c’ho più nemmeno il sangue nemmeno una volta al mese») – e si capisce, ché sono ossessionate dall’essere ammirate per la forma perfetta: sindrome narcisistica non diversa da quella che spinge le madri a esibire le figlie prepuberi come «baby modelle» («nascono così naturalmente è genetica | le dobbiamo forse coprire con un sacco?») –, ora è il nome proprio della neonata che sconvolge l’esistenza della genitrice («miranda è venuta e s’è portata fuori mezza pancia, m’ha stroncato tutta sotto che mi tirava anche l’anima, sembravo cristo con le spine in basso»). Ma, sebbene partito preso di Carnaroli sia da un pezzo l’abrasione di ogni letterarietà, non riesco a impedirmi di pensare alla figlia del mago Prospero, nella Tempesta di Shakespeare. Per la tenerezza del suo amore proibito per il bel Ferdinando (le parole innamorate sono le voci più memorabili, fra quelle campionate nella Furia: «non capivo più niente, mi sembrava di aver bevuto gesù cristo dentro il bicchiere di plastica della coppa malù […] lui si cavava le mutande e per me era come se la nebbia invece che essere nebbia era l’inizio un po’ confuso di una cosa bellissima»), ma soprattutto per il dono della parola che fa (se è davvero lei a farlo) al bruto Calibano, il quale la ripaga con la sua natura appunto brutale: «mi avete insegnato a parlare: e quel che ci ho guadagnato è che ora so maledire. Vi corroda la peste rossa per avermi trasmesso la vostra lingua!» (cito dalla bella versione recente di Alessandro Serra).
Il popolo dei bruti ai quali ha dato voce Alessandra ci perseguiterà ancora a lungo: come le vendicative Erinni del mito. Ma è Miranda, alla fine della favola, a convincere Prospero a deporre i suoi incantesimi – e farlo desistere dai suoi foschi propositi di vendetta. Dubito che faremo in tempo a vederle trasformate in Eumenidi, ma dobbiamo a Carnaroli se quelle Furie, ora, le conosciamo davvero.
Alessandra Carnaroli, La furia, Solferino, 2023, 236 pp., € 16,50