di Adelelmo Ruggieri

È sabato. Poche ore fa sono stato a Santa Vittoria. Volevo vedere le colline interne dopo la nevicata storica di questo febbraio. Sono circa le diciotto. Mi sono messo in macchina verso le quattordici e trenta. È la terza volta che vado da quelle parti in due mesi. Andai le prime due domeniche di gennaio. Volevo scrivere qualcosa sui vulcanelli. Stanno nella campagna di Rotella. Ne ho visti due. Qualcosa ho scritto. Metteva insieme quelle brevi gite invernali nel sud interno delle Marche e un viaggio estivo che feci in Calabria, nel ‘settantacinque. Volevo scrivere qualcosa che avesse per tema La scelta del luogo, ma quelle righe non avevano per tema la scelta del luogo, piuttosto Il contrario della solitudine. Le due cose sono molto prossime, è vero, ma non sono la stessa cosa. Oggi pomeriggio, comunque, non c’era un tema per questa passeggiata prefestiva. Sono andato a vedere le colline interne, dopo la nevicata storica del ‘12, forse di pari misura, o comunque raffrontabile, alle nevicate storiche del ’29 e del ’56 del secolo scorso. Il ’29 fu anche l’anno della grande depressione. Anche questo ’12 non scherza.

Ho appena visto nella rete il notiziario Incom n° 1362. È stato caricato su Youtube da DomizioF, a febbraio del 2010 con il suo stesso titolo: 1956 – L’Italia sotto la neve. Fra i commenti c’è chi ha scritto: C’ero anch’io. Che bei ricordi. C’ero anch’io. Solo che avevo due anni e non ho ricordi del ‘56. In un altro commento è scritto: Documento di inestimabile valore. Ha ragione. Il commento del conduttore del cinegiornale invece è questo qui: Ricorderemo per un pezzo questo febbraio del ’56. A Roma la neve, al suo primo apparire, fu accolta con allegria, quasi con entusiasmo. Si trattava di un’ospite inconsueta che veniva a rompere la monotonia degli inverni invariabilmente miti, ma i giorni passano, continua a nevicare e la colonnina del termometro non accenna a risalire. A Napoli la stessa storia, e se in città le cose sono ancora sopportabili, dai comuni dell’interno giungono notizie sempre più allarmanti. Il Matese, l’Irpinia, il Sannio, molti centri dello stesso Napoletano sono isolati da giorni e chiedono ansiosamente soccorso. La neve ha raggiunto anche Cagliari, non ha voluto fare parzialità. Persino la Conca d’oro è diventata bianca. Il Duomo di Monreale a memoria d’uomo nessuno l’aveva visto così. I fichi d’india si pavoneggiano sotto le loro cuffie d’ermellino. Intanto negli aeroporti affluiscono i soccorsi per le popolazioni. Dalla Germania Occidentale sono giunti appositamente grossi aerei da trasporto americani, i cosiddetti vagoni volanti. Viveri, medicinali, generi di conforto vengono incessantemente avviati alle zone più duramente colpite dai rigori di un inverno senza precedenti. Candidi come la neve scenderanno i paracadute, e questa volta la speranza viene dal cielo.

 La prima sosta che ho fatto è stata al nuovo distributore lungo la 238 Valdaso, dalle parti del bivio per Monte Vidon Combatte. È una strada molto bella; costeggia la sponda sinistra dell’Aso. Alle Piane di Ortezzano svolta a novanta gradi, attraversa il fiume, svolta di nuovo ad angolo retto, e prende a costeggiare la sponda destra. Di qui, dopo un po’, si sale verso Montalto Marche; è la città di Sisto V, quello di cui Belli scrisse che un altro, dopo di lui, non ci poteva stare: Perché nun ce po’ esse tanto presto / Un antro papa che je piji er gusto / De mettese pe nnome Sisto Sesto. Dopo un altro po’ ancora la strada riattraversa il fiume. Ecco, siamo a Ponte Maglio. Un chilometro ancora e si prende a destra per Contrada San Giovanni, e poi per Contrada Bore, e ci si trova a Santa Vittoria in Matenano.

 A metà di questo ultimo tratto c’è il bivio per Contrada Santa Croce, di qui si arriva a Montefalcone Appennino. Mi ero fermato al distributore perché dovevo scrivere una cosa. Era questa: quando scrivo fermandomi da qualche parte come adesso è come se la scrivania fosse lo stesso spazio che sto percorrendo, in questa cosa c’è sicuramente una sproporzione ma la cosa, in sé, non è sproporzionata. Ma torniamo all’argomento, che in questo caso è solo questo: sto andando verso Ponte Maglio, poi arrivo a Santa Vittoria se le strade sono pulite; faccio due passi, prendo un caffè; e me ne torno a Fermo. È un posto assai speciale Santa Vittoria. Figurarsi che proprio da qui arriva il primo documento in volgare delle Marche, il Ritmo di Sant’Alessio.

 Dopo Ponte Maglio le strade erano pulite, e allora ci sono salito a Santa Vittoria. Sono molto complesse le vicende di questi luoghi, difficilissimo riassumerle in breve. È anche vero che nessuna storia di nessun posto è semplice in breve da riassumere. Ho fatto due passi per il paese. Ho preso un caffè. Ho preso due appunti. Parte di essi li sto trascrivendo adesso. Poi sono sceso verso Ponte Maglio. C’era tanta neve ai lati della strada e sulle colline. Al bivio per Montefalcone Appennino, quello di cui ho detto sopra, mi sono fermato. Passavamo di qui per andare da Rosa e Raimondo per i giorni di Ferragosto. I bambini erano piccoli. Era la seconda metà degli anni novanta. Guardo il colle Matenano, il prospetto verso monte dell’antico oratorio farfense in vetta al colle. Gli interni vennero affrescati da un monaco-pittore. Si chiamava Marino Angeli; insieme a lui c’erano anche Cola, Giacomo di Cola, Giacomo da Campli, Pietro Alima e il Maestro dell’oratorio del Verdente, tutti e sei documentati nella seconda metà del secolo XV. Sono rimasto non meno di venti minuti all’incrocio. Era bello stare lì, era stare dentro una riservatezza di cose conosciute e capite. Me ne stavo lì, pensavo a quindici anni prima. Tutto mi tornava inalterato alla mente. Di giorno si stava quasi sempre fuori casa, nello spiazzo antistante. Era bello stare lì. Era bello parlare tra di noi. Ci si chiamava molto spesso. Stavamo lì, lì, e ci si chiamava. Dove sei? Siamo sotto, sto giocando. Dove siete? Sono sopra, stiamo preparando per pranzo. Dove sei? Sono qui.

***

21 marzo. Ho appena riletto queste righe. Sto pensando a quella mezz’ora trascorsa all’incrocio sotto Santa Vittoria, più di un mese fa, dopo la nevicata storica del ‘12. A un certo punto mi fermai nel nodo della T; a qualche chilometro in linea d’aria c’era, c’è, l’oratorio in vetta al colle Matenano, con il suo prospetto verso monte. Era come stare in un archivio senza nessun rumore di fondo e la cui morfologia era proprio quella: quella T delle due strade e quell’oratorio posto in alto.

[Immagine: La nevicata del ’12. Foto di Daniela Piergallini (particolare) (mg)].

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