a cura di Maria Borio e Laura Di Corcia

 

Per il secondo ciclo di riflessioni attorno al rapporto fra poesia e autenticità, oggi risponde Gianluca Furnari. LPLC da domani si prende qualche giorno di pausa. Torneremo mercoledì 8. Buone feste!

 

Se ti togliamo ciò che non è tuo

non ti rimane niente

 

M. De Angelis

 

«Autentico» ieri e oggi

 

Provo a delimitare il campo dell’oggetto «autenticità». Dietro il sostantivo ci sono il greco autós («stesso/egli stesso») e il suo derivativo authéntes («colui che compie qualcosa da sé»), cui si aggiunge il filtro latino di authenticus, aggettivo giuridico che ricorda i moderni «autografo» e «originale», nella loro accezione filologica.

Dando un’occhiata alle prime occorrenze di autentico in opere italiane a stampa, si risale al trattato Scintille di musica (1533) di Giovanni Maria Lanfranco. Sulla scorta della musica medioevale, Lanfranco vi distingue un «tuono autentico», in cui la melodia si muove sopra la nota «finale» e tende a salire verso l’ottava superiore; e un «tuono plagale», derivato dall’autentico, in cui la melodia gravita intorno alla «finale» stessa, spesso più verso il basso o vicino al centro.

In questi casi autentico non è solo, come per noi, il contrario di falso, ma anche e soprattutto quello di derivativo. Com’è reso evidente dalla parentela etimologica fra «plagale» e «plagio», la nozione di autenticità sussiste in maniera dialettica, implicando una potenziale copia «de-generata».

 

Originale esterno/interno

 

Dato che noi moderni abbiamo moralizzato ed estetizzato l’idea di «originale», anche l’autenticità è divenuta una categoria morale ed estetica. Interrogarsi sull’autenticità di un testo letterario significa legittimare il sospetto che esso possa non coincidere con l’«originale», o più genericamente con l’origine. Fra «originale» e «testo (inautentico)» si insinuerebbe un diaframma di contraffazione (o di colpevole oblio), proprio come accade nella tradizione dei testi.

In altre parole, si è autentici sempre e solo rispetto a qualcosa. Questo «qualcosa» può coincidere con un’entità esterna, ad esempio la realtà stessa, la storia o il divino, cioè la Musa, che detta il canto al poeta; oppure con un’entità interna all’autore, ad esempio l’inconscio.

Oggi, in poesia, tendiamo a rappresentarci questo «qualcosa» come una voce interiore, benché «esterno» e «interno» siano solo delle costruzioni. Un’entità presuntamente soggettiva – una coscienza che detta parole o azioni – può essere, in effetti, parte di una visione metafisica che trascende l’individuo, e ciò è vero dal daimonion socratico al «verdetto della parola» di cui ha spesso parlato Milo De Angelis, adottando un lessico giuridico e processuale. Viceversa, qualsiasi entità esterna si incarna sempre in idioletti soggettivi, culturalmente/collettivamente costruiti, ma anche «originali» in sé stessi.

 

«Le vostre penne / di retro al dittator sen vanno strette»: l’Amore dantesco

 

Trovo utile, a livello paradigmatico, l’autodichiarazione poetica di Dante nel XXIV del Purgatorio, poiché le diverse interpretazioni avanzate sul testo rimandano proprio al binomio origine esterna/interna. È il passo in cui Dante conia l’espressione «dolce stil novo»: «i’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando» (vv. 52-54). L’immagine di fondo, che la dantista Margherita De Bonfils Templer giudicava per qualche motivo «estremamente impoetica», è quella giuridica del notarius, il quale «(an)nota» ciò che il dictator «ditta». Nei versi successivi l’«autenticità» sembra configurarsi come fedeltà al «modo» di quel dettato: essa è tanto maggiore quanto più – per dirla con Bonagiunta – «le (…) penne / di retro al dittator sen vanno strette». Dante sta parlando di una poesia che nasce da dentro. Tuttavia, la critica ha giustamente rilevato che l’«Amor» di questo passo non coincide con la passione soggettiva sic et simpliciter, quanto con un «diritto amore», una forza spirituale a cui bisogna riconoscere qualche potere di elevazione, pena il venir meno della «novità» dello «stil novo» rispetto alla poesia siciliana e siculo-toscana da cui Dante prende le distanze. L’«Amore» dantesco, inteso quale fonte di ispirazione del poeta, dimostra l’indissolubilità fra «origine» esterna e interna.

 

«Vero dirò (forse e’ parrà menzogna)»: l’io di Petrarca

 

Spenderò qualche riga anche su Petrarca, considerato l’archetipo della moderna lirica soggettiva. Nel suo intervento sull’autenticità Antonio Perozzi accennava ai Fragmenta come a un’opera in cui permangono «un’istanza soggetto-autore forte» e una «fiducia nel distinguere in maniera netta un’esperienza vera da una falsa». Quest’interpretazione coglie, a mio giudizio, una parte di verità, che però è quella meno produttiva e affascinante dell’opera. Darei maggior risalto alla natura progettuale, inattuale e non conclusa dell’io petrarchesco («Sparsa animae fragmenta recolligam», per l’appunto); o al fatto che il soggetto scrive sé stesso attraverso i classici, e cioè ricorre alla scrittura per auto-edificarsi. D’altronde, proprio la scrittura, la retorica, l’estetizzazione della vita – meccanismi fondativi dell’identità letteraria – sono fonte di destabilizzazione e potenziali veicoli di inautenticità spirituale. Se la veste stilistica è troppo bella, essa distoglierà l’attenzione del poeta stesso e poi del lettore dal loro obiettivo di edificazione: «Vero dirò (forse e’ parrà menzogna)». Pur razionalmente dichiarata, la capacità di discernere il vero dal falso è in Petrarca negata sentimentalmente e si assottiglia quando l’io fronteggia la bellezza, nobilitante e rovinosa insieme («non so se vero o falso, mi parea»). La bellezza genera contraffazione e divisione perché l’«originale» rispetto al quale essere autentici non è un io integro e perfettamente riconoscibile, ma un io che potrebbe (= dovrebbe) essere.

 

«Vere fur queste gioie e questi ardori»: Tasso e il genere lirico

 

Il fatto che l’elaborazione formale possa diventare fine a sé stessa, compromettendo l’autenticità «morale», è una questione non da poco. Se la porranno anche i successori di Petrarca.

Tasso sceglie di aprire la sua raccolta di poesie amorose con la parola «vere». Il sonetto proemiale delle Rime potrebbe sembrare un manifesto dell’«autenticità» come fedeltà a una pura istanza soggettiva: «Vere fûr queste gioie e questi ardori / ond’io piansi e cantai con vario carme»: «queste gioie e questi ardori cui ho fatto corrispondere toni diversi li ho provati davvero». Diremmo che Tasso sta rivendicando sia la verità delle emozioni provate, sia quella del «vario carme» che ne è la conseguenza. Lui, però, si autocommenta così: «Dice il poeta [sc. lui stesso] che gli amori suoi sono stati veri, per dimostrare che il vero amore o i veri amori sono il vero soggetto del poeta lirico, come scrive il Petrarca ne le sue epistole latine. Tuttavolta intorno ad esso favoleggia non altrimenti che faccia l’epico, come fa il medesimo autore in molti suoi componimenti». Verità soggettiva e fictio mitica si compenetrano: per Tasso il genere lirico è più di un semplice sfogo emotivo e si avvicina piuttosto all’epica, che fonde «verosimile» e «meraviglioso».

 

L’«abisso della verità»: concezioni romantiche e post-romantiche

 

Dal Romanticismo in poi, ci siamo raccontati sempre più spesso la storia di un «io» narciso, dolorosamente e orgogliosamente separato dal mondo. Ne deriva l’illusione di autenticità come fedeltà a quell’io puro, rispecchiamento continuo di sé o di una parte di sé contro un mondo che lo minaccia. In questo contesto l’«autentico» nell’arte dovrebbe riflettere un «originale» assoluto, di natura irrazionale o pre-razionale, sopprimendo eventuali mediazioni (appunto quella della ragione, o quella della cultura ereditata, etc.).

Il fanciullino di Pascoli sembra avere a che fare con quest’idea di autenticità, connessa con una rinuncia alla ragione e un ascolto del rimosso, poiché «d’un tratto, senza farci scendere a uno a uno i gradini del pensiero, ci trasporta nell’abisso della verità…». Se, però, guardiamo alla produzione di Pascoli, come pure alla successiva tradizione novecentista, da una distanza maggiore, la soggettività potrebbe apparirci di nuovo come una mediazione fra le altre, una finzione, un personaggio nato in seno a una mitologia collettiva. Il fatto che il narcisista si racconti come un personaggio diviso dal mondo non significa che lo sia più degli altri, né che dobbiamo credergli; quanto all’ossessione dell’autenticità, essa è, probabilmente, un sintomo del suo complesso.

 

Artificiale, cioè umano

 

Persa la fiducia nella possibilità di una «potatura dell’inautentico», ci si avvicina a una sensibilità postmoderna, in cui l’autenticità non è più, teoricamente, una categoria valida. Dopo il narcisismo romantico, questo sembra liberatorio. Un merito del postmoderno è quello di aver riportato l’attenzione sull’assoluta centralità del «diaframma di contraffazione» di cui parlavo prima.

Oggi il tema dell’autenticità in letteratura è tornato in auge con l’IA generativa. La sensazione di molti è che, se si ricorre a (troppe?) mediazioni non-umane, un testo possa perdere la sua «autenticità». L’implicito è che l’autenticità sia una forma di fedeltà al cosiddetto «umano», il che ripropone la solita dicotomia tra naturale e artificiale, su cui fondiamo la nostra illusione di essere «moderni». Ma dove finisce l’umano e inizia il non umano?

A volte, su Youtube, mi imbatto nella pubblicità di una nota piattaforma di psicologia online, che chiamerò X. L’attore dello spot (uno psicologo di X?) inizia il suo discorso di persuasione stigmatizzando ironicamente coloro che, per trovare uno psicologo, fanno delle ricerche su ChatGPT. È sintomatico però che il medesimo attore suggerisca poi di usare, in luogo di ChatGPT, il questionario automatico di X, che analizza le risposte del paziente e indirizza verso lo psicologo giusto sulla piattaforma. Quello che la pubblicità fa, senza rendersene conto, è demonizzare l’IA proponendo come alternativa l’IA stessa. Cercando di uscire dal non-umano per rientrare nell’umano, o viceversa, ci si ritrova allo start. A questo tema rimanda anche la diffusa incapacità, da parte dei lettori, di distinguere un brano letterario generato dall’IA da uno che non lo è (incapacità sottolineata e sperimentalmente dimostrata da Francesco D’Isa, con il suo «Test di Turing Letterario»).

Io concepisco l’IA in un’ottica di rete, come un collettivo che agglomera umano e non-umano in una lunga catena: sviluppatori/aziende/utenti, infrastrutture, tradizioni culturali e linguistiche, interazioni, etc. Un chatbot non è l’opposto dell’umano, semmai è un suo derivato. Poiché forse un opposto dell’umano non esiste nemmeno, non mi preoccuperei troppo del sigillo dell’«autenticità».

 

«Authentic living humans» in Philip K. Dick

 

A proposito di autenticità e post-moderno, mi viene in mente il Philip K. Dick di «Do Androids Dream of Electric Sheep?». Nel raccontare il rapporto fra umani e androidi, Dick decostruisce sia l’idea di authentic come attributo dell’umano opposto all’umanoide («authentic living humans» VS «humanoid constructs»), sia la possibilità di definire un’autenticità umana basata sull’empatia. Quest’ultima si dimostra essere un criterio fallace: provare emozioni e saperle esprimere non è ciò che contraddistingue l’«umano», e chi è in contatto con la propria interiorità non è necessariamente migliore di chi non lo è. Se non accettiamo quest’assunto, possiamo incorrere in giudizi e comportamenti discriminatori, abilisti o specisti. Sento fraterna questa prospettiva: Dick ci pone di fronte al nostro pregiudizio mettendo in scena da un lato «authentic humans with underdeveloped empathic ability» (il discorso può applicarsi, in altre opere, a individui autistici o a tossicodipendenti alienati dalla realtà); dall’altro i non-umani per antonomasia, cioè gli animali. Per me che, anche nella scrittura, alterno un’emotività apparentemente “diretta” con una cerebralizzata (cioè non mediata dal solo diaframma emotivo, ma anche dal calcolo razionale, dal’IA, etc.), è confortante sapere che va bene così.

 

«Conosci te stesso»

 

Tirando le somme, mi piace assumerla da un lato come «fedeltà a una verità futura» (Italo Testa), come realismo dinamico, come paradossale invito a evitare la «stessità» dell’autòs in favore di un «noi possibile»; dall’altro come contemplazione dei (e adesione ai) propri limiti, in particolare a quello della mortalità. In questo senso, trovo che lo slogan più vulgato dell’autenticità, l’apollineo «Conosci te stesso», costituisca ancora un ottimo faro etico ed estetico, tanto nella scrittura quanto nella vita in generale. Aprirsi al «possibile», quindi, ma ricordarsi anche dei limiti della natura, di cui siamo parte.

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