di Alberto Casadei
[Esce oggi per l’editore Polidoro Anni ombra. Un prosimetro di Alberto Casadei. Ne pubblichiamo un estratto].
In poco spazio. Camminare poi fermarsi, altri passi, avvolti dai colori delle vesti, poi ulteriori diseguaglianze. Lui fermo, o quella parte del suo corpo che era vista. Nell’incavo della strada, una curva sulla superficie, i suoi occhi spostati, sotto la linea del mento, non giustificabili.
Dopo che ebbe aspettato che il periodo facesse coincidere tutti i lineamenti, dopo un lungo tempo morto, scomparve quella deformità. La combinazione che si realizza per un momento, il nostro fermoimmagine in una posa che non abbiamo mai percepito, quegli occhi là, sono stato io, ero quell’io, eppure non conta per questa esistenza…
Mentre il pulsare, il respiro andavano automaticamente al loro fine, ordinati altrimenti, senza possibilità di cambiare; e così pure la disposizione delle fibre, muscoli, ossa, ligamina, così pure ogni appendice nervosa, tutto era preordinato sicuro studiabile; lui sapeva che i suoi occhi erano invece stati al di sotto della linea del mento, ma non era più così. Difendere la mia continuità, senza scissioni. Cancellare le spore che non contano. Anche quelle autenticamente mie? Perché mi sfuggo?
Perché dovrebbe tornare l’uguaglianza. Lui non guardava più l’acqua, cosicché il suo stato appariva diverso, non era come fu prima. Doveva accettare: ogni gesto è stabilito, la combinazione posteriore non annulla la perdita secca.
***
Adesso lui è seduto in una carrozza di un treno alta velocità, che toccherà i 300 km all’ora nella tratta Bologna-Milano, senza che ciò costituisca una perturbazione significativa delle sue funzioni vitali, e infatti può fissare per qualche secondo i passeggeri collocati nelle poltroncine in finta pelle grigia, senza una regola evidente, e impegnati a proseguire minime attività vitali, soprattutto rispondere a messaggi con lo smartphone, come questa donna di giovane età, mora, che mostra il suo biglietto elettronico alla capotreno, bionda, di giovane età, concludendo così ogni necessità di relazione.
Ma ecco che sui monitor della carrozza, cinque in fila, cominciano a passare spezzoni di film, e il suo tempo coincide improvvisamente con quello dettato dalle immagini, forse sono proiezioni della sua mente, lui adesso è il bambino inseguito dal padre diventato lupo sciancato, io-lui piccolino entra-entro nel labirinto di arbusti e neve, corro ma è più potente il cacciatore-disgregatore, ha un’accetta, è capace di brandirla per uccidere, so che lo fece già, ma perché adesso con lui, sua prosecuzione, come il gorilla che divora la prole delle femmine, ma non la sua, corre via, non riesce a nascondersi, il labirinto confonde ma non protegge. Ora io-lui è ripreso con un primo piano, la paura fuoriesce come un fluido, dentro ogni fibra degli organi palpita, la massa del cervello si scuote, si sposta, scoppia quel vaso più debole, fitta di lancia, non sente più le braccia, deve disciogliersi, con le sue cellule che si deformano, lui che rapidamente si riduce a composto sfatto, in ogni istante la vita generava quel terrore, e ora finisce mentre l’altro lo sovrasta, urlando: “adesso ti accorgi di me?”.
***
Bisogna riconoscere che un’idea consistente di cos’è adesso il mondo e cosa può essere stato nella storia universale deriva dai montaggi di sequenze che si sublimano in un film continuato. Si può partire da Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio: siamo nel 1982, tuttavia lo stile è quello del grande modernismo e delle avanguardie storiche. C’è già il senso pieno di un ambiente antropizzato che si avvia all’autodistruzione, e infatti il termine hopi del titolo vorrebbe dire proprio ‘uscire dal bilanciamento’, insomma essere out of joint e visualizzarlo. Magari i successivi Powaqqatsi e Nagoyquatsi non risultano altrettanto innovativi, però in vent’anni hanno messo insieme un superdocumento di quanto può essere adesso il reale senza l’immaginario. E quello che colpisce è l’alternarsi del moto accelerato che viene attribuito ai movimenti delle masse, sempre uguali, pedoni auto polli gazzelle gabbiani, e quello lento delle azioni che rimangono tali, delle opere che assumono un valore sacro, del corpo bruciato sulla catasta indiana.
Dopodiché sono stati inseriti gli esseri umani come masse che creano grandi mandala, che si fanno essi stessi pedine di un gioco a enne dimensioni, che vanno insieme in file abnormi, come mandrie, come masse di viventi che devono accumularsi per sperare di conservarsi, e questo, con la sua strana bellezza, si ricava da Baraka e da Samsara di Ron Fricke. Quest’ultimo esce in una sua versione nel 2011, lo stesso anno di The tree of life, in cui Terrence Malick prova a legare la storia di una famiglia con tre fratelli che si vorrebbero tutelare dal padre-despota, una versione moderna dei Fratelli Karamazov (d’altronde citati), e quella dell’universo, dei dinosauri (parecchio fasulli, a essere onesti), di un piedino di bimbo e di un andare di uomini e donne fra sassi, fasci di luce, angoli di città o di territori inesplorati. Dopo, arriva al cantico dei cantici fra scienza e fede, The voyage of time ovvero il cammino della vita. L’ho visto per intero, pure in Imax (come Oppenheimer, che tenta di imitarlo per la scena dello scoppio atomico): alla fine non se ne poteva più di fenomeni affascinanti, frattali, nubi cosmiche e via discorrendo. Eppure, in qualche modo, dipendiamo da queste componenti, caos e ripetizione, caso e petizione.
***
Scrivere oggi un romanzo non è solo un pellegrinaggio sui piselli, bensì una scommessa su quello che davvero si può ridurre a racconto, La forza di Balzac e compagni era quella di credere che nelle loro storie si potesse includere ogni aspetto dell’umanità sino al loro presente. Ora bisogna allargare a dismisura, e non basta, l’Underworld, l’Overstory, il Cloud Atlas, il Solenoide non sono metonimie o allegorie, bensì emblemi di una conoscenza che sfugge. Narrare però è lecito pure accostando piccoli nuclei di senso, magari eterogenei, spuri, stravaganti, derivati da linguaggi tra loro lontani, Le chiamano da tempo ibridazioni, e forse lo sono. O piuttosto è una specializzazione dei modi del racconto quella che abbiamo osservato tra Otto e Novecento, che in parte è stata superata dal fatto che la vita si percepisce ora come continua diffrazione, come microeventi postabili e modificabili che alludono a un macroevento irraggiungibile, a quel vuoto-manque-wu su cui si appunta la speranza.
***
Seguendo le traiettorie imperfette
Sei seduto alla tua enorme catena di montaggio,
in attesa che ti arrivi il pezzo del ferro da stiro
con una vite da girare. L’hai già fatto enne volte
oggi come ieri come l’altroieri come l’altroaltroieri,
ma ora c’è un periodo di attesa, morto direbbero,
e invece è la tua vita e in un momento, senza volerlo
consciamente, batti tre volte l’indice sul cacciavite
di precisione in acciaio cromato: e così, stando lì,
èsiti sulla tua essenza.
Sei un enzima ignoto ma aggregato su un asteroide
che viaggia a velocità enne in spazi che si immaginano
vuoti e invece sono intrisi di particole subito decadute,
formate con spin up o spin down per il tuo passaggio,
poi lasciate lì a mutarsi, da oscurame ad altro oscurame,
e intanto tu resisti a una temperatura prossima allo zero assoluto,
oppure ti dispetri e disghiacci mentre passi a qualche milione
o bilione di chilometri da una nana rossa, e cambi per la sua
ionizzazione, o da una gigante bianca o blu o bruna,
in un giardino di stelle che, nel 99% dei casi, ti annichilirebbe,
e invece no, arrivi a colpire un pianeta in formazione, ti schianti
fra aminoacidi e atomi semplici e plasma, ti sciogli e acquisti
forza e raddoppi e moltiplichi e diventi il divenibile,
cellule-spore-microbi-batteri-funghi-eucarioti-dèi umanoidi-virus-
et cetera.
C’è un centro fangoso prima che tu respiri, c’è una materia incomposta
che ti raggiunge assieme ai brandelli di vita a te riconducibili,
le parole inquiete dei litigi quotidiani, il fumo passivo, le nenie
consolanti, i cambiamenti dei dosaggi delle dopamine, i segnali
elettrolitici, lo scambio necessariamente continuo di ossigeno
e azoto e anidride, il cielo con un cirro bianco, l’ondina blu
che esce da un verme mentre muore. Tu sei stato tutto questo,
enne volte lo risarai, e puoi anche dirtelo, samsara o nirvana,
tanto non conta, tanto i miti prima dei miti, venerabili e santi,
saranno sempre incompleti, inetti a spiegare la tua caduca biologia.
Saresti magari la gatta che spalanca la bocca e mostra quanto sono
affilati i suoi denti, adatti a sbranare nella sua dimensione topi o uccellini,
come la tigre gazzelle o umani, e che poi soffia, aggressiva, alza la zampetta
estraendo le unghie, e lo fai per il comando implicito, difendi la tua prole
sino alla morte, e avresti sotto di te, allattati, quattro cuccioli dal pelame
tutto diverso, almeno uno, è la logica del vivere, si adatterà bene all’ambiente
dove gli capiterà di stare, ma forse nessuno è destinato, enne volte càpita
questo, che muoiano piccoli e madre, forse anche adesso, perché
la contadina esperta della natura arraffa i piccoli, stordisce la madre, li
affoga poco più in là, e ora tu sei quella gatta che miagola flebile,
cercando la poca vita che ha generato.
Sarai un’unità in mezzo a enne altre unità che ruotano uniformi
in un composto anfiteatro nei volumi cosmici, e ascoltano
l’armonia delle stelle, la musica delle sfere, l’eco lancinante
della radiazione fossile, e al centro c’è il monolite nero, la pietra
filosofale, la candida rosa erosa dall’abisso dell’infedeltà –
oppure sarai l’ohm che unisce ogni particola, la voce d’eco dissolta,
mantra mandala mansione, oppure la trasparenza, oppure il voler essere,
oppure la traiettoria imperfetta, non intersecata, incalcolata.
[Immagine: da Godfrey Reggio, Koyaanisqatsi (1982)].