di Nicoletta Vallorani

 

 

Pensare obliquo, rubrica a cura di Nicoletta Vallorani

 

È un’eredità invisibile, quella degli anni di lockdown, esattamente quella che ci impedisce ancora di “farci migliori”, come auspicavamo quando il rischio pandemico iniziava a svanire. Dei buoni propositi incorniciati dall’inaccettabile tragedia è rimasta invece la sensazione di non riuscire a tirar dentro l’aria, col cappio dell’inevitabile stretto intorno al collo quando invece ci servirebbe solo più respiro. Annaspiamo, ora più di prima, perché i fatti dimostrano che abbiamo già rimosso il dolore insieme alle responsabilità politiche, l’insufficienza strutturale della sanità insieme all’eroismo di chi ne ha compensato le assenze e alla cialtroneria di chi con la pandemia ha guadagnato denari e poteri.

 

Così, adesso, più di prima, perdiamo il respiro, fisico e simbolico, in metropoli dove l’incentivo ai trasporti pubblici si coniuga in modo ridicolo con aumenti esponenziali del costo dei biglietti, piste ciclabili trasformate in parcheggi e pure qualche garbata o arrogante presa per i fondelli nei confronti di chi ai problemi di fiato perduto continua a far riferimento. Il paesaggio, scrive Serenella Iovino (Paesaggio civile, 2022), è una trama fitta di rimandi simbolici che si intrecciano con la “questione estetica” (virgolettata perché sempre più connessa a un guadagno economico. Sicché la fumosa irrespirabilità delle strade milanesi, come di altre città, intesse una storia curiosa: quella di un paese che si è dovuto fermare, insieme al resto del mondo, e fermandosi ha “perso il fiato” dello sviluppo economico, per poi tornare precipitosamente a correre nella direzione sbagliata, con l’affanno dei soldi invece del desiderio di un sistema di vita revisionato. Riducendoci tutti in apnea.

Schiacciati da ritmi di lavoro folli.

Assediati da decisioni urgenti.

Preoccupati da costi della vita sempre più alti.

Inseguiti dal tempo che non è mai abbastanza.

 

Impegnati a riprenderci il benessere delle cose e delle proprietà dopo aver imparato che la malattia è democratica e fa vittime a vanvera, e quindi quel che possiedi non ti rende invulnerabile. E la malattia da cui tutto questo è cominciato è una patologia che ti toglie il fiato, un po’ come l’aria irrespirabile di certi luoghi della terra.

L’economia non si è fermata. Le storie, invece, un po’ hanno provato a farlo. Quel che sta accadendo in una parte della letteratura è, mi pare, uno slittamento di focus, o forse il graduale definirsi di un filone narrativo che con l’apnea sembra avere a che fare, ovvero con quel senso di aria che manca connesso a un disagio, una differenza, una difficoltà, un pezzo non ricostruito del passato, una tessitura perduta del ricordo. L’affanno della mente non è diverso da quello del corpo. Come nel mondo reale il respiro necessita di aria pulita e spazio, nella visione ci serve un territorio inventato che non c’è e neanche ci sarà, se non come simulazione più o meno riuscita. Laken Cotten, il protagonista di uno dei romanzi di Tiffany McDaniels (L’eclisse di Laken Cotten, 2022), in questo spazio si smarrisce, creando senza saperlo una intimità coatta tra se stesso e la sua follia, e scampandone indenne o quasi, seppure in una dimensione che lo trascende.

 

Di vite in apnea è costellata anche la letteratura italiana recente. Respira senso di colpa mal riposto la protagonista del bel romanzo di Carmela Scotti, Del nostro meglio (2023), ossessionata da un ricordo che forse è giusto e forse no, ma che comunque non si dipana, e finchè non si dipana la stringe alla gola, condannandola all’affanno. Uguale sorte tocca a Mauro, la voce narrante di Un altro finale per la nostra storia, di Silvia Bottani (2023): anche lì, qualche ricordo sfugge, nel paradosso paralizzante di un campione di memoria che non ricorda bene il suo passato.

Poi c’è l’apologo dolente di Daniele Mencarelli, nel suo Fame d’aria (2023). E qui si entra in un territorio difficile e delicato, anche quello in qualche modo reinquadrato dalla pandemia con la scoperta della centralità, coatta e necessaria, dei rapporti familiari. Essa è stata anche, per noi adulti, centralità ingombrante dei figli. Tutti chiusi in casa, ci si riscopre famiglia come ingombro, a volte. Il desiderio di uscire è anche volontà di sottrarsi alla promiscuità obbligata con chi si ama ma che sarebbe meglio e più comodo amare a distanza, se solo si potesse. Il figlio imperfetto è oggetto d’amore, ma il rapporto non finisce lì, perché esiste un corollario di quotidianità difficile che non può essere ignorato (mentre le istituzioni continuano a ignorarlo). Andrebbe raccontata la fatica solitaria, l’imbarazzo di dover spiegare, la necessità di supporto. Tutto questo compare nella storia di Pietro e Jacopo, nel loro rapporto sbilenco e fortissimo, ma anche molto affaticato da un contesto troppe volte inospitale. È un dato accidentale – un guasto che lacera la quotidianità di una relazione solitaria – a consentire l’edificarsi casuale di una nuova dinamica sociale.

 

Poi c’è Come d’aria, di Ada D’Adamo: una storia che non fosse vera sarebbe da inventare. Respiri mancanti ce ne sono a bizzeffe nel memoir di questa scrittrice capace di danzare leggera con parole difficili, esibendo il tocco elegante e lieve della ballerina che è stata. La storia è questa: Ada D’Adamo ha una figlia gravemente disabile, della quale si prende cura di persona, nella consueta insufficienza del supporto istituzionale. Nel 2018,  nel mezzo dell’infinito dibattito sulla legittimità della Legge 194 e sulla sua presunta discutibilità etica così energicamente sostenuta dai movimenti pro-vita, D’Adamo racconta col garbo che le appartiene la sua esperienza privata di madre di una figlia “imperfetta” con tutto lo strazio e l’amore di cui è capace, ma dicendo anche che per se stessa e per sua figlia, forse e se fosse stato possibile, avrebbe scelto l’aborto terapeutico. Nel 2022, D’Adamo conclude il suo memoir e lo pubblica con Elliott. Daria è il nome della figlia amatissima. D’aria è quel di cui abbiamo bisogno, ora più che mai. Aria fisica e simbolica: un respiro più ampio, che ci consenta di resistere alle innumerevoli apnee imposte da un sistema di vita che consuma tutto – gioie e dolori – di corsa, imponendo un ritmo capace di determinare un soffocamento autoindotto. È respiro questo romanzo di D’Adamo. Da lì si comincia a recuperare una narrazione utile al vivere civile. Bella e utile. Come dovrebbe essere qualunque storia di parole.

 

Alla fine, sono le narrazioni, i racconti di claustrofobie assortite e respiri perduti il dato più interessante che costella il mercato editoriale di ora. In esse, siamo passeggeri sperduti in una terra che non ci somiglia più e che ha smesso di compiacerci da quando abbiamo preso a ignorarla con ostentata arroganza.  Credo vi sia un malessere diffuso senza consapevolezza, la caparbia ostinazione nell’abbarbicarsi a un passato che non è più e la cui non replicabilità ci toglie il fiato. Nei panni dell’equipaggio che balla sulla nave che affonda, omettiamo di ascoltare alcune voci che richiamano, in modi differenti e non sempre con la piena volontà di farlo, una dimensione claustrofobica che si estende al pianeta intero. Esse reclamano uno spazio e soprattutto alcune proposte di soluzione. Culturali e istituzionali. La domanda vera è: arriveranno? Questo, ora, è difficile dirlo.

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