di Pietro De Marchi

 

[E’ uscito da poco per le Edizioni Casagrande di Bellinzona Alla giusta stagione, il nuovo libro di poesia di Pietro De Marchi. Proponiamo cinque testi].

 

Lezione di scrittura

 

L’homo faber sa fare le cose:

taglia i tronchi alla giusta stagione,

li sfronda e con la stroppa

stringe le fascine,

poi sfende i ciocchi per ridurli in schiampe

da sistemare in luogo riparato,

contro il muro di casa che guarda a occidente

dove il sole d’estate dura a lungo

e la legna più verde

ha il tempo d’asciugare

mentre la poca resina rimasta sulla scorza

profuma l’aria di bosco.

Impara allora anche tu: metti in fila le parole

e ogni frase al suo posto,

come i pezzi di legna

della catasta.

 

*

 

What’s in a name?

 

Se allora mi avessero chiesto

qual era il mio animale preferito, forse

avrei detto il narvalo, l’unicorno dei mari.

Non so che cosa più mi attraesse,

se la forma del corpo, bombata

come quella d’un missile,

con quella zanna appuntita, attorcigliata

a spirale, lunga e stretta come un’asta,

una lancia che trafigge,

o non piuttosto la parola stessa, il nome

del cetaceo, così carico d’echi,

di risonanze foniche. Dicevo narvalo

e pensavo navajo, nervoso, narciso, narcosi…

Ma che cosa avrei detto se avessi saputo

che il nome del narvalo deriva

dalle antiche lingue nordiche,

e significa qualcosa come ‘balena

cadavere’, per via del colore della pelle

che assomiglia al pallore

di quando si muore?

 

*

 

La carta smarrita

 

Proprio tutto no, ma molto dipende

da dove si sta e da che parte si guarda.

Da qui per esempio

e forse proprio solo da qui

si vede che sotto il sedile di fronte

in diagonale rispetto a noi

a pochi centimetri dai piedi nudi

di una ragazza mora che legge «Le Monde»

c’è una carta smarrita.

È una Regina di Cuori,

e ora forse a qualcuno manca.

 

*

 

L’ignoto di Waterloo

Waterloo! morne plaine!
Victor Hugo

«Posso capire gli sforzi che fanno

per darmi un nome, uno scampolo

d’identità. Ma a chi importa davvero

se il mio corpo fu quello

d’un soldato di Hannover o quello d’un altro

come me, anche lui come me

solo carne mandata al macello?

Considerate invece le ossa ignude

sottratte alla terra che le albergò,

ricomposte con cura e ora esposte

alla vista di tutti, quasi fossi

una mummia egizia oppure Ötzi,

l’uomo dei ghiacci.

Considerate il cucchiaio di ferro

che mi servì forse più del moschetto,

e fra le costole la palla di piombo

che mi consegnò alla mia sorte.

Non ricordo più nulla di quel giorno,

né il lampo dei manipoli né l’onda

dei cavalli. Sono uno come tanti,

senza più patria ormai e senza nome.

Morti siamo, vivi fummo

e questo è tutto, proprio tutto

quel che c’è da sapere…»

 

*

 

 

Nei terrestri confini

 

E lì fuori il paese con le case e le strade

e tutto intorno la corona dei monti ancora orlati di neve

e al di là la pianura con il fiume che corre rapido al mare

e infine l’orizzonte e le nuvole

e così zoomando e speculando

arrivi in un nanosecondo al sistema solare, agli spazi

interstellari, alle galassie remotissime

a cospetto delle quali non siamo

che minuscola materia pensante

ma già qui nei nostri terrestri confini

siamo tutti poco più di niente

e non c’è altro da dire

e va bene così.

 

 

[Immagine: Paul Caponigro, Grape Vine, Tecate, Mexico, 1979, particolare].

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