di Francesco Permunian
[Esce oggi per le edizioni Palingenia Anime farfuglianti nella notte. Mezza centuria di microstorie sul fallimento come opera d’arte, un libro di Francesco Permuniam. Ne anticipiamo i primi due capitoli].
Ho sempre tentato. Ho sempre fallito.
Non discutere. Fallisci ancora. Fallisci
meglio. Fino a che non ne sei schifato.
Samuel Beckett
Io mi sento un fallito. Ho maturato una
idea sulla mia carriera di scrittore e
dico che è quella di uno che ha fallito.
Ogni giorno ti metti lì con i tuoi fogli,
cerchi di articolare qualche frase, e ti
accorgi del tuo fallimento. L’arte di
scrivere ha molto a che fare con il
fallimento, perché è quasi sempre una
sconfitta di fronte alle parole.
Gianni Celati
I
UN CANTO NELLA NOTTE
Ormai è un dato di fatto, diciamoci la verità: oggi a nessuno (e sottolineo, a nessuno!) si nega più la pubblicazione di qualsivoglia fesseria alimentando così quel fatale processo di carnevalizzazione della letteratura italiana, in corso da anni, in cui tutti si atteggiano e si travestono da scrittori.
Al giorno d’oggi perfino ai dementi e agli analfabeti è concesso un tale onore, mentre vengono invece sistematicamente ignorati e respinti i manoscritti di valentuomini come il sottoscritto, Romolo Maria Podrecca, un nome e un cognome che un tempo contavano pur qualcosa sotto il cielo delle nostre patrie lettere.
Da ciò la mia insofferenza nei riguardi dell’odierno sistema editoriale, ridottosi a un chiassoso pollaio di pennuti nevrastenici e incontinenti che scagazzano a più non posso sopra i banconi di ogni libreria d’Italia, contribuendo in tal modo a mandarle tutte quante in rovina.
E sempre da ciò, da tale disgustoso spettacolo, nasce anche quel senso di fallimento che mi avvelena il sangue, tanto da ritenere di aver sbagliato tutto nella mia vita. A cominciare dalla scelta di andare a lavorare un dì nell’editoria, illudendomi di avere così qualche chance in più per affermarmi come scrittore.
A quel tempo io credevo, in perfetta buona fede, di aver preso la strada giusta. Ne ero convinto al cento per cento, e invece era la strada sbagliata!
Un terribile abbaglio giovanile rivelatosi, alla fin fine, un catastrofico vulnus alla mia autostima. Una sanguinosa e mai rimarginata ferita al mio narcisismo di aspirante romanziere.
Ero entrato difatti in Mondadori partendo dal gradino più basso, mi ricordo, quello del correttore di bozze.
E parlo ovviamente della Mondadori di allora, che era come se fossi entrato alla Scala di Milano con la qualifica di guardarobiere e avessi preteso però di esibirmi al posto dei cantanti e dei ballerini, una presunzione da stupido provinciale presto punita con il crollo di ogni illusione.
Che poi era il meritato castigo, intendiamoci, che spetta a chi nutre delle aspirazioni troppo al di sopra dei propri mezzi.
Sarà quindi per tale smacco che mi brucia ancora – per cos’altro, sennò? – che anche stanotte ho sognato una folla di redattori editoriali (tra cui c’ero pure io) assiepati ai bordi di un proscenio: spalancavano tutti la bocca nell’atto di cantare, quei poveri bischeri, ma dalle loro gole non usciva nessun suono, parevano dei pesci che boccheggiavano nel buio!
Si udiva solamente, in sottofondo, un tintinnio di catene seguito da un sinistro scricchiolio di ossa. Di ossa di defunti, suppongo. Il tutto intercalato da un furioso digrignare di denti che saliva dagli abissi della notte e si perdeva piano piano in lontananza.
Sennonché, all’improvviso, si è sentita provenire dalla strada la voce – libera, forte, e felicemente intonata – di un ubriaco che se ne tornava a casa cantando a squarciagola E lucevan le stelle, la celebre aria per tenore dalla Tosca di Puccini.
Quando quel vecchio ubriacone attaccò con «Svanì per sempre il sogno mio d’amore», la consapevolezza del mio irrimediabile fallimento, sia come editor che come scrittore, mi ha gelato il sangue. E sono scoppiato in lacrime.
Poi, passato il momento della commozione, mi sono dato dello stupido per quelle lacrime che mi avevano inopinatamente riportato alla mente, quasi per un riflesso automatico, la figura di quell’altro grande fallito che era stato mio padre.
Sto parlando, per chi non lo sapesse, di Giuseppe Amedeo Podrecca, lontano cugino di Vittorio Podrecca, il celeberrimo marionettista a cui il mio buon papà avrebbe tanto voluto assomigliare, ma di cui non possedeva l’estro artistico né tantomeno il piglio imprenditoriale.
Sto parlando, in altre parole, di uno sfigato etilista che per tutta la vita cercò di affogare nell’alcol l’umiliazione derivante dal confronto, assolutamente impari, con quel suo fortunato parente; di un poveraccio soprannominato Bepi Cinbarli[1] per quel vizio del bere che lo rendeva frequentatore assiduo di ogni bacaro e osteria del paese, da cui se ne usciva solo a notte fonda trascinando i piedi e confidando nel precario equilibrio delle sue gambe.
L’unica volta che gli cedettero, le gambe, fu quando venne investito da un camion che lo scaraventò dentro un fosso dal quale io stesso lo recuperai il mattino seguente, mentre stava esalando l’anima a Dio con un alito che puzzava ancora di vino e di grappa.
E sì che in famiglia gli avevamo raccomandato di non tornare lungo la provinciale, che è sempre molto trafficata, bensì di venire a casa passando tra gli orti e i campi attraverso delle stradine interpoderali assai più sicure di quella maledetta provinciale.
Non voglio farne però una tragedia. Di gente su di giri che ogni tanto finiva in un fosso o dentro un fiume allora ce n’era parecchia, mica solo mio padre… Come dimenticare ad esempio quei due fotografi gardesani, i fratelli Vanelli, morti annegati nell’Adige dopo aver fatto baldoria in un’osteria di Verona?
Anzi, adesso che ci ripenso, mi chiedo se non sia per caso un loro parente quel Vilfredo Vanelli che giusto l’altro ieri è venuto in redazione a proporre alcune traduzioni dal polacco.
Non so se la cosa andrà a buon fine. D’altronde la decisione non spetta a me, che seguo la narrativa italiana e un po’ di varia, bensì a Mariana Quintero Hoffman, la gran capessa di Bellas Letras.
A occhio e croce, però, quel Vanelli mi è sembrato un sognatore a caccia di fantasmi; uno fissato con l’idea di ritrovare nientemeno che il manoscritto perduto del Messia di Bruno Schulz… capirai! Un’impresa mai riuscita a nessuno, neppure ai migliori talenti dell’intellighenzia mitteleuropea.
Fallirà anche lui, così ho pensato, e fallirà esattamente come ho fallito io che mi illudevo di poter diventare scrittore senza possederne la stoffa.
Solo che quando me ne resi conto non ne feci un dramma, visto che mentre sprofondavo sempre più nella melma del fallimento, mi ricordo, sempre più io sentivo che si affinava e perfezionava il mio occhio critico. Il mio fiuto da segugio editoriale.
Tant’è che al termine di quella deprimente discesa agli inferi io ebbi di colpo la certezza di essere giunto non sul fondo di un abisso, bensì al culmine di uno straordinario percorso di formazione. E, in un certo senso, all’apice della mia maturità intellettuale.
Detto altrimenti, il fallimento mi aveva letteralmente salvato la vita spalancandomi le porte di una più che onorevole e dignitosa professione, quella di editor, che mi aveva preservato da un’inutile carriera di scrittore mediocre come ce ne sono fin troppe nel nostro ambiente.
Una calamità di cui io avevo conferma ogniqualvolta nel mio ufficio di Segrate si presentavano certi sedicenti romanzieri di cui, fin dal primo sguardo, già intuivo la rovina, il come e il quando sarebbero usciti di scena e caduti nell’oblio.
E ciò per la semplicissima e crudelissima ragione che l’editoria – piaccia o non piaccia alle anime belle – è un formidabile ingranaggio commerciale che tutto divora e tutto ricrea.
Al contrario di quanto si pensa, il fallimento era stato dunque la mia fortuna. Una salvezza e non una disgrazia. In quanto, diversamente da mio padre che era uscito schiacciato dal confronto con suo cugino, io non ero uscito con le ossa rotte dal confronto con altri editor del calibro di Italo Calvino o di Cesare Pavese. Ma, cum grano salis, avevo accettato i miei limiti, ben consapevole che il fallimento era la sola e unica opera d’arte alla mia portata.
Il che non è affatto scontato per chi lavora nell’editoria, dove tutti ambiscono a farsi passare per scrittori. E dove non mancano pertanto individui come Emerenziano Furegòn, il mio collega della redazione romana, il quale pur di sfornare qualche romanzo per gareggiare al Premio Strega non ha mai esitato a saccheggiare e a depredare i manoscritti altrui.
Un filibustiere usualmente dedito al plagio e alla più bieca manipolazione letteraria che ha fatto però la fine che meritava quando si è imbattuto in Mariana Quintero Hoffman.
Un incontro gravido di conseguenze per entrambi. Una faccenda dai risvolti tuttora inquietanti esplosa dentro la stessa Bellas Letras (per la precisione, dentro l’ascensore della sede milanese di Bellas Letras) e di cui mi riprometto di parlare più avanti onde fornire tutte le spiegazioni del caso.
II
TELEFONATE
Dunque, dicevo prima di mio padre. E del confronto per lui fatale con suo cugino Vittorio Podrecca, il famoso marionettista noto in tutto il mondo. Il primo vocato al fallimento, il secondo al successo.
Che poi era su per giù, mi ricordo, la stessa situazione di quando io avevo a che fare con autori esordienti che aspiravano a entrare nel catalogo Mondadori. Chi salvare? Chi rifiutare? Chi destinare alle luci della ribalta o invece alle tenebre dell’anonimato?
Anche se sono passati diversi anni, di ognuno di loro conservo tuttora una scheda con tanto di foto e recapito telefonico. Non si sa mai che qualcuno a volte pensi a me, mi ero detto, al loro giudice editoriale.
E invece non mi ha mai chiamato nessuno! Probabilmente perché tutti quei signori sono trapassati nel frattempo dal regno della letteratura a quello dell’aldilà, e giacciono quindi sotto un gran cumulo di polvere e di silenzio.
In compenso – vedete quant’è strana la vita e come il passato non voglia mai passare! – ieri s’è fatto vivo un tal Agostino Getulio Vargas, un perfetto sconosciuto che telefonava addirittura da Caracas.
Scusandosi per l’ora insolita (erano le tre di notte) mi ha rivelato di aver avuto il mio numero dalla signorina Mariana Quintero Hoffman. Poi, messi da parte i convenevoli, mi ha comunicato di essere impegnato nella stesura di una monumentale «veglia notturna» in lingua spagnola da far invidia allo stesso Joyce e alla sua fin troppo decantata e sopravvalutata Finnegans Wake.
Un vasto e polifonico poema corale di circa tremila pagine, a quanto ho capito, interamente interpretato dalle voci dei personaggi più illustri del continente latinoamericano – Pancho Villa, José Martí, Carlos Gardel, Simón Bolívar, eccetera, eccetera – alternate alle voci della gente più umile e sconosciuta del suo quartiere, El Cementerio.
Una babele di lingue e dialetti ispanici dall’emblematico titolo di Almas balbuceantes en la noche (traducibile, grosso modo, come Anime farfuglianti nella notte) di cui, al momento, egli avrebbe scritto tuttavia appena due pagine. Le prime due pagine del prologo.
Tutto qui, nient’altro che il preambolo a uno sterminato e fanfaronesco vocio di fantasmi che il summenzionato Vargas è convinto di udire dentro i fili del suo apparecchio telefonico.
A cui, sia detto per inciso, egli si attacca ogni sera dopo cena allo scopo di pasar la noche ileso (ossia, per sua stessa ammissione, di passar la notte sano e salvo), dal momento che pure lui, come me, soffre d’insonnia.
Dal momento che pure lui, come me, chiama altri morti per avere un po’ di compagnia nel gelido buio della notte.
E fermiamoci qui, per adesso. Non è il caso di insistere oltre con i paragoni, c’è una bella differenza tra me e lui!
Innanzitutto, io non sono uno scrittore. E, forse, mai ho voluto diventarlo, visto che a me bastano e avanzano quelli che ho lanciato oppure cestinato quando lavoravo nell’editoria. Dapprima in Mondadori, come ho già detto, e poi, quando la Mondadori ha cambiato pelle e padrone, in altre piccole e medie realtà quali le edizioni Bellas Letras.
Non per vantarmi, ma io posso dire senza tema di smentita di essere stato uno degli ultimi veri hommes de lettres[2] d’Italia. Uno che trattava a viso aperto con autori sia esordienti che affermati. Con mostri sacri e con pivellini, quante ne ho viste e sentite in quegli anni lassù al quarto piano di Segrate!
Dove stazionavano in permanenza, mi ricordo, frotte di aspiranti autori con le loro brave cacchine romanzate sottobraccio che, se non stavi attento, te le tiravano in faccia mentre passavi al mattino per andare al lavoro.
E questo perché anche allora, come oggi, tutti si sentivano predestinati alla fama, se non alla Gloria… A partire da quei giornalisti che sbandieravano il loro famigerato stile scorrevole e la loro innata parlantina radiofonica e televisiva, e si offendevano a morte se li consideravi soltanto degli onesti e operosi «cuochi della realtà», bravi a friggere e rifriggere all’infinito i grandi temi del momento (guerre, immigrati, violenza di genere e quant’altro), ma in fondo desolatamente sprovvisti di una vera e autentica lingua letteraria.
Per non parlare di taluni tromboni universitari che ti asfissiavano con le loro venerande pippe mentali, come quello stimatissimo membro dell’Accademia Nazionale dell’Uva Sultanina – di cui non posso fare il nome per non rovinargli la reputazione – che in un pomeriggio autunnale di pioggia e di vento irruppe come un matto nel mio ufficio supplicandomi di pubblicargli un romanzo che covava da tempo.
«È una questione di vita o di morte!» mi preannunciò in tono melodrammatico. Ne andava di mezzo la sua salute, disse. I suoi nervi, già scossi e provati da lunghe e inutili attese.
«Cosa crede, Podrecca, ho anch’io un’anima d’artista!» aggiunse con sovrano sprezzo del ridicolo. «Pure io ho un cuore gitano che canta e cinguetta sotto queste orribili vesti accademiche, lei non immagina neppure la pena di essere considerato, invece, un qualunque professore prestato alla letteratura».
E, detto fatto, in un battibaleno si tolse giacca e pantaloni, poi la cravatta e la camicia, e infine rimase impudicamente in mutande davanti al sottoscritto.
«Se non mi pubblica il romanzo, giuro che mi getto da quella finestra!» e fece l’atto di avvicinarsi al balcone per buttarsi di sotto.
Sapevo benissimo che non l’avrebbe mai fatto, perciò non mi turbai più di tanto. Sapevo che quella scena madre l’aveva già recitata altre volte davanti a diversi colleghi della narrativa (Paolini, Parazzoli, Pontiggia) che poi si erano scompisciati dalle risate.
Nulla di nuovo, quindi, nulla di cui preoccuparsi. Anche perché se quel pallone gonfiato si fosse realmente lanciato dalla finestra, non si sarebbe schiantato al suolo ma – essendo egli null’altro che un flatus litterae – avrebbe preso a volteggiare in cielo come tutti i palloni gonfiati del mondo.
I quali, una volta saliti a una certa altezza dove l’aria si fa più fredda e pungente, si sgonfiano sempre e comunque tra i lazzi e gli evviva degli astanti.
E tutto ciò, tutto questo ambaradan, io ho voluto raccontarlo per dimostrare quanto varia e problematica sia stata la mia trentennale militanza nell’editoria, mentre invece il Vargas mi ha dato l’impressione di non sapere come orientarsi nell’affascinante ma labirintico universo della letteratura.
Un principiante pasticcione incapace di venire a capo delle sue nevrosi, ecco cos’è, un predestinato al fallimento che non va mai oltre le prime due pagine di quella sua fantomatica accozzaglia di Anime farfuglianti nella notte.
Ma ciò che è peggio è che sempre più spesso – e sempre in piena notte – quel rompiscatole mi telefona per parlarmi di quelle benedette anime e animule che gli sfarfallano e farfugliano in testa, al punto che io stesso ora incomincio a sentirmi perseguitato da strani individui che di recente si sono illegalmente accampati nel mio giardino lordandolo con i loro escrementi.
Non troppo diversi (che siano per caso gli stessi?) da quei segaioli incontinenti che un tempo presidiavano l’ingresso della Mondadori inviperiti e furenti perché nessuno voleva pubblicarli, nessuno li voleva tra i piedi.
Tre sere fa, sperando di fugare ogni dubbio, ho chiesto quindi a quegli scassaminchia di poter conferire con il loro capo. Quattro chiacchiere faccia a faccia è sempre il modo migliore per spiegarsi tra persone civili.
Ma non c’è stato niente da fare, accidenti! Mi avevano dato appuntamento verso mezzanotte al bar della stazione, che è sempre aperto, ma appena ci ho messo piede ho ricevuto un pugno in faccia da qualcuno che stava nascosto dietro la porta.
Il quale, per soprammercato, mi ha minacciato dicendomi chiaro e tondo: «Adesso hai capito con chi hai a che fare? Hai capito sì o no che l’editoria non è un educandato per signorine di buona famiglia? Bene, prometti allora che da adesso in poi ti impegnerai a pubblicare e a promuovere l’opera del dottor Agostino Getulio Vargas, l’unico interlocutore legalmente autorizzato a trattare con noi».
Come si fa a sottostare a un simile diktat? Impossibile obbedire a un ordine di servizio così insensato e ridicolo! Ma d’altro canto, come resistere alle voci di quelle sirene notturne che blaterano nei fili dei telefoni in ogni angolo dell’universo?
Questa è la domanda che ora mi tormenta. E a cui non so dare una risposta visto che nessun editor, a memoria d’uomo, ha mai fornito uno straccio di risposta a un tale dilemma.
Forse potrei cavarmela – ho pensato – facendo uscire da Bellas Letras quelle due paginette d’introduzione alle Anime farfuglianti presentandole come un «romanzo in vitro».
Forse potrei sfangarla, ho concluso con un sospiro, indicando nel Vargas l’erede più accreditato di Augusto Monterroso, il grande autore guatemalteco noto per la sua estrema concisione narrativa.
E dopo una simile decisione, adesso io mi ritrovo a passare le notti in bianco in attesa che squilli il telefono. Avvilito e abbrutito dal peso di tutte quelle laboriose inezie che sempre gravano sulle spalle di ogni editor che si rispetti.
Note
[1] cinbarli: solo nell’espressione idiomatica Esare in cinbarli, che equivale a «essere in stato di avanzata ubriachezza». Un modo di dire che nasce dalla frase di un salmo: laudate eum cum cymbalis bene sonantibus, il quale, alla lettera, significa «lodate il Signore con il suono melodioso dei cimbali». Anche se poi è finito, chissà come e perché, a indicare una persona troppo allegra per aver lodato e onorato eccessivamente il dio Bacco.
[2] Per una puntuale definizione di homme de lettres si veda quella che ne dà Alberto Cadioli in Le diverse pagine. Il testo letterario tra scrittore, editore, lettore, il Saggiatore, Milano, 2012. Mentre per l’allusione all’editoria quale luogo sconsigliato alle signorine di buona famiglia, si rimanda a Gian Arturo Ferrari, Storia confidenziale dell’editoria italiana, Marsilio, Venezia, 2022.