a cura di Maria Borio e Laura Di Corcia

 

Per il secondo ciclo di riflessioni attorno al rapporto fra poesia e autenticità, oggi risponde Emanuele Franceschetti.

Autenticità e realismo

 

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Ciò che un concetto dischiude nell’immaginario condiviso in un determinato contesto storico-culturale e per una certa mentalità, rappresenta solo una parte, oltretutto piuttosto esile, della storia di quel concetto:[1] mi sembra, però, che per affrontare una riflessione limitata allo spazio qui consentito, la cosa più praticabile sia dedicarci proprio a questa “parte piuttosto esile”, e cioè al modo in cui usiamo un termine, a ciò cui abitualmente ci riferiamo e cosa evochiamo utilizzandolo e maneggiandolo. Anche al di là dell’etimologia e della storia del concetto stesso.
Quando parliamo di “autentico” e di “autenticità” ci riferiamo solitamente a qualcosa di non contraffatto, di reale (un “reale” dotato di un’aura dorata che la realtà, tuttavia, non ha affatto), di originale (che ha a che fare con l’origine, quindi; non certo nell’accezione di “inedito” o “sorprendente”), di prossimo all’essenza (di sé, o delle cose), persino alla purezza. È quasi sempre qualcosa di desiderabile, nel discorso collettivo: un monito, un obiettivo, un traguardo, un auspicio. Eppure, riflettendoci compiutamente per la prima volta ora in questa sede, non riesco a non considerarlo altamente ambiguo, scivoloso, persino sospetto. In questo ha un destino curiosamente simile a un altro termine da voi menzionato (“realismo”), il quale però, nonostante la mutevolezza del proprio statuto estetico e delle definizioni ad esso legate (nonché l’estrema varietà delle realizzazioni artistiche ad esso riferite), continua a portarsi dietro una necessità spietata: che, invece, “autentico” e “autenticità” mi sembrano non possedere più. Se l’istanza realista mi obbliga e mi inchioda alla realtà, a cosa mi spinge il desiderio dell’autenticità? Ad una verità possibile, non manipolata e infiacchita né delegittimata dal relativismo e dall’onda lunga del postmodernismo, cui sarebbe auspicabile tendere, per l’appunto, secondo Maurizio Ferraris?[2] Ad una rinnovata e profonda sincerità espressiva? Alla “quintessenza di tutto ciò che […] può venir tramandato” (di un’opera d’arte, ad esempio)?[3] Forse tutte queste letture sono legittime: ma mi pare siano già evidenti, da questi esempi, i rischi connessi all’utilizzo della categoria dell’autenticità.

Restiamo per un attimo nella prima accezione: purezza, origine, essenza, assenza di artificio e contraffazione. Anche in questo caso, tuttavia, mi sembra che sia un termine non particolarmente (e non facilmente) spendibile, oltre che foriero di un orizzonte di senso ambiguo e imprendibile (quasi più prossimo alla dimensione del credere che a quella del conoscere, che mi sembra ben più rilevante). Ma se anche volessimo rifarci all’accezione più complessa e intellettualmente sottile (oltre che etimologicamente più corretta) che voi proponete ci troveremmo in difficoltà: se autenticità è “agire secondo il proprio sé” non sono certo che l’orizzonte dell’autenticità sia sempre necessario, desiderabile e perseguibile. Se così fosse, daremmo per scontato che il nostro sé sia utile, giusto, desiderabile.
Ma c’è un altro problema: qual è il “vero”/ “autentico” sé? Quello che è riuscito a mantenere integri, incorrotti e incontaminati nel tempo i propri desideri, linguaggi, codici espressivi e comportamenti? Neanche questo mi convince particolarmente: il nostro sé è mutevole, sempre sottoposto a processi di contaminazione, costantemente da rinegoziare, ridiscutere. È un sé spurio, meticciato, ibrido, costantemente manomesso: ed è inevitabile che sia così. Roberto Marchesini parla di «natura ibrida», «continuum con il non-umano» e di «pluriversalità di ogni sguardo sul mondo»[4]: non lo cito con gioia, perché ammetto di non amare sempre (o integralmente) quell’approccio interpretativo (e un certo compiacimento ad esso sotteso), ma è innegabile che sia una lettura molto lucida e spendibile. Un’altra lettura dell’autenticità e del “vero sé”, ben più spietata e realistica, ce la regala Vitaliano Trevisan: «Se ognuno si vedesse per ciò che è, se ognuno fosse, al suo esterno, corrispondente a ciò che è al suo interno, se davvero potessimo vederci, […] non vedremmo che facce e corpi completamente deformi […]; facce distorte e rovinate portate in giro da corpi distorti e rovinati […]».[5]

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Mi rendo conto, tuttavia, che nella scrittura poetica (ma nel fare artistico in generale) l’orizzonte dell’autenticità possa assumere una sfumatura particolare, che appare di frequente nel discorso comune quando – parlando di un autore (o autrice)  – viene menzionata la possibilità che questi abbia trovato (o meno) “la sua vera voce poetica”. Ecco: questo mi sembra un punto particolarmente sensibile in cui l’inchiesta sull’autenticità incontra il problema della scrittura. Il problema, però, è che ancora una volta il ragionamento rischia di ricondurre all’ordine di realtà discusso poc’anzi: qual è la mia vera (“autentica”) voce poetica? Molti anni fa mi sembrava una questione rilevante e affascinante: ora mi sembra piuttosto oziosa. Quando capita di leggere, di frequente, che quell’autore (o autrice) “ha trovato una sua voce riconoscibile” (oltre ad essere vero in una piuttosto piccola percentuale di casi) ci stiamo semplicemente riferendo al fatto che la figura in questione è riuscita a mantenere, oltre l’occasionalità, un proprio stile: un proprio immaginario, una propria sintassi, un proprio bagaglio di strategie formali e retorico-espressive. Un’identità convincente, insomma, da poter mantenere oltre la singola opera. Per questo caso, però, utilizzerei espressioni diverse: riconoscibilità (appunto), coerenza espressiva, controllo dello stile, sapienza pratica, costanza. “Autenticità” aggiungerebbe, mi sembra, un giudizio di valore: ovviamente positivo, e quindi non sempre pertinente.
Ancora più sospetto e problematico, il termine “autentico” lo diventa se applicato allo statuto estetico di una certa forma o di un certo genere: la poesia autentica, il romanzo autentico, l’opera (musicale) autentica. Problematico perché bisognerebbe arrivare a stabilire, con decisione (e con le opportune motivazioni) cosa è poesia e cosa non lo è, cosa è romanzo e cosa non lo è (etc.). Atteggiamenti che, se esasperati, possono portare (nella migliore delle ipotesi) al “poesia/non poesia” di crociana memoria,[6] o (nella peggiore) a bollare l’arte degenerata (entartete kunst).

È curioso e utile, ora, ripensare ad un saggio in cui Adorno, in pieno Novecento, parlando di opera lirica sosteneva che ogni tentativo di mitigarne tramite aggiornamenti stilistici e ibridazioni – ivi compresi abbassamenti di registro espressivo e vocale in senso realista – la natura anti-realistica dell’opera (emblematizzata dal fatto che la narrazione e l’interazione dei personaggi sono condotte col canto) la allontanasse dalla sua natura più autentica.[7] L’esempio mi sembra paradigmatico perché “autentico”, in quel caso, significava per Adorno esattamente “prossima alla sua vera natura” (cioè a quella di teatro cantato, anti-realistico per eccellenza): ma non certo adeguata ai tempi, credibile, opportuna, aggiornata.
L’autenticità, quindi, potrebbe essere sostituita da altre categorie verbali e interpretative più complesse ed efficaci. Ecco: senza volerne invalidare il desiderio, si potrebbe lavorare per immaginare una declinazione dell’autentico (e dell’autenticità) più vicina alla categoria della complessità, della pluralità e della metamorfosi. Un’autenticità simile all’idea, giusta ed efficace, che proprio Walter Siti ha proposto del realismo: «non la storia di un rispecchiamento piatto e subalterno, ma di uno svelamento impossibile».[8] Così facendo, problematizzando e mettendo costantemente in crisi e in discussione il target, l’idea in sé (“il sé autentico”,  “la realtà”), ci si potrebbe abituare ad un orizzonte di senso – e di prassi – dialettico, polemico, linguisticamente e psicologicamente vivace e mai elegiaco, contemplativo e “risolto”: quello, quindi, più adeguato ad un tempo complesso e feroce (e tutt’altro che fuori dalla storia), e ad un’arte che sappia raccontarlo e interpretarlo, senza troppa pietà.

 

Note

 

[1] Un imprescindibile riferimento per la storia delle mentalità, forse fin troppo poco tenuta in considerazione, è Francesco Pitocco (a cura di), Storia della mentalità, Roma, Bulzoni, 2000. Un piccolo ma utile “specchietto illustrativo” sulla storia dei concetti, con breve nota bibliografica al seguito, a cura di Paolo D’Angelo, è disponibile qui: http://www.studiculturali.it/dizionario/lemmi/storia_dei_concetti_body.html (ultima consultazione: 16 gennaio 2025).

[2] Cfr. Maurizio Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, Feltrinelli, Milano, 2012.

[3] Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino, 2014, p. 8.

[4] Roberto Marchesini, Estetica postumanista, Meltemi, Milano, 2019, p. 109.

[5] Vitaliano Trevisan, I quindicimila passi, Einaudi, Torino, 2007, p. 45.

[6] Cfr. Benedetto Croce, Poesia e non poesia. Note sulla letteratura europea del secolo decimonono, Laterza, Bari, 1923.

[7] Theodor W. Adorno, «Opera borghese», in Id., Immagini dialettiche. Scritti musicali 1955-1965, a cura di Gianmario Borio, Einaudi, Torino, 2004.

[8] Walter Siti, Il realismo è l’impossibile, Nottetempo, Roma, 2014, p. 4.

 

 

[Immagine: Mariah Robertson, 364, 365, 366, 367, 368, 369, 370, 371, 2023 (particolare)].

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