a cura di Maria Borio e Laura Di Corcia
Per il secondo ciclo di riflessioni attorno al tema dell’autenticità e la poesia, oggi risponde Stefano Modeo.
Nel corso del tempo, in ciò che andavo e vado scrivendo, mi sono sempre imposto la regola dell’autenticità. Eppure devo ammettere che questa parola mi è sempre apparsa sfuggente, ambigua, paradossale, a tratti inautentica. Probabilmente la causa di tale ambivalenza è dovuta ad una certa ingenua fede nelle parole, la quale talvolta non tiene conto del rumore, della mistificazione, della simulazione che esse stesse portano con sé. È chiaro infatti che autenticità conduce immediatamente a verità, la quale è sempre qualcosa di parziale, anche per il solo semplice fatto di dover fare i conti con il filtro della lingua, dell’esprimersi. Lo sapeva bene Dante quando si sforzava di rendere autentico il suo viaggio agli occhi del lettore. Ma non solo, anche per quanto riguarda l’universalità dei versi, la loro tenuta nel tempo, lo stesso Saba in una sua scorciatoia scrisse: «L’arte nasce attraverso la forma; vive; e muore, per il contenuto. Il verso «Nel ciel dell’umiltate ov’è Maria» non ci dice più oggi quello che ci avrebbe detto seicento anni fa. Eppure il verso è sempre lo stesso. Ma – per tacere il resto – anche l’azzurra parola cielo ha, dopo che lo solcano aeroplani e ne piovono bombe, un altro significato. Crea altre associazioni». Mi pare quindi chiaro e inevitabile che l’autenticità, che deriva dal greco αὐϑέντης (colui che agisce secondo il suo vero sé), abbia a che fare esclusivamente con la propria soggettività, ovvero con ciò che noi individualmente sentiamo – e che solo a questa debba rispondere senza altri fini – pur muovendosi nell’orizzonte dell’intersoggettività. Il motivo di questa apparente contraddizione deriva dalla natura paradossale della poesia. L’autenticità infatti non ha casa nell’esperienza, nella cultura, o nella Storia – pur agendo e muovendosi in esse – ma da queste è indubbiamente influenzata, insidiata, messa alla prova, persino corrotta costantemente. Scrive Giorgio Manacorda in La poesia è la forma della materia:
Saussure ha colto con molta chiarezza il nesso tra struttura del linguaggio, modalità del pensiero e sistemi di legittimazione del senso: «I valori restano interamente relativi, ed ecco perché il legame dell’idea e del suono è radicalmente arbitrario». Ciò significa che ogni sistema di valori è immotivato e caduco, storicamente determinato: «La collettività è necessaria per stabilire dei valori la cui unica ragione d’essere è nell’uso e nel consenso generale». Un sistema di valori è anch’esso un sistema «linguistico», e questo spiega perché Saussure dica che «l’individuo da solo è incapace di fissarne alcuno». Esiste un’omologia tra l’atto fondante di ogni linguaggio e l’atto fondante di ogni sistema di legittimazione del senso: l’arbitrarietà (in quanto costitutiva di quella forma che è la lingua) legittima il legame tra significante e significato nel segno così come è il racconto che legittima l’attribuzione di senso alla realtà extra-linguistica. Il rapporto tra una catena di eventi e il senso che possono avere una volta raccontati è arbitrario – non mimetico – come il rapporto tra significante e significato. D’altronde, se a livello linguistico il senso è una particolare direzione del significato, questa direzione gli si può imprimere soltanto sulla base di un sistema in grado di rendere credibile, legittima, quella direzione e non un’altra. Un sistema di legittimazione del senso è un mito (di tipo religioso, politico, ideologico), un racconto.
La domanda che viene da porsi, e che mi pare il vero nocciolo della questione, è: per quale motivo l’autenticità è una prerogativa imprescindibile della poesia? Se è vero che la poesia per esistere deve «esserci», deve manifestarsi come espressione dell’essere, della propria soggettività, il poeta non dovrà avere alcuna distanza con ciò che scrive, se non, come ho già detto, quella che avviene a causa della sua stessa lingua. Tuttavia, piegando questa quanto più è possibile verso il proprio inconscio, traducendosi nel modo più preciso possibile, il poeta potrà essere lì, in quel momento, in quella poesia che sta scrivendo. Freud ne L’interpretazione dei sogni ha scritto che traducendo «apprendiamo le peculiarità del linguaggio onirico e ricaviamo l’impressione che esso appartenga a un sistema espressivo molto arcaico». Questa riflessione ci parla anche della poesia. «Arcaico» perché la base di ogni conoscenza è emotiva. Infatti, il sistema espressivo arcaico a cui attinge primariamente la poesia è il campo dell’emotività, e proprio questa infine, è ciò che mi pare si avvicini più di ogni altra cosa a ciò che stiamo chiamando autenticità. Sempre Manacorda scrive:
Per il nostro discorso, però, è rilevante che Heidegger insista sull’importanza dell’emotività. Se è vero che «l’Esserci è sempre in uno stato emotivo», e se è vero che «l’affettività propria della situazione emotiva è un elemento essenziale costitutivo dell’apertura dell’esserci al mondo», ne discende che l’apertura al mondo, che ci consente di comprenderlo, è affettiva. La logica lascia il posto al sentimento (o al sentimento si mescola). Heidegger dice: «Ogni comprensione è emotivamente situata». […] Se la conoscenza è emotiva, e lo è originariamente, è evidente che il modo di procedere non emotivo non può che essere inadeguato rispetto al modo di conoscere originario. Arrivato a questo punto, Heidegger riconosce i limiti della ragione: «Le possibilità rivelatrici del conoscere sono inadeguate rispetto all’apertura originaria propria delle tonalità emotive». Il razionale è inadeguato e il non-razionale è inconoscibile. Questa constatazione condurrà Heidegger verso la poesia.
Ora, facendo un salto verso la nostra contemporaneità proverò a dire se può l’espressione autentica di sé, da parte del poeta, interessare la collettività.
Se il senso della politica è la libertà come facoltà di agire, la democrazia necessita un «essere con gli altri». Tuttavia è indubbio che nell’epoca del neoliberismo assistiamo a una forma incancrenita di individualismo illimitato, reso sempre più evidente da una degenerazione narcisistica dettata dal consumismo, dai piaceri effimeri, dall’eliminazione dell’idea di futuro, dal conformismo, dall’idea che ogni cosa possa essere una merce. L’io contemporaneo si configura come un parassita – consumatore, spettatore indifferente apatico e passivo, rassegnatamente impotente, ma allo stesso tempo in preda a un delirio di onnipotenza rispetto al proprio produttivismo. Ciò che paga dunque la soggettività è una perdita di senso del limite che si traduce in smarrimento e sradicamento ma anche hybris illimitata. Scrive Elena Pulcini in La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale: «L’eccesso di libertà e sollecitazioni si coniuga con una sorta di vuoto emotivo, l’accesso a tutte le possibilità con l’inerzia e l’assenza di progettualità, l’uguaglianza con la spersonalizzazione e la perdita di identità, l’autorealizzazione con la passività e il distacco della vita pubblica». È in questo senso che mi pare necessario tornare a parlare di alienazione. Gli individui alienati infatti sono propriamente inautentici, ovvero incapaci di riconoscere il loro vero sé e di dare un senso al mondo. Come ho scritto poco più su infatti, se il senso della politica è la libertà come facoltà di agire – qualcosa che ha molto a che fare anche con la creatività – l’alienazione è il suo contrario, è privazione di relazione con sé e con gli altri.
La poesia in questo scenario si pone come qualcosa di pericoloso e difficile da sopportare per almeno tre motivi. Il primo è che la poesia non è una merce – o meglio un libro di poesie lo è, ma il suo mercato è oggettivamente irrilevante – nel senso che, seguendo Marx, ha un valore d’uso ma non un valore d’uso sociale. Il secondo motivo è che la poesia pone al lettore la sfida di accogliere e sopportare la fragilità, il dolore, la vulnerabilità del poeta; lo obbliga a farsene carico sino a renderlo partecipe di un’emotività, lo obbliga infine a «essere con gli altri». Il terzo è che la poesia presuppone creatività, da parte del poeta chiaramente, ma anche da parte del lettore che su quel linguaggio fuori dalla logica dovrà intessere la trama delle proprie immagini. Per questo oggi la poesia, di fronte all’individuo sempre più alienato e inautentico, è irricevibile.
Da parte mia infine, credo sin ora di avere avuto esperienza dell’autentico in sé, attraverso la ricerca del senso dei luoghi. Nel saggio The Sense of Place (1977), Seamus Heaney scrive: «Penso che ci siano due modi in cui un luogo è conosciuto e amato, due modi che possono essere complementari ma allo stesso modo possono risultare contrari. Uno è vissuto, illetterato e inconscio, l’altro è appreso, letterato e conscio». Nella mia raccolta, Partire da qui (Interno Poesia 2024), i luoghi descritti sono indubbiamente luoghi in cui nella mia vita ho collocato dei sentimenti, doverli abbandonare ne ha prodotti altri. Il paesaggio marino, un tratto di costa, un’agave al sole, una casa diroccata, la sua memoria, agiscono in me in modo metaforico entrando in relazione con le esigenze più profonde del mio Io, della mia emotività. In questo modo avviene una compartecipazione, un cum-prehendere, in cui il mondo, di cui faccio parte, si rivela, accade. La poesia in questo senso ha reso possibile far esistere autenticamente ciò che avevo perduto. Può esserci una lezione nella profondità grande e paurosa del mare, nel suo saper accogliere e custodire le agonie che scendono nei fondi di silenzio, dove ogni cosa è difficile da scovare e da riportare in superficie se il peso l’ha trascinata troppo in fondo. Eppure è proprio in questa difficoltà, in questo limite, sulla soglia tra inconscio e conscio, che si agita l’autenticità della poesia.
Un poeta che sa pensare: magnifico. C’è speranza, dunque.