di Margherita Losacco

 

«Circa duemilacinquecento anni fa in Grecia si scrivevano bellissimi poemi. Ormai sono letti soltanto dalle persone che si specializzano in questo studio, ed è proprio un peccato. Perché questi antichi poemi sono così umani che ancora oggi ci toccano da vicino e possono interessare tutti. Sarebbero anzi molto più toccanti per la gente comune, per coloro che sanno cos’è lottare e soffrire, piuttosto che per chi ha passato la vita tra le quattro mura di una biblioteca». Così scriveva Simone Weil nel 1936, nell’articolo su Antigone pubblicato in italiano nella raccolta La rivelazione greca[2]. L’articolo – destinato originariamente alla rivista «Entre nous», fondata da Victor Bernard, direttore tecnico della fonderia di Rosières, per costruire una forma di comunicazione con i suoi operai – si inscriveva in un progetto che Weil «coltivava da tempo: rendere accessibili alle masse i capolavori della poesia greca, che a suo giudizio illuminano e difendono più di qualsiasi opera letteraria moderna la condizione umana – gravata dalla sventura e dall’oppressione della forza –, e per questo assurgono a paradigmi di difesa della dignità di tutti coloro che si sentono “abbandonati da Dio e dagli uomini”»[3]. Esso consiste in un appassionato e chiaro riassunto della trama dell’Antigone, che brevemente Weil illustra con queste parole: «Il soggetto è la storia di un essere umano che da solo, senza alcun appoggio, si contrappone al proprio paese, alle leggi del proprio paese, al capo dello Stato, e che naturalmente è subito messo a morte»[4]. È il racconto asciutto della vicenda narrata nell’Antigone.

 

Non solo all’interno del corpus tragico greco, ma più ampiamente all’interno della letteratura universale, l’Antigone, come ha scritto George Steiner, «non è “un testo qualunque”: è una delle azioni durature e canoniche nella storia della nostra coscienza filosofica, letteraria e politica»[5]. Più ancora che una tragedia, più ancora che un testo, l’Antigone è una azione, che continua a produrre effetti – anche contrastanti, anche opposti – nei lettori e negli interpreti.

 

Come Eva Cantarella racconta, il suo Contro Antigone[6] prende le mosse da tre ragioni. Prima fra tutte è la rilevanza ancora durevole e attualissima della storia di Antigone, ricordata anche da Weil[7]. La tragedia costituisce peraltro – e qui risiede una ragione ulteriore della genesi del libro – un documento fondamentale per la ricostruzione del problema giuridico della sepoltura dei defunti, centrale nella cultura greca della morte e della vita, e forse ancora oggi centrale più di quanto immaginiamo. Del tutto soggettivo e personale, infine, fra i motivi che hanno portato a questo libro, l’antico scetticismo, risalente agli anni del liceo, per la figura di Antigone. Di Antigone, il professore di greco di Eva Cantarella al Liceo Beccaria di Milano aveva illustrato «la vita e l’eroica scelta di morte, celebrandone l’etica e il carattere ed entusiasmando gran parte della classe, ma suscitando al tempo stesso un dibattito. Una parte di noi, che non condivideva quell’immagine del personaggio, discuteva alcuni tratti del suo comportamento; e all’interno di questa fazione non mancavano quelli che, come me, in modo e misura differenti difendevano Creonte, condannato dalla tradizione e dal professore come un perfido, crudelissimo despota: per me invece Creonte aveva assolutamente ragione.»[8] Come molti, sono stata anche io una studentessa affascinata dalle lezioni su Antigone di una straordinaria professoressa: e forse a quelle lezioni, di greco in generale e su Antigone in particolare, devo almeno in parte la scelta di studi, quelli antichistici, che hanno segnato e segnano la mia vita adulta. E dunque nel racconto di Eva Cantarella, nella memoria vivida delle lezioni su Antigone che ancora oggi suscitano effetti, che hanno in qualche modo costruito un percorso intellettuale, si ritroveranno, forse, i molti che custodiscono e portano con sé una memoria viva, feconda, degli anni del liceo e del magistero dei propri insegnanti, che continua a gemmare in modi impensati anche a molti anni di distanza.

 

Il libro di Eva Cantarella nasce dunque da un motus animi, da un impulso vivace e immediato e del tutto personale come forse solo le letture del liceo sanno produrre. Un tale impulso, combinato con una lettura rigorosa delle fonti, si traduce qui in una prospettiva nuova, in uno sguardo inatteso.

 

I.

Il motus animi è in fondo una «antipatia» – espressione volutamente soggettiva e umorale – che Cantarella ha descritto con molta efficacia in una discussione con Laura Pepe, Matteo Nucci e Gabriele Vacis sulla «Lettura» del Corriere della Sera del 4 febbraio 2024: «donna di un egocentrismo spaventoso e di una assoluta indifferenza a tutto quello che non è lei, con una fissazione: dare sepoltura al fratello Polinice, bandito dalla città mentre il fratello Eteocle ha ricevuto tutti gli onori. Però ha una sorella, Ismene, di cui non tiene conto e che tratta malissimo. Non ha altri ideali se non quello di raggiungere il fratello nell’altro mondo, l’unico che esiste per lei»[9]. A partire da questo moto dell’animo si snoda la riflessione del libro, che si fonda su un dato ricavabile con certezza dalle fonti superstiti e messo in luce da Ettore Cingano: nella tradizione letteraria giunta fino a noi, il «mito» di Antigone sembra nascere insieme con il personaggio tragico[10]. Non esistono attestazioni relative ad Antigone nelle fonti precedenti la tragedia sofoclea (un riferimento interno ai Sette contro Tebe di Eschilo, 467 a.C., è probabilmente frutto di interpolazione[11], per i non rari fenomeni di interferenza fra tragedie nella tradizione manoscritta antica e medievale). Il mito, dunque, nasce con il personaggio tragico, nella cui vicenda è centrale la questione della sepoltura di Polinice.

 

II.

Alla questione della sepoltura Eva Cantarella dedica il secondo capitolo, nel quale si condensano saperi plurimi: giuridico, letterario, antropologico. È un capitolo che sollecita a riflettere in realtà sulla morte, sulla concezione greca della morte e dunque della vita. Nel mondo greco, la morte è discesa all’Ade, è «un’interminabile, sotterranea oscurità»[12], contro la quale l’unica possibile eternità è «la bella morte», la morte eroica, in battaglia, per la patria. Non è un caso che qui Eva Cantarella menzioni Jean-Pierre Vernant, che molto studio e molta riflessione ha dedicato ai temi della morte, e della bella morte, nel mondo greco. I Greci, ha scritto Vernant, hanno trasformato la morte in un ideale di vita, trasferendo in tal modo l’immortalità sulla terra. E in fin dei conti la stessa morte di Antigone è una «bella morte», non per la patria, ma per le leggi non scritte: una morte tragica che le ha garantito, come vediamo, una immortalità straordinaria. Nel marzo 2025 Mario Ricciardi ha ricordato, sul «Manifesto», la lezione che Vernant tenne a Nantes nel 2001, raccolta nel volume La traversée des frontières (Seuil, 2004): La mort héroïque chez les Grecs[13]. È l’ideale della bella morte, καλὸς θάνατος, rappresentato anzitutto da Achille. Nella visione tutta terrena, terrestre, della vita umana che è propria della grecità, «Qualcuno che era in vita e non lo è più: ecco, l’impensabile, l’assurdità, la morte. Ed è questo impensabile che bisogna evitare. Ecco dunque una soluzione alla condizione umana: trovare nella morte il mezzo per superarla, vincere la morte per mezzo della morte stessa, dandole un senso che essa non ha, di cui è assolutamente priva»[14].

 

Non c’è bella morte senza vita breve, scrive Vernant: «Chi vive la sua esistenza, la sua persona stessa, con questa modalità, che consiste nello scegliere di mettere tutto in gioco, se stesso, per mostrarsi, per dimostrarsi, per provare a se stesso di essere veramente un uomo senza compromessi, privo di viltà, ebbene, costui morirà sicuramente giovane. E questa morte non sarà una morte come le altre; come esiste un onore eroico che non è l’onore comune, così esiste una morte eroica che non è una morte comune»[15].

 

Queste parole dovevano riecheggiare con particolare intensità per Vernant, che era stato in gioventù un partigiano combattente: col nome di battaglia di Berthier, e il grado di colonnello, aveva guidato la resistenza dell’alta Garonna, nel sud ovest della Francia; alla testa dei suoi compagni d’arme aveva partecipato alla liberazione di Tolosa, la città in cui prima dell’inizio della guerra era stato un giovane e brillante insegnante di filosofia al liceo[16]. Ed esse riecheggiano per noi, che oggi riflettiamo su Antigone, se pensiamo che Antigone, che in battaglia non poteva andare, muore in una battaglia tutta ideale contro Creonte. Non per caso, ai vv. 71-72, Antigone, nello scontro con Ismene che apre la tragedia, dice alla sorella: κεῖνον ἐγὼ θάψω. καλὸν μοι τοῦτο ποιούσῃ θανεῖν («io seppellirò Polinice: per me è bello morire τοῦτο ποιούσῃ, mentre faccio questo, perché faccio questo»). Sono parole che richiamano a una questione eterna e ancora viva più che mai, in un tempo di guerre inattese e rinascenti. Come ha scritto Mario Ricciardi, «la guerra, però, non è una costruzione letteraria. Fianco a fianco con gli eroi, ci sono tutti gli altri […] Fuori dalla letteratura, la guerra è un fatto sociale complesso, non un fenomeno naturale.». E, come osservava Vernant nella sua conferenza, quando Ulisse incontra l’ombra di Achille nell’Ade (Odissea XI 483-486 e 488-491), gli dice:

 

« […] Ma di te, Achille,

nessun eroe, né prima, né poi, più felice:

prima da vivo t’onoravamo come gli dèi

noi Argivi, e adesso tu signoreggi tra i morti,

quaggiù: perciò d’essere morto non ti affliggere, Achille».

 

E Achille gli risponde:

 

«Non lodarmi la morte, splendido Odisseo.

Vorrei esser bifolco, servire un padrone,

un diseredato, che non avesse ricchezza,

piuttosto che dominare su tutte l’ombre consunte»[17].

 

I Greci celebrano la morte eroica, ma si rendono conto, secondo Vernant, che l’eroe che muore sul campo di battaglia supera «una soglia invalicabile, dietro la quale si trova un mondo di orrore, di anonimato, un magma in cui ognuno si perde»[18].

Come ricostruisce Cantarella, la prassi greca era di dare sepoltura ai membri della polis, e di abbandonare i cadaveri dei nemici – ciascuno dei quali combatteva per la parte giusta – alla loro sorte. Creonte, dunque, non fa che applicare una regola non scritta – non scritta come le leggi cui si appella Antigone – con il suo editto.

 

Di seguito, Eva Cantarella ricostruisce i profili dei personaggi della tragedia, ripercorrendone il testo. Anzitutto Antigone, nel suo legame con Polinice, con Ismene, con Emone, e con la polis e le sue leggi. Poi Creonte, che Cantarella rilegge in quanto uomo di governo, non necessariamente tiranno, a partire dalle sue dichiarazioni programmatiche, dal vero e proprio discorso politico che inizia al v. 182, nel quale spiega i principi di giustizia ai quali si atterrà: la prevalenza delle ragioni della polis sui legami familiari; la necessità di essere giusti nel privato prima ancora che nella cosa pubblica. Da questo discorso programmatico, scrive Cantarella, Creonte emerge come «buon governante»[19], a dispetto della sua inevitabile, connaturata misoginia, che lo rende l’idealtipo del maschio greco nel rapporto fra i generi. E ancora Emone, eroe romantico avanti lettera; Ismene, che Cantarella, contro una intera e vasta tradizione vulgata, rilegge non come doppio negativo di Antigone, incapace di essere all’altezza della sorella, ma come esempio di amore fraterno, intelligenza, equilibrio, di rispetto del bene comune: dalle parole di Ismene, quando dichiara di non poter agire contro la polis, contro la città (vv. 78-79), traspare il senso politico, civico della sua figura.

 

Il capitolo IV, Sofocle e Atene, è forse il capitolo centrale del libro, il passaggio che dà senso all’intera riflessione Contro Antigone. In esso, Eva Cantarella ricostruisce la figura, il profilo politico di Sofocle – che non fu un tragediografo di mestiere, nauralmente, ma fu uomo politico, stratego con Pericle e dopo la morte di Pericle. Rivestì cariche politiche del massimo rilievo per tutto il corso della sua vita, verosimilmente da posizioni moderatamente conservatrici all’interno dell’entourage pericleo, o dentro la sua sfera di influenza. E ben dopo la morte di Pericle, 84enne, fu fra i probuli che instaurarono l’oligarchia dei Quattrocento. Nel 458, con l’Orestea – unica trilogia superstite – Eschilo mette in scena la nascita dell’Areopago, primo tribunale ateniese: giudici imparziali avrebbero giudicato i fatti di sangue, e posto un argine alla cultura della vendetta individuale e particolare. Nel 442, con l’Antigone, Sofocle oppone all’ordine delle leggi la scelta individualista e antipolitica di Antigone: forse a significare agli Ateniesi «i rischi – scrive Cantarella – insiti nell’anteporre gli obiettivi individuali a quelli della polis»[20]. L’egoismo sociale, appunto.

 

Le tragedie greche consentono livelli plurimi di lettura e di interpretazione: e questa lettura di Eva Cantarella (nel cap. IV in particolare) arricchisce la riflessione dei moderni sull’Antigone. Anzitutto perché ne inscrive il significato non dentro una astratta opposizione ideale, ma dentro la politicità intrinseca della tragedia greca, senza la quale ogni interpretazione del teatro greco antico rischia di risultare pericolosamente monca. E mi permetto qui di aggiungere un dettaglio. Nell’epitafio di Pericle per i caduti nei primi anni della guerra del Peloponneso (430), che possediamo nella ricostruzione di Tucidide (II 34-47), Pericle ricorda ai cittadini che Atene, «culla della Grecia», si fonda sul rispetto delle leggi: scritte e non scritte. È un passaggio capitale (II 37, 3), da leggere in parallelo con l’ Antigone (e con l’Aiace):

 

nella vita pubblica il timore ci impone di evitare col massimo rigore di agire illegalmente, piuttosto che in ubbidienza ai magistrati in carica e alle leggi; soprattutto alle leggi disposte in favore delle vittime di un’ingiustizia e a quelle che, anche se non sono scritte, per comune consenso minacciano l’infamia[21].

 

E qui, nella sintonia fra il Pericle tucidideo (l’unico che abbiamo) e il testo dell’Antigone, si ricostruisce bene come il teatro di Sofocle sia, come ha scritto Luciano Canfora, «un altro dei tramiti attraverso i quali i valori maturati nel livello più alto, sia pure attraverso quei colossali burattini che sono i personaggi del mito, vengono trasmessi alla comunità: è uno dei canali dell’educazione politica dell’Atene periclea»[22]. Nei tormentati anni Quaranta del V secolo, contenuti e valori della democrazia ateniese – la riflessione sulle leggi e sulla polis, sulla forza dell’uomo piena di risorse e di rischi, del suo pensiero e della sua energia costruttrice e creatrice, dell’uomo che ha trovato scampo a malattie immedicabili, e solo viene sconfitto dalla morte – vengono trasmessi agli Ateniesi attraverso il teatro, luogo della formazione delle coscienze nella città antica: come nel celebre primo stasimo dell’Antigone. Ed è dunque tanto più plausibile che l’Antigone sia il luogo di una riflessione, anche aporetica, sul senso e sul significato del rispetto delle leggi, le leggi scritte e le leggi non scritte.

 

V-VI

 

Dal personaggio al mito e Il mito oggi sono gli ultimi due capitoli del libro di Eva Cantarella. E alle moderne ricezioni e reincarnazioni del mito di Antigone vorrei aggiungerne una non individuale, ma collettiva, che è raccontata nel libro dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo Naufraghi senza volto[23]. Il suo laboratorio, LABANOF, Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense, a partire dal naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 (368 morti accertati, 20 dispersi, tutti eritrei o etiopi), lavora per dare un nome e un volto ai morti senza nome e senza volto dei naufragi del Mediterraneo. Nel leggere il libro di Cristina Cattaneo, tornano alla mente la richiesta di Priamo ad Achille, nell’Iliade (XXIV 468-620), per ottenere la restituzione del corpo di Ettore; la parvenza di sepoltura data a Polinice da Antigone; il verso dell’Elena di Euripide, quando, nell’incastro di equivoci e finzioni di questa tragedia, Elena chiede a Teoclimeno di poter seppellire il marito morto (o che, meglio, nella singolare tragedia costituita dall’Elena si finge morto: vv. 1239-1243):

 

Elena:. Il mio povero marito, lo voglio seppellire.

Teoclimeno [re dell’Egitto]: Ma come? Vuoi seppellire uno che non c’è? O vuoi destinare un sarcofago a un’ombra?

Elena: Tra i Greci, c’è un’abitudine (νόμος) se uno è scomparso in mare…

Teoclimeno: Quale?

Elena: Di seppellirli in sudari di vesti vuote[24].

Elena chiede di dare sepoltura a un telo, a una veste vuota di corpo: si seppellisce perfino il corpo che non c’è.

 

Per i migranti, osserva Cristina Cattaneo, in un mondo assai più complesso dell’Atene del V secolo, poter seppellire un corpo è necessario, si deve «non solo per rispetto, per tutelare la loro dignità e per salvaguardare la salute (non solo mentale) di quelli che si lasciano dietro»[25]. Ma anche per permettere – a livello penale, civile, amministrativo – ai vivi di continuare a vivere e a esercitare i propri diritti di cittadini.

 

L’Antigone è forse il testo del corpus letterario greco superstite che ha conosciuto la fortuna più ampia, i riusi più frequenti e più vasti, la ricezione più ininterrotta e vivace dal Romanticismo in poi. È un testo intorno al quale è difficile dire, anche solo pensare qualcosa di nuovo (che è poi, o dovrebbe essere, il senso ultimo della ricerca scientifica). Eppure, a questo testo quant’altri mai letto, commentato, riusato Eva Cantarella restituisce, se possibile, complessità e spessore nuovi: sollecita a riflettere su questioni eterne; getta luce – come in una moderna scenografia teatrale – su figure finora marginali e comprimarie (come Emone, come Ismene). E legge in una luce nuova e sorprendente Creonte, permettendoci in tal modo di ripensare il potere e le sue infinite, mutevoli, difficili forme e conseguenze.

 

Note

 

Queste riflessioni hanno avuto origine nell’incontro di studi sul saggio Contro Antigone di Eva Cantarella che ha avuto luogo presso l’Ateneo Veneto (Venezia) il 20 marzo 2025, nell’ambito delle Letture Cafoscarine di Diritto e Società.

[2] S. Weil, La rivelazione greca. A cura di M. C. Sala e G. Gaeta, Milano, Adelphi, 2014, pp. 13-18: 13. Il volume riunisce per la prima volta i saggi, gli articoli, le traduzioni, gli appunti e gli abbozzi relativi alla civiltà greca cui Simone Weil lavorò dal 1936 al 1943 (M. C. Sala, Nota sui testi, pp. 447-454: 449).

[3] Sala, Nota, p. 450.

[4] Weil, Antigone, p. 14.

[5] G. Steiner, Le Antigoni, Milano, Garzanti, 1990, p. 9 [ed. or. Antigones, 1984].

[6] E. Cantarella, Contro Antigone o dell’egoismo sociale, Torino, Einaudi, 2024.

[7] Cantarella, Contro Antigone, p. 5: «Ecco dunque la prima delle tre ragioni che spiegano “perché Antigone”: perché da millenni la storia continua a essere attuale, proprio come lo era nel lontano 442 a.C., quando fu rappresentata».

[8] Cantarella, Contro Antigone, p. 5.

[9] Antigone ha torto, conversazione tra E. Cantarella, M. Nucci, L. Pepe e G. Vacis, a cura di C. Taglietta, «la Lettura – Corriere della Sera», 4 febbraio 2024, pp. 2-6: 3.

[10] E. Cingano, The early antecedents for the representation of strong-minded women in Greek tragedy, in Il potere della parola. Studi di letteratura greca per Maria Cannatà Fera, a cura di G. B. D’Alessio – L. Lomiento – C. Meliadò – G. Ucciardello, Alessandria, Edizioni dell’Orso, pp. 81-97.

[11] Cantarella, Contro Antigone, pp. 13-14.

[12] Cantarella, Contro Antigone, p. 28.

[13] M. Ricciardi, La morte eroica in guerra e gli equivoci della letteratura, «il Manifesto», pp. 1 e 15. La traduzione italiana della lezione si legge in J.-P. Vernant, La morte eroica presso i Greci, in Id., Senza frontiere. Memoria, mito e politica. Edizione italiana a cura di G. Guidorizzi, Milano, Raffaello Cortina, 2005, pp. 61-77.

[14] Vernant, La morte, p. 71.

[15] Vernant, La morte, p. 64.

[16] Ricciardi, La morte, p. 15.

[17] Omero, Odissea. Prefazione di F. Codino. Versione di R. Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi, 1963, p. 319.

[18] Vernant, La morte, p. 74.

[19] Cantarella, Contro Antigone, p. 57.

[20] Cantarella, Contro Antigone, p. 83.

[21] Traduzione di M. Cagnetta, in Tucidide, La guerra del Peloponneso, edizione con testo greco a fronte a cura di L. Canfora, Torino, Einaudi – Gallimard, 1996, p. 231.

[22] L. Canfora, Storia della letteratura greca, Roma – Bari, Laterza, 19892, p. 156.

[23] C. Cattaneo, Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo, Milano, Raffaello Cortina, 2018.

[24] Euripide, Elena. Ione. Traduzione di U. Albini e V. Faggi […], Milano, Garzanti, 1982, pp. 93-95, con qualche modifica.

[25] Cattaneo, Naufraghi, p. 15.

 

 

[Immagine: Jean-Joseph Constant, Antigone au chevet de Polynice].

6 thoughts on “Antigone, le forme del potere e gli abbandonati da Dio e dagli uomini: intorno al “Contro Antigone” di Eva Cantarella

  1. Un esame tanto dotto quanto affascinante. L’ attualità di Antigone pone problemi di coscienza tra il pubblico e il privato, la norma che regola i più e l’ individuo che non riconosce altra legge che il suo libero arbitrio. Complimenti e grazie, sono un estimatore di Eva Cantarella.

  2. Porsi lo scopo di dire a tutti i costi qualcosa di nuovo non significa (rischiare di) stravolgere il significato di un’opera:
    Cr. Dunque comanderà per me il popolo ?/ Em. Non vedi ch’ora parli tu da giovane!/ Cr. Secondo il mio talento, o d’altri, io dunque/ comanderò su questa mia città ?/ Em. Se schiava è d’ un sol uomo una città,/ d’esser chiamata una città è indegna!/Cr. Non è del suo sovrano la città ?
    La catastrofe finale fa dire al coro:” Felicità non v’è senza saggezza!/Empio non esser mai contro gli dei!”.
    Il direttore della colonia in cui era confinato Sandro Pertini, nel suo rapporto sui fatti che avevano portato all’ennesimo suo arresto per resistenza a Pubblico Ufficiale, molto efficacemente riconduce il comportamento a suo dire irriguardoso del Pertini alla sua volontà di dare uno spettacolo teatrale della sua spavalderia. Vi sarebbero insomma ragioni di egocentrica mania di protagonismo, spacciato per eroica lotta contro il tiranno, nei continui, ostinati atti di insubordinazione contro il regime politico fascista e il suo braccio repressivo.
    Lettura a suo modo istruttiva ma che rischia, colla preminenza data a strumenti di analisi psicologica impietosa, di distruggere sul nascere ogni gesto eroico pagato col prezzo della prigione o della vita. Alla fine non si salva nessuno.
    Ismene (“siam donne ed a lottare contro gli uomini/ nate non siamo; e più potenti assai/ son quelli che comandano, e a’ lor ordini/ obbedire è pur forza, s’anche fossero/ di questi assai più dolorosi. Ond’io,/ pregando i nostri morti che perdonino/se a violenza cedo, obbedirò/ a quelli che del regno hanno il dominio;/ ché ardire oltte le forze è irragionevole.”) pare piuttosto un Don Abbondio che una donna di sano spirito civico.
    Ma a volte i ricordi liceali, colle antipatie che si portano dietro, sono cattivi consiglieri.

  3. STORIA E LETTERATURA E FILOSOFIA. A ONORE DEL BRILLANTE “INTERVENTO” DI MARGHERITA LOSACCO, E, RIACCOGLIENDO LA SOLLECITAZIONE DI SIMONE WEIL , E, RICONSIDERANDO IL LUNGO LAVORO “ARCHEOLOGICO” DI ANTROPOLOGIA PORTATO AVANTI DA EVA CANTARELLA, SPOSTANDO UN POCO L’ ASSE DEL “DISCORSO”, NEL TEMPO E NELLOSPAZIO, IN CONSONANZA CON GLI EVENTI DEL “TRAGICO” PRESENTE STORICO, FORSE, POSSONO ESSERE DEGNI DI ESSERE ACCOLTI IN “NOTA”, ALCUNI APPUNTI SUL PROBLEMATICO “NODO GORDIANO” CHE LEGA INDIVIDUO E SOCIETA:
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    ANTROPOLOGIA (CRISTOLOGIA), FILOLOGIA, “EROS E CIVILTÀ”: PER NON NAUFRAGARE, NON PERDERE LA BUSSOLA DELLA “ODISSEA”, DI PENELOPE E DI ULISSE, E RIPRENDERE CON DANTE ALIGHIERI IL CAMMINO…
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    CON “GrAZiA” (“CHARIS”), CON “AMORE (“CHARITAS”) E REPONSABILITÀ”, un omaggio alla memoria di KAROL J. WOJTYLA (GIOVANNI PAOLO II)
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    PER ASCOLTARE IL SUONO DI ALLARME PLANATERIO (NICEA, 325-2025) E IL CANTO DELLE SIRENE E RESISTERE ALL’ASSALTO DEI PROCI, NON TRADIRE E NON DIMENTICARE IL PATTO, IL “NODO DI GORDIO” CON LA PROPRIA STESSA ANIMA!
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    #POESIA E #ARCHEOLOGIA FILOSOFICA: IL “RICORDO” DI OMERO E I “PRINCIPI DI UNA SCIENZA NUOVA” (GIAMBATTISTA VICO, 1725/2025).
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    “LA SIRENA NON SEMPRE NUOCE” (NAPOLI, XVI). NELL’ISOLA DEI FEACI, ad Alcìnoo e alla sua intera comunità, Ulisse così ridice del consiglio e delle raccomandazioni della cosiddetta “maga” Circe, per “seguire virtute e canoscenza” (Dante, Inf. XXVI) :
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    “Alle Sirene prima verrai, che gli uomini / stregano tutti, chi le avvicina. / Chi ignaro approda e ascolta la voce / delle Sirene, mai più la sposa e piccoli figli, / tornato a casa, festosi l’attorniano, / ma le Sirene col canto armonioso lo stregano, / sedute sul prato: pullula in giro la riva di scheletri / umani marcenti; sull’ossa le carni si disfano.” (“Odissea, XII, vv. 39-46, Einaudi, Torino 1989).
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    Federico La Sala

  4. P. S. -ANTROPOLOGIA, PSICOANALISI, E DIRITTO (COSTITUZIONE): UN SEGNAVIA CARICO DI FUTURO DI EVA CANTARELLA (A SUO OMAGGIO E ONORE), PER UN AUGURABILE PASSO DELLA INTERA UMANITA’, OLTRE LA TRAGICA OPPOSIZIONE DI “ANTIGONE” E ” CREONTE”.
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    Se è vero, come riconosce Sigmund Freud nel 1909 (nell’affrontare il caso dell’«uomo dei topi»), che “un gran progresso della civiltà si compì il giorno in cui l’uomo decise di avvalersi, accanto alla testimonianza dei sensi, della deduzione logica e di passare dal matriarcato al patriarcato”, è altrettanto vero, come aveva già pensato e anticipato Bachofen nel 1861 (nell’anno stesso della Proclamazione del Regno d’Italia e del primo anniversario dell’Unità d’Italia, come da sottolineatura di Eva Cantarella), che, “[…] svincolandosi da ogni zavorra o mistura materiale, il diritto diventa amore. Proprio l’amore è il diritto supremo, la legge più alta” (J. J. Bachofen, “Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici”). Come già quella di Dante, ritrovata la “diritta via” con l’aiuto della figura materna (“Beatrice”) e della figura paterna (“Virgilio”), la base e la sorgente dello stesso viver civile (“non viver come bruti” e “seguire virtute e canoscenza”): è “l’amor che move il sole e le altre stelle” (Par. XXXIII, 145).
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    Federico La Sala

  5. P. S. 2 – ARCHEOLOGIA, ANTROPOLOGIA, E DIRITTO: A PARIGI, NEL CIMITERO DELLA “MADELEINE”, ALLA RICERCA DELLA “DONNA PERDUTA”, CON PROUST, BENJAMIN, E MICHELANGELO. Alcuni materiali sul tema:
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    a) PER LA PACE PERPETUA. ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO…. MICHELANGELO, PER UN RITRATTO A PROUST: UNA ILLUMINANTE INDICAZIONE DI WALTER BENJAMIN ( https://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5895 ).
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    b) “IL CIMITERO DELLA MADELEINE (cimetière de la Madeleine, cimitero della Maddalena) è stato un cimitero parrocchiale dell’attuale VIII arrondissement di Parigi, costruito e demolito nel XVIII secolo. In occasione della Rivoluzione francese venne ampiamente utilizzato per la sepoltura di chi era giustiziato mediante ghigliottina (…)” (https://it.wikipedia.org/wiki/Cimitero_della_Madeleine).
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    c) MEMORIA DI OLYMPE DE GOUGES. “Olympe de Gouges, pseudonimo di Marie Gouze (Montauban, 7 maggio 1748 – Parigi, 3 novembre 1793), è stata una drammaturga e attivista francese che visse durante la rivoluzione francese. I suoi scritti femministi e abolizionisti ebbero grande risonanza. […] Condotta in tribunale il mattino del 2 novembre, appena 48 ore dopo l’esecuzione dei suoi amici girondini, viene condannata a morte sulla ghigliottina. […] La sua ultima lettera (datata novembre 1793) è per suo figlio, l’aiutante generale Aubry de Gouges, che la disconobbe per paura di essere inquisito, e a cui la madre scrive: “Muoio, mio caro figlio, vittima della mia idolatria per la madrepatria e per il popolo. Sotto la maschera speciosa del repubblicanesimo, i suoi nemici mi hanno portato senza rimorsi al patibolo”. Nella sua Dichiarazione dei Diritti della #Donna, ribadisce un’ultima volta: “Come la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere altresì il diritto di salire alle più alte cariche”. […] Olympe de Gouges viene sepolta presso il Cimitero della Madeleine, a Parigi.” (https://it.wikipedia.org/wiki/Olympe_de_Gouges)
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    d) MEMORIA DI MARIA MADDALENA NELLA CHIESA CATTOLICA. “SANTA MARIA MADDALENA: La festa liturgica di Maria Maddalena è stata stabilita il 3 giugno 2016 da papa Francesco, durante il Giubileo della Misericordia. Riportiamo parte del decreto: “La decisione si iscrive nell’attuale contesto ecclesiale, che domanda di riflettere più profondamente sulla dignità della donna, la nuova evangelizzazione e la grandezza del mistero della misericordia divina.[…] Il Santo Padre Francesco ha preso questa decisione proprio nel contesto del Giubileo della Misericordia per significare la rilevanza di questa donna che mostrò un grande amore a Cristo e fu da Cristo tanto amata…E’ certo che la tradizione ecclesiale in Occidente, soprattutto dopo San Gregorio Magno, identifica nella stessa persona Maria di Magdala, la donna che versò profumo nella casa di Simone, il fariseo, e la sorella di Lazzaro e Marta. Questa interpretazione continuò ed ebbe influsso negli autori ecclesiastici occidentali, nell’arte cristiana e nei testi liturgici relativi alla Santa […]” (https://www.vaticannews.va/it/festivita-liturgiche/maria-maddalena.html ).
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    GIAMBATTISTA VICO, NEWTON E I “PRINCIPI DELLA SCIENZA NUOVA” (1725-2025):
    “[…] Dopo tre secoli dalla pubblicazione della prima “Scienza Nuova” (quella del 1725 ), nei confronti di Colui che ha osato disubbidire alle “Leggi” della “Repubblica” di Platone e riammettere a pieno titolo, nello Stato, Omero, i “poeti”, e restituire alle donne tutta loro dignità, la rimozione continua: la cecità dei nipotini di Platone (come di Cartesio, Hegel, e Heidegger), i sacerdoti della casta atea e devota, è totale!
    Di fronte all’impresa e alla “dipintura” della Scienza Nuova perdono subito (e ancora) la loro ‘magistrale’ lucidità e ripiombano nella notte della loro “barbarie della riflessione”!
    Persa la Memoria delle Muse, delle Grazie (“Charites”), e della Grazia (“Charis”), e delle Dee come delle Sibille, non sanno più cogliere nemmeno la differenza tra Mosè e il Faraone, tra Gesù e Costantino, tra l’amore e la carità dell’uno (“charitas”) e la “carestia” e l’elemosina dell’altro (“caritas”)! […]” (cfr. GIAMBATTISTA VICO: OMERO, LE DONNE, E I “NIPOTINI” DI PLATONE: https://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5634).
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    Federico La Sala

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