di Franco Buffoni

 

[Esce oggi per Il ramo e la foglia edizioni il nuovo libro di racconti di Franco Buffoni, Aureole e tigri dal mondo queer. Anticipiamo uno dei racconti].

 

Gaye inconsapevolezze

 

I poeti e i professori sono le categorie di persone che, per ovvie ragioni di vicinanza lavorativa e comuni interessi, mi è accaduto nel corso degli anni, e ormai dei decenni, di frequentare maggiormente. I tre episodi che mi accingo a raccontare riguardano tre colleghi eterosessuali, certamente non omofobi e certamente progressisti, che mi hanno sempre dimostrato stima e amicizia: due di ambito milanese, uno di ambito romano. Denominatore comune, la loro incapacità a capire (forse meglio: a concepire) che omosessuali potrebbero essere i loro figli o fratelli. Io ero il loro omosessuale rassicurante, esterno alla famiglia e pienamente accettato, ma oltre, oltre, quanto è arduo inoltrarsi…

Comincio da AB, bell’uomo e studioso rigoroso, sposato e padre di due figli maschi. Che io ricordo ragazzini, occhietti vispi, desiderosi di giocare. AB insisteva perché qualche volta mi fermassi a cena da loro: famiglia unita, moglie ospitale. Col mio trasferimento a Roma, le occasioni di incontro diminuirono, ma non mancavo mai di chiedergli notizie sui progressi scolastici dei figli: ingegneria, economia… Ebbene, in anni recenti, del minore di questi due figli ormai trentenni, entrambi stabilmente fuori casa, AB sente il bisogno di dirmi: sì, adesso Gianni lavora in Francia, sta facendo un’ottima carriera. Io e mia moglie abbiamo persino smesso di chiedergli se è fidanzato, è sempre estremamente riservato su questo argomento, scostante direi. Pensa che l’altro giorno mia moglie mi ha detto: e se Gianni fosse omosessuale? Non ci avevo mai pensato. Però mi ha messo la pulce nell’orecchio: in effetti, a ben pensarci, anche quando era al liceo, a differenza di suo fratello, non ha mai portato a casa delle ragazze… Ma basterebbe che ce lo dicesse, noi siamo genitori tolleranti.

 

Dunque, Gianni per cinque lustri è vissuto con loro, la sua adolescenza si è sviluppata sotto i loro occhi, giorno dopo giorno, nel silenzio e nell’ipocrisia circa il suo orientamento sessuale. Se Gianni non ha detto nulla è perché non voleva dare loro un dispiacere, non nutrendo dubbi sul disvalore che la “confessione” avrebbe apportato al giudizio complessivo su di lui da parte di quei genitori “tolleranti”. Gianni ha preferito tagliare i ponti nella discrezione e nel silenzio.

All’amico AB suggerisco di riflettere sui comportamenti di Gianni, almeno su quelli che è in grado di ricordare. Lo aiuto: Gianni aveva addosso come una corazza che era difficile scalfire; si commuoveva facilmente, ma imparò presto a non rivelare le emozioni. Non sopportava di vedere irridere un bambino o una persona più debole. Era più cauto e diffidente rispetto a suo fratello, e quando si trattava di problemi personali la sua chiusura diventava ermetica. Se in buona, faceva ricorso all’ironia come arma di difesa. Concludo: voi avete sbagliato tutto, ma Gianni ha sviluppato un quoziente intellettivo emotivo superiore alla media, e grazie a quella dote e all’autocontrollo ha imparato a difendersi meglio di altri.

 

CD è romano, disponibile, simpaticissimo: quante volte ho accettato i suoi passaggi in macchina fino all’università. Quante chiacchiere di argomento poetico e accademico. CD non si è mai sposato e adesso ha una nuova compagna, madre di un ragazzo adolescente avuto dal precedente matrimonio. Che però non vive con lei, se non nelle vacanze, perché è stato ammesso a Venezia al Morosini, la prestigiosa scuola navale militare, dove frequenta l’ultimo anno di liceo. CD mi racconta dell’open day in cui con la compagna ha potuto accedere alle aule didattiche e alle strutture sportive dell’Istituto, e di quanto volentieri Giorgio ogni volta vi rientri avvolto nella splendida divisa con mantello degli allievi.

Giungono le vacanze di Pasqua, che il collega e la compagna decidono di trascorrere a Sabaudia nella casa di famiglia di lei. Giorgio chiede se può portare un suo amico del collegio.

 

“I due ragazzi erano molto affiatati, era un piacere vederli correre sulla spiaggia e poi studiare assieme, fare i compiti”, mi racconta CD, “fino alla notte del sabato santo”, quando la madre si sveglia e decide di scendere in cucina a bere un bicchiere d’acqua. La camera “dei ragazzi” è proprio accanto: il silenzio della notte favorisce l’ascolto, la madre si rende conto dell’azione in corso e sconvolta risale e sveglia CD. Il quale le raccomanda assolutamente di non intervenire, di lasciare correre:

“Si staranno masturbando, succede.

“No, ti assicuro che non si tratta solo di quello…

Messo alle strette, il giorno dopo Giorgio confessa alla madre che la relazione va avanti da un anno e che da Venezia una volta alla settimana si recano a Mestre in una pensione per potersi amare indisturbati.

 

CD è sconcertato perché il ragazzo pare molto determinato e fiero del suo amore. Aggiunge che è preoccupato per la compagna, che non sa se dirlo all’ex marito. Mi chiede consiglio: pensi che sia una fase passeggera? Non aggiunge: come si fa a guarire?, ma l’intonazione della domanda è quella.

Consiglio: se il padre è omofobo, meglio evitare, non servirebbe a nulla e complicherebbe soltanto la vita al ragazzo. Non si guarisce perché non c’è nulla da guarire. E siate contenti che in età così giovane sia già stato in grado di costruirsi un rapporto stabile. Invitateli ogni volta che potete e, se volete farli felici, trattateli come una coppia.

 

EF è poeta e professore, colto e intelligente, impegnato a sinistra e nel sociale, come sua moglie. Che ci accompagna, in un lungo viaggio in macchina, perché dobbiamo andare allo stesso festival letterario. Hanno un figlio diciottenne eterissimo e bellissimo. Durante il viaggio la conversazione cade sul fratello di lei, avvocato di successo, scapolo, di cui i due coniugi sentono il bisogno di parlare diffusamente in mia presenza. Perché almeno una volta alla settimana l’avvocato invita il nipote a cena. E lo porta nei ristoranti alla moda che lui abitualmente frequenta. Il ragazzo torna lusingato e soddisfatto: “Ma secondo te, Fabrizio ha capito?”, domanda lei.

“Capito cosa?”, replica lui, distraendosi dalla guida.

“Beh insomma, non ne abbiamo mai parlato, ma io credo che mio fratello…” e lascia la frase in sospeso.

Al che il marito replica: “Certo che l’ha capito, figurati, sveglio com’è…”.

Ad un tratto mi è chiaro che i due non hanno mai parlato tra loro dell’orientamento sessuale del fratello e cognato, limitandosi a registrarne i successi professionali e le gentilezze nei confronti della madre rimasta vedova. Lo fanno adesso, evidentemente perché la mia presenza li induce a farlo.

“Mio fratello è sempre stato estremamente discreto…

“È altezzoso e arrogante, non ci reputa degni delle sue confidenze.

“Eppure glielo abbiamo detto che ti conosciamo, che siamo tuoi amici e che con te ci troviamo benissimo. Ma sembrava che gli desse fastidio anche solo sfiorare l’argomento. Per cui non ne abbiamo più parlato.

“È molto superbo…

“Mi ricordo quella volta a Viareggio, tanti anni fa, non eravamo ancora sposati, ma eravamo tutti lì in vacanza, e lui una sera si era truccato gli occhi per uscire: venne intercettato sulla porta da mio padre, che si arrabbiò moltissimo, ti ricordi?

“Certo che mi ricordo… a quel look tuo padre reagì proprio male: lui invece stava cercando di dire a tutti qualcosa.

“Tra mio fratello e mio padre non è mai corso buon sangue. Da quell’anno poi in vacanza con noi non venne più, se ne è sempre andato all’estero coi suoi amici.

Cerco di spiegare loro che la chiusura totale sull’argomento non è che semplice autodifesa: non si può tollerare di essere solo tollerati. E contraddico EF: tuo cognato non è superbo, ha solo scelto di difendersi in quel modo perché non tollera di essere “compreso”.

“Ma allora che cosa dobbiamo fare? chiedono praticamente insieme.

“Lasciate pure che esibisca vostro figlio nei ristoranti che frequenta. State certi che se andate su questa App li trovate tutti classificati come gay friendly. E ricordate che se vostro figlio è davvero cisgender, sentirà stuzzicata la sua vanità e tutto si fermerà lì.

“Cisgender?? in coro.

 

I termini cisgender e transgender basano la loro opposizione sui prefissi latini “cis” e trans”, che – essendo voi professori, lo sapete benissimo – significano “al di qua” e “al di là”. Li ritroviamo in cisalpino e transalpino, per esempio. Analogamente, c’è chi si identifica con il genere e il sesso registrato sui documenti alla nascita ed è “cisgender”; e chi invece sente di non appartenervi ed è “transgender”. L’accoglimento nel nostro lessico corrente del termine cisgender contribuisce ad abbattere un secolare convincimento, che vede i “diversi” contrapposti alla generalità delle persone normali. Definendo i “normali” cisgender, si impongono come per incanto due categorie perfettamente alla pari.

“Dotate pure di una bella intonazione napoleonica”, aggiunge EF sorridendo.

 

Per altro, concludo in modo lessicalmente meno terroristico, da decenni sappiamo bene che solo quando un omosessuale comes out – uscendo fuori in famiglia con un esplicito coming out – costringe gli eterosessuali a definirsi, facendo compiere un passo avanti nella comprensione di sé all’intera società. Che è precisamente ciò che vostro fratello e cognato non ha fatto con voi, dopo quel goffo tentativo giovanile brutalmente rintuzzato dal padre.

In altri termini più generali: quanti casi di pazzia e dunque di segregazione, di esclusione, di suicidio, in passato non furono che lo sbocco di sensibilità oppresse, impossibilitate ad esprimersi? Michel Foucault, al riguardo, ha scritto pagine importantissime, partendo dal concetto che una società si definisce attraverso ciò che esclude. Da ciò consegue che un ambiente sociale che non ti prevede, già ti offende, figuriamoci se mai potrà difenderti.

In un successivo messaggio a EF, così risposi alle domande “oneste” di sua moglie su queer e queerness.

 

Negli ultimi anni, molto è stato rimesso in discussione per permettere a un numero sempre più ampio di persone di sentirsi “previste” e dunque riconosciute. Termini quali demigender e gender fluid, non binario e pansessuale appartengono a tale logica di pensiero. Alla base di tutto – comunque – sta la fondamentale distinzione tra sesso e genere.  Laddove per sesso si intende la dimensione biologica e anatomica (F, M o intersessuale), mentre per genere o identità di genere si intende quella gamma di tratti e movenze che – per cultura – siamo soliti attribuire al sesso biologico: dal modo di vestire a quello di camminare, dall’acconciatura all’abito. Tratti e movenze strettamente correlati ai ruoli di genere tipici di una specifica civiltà culturale. In sostanza: tutto ciò che è costruzione psico-sociale che per una quota non trascurabile di persone si contrappone alla matrice biologica.

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